L’arma nucleare: segnali di guerra, segni di pace (2018)


Da: AlfaDomenica, pubblicato il 21 gennaio 2018.
www.alfabeta2.it/2018/01/21/larma-nucleare-segnali-guerra-segni-pace/


Una celeste piaga,
non ci dà altro segno,
che l’interna differenza
in cui siedono i significati.

Nessuno può insegnarla
suo suggello è l’angoscia,
imperiale afflizione
che dall’aria ci viene.

Quando viene, l’ode il paesaggio
e l’ombre trattengono il respiro.
Quando va, somiglia alla distanza
sul sembiante della morte.

Emily Dickinson, There’s a certain Slant of light, 1861

Aveva ragione Umberto Eco, almeno in questo: andiamo indietro, in pace e in guerra, a passo di gambero. Questa volta è un passo al bordo dell’abisso, l’abisso del temuto conflitto nucleare. Mentre la Corea del Nord esperimenta, realizza e trasporta ordigni col potere detonante di un terremoto, il Pentagono, su dettato presidenziale, riprogramma la propria strategia con l’impiego di bombe nucleari pudicamente dichiarate a “basso rendimento” (Nuclear Posture Review).

Immersi nella distrazione social, confusi dalle fake news, scarichiamo tante informazioni irrilevanti da dimenticare l’incubo di questa idra a 17.275 testate (v. Istituto per la pace di Stoccolma) che odia e sogna in fondo al mare – nei tubi di lancio dei sottomarini; al suolo – sulle rampe di lancio o acquattata nei silos di profonde caverne. Un mostro vorace che assorbe spese paurose di manutenzione e d’adeguamento tecnico e la cui sola passiva presenza dovrebbe agire da deterrente alla Quarta Guerra Mondiale (la Terza è la Guerra Fredda, da poco conclusa o appena rinviata).

Le tecnologie dette “dolci” della comunicazione, diffuse, incorporali e invisibili, armeggiano con i cifrari delle cyberguerre, come se l’odierna società, informatizzata e globalizzata, fosse l’esito naturale della militarizzazione del Secondo Dopoguerra. Ci occultano però la gravità materiale, la tecnica “hard” dell’armamento atomico. Letale e totale, incomparabile per capacità devastatrice rispetto alle tante bombe che alimentano l’affollato mercato internazionale: incendiarie, chimiche, al fosforo, a grappolo, a frammentazione, volanti, plananti, in profondità; che esplodono a tempo, a urto, a prossimità; intelligenti o sporche, smart o pulite. Della bomba GB28 per es., l’antibunker, conosciamo carica, diametro, peso, autonomia di volo, vettori di lancio e prezzi di mercato – resta solo da ordinarla su internet! Chi più ne ha più ne vende, insomma e chi più spende è pronto ad allestire un “teatro” delle operazioni per poterle usare. L’industria non produce solo armi per la guerra, ma guerre per le armi.

Gli esiti apocalittici della guerra nucleare condotta con bombe dette stellari sono stati largamente descritti e profondamente pensati (v. Günther Anders e le sue lettere con il pilota americano di Hiroshima) e i trattati di non proliferazione accanitamente discussi e accuratamente redatti. In effetti, per citare il maggior studioso di strategia, Thomas C. Schelling, “l”evento più spettacolare” degli ultimi decenni “è quello che non si è mai verificato: ci siamo goduti quasi un secolo, senza che le armi nucleari ci annientassero”. (Anche se nella crisi dei missili cubani il rischio è stato estremo e l’esito quasi fuori controllo). Ma la forma-Stato aspira per vocazione a entrare del club esclusivo dei detentori di questo ordigno terminale (“ordine” è l’etimo di “ordigno”!). E la competizione egemonica dei nazionalismi coloniali e postcoloniali li avvia all’ineluttabile scalata agli estremi. Si è calcolato che se ogni Stato membro del “club dell’atomica” impiegasse, in un conflitto globalizzato, l’equivalente di 50 bombe comparabili a quelle di Hiroshima e Nagasaki, il pianeta entrerebbe in un prolungato, durissimo inverno: si estinguerebbero molte forme di vita, tra cui quella umana. I mezzi insomma distruggono i fini – il che sembrerebbe irrazionale se il primo compito del razionalismo non fosse quello di non illudersi sull’efficacia persuasiva della ragione.

Nonostante, o forse a causa della riconosciuta follia della corsa agli armamenti (MAD è Mutua Distruzione Assicurata), la riduzione delle testate nucleari – ciascuna tra i 100 e i 450 chilotoni, rispetto ai 15 di Hiroshima – è sempre in forse e gli accordi raggiunti tenacemente aggirati. Sappiamo, da inchieste recenti, che almeno 70 di queste fatidiche ogive si trovano negli aeroporti di Ghedi (Brescia) e di Aviano, scortati dai marines americani e pronte a involarsi con aerei italiani. Non mancano d’altronde i nostalgici della guerra fredda che assicurava, pare, un certo equilibrio dl terrore e impediva le tante guerre calde e il terrorismo contemporaneo. Un’indubbia efficacia a cui va però aggiunta una componente altamente significativa: il non uso delle armi nucleari va attribuito alla costruzione condivisa d’un tabù simbolico e culturale, ben argomentato dal discorso di Schelling alla ricezione del Nobel per l’Economia, 2005: “Sessant’anni incredibili: l’eredità di Hiroshima”. Dopo la devastante esperienza giapponese, le armi nucleari sono oggetto di una generale maledizione, indipendente dalla loro potenza d’annientamento. Ci sono infatti armi convenzionali più distruttive, come la MOAB, la “madre di tutte le bombe” non nucleari, sganciata in Afganistan nell’aprile scorso. Ma “è tradizione consolidata che le armi atomiche siano differenti” da quelle convenzionali e che “vengono percepite come uniche”. Come e più dei gas nella prima guerra mondiale. Per Schelling “esistono fenomeni percettivi e simbolici – noi diremmo semiotici ed emozionali – che persistono e ricorrono e aiutano a rendere il fenomeno nucleare meno enigmatico” e che “travalicano i confini culturali”. Si tratta di un “sentimento” d’avversione e ripugnanza al di fuori delle possibilità speculative delle scienze strategiche, che fonda un “un assioma, un primitivo” volto a impedire l’estensione dell’uso e a non legittimare la scalata agli estremi. Un’interdizione che estende tanto alle esplosioni sotterranee per scopi pacifici quanto alle bombe a neutroni le quali, bontà loro, distruggerebbero solo (!) gli esseri viventi con mutazioni letali e rotture del DNA, ma nel rispetto delle infrastrutture inorganiche.

Per Schelling, che fu, con Herman Kahn, il maggior stratega della Guerra Fredda, estendere l’inibizione all’uso della forza nucleare è costato moltissimo in uomini e di materiali, a tutti i contendenti, ma è stato “importante quanto estendere il trattato di non proliferazione nucleare”. È quindi necessario coltivare questa consolidata tradizione del non uso e non offuscare la distinzione – l'”argine antincendio” semantico e passionale – tra il nucleare e il convenzionale. “L’investimento volto a limitare l’utilizzo delle armi nucleare era reale, ma allo stesso tempo simbolico” (Schelling). Per lo storico (K. Pomian) la bomba è un “semioforo”, appeso come la spada di Damocle sulla soglia categoriale d’una discontinuità qualitativa di senso. La virulenta tradizione contro l’utilizzo dell”arma atomica è stata qualificata e rafforzata attraverso dispositivi mitici e rituali come la “beatificazione di Hiroshima”, un “evento mistico con la forza di un accadimento biblico” (Schelling). Una commemorazione e un’affermazione costituita da manifestazioni simboliche, monumenti, parchi, rituali e cerimonie mediatiche mondializzate contro la “forma ultima dell’inumano” (Obama). Per il fisico nucleare A. M. Weinberg la “santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più promettenti dell’era nucleare” perché mantiene e aumenta il potere collettivo di deterrenza. E un modo, aggiungerei, per tradurre il significato di un evento “subliminale” cioè sovradimensionato rispetto a conseguenze che non riusciamo a capire e ad immaginare (G. Anders)

Si vis pacem para signum. Gettare l’anatema sull’arma nucleare non equivale alla pace. Com’è accaduto in Africa, si possono uccidere milioni di persona con il solo machete; e non c’è neppure bisogno dell’apparato industriale del nazismo. La pace però non è uno stato naturale perturbato dai conflitti; è un evento pratico per il quale si deve agire senza la certezza di garanzie definitive; una pausa, un armistizio tra i conflitti. Per ottenerla, la pace, ragione e religione non bastano -possiamo sempre darcele di Santa Ragione. Noi Pacifondai, crediamo alla pace come i Guerrafondai credono alla guerra: non ci sono alternative all’olocausto d’una guerra atomica totale. Possiamo perciò rinsaldare simbolicamente la barriera tradizionale tra convenzionale e nucleare perché dia senso e forza a una ferma presa di posizione. Contro i negazionisti, come la Corea del Nord, alla ricerca di una parità strategica nella mutua distruzione con gli Usa. E contro il tentativo, più surrettizio e forse più rischioso, di rispondere all’incremento potenziale dei vettori russi e cinesi con bombe atomiche, cosiddette “tascabili”. Passare furtivamente sotto una soglia simbolica fondata su di una tradizione mutuamente condivisa sarebbe un gesto ancor più apocalittico di Hiroshima.

Ricordiamo l’ammonimento di Kafka: al Giorno del Giudizio il Messia arriverà in ritardo, forse il giorno dopo.

G. Anders, Il mondo dopo l’uomo, Mimesis, Milano, 2008

K. Pomian, Che cos’è la storia, Bruno Mondadori, Milano, 2001. (Cap. 5, “Storia culturale, storia dei semiofori”).

Th. C. Schelling, La strategia del conflitto, Bruno Mondadori, Milano, 2006 (1980) e Micromotivazioni della vita quotidiana, Bompiani, Milano, 2008 (1978)

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