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Da: (con Omar Calabrese), Panorama, 22/04/1990.

Chi resta, chi fugge (1990)

A scanso di equivoci, diciamo subito che alla crisi della semiotica noi non crediamo. Crediamo invece a un suo assestamento, come sempre accade dopo l'irruzione di un nuovo paradigma scientifico nel campo del sapere. Negli anni passati, infatti, è accaduto che l'apertura di un nuovo orizzonte di ricerca abbia fatto imbarcare per l'avventura molta, troppa gente. Ma di solito chi affluisce a una «nuova» disciplina? O i troppo intelligenti o i troppo stupidi delle discipline vicine, e questo provoca un periodo inaugurale tumultuoso, che viene scambiato per successo. Per la semiotica è avvenuto proprio questo: ci sono stati i troppo intelligenti (Barthes, Eco, Jakobson per esempio), e anche i troppo stupidi (invitiamo a leggere le opere di molti degli attuali dirigenti dell'Associazione internazionale di studi semiotici). Così si verifica la situazione prevista in economia dalla cosiddetta «legge di Gresham»: la moneta cattiva scaccia quella buona. I troppo stupidi sono riconoscibili, i troppo intelligenti vengono presi per casi individuali, e si fa strada l'idea dell'insuccesso. Fortunatamente, giunge però poi una fase in cui si pensa a far ricerca e non a scoop epistemologici. E noi crediamo che la semiotica sia oggi in questo punto.
Detto questo, va ammesso tuttavia che esistono dei rischi, che riassumeremo con l'esempio di un altro economista, Albert Hirschman. Costui dice che quando in un'azienda si fa strada l'idea che le cose vadano male, alcuni defezionano. Ma l'azienda comincia ad andare male proprio perché defezionano. I disertori infatti indeboliscono l'omogeneità dell'impresa. In semiotica, le defezioni non sono mai state molte. E però gli abbandoni di gente come Genette, Kristeva, Metz, Todorov e quasi tutti gli allievi di Barthes si fanno sentire.
Esiste però un secondo virus. Quando ci sono dei defezionisti, si forma anche il partito dei lealisti. E i lealisti sono un danno, perché, nel far quadrato, diventano ciechi e dogmatici. Fra i semiologi anche questo accade: che i «lealisti» della scuola filosofica americana si richiudono nella filologia di Peirce; che quelli della scuola linguistica francese chiosano Greimas; che i cosiddetti «cultorologi» recitano il verbo di Lotman; e cosi via, fino alle più irrilevanti scuolette locali.
La salvezza, insomma, sta nei protestatari: stanno lì, ma mettono tutto in discussione. Si agitano, riflettono, litigano. Ma fanno nascere spesso soluzioni nuove.
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