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Da: il Tirreno, 10 Settembre 2006.

Paolo Fabbri: un semiologo da applausi (2006)

CARRARA. Ironia, citazioni dotte quanto basta, battuta quando serve, accostamento ardito. Paolo Fabbri è un animale da festival, di quegli studiosi alla Eco (il paragone non è casuale) che sa usare il registro giusto per set come questi, che non sono un'aula di università ma neanche un bar sport. Beh, un aiutino il professore ce l'ha: insegna semiotica e semiotica dell'arte a Venezia, si occupa dei problemi della comunicazione, del linguaggio, dei sistemi e dei processi semiotici, con un'attenzione particolare all'analisi delle forme di comunicazione della società contemporanea. Così, eccolo affascinare il pubblico di piazza Gramsci in una conferenza sul tema Frontiere partendo da un tema prettamente semiologico: quello delle definizioni. Il confine, le frontiere sono questione di definizioni - dice - oggi definire un problema ha conseguenze pesanti, strutturali. «Oggi si dice guerra umanitaria, spedizione militare di pace. La guerra diventa pace. Strano, no?». Strano, anche perché se si accetta che la guerra serve a fare la pace, bisogna ammettere che anche Hitler, una volta conquistato tutto il mondo, avrebbe fatto pace. E che dire di parole come «bio», «glocale», «post», che vanno tanto di moda? E di «scontro di civiltà»? Oggi la lotta sulle parole, sulle definizioni è come la lotta di classe. Tutto ciò è particolarmente visibile - dice Fabbri - sulle frontiere. «I confini sono anche frutto di un'operazione tecnica: ci sono specialisti che si occupano di misurare, disegnare, verificare le linee di separazione. Che non sono mai confini naturali: guardate quelle linee che dividono gli stati dell'Africa, sono segni tracciati sulla mappa». La frontiera, prosegue lo studioso, «è un prodotto dell'Occidente, è il frutto del nazionalismo, il più grande inventore di simboli: bandiere, colori, divise... E confini, appunto. Una volta tracciata la frontiera, poi, ecco che identità e alterità si organizzano attorno ad essa...». Show da applausi quello del professore. Che, infatti, alla fine scrosciano sentiti. «Questa roba ci apre la mente», commenta una signora.
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