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Carlo Formenti, Corriere della Sera, 25 giugno 1996, p. 33.

Nanni Balestrini, la rabbia va in cucina (1996)

Il poeta della contestazione organizza una cena "gialla" al Mystfest. Una generazione dall'impegno al "pulp"

Il giallo come edificante racconto di genere sulla cattiveria umana e sulla sua inevitabile punizione ha esaurito la sua funzione a partire dagli anni 40, scrive Sergio Spina sul catalogo del Mystfest che si è aperto la scorsa domenica a Cattolica. Al suo posto, aggiunge, si è imposto il giallo come vero e proprio romanzo, e sulle sue pagine hanno fatto irruzione descrizioni di ambienti, psicologie, desideri e gusti dei protagonisti e, fra questi ultimi, si sono fatti largo i gusti gastronomici. Alle ricette di Georges Simenon, Rex Stout e Manuel Vazquez Montalban - e dei loro alter ego letterari Maigret, Nero Wolfe e Pepe Carvalho - si ispirerà la Gran Cena Gialla di giovedì 27 giugno, uno dei tanti "Eventi" organizzati dal Mystfest. Cena da brividi, come promette il "ricettario" poetico di cui pubblichiamo qui a fianco un estratto, approntato da Nanni Balestrini nell'inedita veste di consulente gastronomico per serial killer che manifestano spiccate inclinazioni per il gusto dolciastro (così sostiene chi l'ha provata) della carne umana. Ma perché Balestrini? «Quando mi hanno affidato la cura del Mystfest» - spiega il semiologo Paolo Fabbri - «mi sono ricordato di una scena terribile del romanzo Gli invisibili nella quale si descriveva con feroce precisione di dettagli lo strangolamento di un detenuto con il fil di ferro». Cosa c'entra la cena con questa descrizione? «C'entra, c'entra» - ridacchia Paolo Fabbri - «perché non conosco nessuno che abbia una precisione di taglio e di montaggio, di "cucina", paragonabile a quella che Balestrini riesce a esercitare nella scrittura poetica, e anche perché sapevo che Balestrini è un cuoco straordinario e un grand gourmet. Così ho messo assieme le due cose e gli ho chiesto di fare da chef per la Gran Cena Gialla. Ha accettato immediatamente». Cuoco feroce... «Già, e questo è stato un ulteriore motivo per sceglierlo: mi solleticava l'idea di introdurre una sottile dimensione di crudeltà in questi tempi insopportabili di buoni sentimenti». Non è difficile intuire che la donna squartata impanata e fritta nel Piccolo manuale gastronomico per serial killer è quella Signorina Richmond che per Balestrini incarna una scrittura poetica tradizionale da fare a pezzi, assieme ai gusti letterari della piccola borghesia... «Infatti» - conferma Balestrini - «questo testo può essere considerato un piccolo trattato di poetica, una serie di istruzioni di "taglio e cucito" e, a un livello più alto, un vero e proprio "manifesto" contro la letteratura consolatoria dei buoni sentimenti: la poesia deve far male!». Non è anche per questo che oggi le neoavanguardie letterarie tendono ad appropriarsi generi "bassi" come il giallo, il noir, il pulp, lo splatter, la fantascienza? «Sì» - risponde Balestrini - «e ritengo che la riscoperta dei generi di consumo, di "sottoculture" come il fumetto e il cinema da parte di molti giovani scrittori abbia prodotto esiti felici, allargando i territori della letteratura oltre i confini dei generi aulici ed elitari. Ecco perché il Mystfest non è più un "ghetto" per gli appassionati del giallo e dell'horror, ma è divenuto un laboratorio che consente di sperimentare forme di compenetrazione fra la letteratura alta e quella di consumo». Un giudizio che suona provocatorio da parte di un esponente di punta della generazione maledetta dei "cattivi maestri" letterari come Nanni Balestrini (l'etichetta gli è rimasta appiccicata malgrado l'assoluzione nei processi contro l'Autonomia). Tenendo conto di simili "precedenti", e considerato che stiamo vivendo tempi di censura contro la fiction violenta, non è improbabile che la provocazione richiami gli strali di nuove inquisizioni. «Ciò non mi stupirebbe affatto» - dice Gianfranco Manfredi, autore di numerosi romanzi "neri" e sceneggiatore di fumetti appartenenti allo stesso genere. «Ho letto per esempio l'intervista che Maurizio Costanzo ha rilasciato la scorsa settimana al Corriere della Sera in merito alle polemiche sulla violenza in Tv. Costanzo afferma che, più che dai Tg, bisognerebbe proteggere i bambini dai telefilm in cui vince il "cattivo". Ma questo mi fa venire in mente il codice morale che il maccartismo aveva imposto negli anni Cinquanta a Hollywood, obbligando i registi ad attenersi rigorosamente alla regola del "lieto fine". Ecco perché un maestro del "nero" come Alfred Hitchcock appariva in coda ai suoi telefilm: poiché spesso sovvertivano il principio che il delitto non paga, era costretto a rassicurare gli spettatori sul fatto che il colpevole era comunque destinato a scontare i propri crimini». Ma perché molti esponenti della generazione degli scrittori ribelli sono oggi affascinati dal noir? «Era inevitabile che si andasse a finire lì» - risponde Manfredi - «soprattutto perché abbiamo ereditato quel tipo di sensibilità sociale che aveva indotto molti scrittori vittoriani, come Stevenson e Dickens, a riscoprire la figura del "marginale assoluto", figura che nei loro racconti funzionava come "cartina di tornasole" di tutto il marcio nella società. Se oggi quelle storie ci appaiono letteratura per l'infanzia, è solo perché abbiamo dimenticato la carica provocatoria che in quei tempi faceva ancora scandalo. E tuttavia mi è capitato di rileggere un saggio di Pavese che ancora nell'ultimo dopoguerra fu costretto a prendere le difese del "cattivo" Stevenson. Anche allora si fingeva di voler proteggere i bambini, quando la vera preoccupazione riguarda, oggi come ieri, gli adulti che si rifiutano di vedere come stanno veramente le cose». Ma questi timori di un ritorno della censura non sono eccessivi? In fondo la letteratura "nera" fa ormai parte del consumo di massa. «Effettivamente» - ammette Gianfranco Manfredi - «esiste anche il rischio che si tenti di neutralizzarne la carica provocatoria, presentandola come un "genere" popolare rivisitato snobisticamente da autori colti».
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