Per un dizionario di semiotica visiva

Aspettualizzatore

Si attribuirà all’osservatore il ruolo di aspettualizzatore quando il suo fare cognitivo assume per oggetto una grandezza enunciativa embraiata; su un medesimo livello di generalità, nel caso in cui questa grandezza sia debraiata, il ruolo dell’osservatore sarà quello di focalizzatore*. L’aspettualizzatore è il soggetto discorsivo che opera l’omogeneizzazione delle figure messe in discorso, ossia l’attante-tipo dei punti di vista* “inclusivi” e “integratori”. In quanto attante cognitivo, è anch’esso embraiato, e solamente ricostruibile attraverso l’analisi; si oppone in ciò allo spettatore* e all’astante*, che dispiega un débrayage cognitivo enunciazionale*.
Questo concetto, associato a quello di focalizzatore, svuota di una grande parte del suo contenuto il concetto di “narratore”*.
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Osservatore, Aspettualizzazione
Aspettualizzazione

1.

Nel quadro del percorso generativo*, si intenderà per aspettualizzazione la messa in opera, nel momento della discorsivizzazione, di un dispositivo di categorie* aspettuali che rivelano la presenza implicita di un attante osservatore*. Questa procedura sembra generale e caratterizza le tre componenti di attorializzazione*, di spazializzazione* e di temporalizzazione*, costitutive dei meccanismi di débrayage*.

L’attante osservatore gioca il ruolo di una scala di misura antropomorfa che, applicata all’azione realizzata da un soggetto operatore installato nel discorso, la trasforma in processo inscrivibile nel tempo, nello spazio, e nella “qualità” della realizzazione: l’inscrizione nel tempo a scala umana permette la discorsivizzazione in termini di durata (con i due estremi che sono l’incoativo e il terminativo), di quantità (in ore, giorni, mesi, anni) o di qualità (in tal modo, rapido e lento hanno senso solo in una comparazione implicita tra il tempo che il processo richiede al soggetto e il tempo che richiederebbe all’osservatore, cosa che costituisce una sorta di media). L’aspettualizzazione spaziale, nello stesso modo, rinvia alle capacità di spostamento, e alla possibilità di vedere di un osservatore antropomorfo: si può così mettere in discorso lo spazio in termini di distanza tra due luoghi, o di accessibilità allo sguardo; la “qualità” della realizzazione rileva, in sé, della aspettualizzazione attoriale: una stessa azione, realizzata da soggetti dotati della competenza necessaria, può essere discorsivizzata come esecuzione elegante o maldestra, caratterizzata da un gesto sicuro o esitante, e ciò non si può concepire, ancora una volta, se non in relazione a un osservatore che gioca il ruolo di termine di confronto.
[Bastide]
2.

Aspettualizzazione temporale. Ogni discorso temporalizzato comporta due tipi di investimenti nuovi che producono quei due effetti di senso che sono la temporalità e l’aspettualità. Mentre l’effetto di temporalità è legato alla collocazione di un insieme di categorie temporali che, legate all’istanza dell’enunciazione*, proiettano sull’enunciato un’organizzazione temporale di ordine topologico, l’effetto di aspettualità risulta dagli investimenti delle categorie aspettuali che convertono le funzioni* (o predicati) degli enunciati* narrativi in processo*: l’aspettualità appare dunque come relativamente indipendente dall’istanza di enunciazione.

3.

Storicamente l’aspetto s’introduce in linguistica come “il punto di vista sull’azione”, suscettibile di manifestarsi sotto forma di morfemi* grammaticali autonomi. Cercando di esplicitare la struttura* attanziale soggiacente alla manifestazione dei differenti “aspetti”, si è portati a introdurre in questa configurazione* discorsiva un attante osservatore, per il quale l’azione realizzata da un soggetto installato nel discorso appare come un processo, ovvero come un “andamento”, uno “svolgimento”. Da questo punto di vista, l’aspettualizzazione di un enunciato (frase, sequenza o discorso) corrisponde a un doppio débrayage*: l’enunciante* delega nel discorso da una parte un attante-soggetto del fare, e dall’altra un soggetto cognitivo* che osserva e scompone questo fare trasformandolo in processo (caratterizzato allora dai semi di duratività* o di puntualità*, di perfettività* o di imperfettività* [completivo / incompletivo], di incoatività* o di terminatività*).

4.

La collocazione di una tale struttura attanziale rende conto delle differenti articolazioni* del processo (o dei suoi aspetti), ma non dice nulla sulla natura del processo stesso. Situandola nel tempo, si dirà che l’aspettualizzazione è una sovradeterminazione della temporalità e che il processo, pur essendo temporale, è conoscibile solo per le sue articolazioni aspettuali.

5.

La convertibilità degli enunciati narrativi (di natura logica) in enunciati processuali (di carattere temporale) permette di comprendere, in maniera generale, la relazione che esiste tra le trasformazioni diacroniche* e le loro manifestazioni temporali (o storiche): la trasformazione è categorica (si passa, per esempio, dalla declinazione a due casi nell’antico francese, alla sua assenza), mentre la sua manifestazione temporale si presenta come un processo (che comporta gli aspetti incoativi, durativi e terminativi). Tale interpretazione facilita molto, nell’analisi testuale, il riconoscimento delle organizzazioni narrative soggiacenti alle formulazioni processuali.

6.

Aspettualizzazione spaziale. Anche un discorso spazializzato può essere aspettualizzato se diversi luoghi sono messi in relazione dal movimento* o dalla sguardo dei soggetti dell’enunciato; le categorie della distanza possono essere considerate come equivalenti a quelle della durata nella aspettualizzazione temporale; se due luoghi sono “distanti”, l’osservatore registrerà successivamente la partenza dal primo luogo (incoativo), il “cammino” (durativo), infine l’arrivo a un secondo luogo (terminativo); figurativamente, la distanza può essere sostituita da un muro, un qualunque ostacolo al movimento, che divide lo spazio in luoghi distinti. La selettività, solitamente da noi definita, nel quadro di un fare emissivo*, come capacità di scegliere un ricevente* tra gli altri, e sistematicamente, nel quadro di un fare ricettivo*, come capacità di scegliere un emittente* tra gli altri, può essere interpretata in termini di categorie della spazializzazione; la vista e il tatto, per esempio, definiscono “naturalmente” degli spazi di taglia differente intorno ad un attore; una aspettualizzazione può essere installata nello spazio delimitato dallo sguardo, tra luoghi più o meno distanti; la distanza, colta attraverso lo sguardo, permette di distinguere gli oggetti ( o i soggetti) immediatamente accessibili (incoativo) o inaccessibili al tatto (terminativo). La categoria della selettività, con le sue possibilità d’aspettualizzazione, è facilmente trasponibile nella dimensione cognitiva.
[Bastide]
7.

Aspettualizzazione attoriale. L’attorializzazione può accompagnarsi con una aspettualizzazione se, per esempio, gli attori dell’enunciato modificano il loro modo di realizzare una performanza o, in altri termini, se, senza che la loro competenza sia rimessa in causa, si “perfezionano” o “maturano”, facendo agevolmente, per esempio, ciò che prima compivano con difficoltà. Si può ancora parlare di aspettualizzazione attoriale quando il discorso mette in atto una comparazione tra due attori che realizzano la medesima performanza, qualificando differentemente la loro maniera di fare; questa comparazione può restare implicita, e in questo caso è l’attante osservatore a costituire il termine di paragone.
[Bastide]
8.

Si intenderà per configurazione aspettuale un dispositivo di semi aspettuali adottato per rendere conto di un processo. Così, per esempio, l’iscrizione nell’enunciato-discorso di una successione di semi aspettuali come incoatività®duratività®terminatività, pur temporalizzando un enunciato di stato* o di fare*, lo rappresenta, o permette di percepirlo come processo. È evidente che una configurazione aspettuale può manifestarsi all’interno di una frase, di una sequenza o di un discorso, e che a volte solo alcuni semi di questa configurazione saranno esplicitati. Al sistema aspettuale, che resta da elaborare come una tassonomia di aspetti, corrispondono delle configurazioni aspettuali che sono le loro organizzazioni sintagmatiche.

» Temporalizzazione, Processo, Osservatore

Astante

Nell’ambito degli osservatori, l’astante sarà definito dalla sua attualizzazione parziale o totale come attore nell’enunciato; si distingue in ciò sia dallo spettatore*, definito come attore virtuale, implicato indirettamente nella deissi spazio-temporale, sia dai focalizzatori/aspettualizzatori, ricostruibili solamente attraverso l’analisi. In quanto attore enunciato, l’astante è in grado di entrare in sincretismo con tutti i soggetti dell’enunciato, e di adottare, di conseguenza, tutti ruoli previsti per questi ultimi. Se è dotato di un percorso figurativo (pragmatico) verbale, lo si denominerà “testimone” e apparterrà allora alla sottoclasse dei narratori*.

L’astante, come lo spettatore, può essere sussunto sia da un ruolo attanziale focalizzatore* (operatore di débrayage), sia da un ruolo attanziale aspettualizzatore* (operatore di embrayage).
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Osservatore, Débrayage

Cognitivo

1.

L’aggettivo cognitivo serve da termine specificante in semiotica, rinviando a diverse forme di articolazione – produzione, manipolazione, organizzazione, ricezione, assunzione ecc. – del sapere*.

Il termine “cognitivo” appartiene dunque nel contempo alla descrizione della componente narrativa e alla descrizione della componente discorsiva. Nel primo caso, la correlazione cognitivo-pragmatico* corrisponde all’esistenza di due piani di funzionamento del racconto, e ricopre la strutturazione delle fasi costitutive dello schema narrativo se si distinguono da una parte, le fasi operative (pragmatiche) che sono la competenza e al performanza, e dall’altra, le fasi di programmazione (cognitive) che sono la manipolazione e la sanzione. Nel secondo caso, la correlazione pragmatico-cognitivo corrisponde alla categoria semantica che permette di classificare gli oggetti rappresentati nel discorso; gli oggetti rappresentati dal sapere* saranno detti oggetti cognitivi o noologici in opposizione agli oggetti pragmatici.
[Panier]
2.

Gerarchicamente superiore alla dimensione pragmatica* che gli serve da referente* interno, la dimensione cognitiva del discorso si sviluppa parallelamente all’aumento del sapere (come attività cognitiva) attribuito ai soggetti* installati nel discorso*. Se la dimensione pragmatica – con i concatenamenti di azioni* programmate che le sono propri – non richiede necessariamente la dimensione cognitiva, il reciproco non è vero: la dimensione cognitiva, definibile come il farsi carico, da parte del sapere, delle azioni pragmatiche, le presuppone. Al limite, la dimensione pragmatica può essere, in un discorso dato, solo il pretesto di attività cognitiva, come accade sovente in certe correnti di letteratura moderna. La proliferazione – sui due assi dell’essere* e del fare* – dei “Che cosa so?”, “Chi sono?”, “Che cosa ho fatto?”, “In che cosa sono riuscito?” ecc., va di pari passo con l’atrofia di “quel che accade” della componente pragmatica. L’espansione, nel discorso narrativo, della dimensione cognitiva, serve allora da transizione tra il figurativo* e l’astratto* (tra cui non esiste alcuna soluzione di continuità): si giunge così a discorsi apparentemente meno figurativi (o caratterizzati da un altro tipo di figuratività), e cioè a discorsi cognitivi (cfr. infra 6).

Constatare che il pragmatico* e il cognitivo possono essere in relazione di presupposizione* unilaterale non autorizza a concludere che il cognitivo è sempre presupponente e il pragmatico sempre presupposto; le cose stanno sicuramente così nella maggior parte dei racconti folclorici e mitici (quantunque il caso resti controverso: si veda Mythe et Oublie di Claude Lévi-Strauss), ma ciò non è in ogni caso sufficiente per considerarlo una regola generale; la teoria deve contemplare altri universi culturali rispetto a quelli che sottendono il suo corpus originario, e per far questo deve disporre di gerarchie e di specificazioni* variabili e reversibili, e non universalizzare arbitrariamente casi figurativi particolari.
[Fontanille]
3.

L’autonomia della dimensione cognitiva è resa ancor più manifesta dal fatto che essa sviluppa il suo proprio livello di attività cognitive.

  1. Il fare* cognitivo corrisponde a una trasformazione* che modifica la relazione di un soggetto con l’oggetto-sapere, stabilendo o una disgiunzione*, o una congiunzione*. Gli stati* cognitivi – o posizioni cognitive – ottenuti allora grazie al gioco dell’essere* e del sembrare*, si articolano conformemente al quadrato* semiotico delle modalità veridittive*, in vero/falso/segreto/menzogna. Quanto alla trasmissione in sé dell’oggetto di sapere, si può qualificarla come semplice, almeno a un primo approccio: si tratterà, in questo caso, del fare informativo*, che, tenuto conto dello schema della comunicazione*, apparirà sia come fare emissivo*, sia come fare ricettivo*. Il più spesso, tuttavia, se non sempre, il trasferimento del sapere è modalizzato dal punto di vista veridittivo: riguardo all’asse destinante/destinatario, avremo rispettivamente il fare persuasivo* e il fare interpretativo*, che mettono in gioco una relazione fiduciaria* intersoggettiva. Data la struttura contrattuale* e insieme polemica* dei discorsi narrativi, l’introduzione di un fare persuasivo richiede un fare interpretativo corrispondente: nella misura in cui la narrazione fa intervenire due soggetti con, alternativamente, il loro fare persuasivo e interpretativo, essa potrà far giocare, per esempio, quella struttura ben nota che mette in scena il briccone e il gabbato (swindler tales) dove le due posizioni attanziali sono intercambiabili e il racconto senza fine. Ben inteso, i due fare – persuasivo e interpretativo – possono essere attribuiti, in sincretismo*, a un solo e medesimo attore* (il soggetto dell’enunciazione, per esempio) che cumula allora i ruoli attanziali di enunciante* e di enunciatario.

    La ripartizione dei fare cognitivi (emissivo/ricettivo, persuasivo/interpretativo) deve essere riconsiderato alla luce dei fatti seguenti:

    1. Il fare detto “informativo” non si limita alla sola trasmissione del sapere entro due poli (emittente-ricevente); implica, nella competenza di almeno uno dei due soggetti, un iper-sapere* (o metasapere*) il cui oggetto è la circolazione del sapere stesso; in questo modo l’insieme gerarchizzato del sapere e dell’iper-sapere costituiscono un dispositivo d’informazione*.
    2. Il fare detto “interpretativo” può essere sottodistinto per lo meno in due varietà, a seconda che verta solamente sull’apparire dell’oggetto (la sua manifestazione* e la sua identità*) oppure sull’essere dell’oggetto (la sua immanenza* e la sua individualità*). Di conseguenza, la teoria dovrebbe render conto di due forme di sapere e di credere; in tal modo verrebbe distinto:
      1. il livello del semplice sapere, con i suoi emittenti/riceventi, e le sue due forme del fare “trasmissivo” (emissivo/ricettivo); è il livello, per esempio, degli strumenti di misura nel discorso delle scienze fisiche;
      2. il livello dell’iper-sapere, con, a seconda dei casi, sia un fare informativo e un fare osservativo, concernenti la coerenza manifestata dell’oggetto e in grado di consentire fra l’altro la sua identificazione, sia un fare persuasivo e un fare interpretativo, concernenti la congruenza immanente dell’oggetto e in grado di permettere tra l’altro la sua identificazione; è il livello, per conservare l’esempio della fisica, dell’osservatore sperimentale.

      A queste tre forme di sapere (sapere elementare, iper-sapere “orizzontale” e iper-sapere “verticale”) sono associate tre forme correlate di “credere”; un credere esclusivo, che permette di accettare un sapere parziale elementare come un sapere sufficiente; un credere identificatore (“orizzontale”) e un credere individuante (“verticale”).
      [Fontanille]

  2. Si chiama soggetto* cognitivo quello che l’enunciante dota di un sapere (parziale o totale) ed installa poi nel discorso. Questo attante* permette di mediare la comunicazione dei sapere tra enunciante e enunciatario sotto forme molto variabili (a seconda che sia ritenuto sapere o ignorare molte o poche cose).

    A livello attoriale, il ruolo del soggetto cognitivo può manifestarsi in sincretismo con quello del soggetto pragmatico, ma anche restare indipendente. Per rendere conto della costruzione e della circolazione del sapere nell’enunciato, siano i soggetti cognitivi manifestati o meno, appare necessaria l’introduzione di due attanti fondamentali, l’osservatore* e l’informatore*, ciascuno dei quali istituisce delle istanze d’identificazione: in particolare, il primo per i soggetti enunciazionali, il secondo per i soggetti enunciati.. Ogni osservazione presuppone un informatore quanto meno virtuale, e ogni informazione* presuppone un osservatore almeno virtuale: la loro interazione costituisce e dinamizza una intersoggettività informativa.
    [Fontanille]

  3. Nel quadro dello schema narrativo canonico*, si potrà opporre, in qualche modo, il percorso del Destinante, che si sviluppa sulla dimensione cognitiva, a quello del Destinatario-soggetto, che si effettua soprattutto sulla dimensione pragmatica. Il Destinante, infatti, si manifesta come colui che, all’inizio del racconto, comunica il programma da realizzare sotto forma di contratto*; gli spetta, alla fine, di esercitare la sanzione* cognitiva, attraverso il riconoscimento* dell’eroe* e la confusione del traditore*. Quanto al Destinatario-soggetto, anche se si caratterizza soprattutto per il fare pragmatico, anch’esso si inscrive, per contraccolpo, a causa del suo rapporto con il Destinante, sulla dimensione cognitiva: la prova glorificante*, che supera grazie al suo poter fare persuasivo (raffigurato dal marchio*) può essere considerata come una performance* cognitiva (che richiama evidentemente una competenza* cognitiva corrispondente).

4.

Partendo dalla definizione dello spazio*, come luogo della manifestazione dell’insieme delle qualità sensibili del mondo, si può render conto del concetto di spazio cognitivo. In effetti, le relazioni cognitive tra i soggetti. ma anche tra i soggetti e gli oggetti – sono relazioni situate nello spazio (cfr. il vedere, il toccare, il sentire, ecc.). Si può dire, allo stesso modo, prendendo in considerazione il percorso generativo* del discorso, che queste relazioni cognitive si trovano a un momento dato, spazializzate, che costituiscono tra i diversi soggetti degli spazi prossemici*, rappresentazioni spaziali degli spazi cognitivi: nel quadro della semiotica discorsiva, si parlerà così di spazio cognitivo globale che si istituisce, sotto forma di contratto implicito, tra l’enunciante e l’enunciatario, e caratterizzato da un sapere generalizzato sulle azioni descritte; questo spazio può essere, a sua volta, sia assoluto, quando i due protagonisti del discorso condividono la stessa onniscienza sulle azioni riportate, sia relativo, quando l’enunciatario acquisisce il sapere solo progressivamente.

Si potrà anche tener conto di spazi cognitivi parziali, quando l’enunciante opera un débrayage della struttura dell’enunciazione* e la installa nel discorso, o quando delega il suo sapere a un soggetto cognitivo.

5.

Il débrayage* cognitivo si realizza in due modi:

  1. Il débrayage cognitivo enunciativo è l’operazione attraverso cui l’enunciante stabilisce uno scarto tra il suo proprio sapere e quello che attribuisce ai soggetti installati nel discorso: questa delega* del sapere è operata allora a beneficio dei soggetti cognitivi.
  2. Il débrayage cognitivo enunciazionale interviene, per esempio, quando il narratore*, installato nel discorso, non condivide lo stesso sapere dell’enunciante che lo delega.

In ambo i casi, la posizione cognitiva dell’enunciante, caratterizzata dalle modalità veridittive che sono il vero, il falso, il segreto e la menzogna, differisce da quella degli attanti della narrazione o da quella del narratore.

La distinzione tra “débrayage cognitivo enunciato” e “débrayage cognitivo enunciazionale” comporta delle difficoltà dato che suppone:

  1. che i soggetti cognitivi “installati nel discorso” non abbiamo niente a che fare con l’enunciazione, e
  2. che il narratore* sia un attore a tutti gli effetti a fortiori indipendente dai soggetti cognitivi.

Ora, i diversi tipi di osservatore* sono tutti debraiati (più o meno) a partire dalla dimensione cognitiva dell’enunciazione, e il narratore non è che un attore-osservatore dotato in più di un percorso figurativo di verbalizzazione. Per di più, sotto questa forma, la distinzione non è nemmeno redditizia per la descrizione dei discorsi concreti.

Si proporrà allora di riservare la denominazione “débrayage cognitivo enunciazionale” all’operazione concernente l’attribuzione ai soggetti cognitivi enunciazionali (la classe degli osservatori*) di una competenza differente da quella dell’enunciatore, mentre la denominazione “débrayage cognitivo enunciato” consisterebbe nell’attribuire una competenza cognitiva ai “soggetti-oggetti” cognitivi dell’enunciato (la classe degli informatori*).
[Fontanille]
6.

Tenendo conto dell’attività cognitiva dell’enunciante (specificata, tra l’altro, dal fare persuasivo) e di quella dell’enunciatario (con il suo fare interpretativo), si può tentare di abbozzare una tipologia* dei discorsi cognitivi, distinguendo:

  1. i discorsi interpretativi, come la critica letteraria, la storia in quanto interpretazione di serie di eventi, l’esegesi, la critica delle arti (pittura, musica, architettura, ecc.);
  2. i discorsi persuasivi, come quelli della pedagogia, della politica o della pubblicità;
  3. i discorsi scientifici* che giocano contemporaneamente sul persuasivo (con tutto il gioco della dimostrazione) e l’interpretativo (sfruttando i discorsi anteriori considerati allora come discorsi referenziali), con il saper-vero come progetto e oggetto* di valore a cui si tende.

Il semema /sapere/ può essere immesso in diversi modi nel percorso generativo. Si distinguerà così:

  1. il suo investimento modale, che permette la costituzione dei predicati del “saper fare” e del “saper essere”;
  2. il suo investimento enunciazionale, che permette di descrivere la costruzione dei punti di vista e della maggior parte delle manipolazioni tramite identificazione*;
  3. il suo investimento “narrativo”, che installa, al fianco della dimensione pragmatica e di quella timica, la dimensione* cognitiva, paragonabile alla prima funzione di Dumézil, e che comporta specifici soggetti, oggetti e valori propri.

[Fontanille]» Sapere

Configurazione

Contrasto

Costituzionale (categoria -)

Cromatica (categoria -)

Eidetica (Categoria -)

Epistemologia

Figura

Figuratività

Figurativo

Fisiognomica (modo di significazione -)

Focalizzatore

Focalizzazione

Graduale/graduabile

Iconicità

Identità

Illusione

Impressione referenziale

Individuazione

Informativo (Fare -)

Informatore

Informazione

Intersemioticità

Metasapere

Motivo

Movimento

Narratore

Occultamento

Osservatore

Pittura (semiotica della -)

Plastica (categoria -)

Plastica (semiotica -)

Prospettiva

Punto di vista

Ritmo

Schema configurazionale

Semisimbolico (sistema, linguaggio, codice -)

Simulacro

Sincretica (semiotica -)

Sinestesia

Spazializzazione

Spettatore

Topologica (categoria -)

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