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Intervento alla presentazione di Michel de Certeau. Utopie Vocali, a cura di Lucia Amara (Mimesis, Milano, 2015), presso il Dipartimento CoRiS dell'Università La Sapienza di Roma, il giorno 1/3/2016.
L'autore ringrazia Paolo Sorrentino per la sua cortese collaborazione.

Glossolalie, a futura memoria (2016)

1. Glossolalie e ideofoni

Insegnavo Filosofia del Linguaggio presso l'Università di Urbino quando ho partecipato con William J. Samarin e Michel de Certeau alla ricerca preliminare al convegno sulla Glossolalia, organizzato dal Centro internazionale di Semiotica e Linguistica1. Per preparare l'incontro ero partito dalla lettura d'un numero di Tel Quel, intitolato Glossolalie, che traduceva in parte Retrospect di Roman Jakobson, un'"autobiografia intellettuale" (1987). Alla rivista, apparsa nel 1966, partecipavano J. Derrida, H. Damisch, M. Pleynet, J.-L. Schefer e Ph. Sollers.
Il saggio di Jakobson trattava della Glossolalia come "attività creativa verbale o quasi verbale in cui i suoni del linguaggio non svolgono un ruolo discriminante del senso, sono però destinati ad una qualche specie di comunicazione, rivolta ad un pubblico umano reale o aspira ad essere ricevuta o compresa da uno spirito divino" (Jakobson, 1979)2. Fin dalle prime definizioni sistematiche (Lombard,1908) erano trattate come "glossopoietiche" le morfologie vocali di carattere comunicativo (scansioni sonore, gruppi di respiro, ecc.) sprovviste d'un significato immediatamente riconoscibile, ma i cui esiti, in situazioni culturalmente specifiche, potevano esser percepiti da chi la emetteva e/o riceveva, come discorsi pronunciati in una lingua straniera. Una xenoglossia - neologismo proposto da Ch. Richet nel 1905.
In quegli anni Settanta era vivace il dibattito saussuriano sulla natura arbitraria del segno linguistico rispetto al referente esterno e sul rapporto interno tra i piani del significante/significato. Jakobson, fautore dei formalisti russi, era particolarmente attento ai modi di coalescenza tra i due piani semiotici secondo una funzione poetica, in cui il "messaggio" focalizzava autotelicamente la propria forma: dal suono come fondamento del verso - secondo la "poetica fonizzante di Saussure - alle lingue "marziane" di Helène Smith3. Una poeticità che contrassegnava inoltre vari generi folklorici: le formule incantatorie russe per proteggersi dalle sirene o il proverbio che è "la più ampia unità linguistica codificata e la più ridotta delle unità poetiche"(Jakobson, 1966).
Non era un caso quindi se, oltre a Jakobson, per intraprendere l'indagine del Centro urbinate sulla glossolalia come lingua degli spiriti, l'altro testo di riferimento fosse Tongues of Man and Angels, del linguista antropologo W. Samarin, specialista di "ideofoni", cioè delle forme di iconismo linguistico nelle lingue africane.

2. La parola eresiarca

Nel suo saggio "glossolalico", che riprendo per approfondirlo, Jakobson espone una propria esperienza, teorica e personale. Lo interessava il "parlare in lingue" perché coinvolgeva da un lato la conoscenza fonologica, tema fondamentale della ricerca linguista agli inizi del secolo scorso (v. Troubezkoy, Sapir, ecc.) e dall'altro la conoscenza dei gruppi glossolalici russi nelle sette dei "vecchi credenti". Jakobson riprende il loro discorso ispirato dai documenti di Vasilij Rozanov (1908) che ha ricostruito i processi settari intentati dagli Zar dopo lo scisma del 1650 - la chiesa ortodossa diventa allora la chiesa di stato che è ancora oggi! Nella Russia del tempo proliferavano infatti le sette ereticali più diverse ed estreme, come quella purificatrice dei "castrati", gli Skopcy. Dai processi verbali esposti da Rozanov, Jakobson sceglie il dossier dei Chlysty, cioè dei "battenti", che si flagellavano e praticavano collettivamente la glossolalia. Prende in esame queste pratiche linguistiche pentecostali attraversate da "un'alta ed altra parola", senza far cenno peraltro ad una modalità comunicativa quasi sempre presente: la cerimonia avveniva alla presenza di un traduttore che trasponeva la "verbigerazione" nella lingua "naturale"4.
Nel corso dei suoi studi, all'inizio del 1914, in un soggiorno al villaggio di Zaxarovka, distretto di BelŰv, provincia di Tula, Jakobson incontrò un artigiano, in grado di esprimersi "in lingua" operando "la coalescenza di due funzioni: da una parte collegando il mondo degli uomini a quello di dio, come fa una preghiera, d'altra parte (con) messaggi trasmessi dalla divinità ad un'assemblea umana che ne viene ispirata, unificata, esaltata." (Jakobson,1979). L'interesse per questo discorso pronunciato "al di là dell'intelligenza" era sollecitato da una intersezione con l'attività dei futuristi russi - alla cui attività poetica egli partecipava - i quali praticavano il zaum, il linguaggio trans-mentale. C'era quindi una convergenza tra una ritualità religiosa - il recupero dei generi tradizionali del sacro o l'idiosincratica figuratività delle icone ortodosse - ed una letteraria. Come quella di Velimir Chlebnikov, il maggior poeta russo di quell'epoca, il cui futurismo offre esempi pregnanti di pratiche glossolaliche (Jakobson, 1919). O quella di Andrej Belyj, nell'opera Glossolalia, Poema sul suono (1922), Medusa ed., Milano, 2006.
Nel paragrafo intitolato alla glossolalia Jakobson (1979) si riferisce esplicitamente alla sua esperienza biografica per esaminare le caratteristiche fonologiche dell'emissione ispirata ed analizzarne con precisione i ricorrenti raggruppamenti consonantici assenti nella fonologia della lingua russa (Konovalov, 1908). La ricorrenza regolare di queste sonorità - combinazioni di n con d o t, , il gruppo ntr costituito d' occlusive pre-nasalizzate - riscontrabili in altri esempi di glossolalie, produce l'effetto di un linguaggio straniero. C'è di più: quando i Chlysty si esprimono profeticamente, la loro enunciazione ispirata si allontana il più possibile dalle regole espressive della lingua corrente. Vengono rivisitate tutte le possibilità fonetiche della lingua russa ed emergono sonorità inusitate. Una sorte d'utopia fonetica: un'uglossia?
Vorrei approfondire ora il singolare fenomeno antropologico e religioso dei Chlysty che Jakobson considerava la setta più antica dei Vecchi Credenti. Chi erano i Chlysty? Jakobson riteneva ben nota questa setta mistica e non ne ha specificato i caratteri. Il libro di A. Sinjavskij (1993) ne offre una riuscita descrizione. I conflitti teologici e le pratiche rituali del tempo avevano l'intensità religiosa e la violenza persecutoria delle eresie dell'Occidente medioevale. Si affrontava sul rogo l'estremo sacrificio di sé per il gesto di segnarsi con due dita, che significava l'Incarnazione, anziché con tre, segno della Trinità. Secondo Sinjavskij, (cap. 7) i Chlysty (battenti) a differenza dell'atteggiamento passivo dei cristiani ortodossi, chiamavano attivamente Dio in terra, suscitando "l'apparizione di innumerevoli Khristy". Fedeli di un uomo-Dio che si reincarnava periodicamente tra gli uomini e le donne o che li trasformava, attraverso lo Spirito Santo, in autori di miracoli e in profeti: dalla loro bocca sgorgava, in diverse lingue terrestri, una parola suprema di celeste verità. Una dottrina pentecostale, popolare ed esoterica, che richiedeva forme trasgressive d'iniziazione, come baciare il ginocchio nudo di un'incarnata Madre di Dio e bere la sua urina! I Clysty nella loro fede vocalica, erano biblioclasti, distruttori di libri sacri. Come comprendere le loro performance rituali, gli eventi comunicativi - le situazioni con i loro attori e cronotopi - dell'emissione fonica d'una parola incarnata, alternativa ad ogni Scrittura? Non si proferivano soltanto dei "suoni" ma si pronunciavano intonazioni, vettori di annunci, ammonimenti, proclami, elogi e minacce, cioè atti linguistici che Jakobson non prevedeva. Atti iscritti in sequenze rituali che comprendevano co-testi caricati di senso, ritmi somatici, canori e manipolazioni del contesto fisico e simbolico.
I Chlysty erano gli equivalenti cristiani dei "dervisci rotanti" islamici. Danzavano freneticamente e fino all'esaurimento, sui canti estatici di altri membri della setta - quelli che i primi cristiani chiamavano psallein tò pneumati; vestiti di bianco, a piedi nudi, appoggiandosi sul tallone del piede destro. Per Jakobson, era un secondo e supremo battesimo in cui gli adepti giravano vorticosamente fino a che il corpo, sottoposto a astinenze e digiuni, era intriso di sudore: un "bagno spirituale" che procurava visioni. Alcuni erano estaticamente "invasi" dalla parola che "franava" su di loro ed emettevano glossolalie, parlavano lingue straniere la cui interpretazione spettava ad alcuni "timonieri". La "strana lingua" (strannyj jazyk) non era il solo sistema di segni di questo zelante "lavoro divino"; ricorrevano anche immagini nebulose. Al centro dello spazio cerimoniale, dove si svolgeva la violenta danza, si trovava un catino ricolmo di acqua. Mentre i partecipanti vi girano collettivamente e sempre più rapidamente intorno, l'acqua comincia a girare e a surriscaldarsi; fino all'emergere di evaporazioni, in cui venivano riconosciute immagini misteriose, iconolalie cristiche, suscettibili di interpretazione come le vocalità ispirate. Il testo rituale, semioticamente espresso in termini verbovisivi, manifestava la sua efficacia trasformativa. I Chlysty ruotavano traspirando con un cero acceso e un panno con cui si flagellavano: il "Velo della Vergine" che essi consideravano la loro insegna. Le visioni simboliche ed i suoni impulsivi conducevano i corpi madidi di sudore a momenti giubilanti di poliglottismo e xenolalia che potevano condurre fino ad orge collettive: l'ascetismo cambiava di segno con un'inversione strutturale (Sinjawskij, 1993).
Una semiosi eretica che avrebbe sollecitato le indagini medioevali di Umberto Eco.

3. Efficacia simbolica

Ci troviamo, mi sembra, in una situazione comparabile a quella che C. Lévi-Strauss, nel noto articolo sull'efficacia simbolica, analizza la "Strada di Muu", un importante canto sciamanico che veniva recitato quando le donne della comunità amerindia dei Cuna, non riuscivano a partorire. Il canto rituale descrive una lunga e difficile penetrazione di un "essere di finzione", Muu, in uno spazio irto di mostri, seguita da una definitiva liberazione. Il mito che vi è raccontato esercita una manipolazione immaginaria sul corpo dolente, ma semioticamente sensibile della futura madre, che perviene infine a dare alla luce il bambino. Il canto non si limita a rappresentare, a fornire un "linguaggio", un'espressione articolata ad un dolore altrimenti non formulabile, ma opera terapeuticamente, tra l'organico e lo psichico, usando la proprietà induttrice del simbolico per far vivere un racconto. Il mito guaritore di Muu incanta l'organismo: estende la sua geografia affettiva all'interno del corpo attraverso una manipolazione psichica dell'organo sofferente, permettendo così alla partoriente d'omologare i moti del proprio soma, disorientati dal dolore, alla struttura ritmata e ai percorsi del canto.
L'analisi narrativa di Lévi-Strauss, condotta su di un testo raccolto da altri etnografi, richiamava l'importanza della dimensione sensibile in una cultura condivisa. Teneva però in scarsa considerazione la situazione cerimoniale: la tenda, le fumigazioni, le statuette "falliche" degli spiriti attivi, e la dimensione enunciativa dell'evento comunicativo: l'effetto di presenza dell'enunciatore sciamano, della sua immagine rituale identificata agli esseri sovrannaturali - destinanti dei valori collettivi. E il dato singolare che il canto fosse intonato in una lingua segreta, sconosciuta alla partoriente e che, a differenza della glossolalia, nessuno traduceva (Severi,1993). ( Come una contadina italiana che avesse ascoltato, nelle doglie, un prolungato testo in latino!). Il contenuto del messaggio terapeutico, semanticamente incomprensibile era pragmaticamente efficace per la sua struttura fono-prosodica, l'effetto di presenza e l'adesione fiduciaria degli attori al suo potere trasformativo.
I filosofi del linguaggio possono porsi il problema ontologico dell'essere del senso senza interrogarsi sulle articolazioni semio-linguistiche che lo manifestano. L'introduzione a W. Samarin (1976) additava invece un orientamento antropologico proseguito dalla ricerca recente sulle lingue estatiche e la loro singolare efficacia (Ponzo, 2012). Una prospettiva a cui De Certeau ha sempre aderito dal punto di vista psicoanalitico che era il suo (4). Per una semiotica "marcata", è opportuno ritornare su questa dimensione etnografica, nel quadro di una disciplina che si propone un profondo respiro: dire qualche cosa di sensato sul senso culturale nelle pieghe più riposte della semiosfera (Marsciani, 2007). Rammentare le lontane voci eretiche che ispirarono prima Jakobson, poi De Certeau può essere una speranza e forse una scoperta.
A futura memoria.

Note
  1. Il convegno "Ricerche sulla glossolalia" si sarebbe poi svolto a Urbino, dal 10-14 luglio del 1978. Il programma comprendeva: Introduzione di P. Paioni ed E. Pozzi; poi c'era S. Fuà con una Presentazione della ricerca sulla glossolalia, e con un documento: "Gerusalemme"; poi William J. Samarin Definitions and Methods in Research on Glossolalia, il documento era "They shall take up serpents" e "Losanna"; poi parlava A. Roch Lecours, La glossolalie dans l'aphasie de Wernicke, dans la schizophasie et dans les états de possession: une description formelle comparative, e il documento "Campobasso"; seguiva A. Compagnon (che è succeduto oggi a Barthes al Collège de France a Parigi ) La glossolalie: une affaire sans histoire?; poi M. Alfandari, poeta e psicoanalista; V. Lanternari, Materiali glossolalici dalle chiese spirituali nel Ghana, e i documenti "Les Maţtres fous" e la "Nuit transfigurée"; poi M. de Certeau, L'absolu de la langue ou l'abjection du sens: glossolalies mystiques; J.-C. Picard, Glossolalie et panglossie, ou le fin du signe et le signe de la fin; e, infine, io con documenti sulle interviste girate nel corso della ricerca. Tra i presenti alle discussioni sulla glossolalia: V. Cardona, I. Darrault, T.Tentori, T. Todorov e P. Valesio; anche Roberto Zaccaria, che sarebbe diventato il presidente della Radiotelevisione italiana. torna al rimando a questa nota
  2. Jakobson si riferisce ad un caso di glossolalia che vide il coinvolgimento di F. de Saussure: v. R. Giacomelli, Lo strano caso della signora Helène Smith. Spiritismo, glossolalia e lingue immaginarie. Scheiwiller, Milano 2007, che non cita Jakobson. torna al rimando a questa nota
  3. La presenza d'un interprete-traduttore, come i teologi "volanti" di pentecostali cattolici, può mancare in alcuni casi. v. ad es. gli tzigani di P. Williams (1993). torna al rimando a questa nota
  4. I fenomeni di possessione di Laudun e la loro proferazioni verbali di cui De Certeau (1970) erano note fin da Lombard (1907). torna al rimando a questa nota

Bibliografia

AA.VV., Etnosemiotica, a cura di M. del Ninno, Meltemi, Roma, 2007
M. De Certau, La possession de Loudun, Gallimard, Paris, 1970.
P. Fabbri, "La voce che manca" in AA. VV., Culture e discorso, a cura di A. Duranti, Meltemi, Roma, 2002.
R. Jakobson, "La nuova poesia russa" (1921), sta in Poetica e poesia, Einaudi, Torino,1985.
- Autoritratto di un linguista, Il Mulino, Bologna, 1987
- Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano, 1966
- La forma fonica della lingua, con L. R. Waugh e M. Taylor, Il Saggiatore, Milano, 1979.
D. Konovalov "Particolarità di pronuncia e di combinazione di suoni, di parole e di frasi nel discorso estatico", sta in Religioznyj èkstaz v russkom misticeskom sektantstve, Sergiev Posad, 1908.
C. Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Saggiatore, Milano,1990, cap. X, "L'efficacia simbolica".
E. Lombard, "Essai d'une classification des phénomènes de glossolalie", Archives de Psychologie, Genève, , VII, 1908.
F. Marsciani, Tracciati di etnosemiotica, F. Angeli ed., Milano, 2007.
J. Ponzo, Lingue angeliche e discorsi fondamentalisti, Aracne, Roma, 2012.
V.. Rozanov, Les Sectes apocalyptiques (les flagellants et les castrats), San Pietroburgo, 1914.
W. Samarin, Tongues of man and angels: the religious language of Pentecostalism, The Macmillan, co., New York , 1972.
C. Severi, La memoria rituale, La Nuova Italia, Firenze, 1993, cap. VI, "Parlar d'anime".
A. Sinjavskij, Ivan lo scemo. Paganesimo, magia e religione del popolo russo, Guida, Napoli, 1993.
P. Williams, "Une langue pour ne rien dire. La glossolalie des Tsiganes pentec˘tistes" in Ferveurs contemporaines. Textes d'anthropologie urbaine offerts à Jacques Gutwirth, a cura di C. Pétonnet et Y. Delaporte, Paris, L'Harmattan Paris, 1993.
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