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Da: Alfapiù | Alfabeta2, 19 marzo 2016.

Pacifondai (2016)

«La guerra sia con noi». Parole che nessuno pronuncia, anche se parecchi le pensano. Tutti dicono invece: «la Pace sia con noi», soprattutto quelli che per averla, la Pace, si preparano alla guerra. Come mai? Direte, secondo le diverse epistemologie: sempiterna pulsione aggressiva, violenza iscritta nei geni della specie umana, logica economica degli spietati conflitti di interessi. D’accordo, ma allora perché predicar la Pace e razzolare la guerra? Per mettersi dalla parte del giusto basta dire che è stato l’altro a cominciare. A noi è toccato solo resistere.
Forse non ci intendiamo sul significato del termine - che è una parola definita. Dunque: Pace viene dal latino «pacare», verbo di quiete attorniato da tranquilli aggettivi come «pacato» e «pacifico». Però, sempre rovistando nel dizionario, troviamo che «pacare» proviene a sua volta da «pagare». Pax era la soddisfatta condizione che seguiva alla paga del soldo ai soldati. Contractors appagati perché pagati e quindi pronti a combattere di nuovo. La Pax romana era una pausa economica nel ritmo delle guerre. E i mercenari abbondano oggi, nelle società mercificate.
Il linguista non si nutre di una sola radice. Pace rinvia anche al verbo «pattuire». La pace patteggiata è il risultato di tattiche volte ad ottenere tra i contendenti una guerra non guerreggiata, cioè un armistizio non contundente. Per far tacere o abbassare il rombo delle armi, le strategie di Pace però divergono. C’è chi vorrebbe fondare la Pace perpetua su valori ultimi religiosi o razionali, sulla natura o la morale, la logica e i diritti umani. Per una Pace non patteggiata i filosofi della comunicazione escogitano principi intrattabili di consenso comune, anche se con qualche sconto sulle guerre giuste – o perlomeno giustificate. E, davanti al mondo recalcitrante ai lumi della ragione, fanno appello al diritto delle genti, perché le guerre siano almeno pulite, «in forma», dichiarate ufficialmente da organizzazioni internazionali riconosciute, deputate a riconoscere e contrassegnare i malvagi.
Che sia questione di indole? Ci sono i paciosi e i paciocconi, quelli che vogliono stare in una Pace che dovrebbe regnare ad ogni costo. E se vogliamo vivere quietamente e godercela, perché mai resistere al violento e all’ingiusto? Tra edonisti, dei guerrafondai è meglio non parlarne neanche: lasciamoli fare, tanto il giudice di Pace, quello in ultima istanza, non è di questo mondo.
Ricordiamo che per Norberto Bobbio, il grande filosofo politico, il temperamento o la virtù del democratico sarebbe la Mitezza; da non confondere però con la sottomissione, l’indulgenza, la bonarietà, la remissività, la modestia e neppure l’umiltà. Per contrastare l’arrogante e il protervo, senza diventare come lui, va mantenuto il rispetto e tolleranza, ma ci vuol coraggio. Il coraggio non conciliante di una Pace che non basta sottintendere e che non basta difendere. Bisogna battersi: la Pace non si lascia dedurre da principi ultimi. La ragione e la santità non bastano – possiamo sempre darcele di santa ragione! Essere pacifisti vuol dire andare in Pace, così come si dice andare in guerra. La Pace non è mai definitiva e non è uno stato ma un evento intenso e fragile, da generare volta per volta. Un evento pratico, da ottenere attivamente, senza la placida certezza di garanzie definitive. Un evento singolare, emergente dalle azioni, dalle passioni e dalle invenzioni con cui noi «pacifondai» riusciremo a realizzarla. La Pace non regnerà mai, perché il suo mondo è una repubblica, non di paciosi ma di pacifisti.
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