Ebdòmero. Percorsi passionali


Tesina di Giovanna Zen, Corso di Letteratura artistica, Anno Accademico 2004-2005.


Dare una definizione alla struttura narrativa di Hebdòmeros sembra difficoltoso quanto sembra semplice escluderla da schemi ben definiti come quelli di romanzo o racconto.
Ho posto come base di ricerca, intorno a questa successione di azioni e di attanti, l’analisi del mondo passionale, dell’universo di intreccio di finzioni attuato in un’atmosfera di sogno realistico e di falsate percezioni.
La forma di Hebdòmeros è coinvolgente; come distratti da agenti esterni, si procede per immagini distinte, valorizzandone in flash immaginari i colori, gli spazi, le temporalità nascoste nei nostri pensieri di lettori; piacevolmente coesi nella loro successione, altrettanto incoerenti nel loro senso, le azioni, i luoghi narrati ci catapultano in una dimensione astratta, immaginaria, dando coordinate passionali del protagonista che investe ruoli intercambiabili e che sempre più nel corso della lettura ci apparirà famigliare, tanto da assumerne le sue capacità sensoriali.
Disgiunzione e congiunzione non sono da intendere come momenti statici e inessenziali del racconto, ma come il luogo dove accade qualcosa, qualcosa che non è nell’ordine del pragmatico, dell’azione vera e propria, e nemmeno nell’ordine del cognitivo, del sapere e del dire, ma appartiene appunto a quella dimensione eccedente la narrazione tradizionale qual è, appunto, la dimensione passionale.
Il concetto di passione dal quale partire non riguarda l’azione dal punto di vista di chi la subisce, ma un conglomerato virtuale di azioni, alcune delle quali possono realizzarsi, mentre altre restano soltanto possibilità inespresse, aperte a racconti ulteriori.
L’interesse suscitato dal meccanismo narrativo adottato da De Chirico pone in evidenza come l’alternarsi delle passioni, spesso poste in contrasto e comunque sempre in una armonia-disarmonia duplice, rivelano come la loro concomitanza1 non sia da intendere come meccanicista; “non chiama in causa mere reazioni psicofisiche, banalmente emotive; bensì è posta in costante, fondamentale relazione con gli elementi di pensiero, di giudizio; con le articolazioni selettive dell’esperienza”2.
Come i percorsi generativi differenti delle passioni contenute in questo testo, è presente una commistione di sfere di destinazione.
In un universo assiologico nuovo, anche le sensazioni avranno connotazioni differenti al termine della lettura. L’empirismo a cui a far riferimento ci viene dato pagina per pagina, distaccandoci da una sensazione terrena personale, per arrivare ad un’altra tattilità materiale immaginifica.
Dall’analisi dei sensi di Hebdòmeros, porto un esempio del senso olfattivo. Una sinestesia, accettata corporalmente a noi estranea solo ad una prima lettura, viene espressa da un olezzo sotteso, all’interno della frase: “risaliva verso le tre del mattino il viale degli alberi di limone in mezzo a due giovani donne di facili costumi alle quali offriva il braccio”.
L’olfatto, quello piacevolmente stimolato dalle zagare, apparirà per Hebdòmeros e più tardi anche a noi, non più come un profumo gradevole, ma denunciato più volte come “odore ossessionante del limone la cui buccia rende indigeste le creme e i dolci proprio come fanno l’aglio e la cipolla nelle vivande. Ecco gli alberi di arance coi loro fiori osceni, dai simboli inconfessabili”. E ancora: “Sul selciato, sola traccia della folla partita, spazzature d’ogni sorta erano sparse; ma ciò che predominava soprattutto erano le bucce d’arance e i mozziconi di sigari schiacciati”.
Io non parlerei di sensi in generale, ma piuttosto di una creazione della narrazione in cui i sensi rappresentano delle coordinate nuove, nuove in quanto riguardano un corpo, non generico, di ciascuno tra noi, ma piuttosto di chi veramente entrerà nella dimensione Hebdòmeros, di chi avrà goduto di enigmi e ne accetterà, in parte, la condizione di irrisolutezza.
In questa dimensione, alquanto improbabile, in cui agrumi, fichi, triglie sono esclusivamente evocatori di cattivi pensieri, “diceva che il solo profumo che sopportasse e che avesse per lui un certo potere d’evocazione” era l’acqua di Colonia, marca Farina. Qui come in molti altri passi, la cosa che più affascina non è tanto quanto riescano a creare i sensi, quanto piuttosto il loro potenziale evocativo. I sensi dunque come evocatori di immagini.
Nel capitolo “Moduli e Parabole…”, in Elogio di Babele, Paolo Fabbri parla di sagacia, che “ha a che fare con i sensi, con l’olfatto. La sagacia è il modo di cercare le tracce, è una saggezza che nasce dalla ricerca e dal fiuto costruttivo per trattare gli oggetti, trasformarli in parabole, prendere la distanza giusta, sapere cosa cercare”3.
Per lo stesso meccanismo narrativo assistiamo allo “stridore ossessionante delle cicale”, partecipazione timica di Hebdòmeros4; anche qui la coordinata sensoriale proposta non lascia spazio ad interpretazioni soggettive. La soggettività avviene solo come risultato di articolazioni selettive dell’esperienza. Il medesimo stridore si sarebbe potuto definire come frinire. Qui viene confermata la teoria che descrive un elemento, quale l’intensità di una passione, che, al di là del contenuto informativo, tende al punto di vista di osservazione di chi la narra e ad uno cui si mira.
Durante una visita ad una mostra di dipinti dello stesso De Chirico, potremmo trovarci a percorrere unicamente corridoi, sequenze di immagini ordinatamente appese, cronologicamente suddivise, senza avere grossi “patemi d’animo” nell’accorgerci che quanto stiamo vedendo ha un significato, a noi oscuro, altrettanto potrebbe accadere ad un approccio superficiale nella lettura di questo scritto. Nella prima pagina ci viene lanciato il guanto della sfida. Hebdòmeros ha dedotto (almeno lo avesse intuito!) che noi lettori, forse (spiraglio di fiducia), non avevamo ben capito il senso delle sue parole. A noi la scelta, ritirarci a sonni tranquilli o partecipare attivamente alla tensione passionale del protagonista nel tumulto di visioni, sentori o letture (non a caso) a noi completamente oscure.
In principio mi avevano incuriosito questi tre verbi: vedere, udire o leggere. Pensavo che il leggere potesse risultare estraneo agli altri, legati alla sfera della propriocettività, invece, a mio parere, insieme assumono forma dello spirito che De Chirico ha voluto accrescere nei lettori, e al tempo stesso coordinate del mondo della lettura, che ci coinvolgerà fino alla fine.
Questi tre verbi sono congiunti da o, che gioca anch’esso una doppia valenza, esclusiva o inclusiva; essi propongono varie sfere di sensazioni, sfidandoci a cogliere nella tensione timica di Hebdòmeros la nostra e ad allenare la capacità di immergerci in una lettura attiva, ugualmente paragonabile a quella esercitata da “Hebdòmeros”, protagonista e scrittore. Per fare questo dobbiamo addentrarci in una sfera percettiva attraverso la pragmatica dei sensi di Hebdòmeros.
Nell’analisi passionale non si va in cerca solo di passioni nominabili e nominate, ossia di stereotipi patetici, ma anche soprattutto di disposizioni patetiche che non sono ancora, e forse non saranno mai, passioni vere e proprie, ma semplici trasporti verso cose, persone o situazioni – oppure, con procedimento simile, forme di distacco, di disamore, di indifferenza verso quelle stesse cose, persone o situazioni.
Il meccanismo con cui vengono inserite le passioni appare codificabile: le passioni volgono verso la ricerca e l’appropriazione di un senso di ineffabile o nera malinconia e soprattutto, nella maggioranza dei casi, attuano a loro volta un acuire dei sensi stessi, che scatenano immaginazioni. Si assiste ad un complesso intersecarsi di esperienze; le immaginazioni non sono tanto appartenenti al mondo dei ricordi del protagonista; la memoria segue il corso del lettore, rendendosi sempre più completa.
Un altro elemento ricorrente della struttura narrativa è la frammentazione delle azioni. Il testo vive indipendente dall’opera pittorica, ma sembra che si avvalga di un carattere visuale, di una cognizione percettiva caratteristica di chi assiste al succedersi di immagini. Questo viene confermato contenusticamente dal fatto che le azioni spesso non sono altro che descrizioni, dalla stessa messa in prospettiva, di alcuni quadri realmente dipinti, dall’autore o da altri artisti.
“Da lungo tempo ormai mi son reso conto che io penso per mezzo di immagini o raffigurazioni. Dopo lungo riflettere ho constatato che, in fondo, è l’immagine la principale espressione del pensiero umano, e gli altri fattori, per mezzo dei quali si esprime il pensiero, come, ad esempio, le parole, i gesti e le espressioni, non sono che espressioni secondarie che accompagnano l’immagine, fattore principale del nostro pensiero”5.
Nell’opera dechirichiana l’enigma detiene nella scala assiologica un posto di primaria importanza, anche nella condizione implicita di irrisolvibilità; se, a volte, il modo per avvalorare le sensazioni è quello di sottenderle, altresì il modo per illustrarci dei quadri è di renderli azioni viventi, da noi riconosciute come immagini solo a posteriori. È importante da considerare anche il meccanismo inverso per cui quadri, di artisti palesemente frutto della sua invenzione, acquistano autorevolezza pur non esistendo.
Sembra voglia dar vita a qualcosa di incorporeo e inversamente di pietrificarne l’essenza.
Gli abitanti del mondo Hebdòmeros, investiti del ruolo di statua, hanno delle caratteristiche indispensabilmente ricorrenti, umanizzanti. Queste vivono in una dimensione di passaggio. Più che vivere sembrano abbracciare “l’insieme delle funzioni che resistono alla morte”6.
Facciamo la conoscenza di “Filosofi idropici, semidei divenuti preziosi a forza di voler parere semplici e alla mano, facevano i furbi e dopo aver attaccano i loro abiti ai rami chiazzati di calce d’un magro fico che sorgeva sulla riva, entravano nell’acqua per non bagnarsi, dicevano essi e, spesso, aspettavano intere giornate che quegli strani temporali scoppiassero per avere l’occasione di tirar fuori quella fine freddura”7. Questi personaggi rappresentano un gruppo scultoreo, a volte bagnati dalla pioggia, “alla mano” o più esattamente alla vista dei passanti.
De Chirico descrive in un’altra sequenza “quella società di guerrieri ascetici e di gentiluomini disingannati”8 e altri, “che non avevano altra risorsa se non quella di appoggiare la loro schiena indolenzita al duro e freddo tamburo di una colonna”.
Queste statue sono defraudate della loro naturale imponenza, ma ironicamente dotate di caratteristiche bizzarre (che i suoi amici, sorridendo, avrebbero trovate buffe), come il Pericle guercio, in contemplazione di una moneta, intenerito da un profilo di una donna, ivi inciso. Il fatto che anch’esso sia in contemplazione di un qualcosa di inanimato appare come ironia del suo destino e al tempo stesso rappresentazione di ciò che vedono, guerci, gli altri di lui.
“In ogni giardino, disteso in una poltrona, giaceva un gigantesco vecchio interamente di pietra”9. “Questi vecchi vivevano, sì, vivevano ma pochissimo; vi era un pochino di vita nella testa e nella parte superiore del corpo; a volte gli occhi si muovevano ma la testa restava immobile; si sarebbe detto che, sofferenti d’un eterno torcicollo, essi temessero di fare il minimo movimento per paura di risvegliare il dolore”.


Note

  1. Penso al termine di sensazione concomitante; in psicologia, particolare fenomeno (denominato anche sinestesi) per cui alcuni individui avvertono le sensazioni corrispondenti a un dato senso associate a quelle di un senso diverso. torna al rimando a questa nota
  2. Dall’articolo: “Passioni. Rileggendo l’Encyclopédie“, di Paolo Fabbri e Marina Sbisà, pubblicato nel n. 208 del 1985 della rivista Aut-Aut. torna al rimando a questa nota
  3. Dal latino sagax, sagacis, der. di sagire, avere buon fiuto. torna al rimando a questa nota
  4. A pag. 35. torna al rimando a questa nota
  5. Alcune riflessioni date, dall’incontro con Alfredo Casella, comparvero così, nel 1943, nella Rassegna musicale. torna al rimando a questa nota
  6. Definizione di vita data da Michel Foucault in Naissance de la clinique; citazione tratta dall’articolo “L’immanenza assoluta” di Giorgio Agamben, in Aut-Aut, n. 276, 1996, pagg. 39-57. torna al rimando a questa nota
  7. A pag. 61. torna al rimando a questa nota
  8. Ascetici come in assoluto distacco dal mondo. A pag. 63. torna al rimando a questa nota
  9. A pagg. 72-73. torna al rimando a questa nota

Bibliografia

Giorgio De Chirico, Hebdòmeros, Abscondita, Milano, 2003.

Giorgio De Chirico, Il meccanismo del pensiero, Einaudi, Torino, 1985.

Paolo Fabbri, Elogio di Babele, Semiosfera, Meltemi, Roma, 2000.

Semiotica in nuce, a cura di Paolo Fabbri e Gianfranco Marrone, Meltemi, Roma, 2001.

Semiotica, Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, a cura di Paolo Fabbri con la collaborazione di Angelo Fabbri, Renato Giovannoli, Isabella Pezzini, La Casa Usher, Firenze, 1989.

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