Paolo Fabbri, “Rodomonte e l’elogio dei cattivi” (2016)


Da: Quaderni del Liceo L. Ariosto, n. 64, Ferrara, 2016.


18 maggio 2016
Insegnanti coordinatrici: Cinzia Brancaleoni e Rossella Fedi

Il secondo incontro, svoltosi nel salone d’onore della Pinacoteca, ha visto come relatore il professor Paolo Fabbri, docente di Semiotica presso la Scuola di Giornalismo LUISS di Roma.
In apertura le studentesse delle classi 4Y (Sofia Biscione, Giulia Pecenini, Irene Pontecchiani, Giada Rossetti) e 4P (Lavinia Fugagnoli, Elena Kurka, Gaia Rosignoli, Sara Tornimbeni) hanno brevemente delineato la natura del personaggio di Rodomonte, suddividendo le sue apparizioni all’interno dell’Orlando furioso in due ambiti: il ruolo di combattente indomito e violento e quello di uomo passionale, fortemente soggetto a pulsioni amorose.
Nel primo caso emerge la figura di un “guerriero”, come poi ha spiegato il prof. Fabbri, privo di misura, incurante e beffardo verso qualunque valore etico cui, però, spetta il compito di chiudere lo scenario dell’intera opera, immortalato nell’esalare, insieme all’ultimo respiro, l’ultima bestemmia. Nell’altro, invece, lo si vede a confronto con le proprie sconfitte amorose, tradito prima da Doralice e poi ingannato da Isabella.
Nell’una e nell’altra situazione, tuttavia, egli mostra ugualmente il temperamento incline all’eccesso che ne fa l’eroe negativo per eccellenza, il “cattivo” senza possibilità di riscatto.
Ed è proprio questo l’aspetto sul quale si sofferma il professor Fabbri che, fin dal titolo attribuito al proprio intervento, spazia delineando con rara chiarezza antefatti, intersezioni letterarie, meccanismi narrativi, strutture semiologiche che approfondiscono la natura e la funzione del personaggio ariostesco. Egli lo fa scandendo l’ampia tematica attraverso tre fondamentali quesiti:
Perché la scelta di Rodomonte?
Già Italo Calvino aveva individuato in Rodomonte il personaggio che racchiude in sé lo spirito dell’Opera, il rappresentante vero del Furioso, colui che consente di analizzare la figura del Cavaliere anche nei suoi aspetti negativi. Caratteristica della cultura indoeuropea, ricorda il professor Fabbri, è la scansione della società nei tre ordini: clero e nobiltà, soldati e guerrieri, contadini e commercianti; alla seconda categoria appartiene Rodomonte, ma qui occorre sottolineare la profonda differenza che distingue i due termini – soldato e guerriero – perché, mentre il primo agisce in modo regolato e lineare, il secondo è costantemente preda dell’eccesso (archetipi rispettivamente di Achille e Ercole, il quale addirittura combatte con il bastone e non con le armi più raffinate dell'”arte della guerra”). E dunque eccolo, Rodomonte, che non risponde ad alcuna regola della cavalleria, che uccide senza recriminazione alcuna deboli e inermi, che asseconda unicamente la propria cieca bramosia di superare l’altro.
Perché tessere l’elogio del “cattivo”?
La dicotomia tra “buoni” e “cattivi” è indubbiamente insita nella nostra interpretazione del mondo e del prossimo, ben focalizzata dalla narrazione epica, dove i primi sono del tutto buoni, i secondi del tutto cattivi e, perciò, destinati alla sconfitta. Al contrario, l’eroe tragico conserva in sé il contrasto tra le due opposte tendenze e agisce ora spinto dall’una, ora dall’altra.
Rodomonte risponde alla tipologia del personaggio epico ed è il “cattivo perfetto”, il bestemmiatore che porta ancora le armi del proprio antenato, il gigante Nembrotte, che osò sfidare Dio con la costruzione della Torre di Babele.
Tuttavia anche un cattivo di questa levatura ha dei limiti, poiché è indebolito proprio dalla sua stessa indole malvagia. Ciò è ben evidenziato dalla vicenda in cui egli si innamora di Isabella. La fanciulla, pur di non soggiacere alle voglie di quest’energumeno – incurante del suo dolore per la perdita dell’amatissimo Zerbino e della sua volontà di entrare in convento – riesce facilmente ad ingannarlo rendendolo inconsapevolmente responsabile della propria morte. Il “cattivo” assume dunque quella valenza “malinconica”, evidenziata da Italo Calvino, che lo porta ad innalzare, come parziale risarcimento del suo insensato gesto, un mausoleo in onore di Isabella, cui nessuno potrà accedere e al quale appendere le armi di tutti i cavalieri che egli sconfiggerà.
Perché Ariosto ha scelto di chiudere l’opera con la scena della morte di Rodomonte?
L’opera è giunta alla conclusione, il matrimonio tra Bradamante e Ruggiero ne suggella un tradizionale epilogo lieto; eppure, dice il professor Fabbri, “c’è qualcuno che non vuole che la storia finisca, che vorrebbe che ci fosse un eccetera”, questo qualcuno è proprio Rodomonte che, con la sua improvvida comparsa al banchetto nuziale, rompe l’equilibrio già ristabilito. Non resta che liberarsene imponendogli la sola uscita di scena possibile: la morte. Con essa ha fine perciò anche l’infinito gioco narrativo dell’autore.
La “chiusa” è però ancor più emblematica e significativa delle concezioni poetiche di Ariosto; essa infatti riecheggia la conclusione dell’Eneide virgiliana, nella quale l’eroe troiano è costretto ad uccidere Turno, la cui anima «cum gemitu fugit indignata sub umbras», come l’anima sdegnosa che, bestemmiando, lascia le membra irrigidite dalla morte del terribile Rodomonte.
Ma c’è ancora lo spazio, e la disponibilità, da parte del relatore, per un paio di domande poste dagli studenti.
Angelica Cattani (4W) chiede al professore se la figura di Rodomonte risponda alla necessità narrativa di un antagonista.
Il professore si sofferma sulla constatazione che siamo soliti pensare le cose o per sinonimia o per antonimia, ma solo la seconda modalità produce trasformazione e, dunque, racconto. Esso consiste nella trasformazione narrativa delle grandi opposizioni lessicali, per cui si passa da uno stato a un altro stato, legato al primo da un’opposizione minima. Dunque la narrazione presuppone la presenza di un agonista e di un antagonista, ruolo che può ben a ragione essere incarnato da Rodomonte.
Irene Pontecchiani (4Y) è interessata a sapere se Ariosto parteggi maggiormente per i buoni o per i cattivi.
Il professor Fabbri si sofferma sul costante ricorso che Ariosto fa all’ironia, al rovesciamento, per cui anche il “cattivo perfetto” non risulta affatto esente da una certa simpatia.

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