Intervista a Padova ()


Intervista con .


Ordinario di Semiotica dell’Arte all’Ateneo di Bologna. Ha insegnato nelle Università di Firenze, Urbino, Palermo e in molti atenei europei e americani in particolare a Parigi e in California (San Diego e Los Angeles). Ha pubblicato molti articoli – fra cui gli elzeviri della rubrica Parole, parole, parole, su “L’Unità” di Furio Colombo, in questo libro ampiamente saccheggiati – e saggi di semiotica e di filosofia in più lingue. Fra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo La svolta semiotica (Laterza, 1998, 3° ed. 2003). Dirige la collana “Segnature” presso l’editore Meltemi, Roma. Fa parte del comitato scientifico di numerose riviste e centri di ricerche internazionali.
I suoi allievi gli hanno dedicato nel 1999 un omaggio intitolato Eloquio del senso. Dialoghi semiotici per Paolo Fabbri (a cura di P. Basso e L. Corrain, Costa & Nolan).
Presidente dell’Institut pour la Pensée Contemporaine, Paris VII. È stato Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, ha diretto il Mystfest di Cattolica ed è presidente del Festival dei Popoli di Firenze.

EG: Professor Fabbri possiamo innanzittutto tentare una definizione di semiotica?

PF: Proviamo: sono semiotiche le ricerche sui sistemi e sui processi di significazione. E precisiamo. Semiotico è lo studio delle diverse maniere con cui costruiamo, trasmettiamo e recepiamo messaggi dotati di senso (cioè di significato e di valore). Ed anche i modi con cui il senso lo distruggiamo, lo censuriamo o lo fraintediamo. Oltre ai segni, la semiotica – che Saussure voleva in un primo tempo chiamare “segnologia” – si occupa dei discorsi e delle loro situazioni e dei testi con cui esprimiamo dei contenuti concettuali organizzati. Qualunque sia la sostanza espressiva di cui si servono, lingue naturali e artificiali, immagini e diagrammi, gesti e suoni articolati – note o fonemi. Un programma vasto e a lunga scadenza, ammesso che ce ne sia una. Sopratutto perché, nella sua portata più ampia, non si tratta solo di esprimere delle rappresentazioni, ma dell’efficacia emotiva e pratica dei discorsi su chi li pronuncia e chi li riceve. Comunicare vuol dire: far fare e far dire.

EG: Il ruolo della scuola bolognese di semiotica nel panorama italiano ed europeo.

PF: Bologna, alla fine degli anni settanta, si è trovata allo snodo di due tradizioni della semiotica. Una saussuriana, linguistica e strutturale che va da Hjelmslev a Lévi-Strauss, da Benveniste a Greimas e al primo Barthes. Un trend europeo a cui mi riferisco e che a Padova è rappresentato dal centro di ricerca di R. Galassi con la sua rivista “Janus”. L’altro filone è quello di U. Eco, che ha ripreso e rielaborato la linea pragmatista americana di C.S. Peirce. Con un orientamento sempre più logico-filosofico; sempre meno interessato ai problemi semantici della comunicazione e più alla tipologia e classificazioni dei segni. Come succede oggi tra USA ed Europa, le due maniere di vedere si sono rivelate scarsamente compatibili e hanno finito per divergere. Anche in semiotica si possono non amare i MacDonald! Quanto ad Eco i suoi interessi vanno, dicevo, alla filosofia, per esempio, ai ragionamenti inferenziali, alle metafore e alla ricerca sulla storia della nozione di segno, come le lingue perfette. Semiotica pura, cioè filosofia del linguaggio, che non ha molto a che vedere con le lingue naturali e la loro utilizzazione discorsiva. Questo spetterebbe, per Eco, alle semiotiche applicate – media, letterature, pubblicità, moda, ecc. – lavoro sporco insomma! Io ritengo invece che le pratiche di senso, centrate sull’efficacia e il valore e non sulla verità, ci insegnano molto sulla natura dei dispositivi semiotici; altrimenti finiamo per aggirarci nei non luoghi degli esempi inventati. O nei romanzi. Più concretamente: ritengo che ci sia da imparare di più dalla antropologia del linguaggio che dalla storia filosofica del concetto di segno. Un esempio tra tanti: negli studi recenti sulla traduzione, Eco esclude la possibilità di transduzioni intersemiotiche, cioè traduzioni tra musica, ad esempio, e linguaggio o tra questo e l’immagine, che sono pratica quotidiana nel mondo della multimedialità. Come andrà a finire? Chi vivrà vedrà. In ogni caso, la semiotica voleva lavorare in vista della scienza, ma credo che a sua maggior qualità stia nella ricerca. La sopravvivenza a molti anni di distanza del Centro di Urbino, di cui sono co-fondatore è una buona prova.

EG: Le prospettive della semiotica…

PF: L’arrivo della semiotica tra le stelle fisse della nostra cultura insieme classicheggiante, storicista e vetero marxista ha avuto luogo nei ruggenti anni sessanta-settanta. Nel momento revisionista che attraversiamo sembra una cometa di cui si è persa d’occhio persino la coda. Si potrebbe anche aver l’impressione che è stata sostituita di un diverso paradigma, quello cognitivista – ci sono mode anche nelle scienze! Ma non è così. Passato il momento “straordinario”, innovativo della disciplina, come accade spesso, cominciano i ripensamenti e le risistemazioni. È il momento dei “bignami” introduttivi e dei problemi rompicapo (la fotografia è un’icona o un indice? Uno specchio è o no un segno?) e così via. Per questo ho aperto, al mio ritorno da Parigi, una collana di ricerche avanzate, “Segnature”, per sollecitare e tradurre ricerche originali, sulla pittura e la fotografia, la letteratura di massa, i media e il lavoro scientifico. Ricerche meno interessate alla descrizioni plausibili (la semiotica è formalista non conosce i contesti e la storia…) che non a quelle possibili (come si iscrive il punto di vista nella lingua e nelle immagine? Qual è la capacità di influenzare, persuadere coi segni?). Una disciplina degli atti di linguaggio e dei discorsi i che non è la vecchia retorica, con la sua congerie di argomenti e figure, ma una disciplina umanistica, semanticamante e antropologicamente fondata.

EG: Il Dams l’anno scorso ha festeggiato i suoi primi trent’anni di vita?

PF: Sì, allora ero presidente del corso e mi era parso opportuno segnare una ricorrenza notevole per l’ateneo bolognese e per la cultura universitaria in Italia. Ma c’erano ragioni e problemi che andavano al di là del calendario: il successo del modello DAMS, la sua generalizzazione – oggi se ne contano 24! – e la sua crisi: Al momento della sua apertura, l’inizio degli anni Settanta, straordinaria è stata la creazione di un settore dell’accademia dove facevano girotondo di tutte le muse contemporanee, dall’avanguardia letteraria ai nuovi media, E di assicurare una contiguità tra insegnamento e vita culturale e professionale esterne. Ma la struttura e/o la ristrettezza delle regole universitarie ha presto fatto d’assorbire e normalizzare un tentativo, che richiedeva tra l’altro una figura di docente: il ricercatore-professore, che è in via di sparizione nella facoltà di massa. Il risultato? Oggi il DAMS è un corso di laurea tra i tanti della mastodontica Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna (15 mila iscritti!) con pochi posti di professori e ricercatori incardinati e un numero elevato ma rapidamente decrescente di studenti. Anche l’interdisciplinarità degli inizi è piuttosto sbiadita. Musica, arte, cinema non stanno più insieme, ma una accanto all’altra.
Conclusione. Il Dams di oggi è un buon corso di laurea, diciamo, di Lettere moderne-moderne, tutto lì. È quanto deve attendersi senza troppe illusioni che si iscrive adesso. Forse è anche per questo che la vita culturale bolognese che ne era stata criticamente ravvivata, sembra in fase di glaciazione. Non va dimenticata neppure la nascita delle facoltà di Comunicazione, che hanno avuto uno sviluppo comparabile, nel bene e nel male, ai primi anni di Psicologia a Padova. È il generale revisionismo della cultura e della politica nel nostro paese? Resta al DAMS il merito indelebile d’aver creato una generazione di giovani con una apertura d’interessi e una flessibilità culturale e mentale senza paragoni.
Non ci diamo però per vinti: a seguito del Trentennale, dopo un confronto con gli altri DAMS, abbiamo creato un premio, aperto a tutti i laureati DAMS, per sollecitare e valorizzare la singolarità e l’originalità delle iniziative di ricerca. Oltre alle discipline “tradizionali” – cinema oggi è una branca della letteratura visiva – c’è un settore dedicato alle nuove tecnologie di cui sono il responsabile. Ripeto: più delle scienze, con le loro esigenze d’oggettività e di autonomia, quel che conta oggi è la ricerca, con tutti i suoi rischi e pericoli. Non è la relatività della verità però, è la verità del relativo.

EG: Vogliamo anticipare qualcosa su Segni del tempo di cui parlerà giovedì 12 nella Sala degli anziani a Padova?

PF: Non so se il titolo del libretto viene dalla Bibbia o da una canzone di Prince: in ogni caso, si tratta di un centone, un lessico d’un centinaio di voci. Entrate e termini d’un mio dizionario di parole contemporanee, da Abiura a Zero. Denominazioni vecchie e nuove (Fatto, ma anche Fatticcio e Fattoide), che cercano delle definizioni originali nello snodo dell’attualità e dei miei viaggi e delle mie letture. Il lessico è il contrario di un trattato sistematico, ma ha una sua coerenza, fatta di continui rinvii: associazioni e opposizioni. Solo mettendole assieme ho scoperto, a conti fatti, che mi occupavo di parole della politica (Cosmopolitica, Eccellenza, Flessibilità); della strategia e della guerra (Arma, Kamikaze, Logistica, Pace, Spia) ma anche della religione (Miracolo, Rosario) e della Scienza (Precauzione, Ricerca). E specialmente della comunicazione (Bandiera, Inglese, Lessico,Verbo). Il tono è serio e semiserio, e qualche volta epigrammatico (Cavaliere, Pamphlet). Con qualche risultato che mi sembra felice, come Iconoclastia, dove mostro l’utilità della semiotica nella lettura dell’11 settembre. Mi sono servito di quella figura retorica che è l’etimologia (per esempio, Spia viene dalla stessa radice di specchio; Arma è apparentata ad arte e armadio), che serve non a fondare una verità originaria, ma indica il senso futuro e appropriato dei segni, che in sé sono arbitrari. E ho proposto anche delle parole nuove e utili come Cattolaico, Davantologia, Pacifondaio, che continuo ad affidare, bottiglie in mare, ad un serissimo giornale quotidiano (“L’Unità”) con una rubrica settimanale che ha il titolo di una canzone: Parole, parole, parole. La lingua non è un gioco chiuso come gli scacchi: cresce in modo non prevedibile agli erbari delle accademie. Non dobbiamo però lasciare al solo inglese il privilegio di arricchire la nostra ecologia comunicativa. Via, un po’ di giardinaggio lessicale ci vuole. Continuerò a scrivere, fino alla prossima edizione.

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