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Da: Il Verri, Edizioni del Verri, Milano, n. 35, 2014.

Est iniuria in verbis (2014) *

«Tutti ci sentiamo offesi, irritati da alcunché... Allora la polemica aperta, la diatriba, il grido, l'ingiuria sono preferibili ai termini pseudo-narrativi di una supposta obbiettività... Sbaglierò...»
(C. E. Gadda, Sul neorealismo, 1950)
1. Elementi di Malalingua
«Prima che chiudessi gli occhi mi hai detto pirla»
(E. Montale, "Il Pirla", Diario del '71 e del '72)
Nelle piazze reali e sulle autostrade virtuali della politica volano stracci e parolacce. Non è una sorpresa. Le male parole, sdoganate da tempo, escono dai bassifondi linguistici e dilagano fuori dal traffico e dagli stadi per approdare, enfatiche e imperative, in tutte le forme di vita. È pandemia di "laicizzato" turpiloquio. Le canzoni popolari - dove svetta Fabri Fibra - e le colonne sonore dei film son già tutte Parolacce e musica. Nelle Camere parlamentari e nei condomini si chiederà la Parolaccia, nei tribunali si darà la Parolaccia alla difesa, nei pubblici uffici si metterà una Parolaccia buona. Se di fretta, di scambieremo due o quattro Parolacce. Insomma vivremo a Parolacce incrociate e i vip moriranno con le ultime Parolacce famose. Tendete l'orecchio e arrivano: oscene, volgari, sporche, spinte, crude, indecorose, scurrili, empie, villane, triviali e via disdicendo. Soprattutto l'epiteto, che in origine aveva il senso di un "additivo" linguistico, è diventato, per antonomasia, l'ingiuria affibbiata ad un nome. L'antiprotocollo, già parassita delle buone regole, è ormai diventato una formula codificata nell'universo semantico turbolento della Malalingua1.
Un elenco dapprima ghiotto - una gaia coprolalia - poi sempre più ridondante e infine depressivo, uno sbracamento totale che ci riserva, come vedremo in seguito, qualche sorpresa. Lo attesta ad es. il fatto - fattaccio o fattoide - che mentre l'impiego della parolaccia, già monopolio maschile, ha raggiunto la parità tra i sessi, termini colloquiali, come /Cazzate/ e /Figate/ hanno avuto una carriera inversa e segnalano, in una società fu-machista, l'opposizione tra greve ottusità e brillante riuscita2.
E pensare che poco fa ci lamentavamo del PO.CO. cioè del POliticamente COrretto, nel tempo post-vittoriano dei buoni sentimenti, regno riguardoso dell'eufemismo e della litote. Era il tempo lontano in cui le oscenità scritte erano sostituite da puntolini, spesso della stessa lunghezza della parola e quelle orali attutite da un bip. Le parolacce non erano nascoste, erano soltanto non pronunciate o non udite. Sui genitali e gli orifizi, il coito e l'intera gamma delle secrezioni corporee, sulla malattia, sulla morte e soprattutto sui ruoli e i modi della vita collettiva- genere, comunità e professioni - aleggiava un'atmosfera untuosa di tabù, atti indiretti, definizioni oblique e ipocrite allusioni e scoloriti sottintesi. Escort e operatori di superficie erano prima prostitute e spazzini; la malattia mentale diventava alterazione, disordine, disturbo e disagio; il minorato d'antan si chiamava prima svantaggiato poi handicappato, portatore di handicap e in seguito disabile - anche "intellettivo e relazionale" - o diversamente abile. L'inglese avanzò seriamente "mentally challenged", a cui rispose, nei casi di nanismo, il sarcastico "vertically challenged". Nei galatei universitari, così lepidi e dabbene, era impossibile scrivere un pronome senza doppia menzione di genere. Specialmente reprobi e tabù erano i nomignoli razziali di cui gli emigrati italiani hanno fatto razzia: dal Tano argentino al Rital francese, dal Wop americano all'Itaker tedesco e via spropositando. Una ministra, italiana d'origine ghanese, ha però reagito non già agli epiteti di "orango" e "scimmia congolese" e all'invito a stuprarla, ma a quanti la definivano "di colore", rivendicando di esser "proprio nera"3! Nel frattempo i bambini francesi, nel corso di una manifestazione contro i matrimoni gay, offrivano al ministro franco-africano Christiane Taubira, "una banana per la bertuccia".
Il lessico purgato era una reazione conservatrice - J. Derrida lo chiamava "slogan armato" - all'idioma licenzioso degli anni Sessanta, quando la lingua era politicamente libertaria e sessualmente libertina. Ne rovesciava tutti i temi in anatemi. Le avanguardie relativiste rivendicavano il valore del neologismo e, horribile dictu, l'ugual valore letterario d'ogni parola del dizionario. E sceglievano per i rapporti sessuali l'uso di crudi verbi transitivi (chiavare, fottere, scopare, trombare, ecc.) mentre quelli del POCO, i Pochisti, si esprimevano con verbi pudicamente intransitivi e delicatamente reciproci: far l'amore, fare sesso, ecc... (Parlando di sesso siamo tutti villani: la scelta lessicale è tra l'asilo, l'anatomia e il blog!).
Dall'understatement all'overstatement. Come si spiega l'inversione cattivista di questa inversione? Con l'evidenza che il segno è energumeno (Bataille) e che la lingua non è una finestra sulla mente individuale, ma una veduta sulla cultura collettiva, le sue gerarchie e i suoi margini. Non è la referenza tautologica - "dir pane al pane, vino al vino" - del mondo esangue della logica, ma l'azione efficace sui valori, i loro conflitti e trasformazioni. L'ingiuria ha una sua semio-fisica: un modulo dotato di gradiente d'intensità e di vettore di senso: un verso, una direzione e un punto di applicazione. Può diventare un programma politico completo: in Francia si propongono: "I Negri sugli alberi, gli Arabi in Mare, gli Omosessuali nella Senna, gli Ebrei ai forni".
Con il suo contrario, la lode, l'insulto fa parte fin da Aristotele della numerosa retorica dell'epideissi. Ma non si tratta solo di procedure di valorizzazione: dall'offendere ci si deve difendere perché l'improperio è un rimprovero e l'etimo latino di insulto è "saltare addosso". Aggressione spregiativa che porta sui valori e il loro riconoscimento transitivo e riflessivo: sulla fiducia, la stima per se stessi e per gli altri e mette in crisi le vere o false solidarietà (Honneth). Nell'Ingiuria, che prevede etimologicamente rilevanza giuridica e possibili sanzione giudiziali, la lingua si lascia osservare a luce radente. Per la ricerca semiotica non è più un gabinetto di curiosità o una "teratologia dei saperi" (Foucault), ma una ripresa della dimensione (im)pulsiva della comunicazione. Nel linguaggio non ci sono espressioni neutre se non in registri ufficiali, appositamente costruiti.
Un illustre precedente si trova in un classico che non finisce mai di dirci quel che sa così ben disdire. Rabelais aveva già dato sublimazione letteraria ai dialoghi pittoreschi pieni di oscenità che oggi ritroveremmo come "signifying" nel gerghi cittadini dei giovani neri americani. Senza aderire alla tesi dell'originaria ambivalenza tra lode e biasimo e le loro alogiche capriole in piazza (Bachtin), troviamo nel grande Gargantua la forme più originali della "negazione figurata" dell'altro: l'imprecazione che si attacca alle parti inferiori e posteriori del corpo. Nei discorsi di Baciaculo e Nasapeti, nel XXV cap, ma soprattutto nella litania parodica del 3 libro. Qui Panurge si rivolge a fra' Giovanni ripetendo 153 volte couillon, associato per rima e d'assonanza ad epiteti tratti dalle arti figurative, letterarie. E l'interlocutore replica con 150 epiteti d'egual tenore. Tra l'affettuoso e il beffardo, supplichevole e sprezzante, la parola couillon - ente bitonale e bifronte di "significato universale e cosmico" (Bachtin) - si ripete 303 volte4.

2. Ingiuriarsi è all'o.d.g.
«Voglio che rantoli sotto gli improperi»
(Céline, Mort à crédit)
Per la loro qualità intensiva, espressioni enfatiche d'informalità, machismo, sfrontatezza e coprolalia solleticano, provocano e offendono, si, ma perdono presto l'odore di zolfo e il mordente. Si pensi a lemmi già infamanti come Buggerone e Becco, Briccone e Bagascia e Manigoldo. O il democristiano Forchettone. La parolaccia ridondante stinge il suo marchio, da angheria verbale diventa un'interiezione e finisce, scarica, come un infisso vuoto, interpolato nella sequenza discorsiva. Come l'affettuoso "bastardo" e il rilassato "Vaffa!". Sazietà semantica che prelude al reversibile gioco della blasfemia in eufemia. Per doppia legge di Gresham, le male parole scacciano quelle bonarie, ma queste mettono poi in fuga le prime per approdare ad un affettato perbenismo. Alla lunga, tra complici e conoscenti, possono diventare segni di complicità e persino degli ironici complimenti - un tropo previsto dalla retorica sotto il criptico nome di Asteismo. Si può persino pretendere, che chi parla male sfoggia i significanti senza riferirsi alle cosacce che dice: non ne porterebbe quindi la responsabilità. Ci deve essere del vero: i pleonasmi sono tra le fila più salde nell'ordito retorico della demagogia5.
Accade lo stesso nell'atto linguistico prediletto dell'attuale diverbio politico: l'insulto, con le sue fangose varianti: contumelie, calunnie, esecrazioni, improperi, ingiurie, molestie, offese, sberleffi, vilipendi, villanie e vituperi che traboccano dalla presenza alla tele-presenza, dall'audience ai new media e viceversa. Gogna mediatica dove circola il livore e la vergogna. Già limitate ai tornei oratori delle camere parlamentare, oggi le lingua più affilate vibrano in tutti i mediascapes: lo schermo si presta allo scherno e il digitale al dileggio. Tralasciando le varianti semiotiche - multipli gestacci,-anche nella lingua dei sordomuti, sputi, spintoni e monetine - i linguisti si interrogano sulla speciosa sintassi dell'offesa: rilevano in questi "lessemi assiologici " o nomi di "qualità" negativi due movimenti di desemantizzazione prima, poi d'incremento intensivo del senso. Ne trattano come cortocircuiti frastici e sincretismi emotivi e fanno persino l'ipotesi che per il loro stesso eccesso, gli insulti finiscano per proteggere la norma linguistica Glissano invece su storture verbali come l'improbabile imperativo anglosassone "fuck you!", lo strano genitivo "quello stronzo di (nome proprio)", l'indeclinabile plurale dei "cazzi acidi" e "amari" dell'italiano6.
L'ipotesi più accreditata, resta la "familiarità": le somiglianze di famiglia con le Interiezione, quelle particelle a cui la linguistica ha affida da sempre l'ingrato compito di catalogare le forme della passione, l'espressione delle emozioni intersoggettive e/o dei del privati sentimenti. Nel quadro di quello che l'illuminismo chiamava "linguaggio d'azione" (Condorcet), le interiezioni con la loro caratteristica morfologia - brevità, puntualità, intensità tonale, eccesso, equivalenza ad intere frasi, collocazione non marcata, ecc. - si prolungano facilmente in invettive e in ingiurie. Atti semiotici, verbali, gestuali, scritti, come le caricature e i graffiti che comportano modalità apprezzative, trasformazioni estesiche, e somatiche e mettono quindi in gioco le varie passioni del valore. L'atto ingiuriante, erede eufemistico dell'antica bestemmia - si dice "sacramentare" - dà forza e ritmo al discorso, sensibilizza alle assiologie, ridesta rapporti emulsionati e assopiti. Sceglie alcuni segni, sacralizzati dalla loro associazione ad altri segni sacri che ne confermano circolarmente il valore; poi li traduce in un testo o in contesto popolato dei segni più spregevoli e triviali che portano sulle funzioni somatiche secretive ed escretive dei corpi, le loro interazioni sessuali e riproduttive e i variegati tabù del regno animale. "Tommaso Munzter disse che cacava addosso a quel Dio che non parlava con lui" (E. Pagliarani). Tutti termini che perdono il loro valore "referenziale" - una donna può esigere che "non le si rompano i coglioni", ma mantengono la loro interdizione enunciativa.
È il vasto mondo del linguaggio "fatico" (v. Jakobson), in cui il contatto conta più del contenuto, l'aptico più del semantico. Luogo della co-enunciazione, cioè coinvolgimento con altri e con se stessi come altri (self-talk, Goffman), l'insulto è interattanziale - ci si insulta ad altezza d'uomo, non in terza persona! Un feroce battesimo che introietta valori condivisi o divisi oltre a far uscire, catarticamente, l'emozione. Il fine non ci meraviglia: all'interlocutore non si risponde, si replica, contestandone polemicamente i presupposti o chiudendogli il becco con l'ingiuria. Siamo fuori dal "labile incanto delle buone maniere" (Simmel) che prescrivevano riverenze e irreverenze. D'altronde è difficile dire:"ma non mi dica!" se appaiono libri dal titolo Il rancore o Io vi maledico.
Ingiuriarsi è all'ordine del giorno. Le espressioni tossiche, come i derivati finanziari, escono dai depositi delle banche della rabbia, cioè i sindacati e i partiti. Il caso clinico e critico di Beppe Grillo attesta la permeabilità politica all'infiltrazione di altri generi discorsivi, come quello comico, nell'ambito semiotico della società dello spettacolo7. Qui Grillo s'era già esercitato nella lapidazione verbale: Fazio era sottonominato "stuoino", Jovanotti "curreggina", P. Daniele "monnezzaro", V. Rossi "menomato mentale". Donde con risoluta continuità: Andreotti "mela marcia", Berlusconi "cavaliere dell'apocalisse", "puttaniere", Fornero "Vispa Teresa", Tronchetti Provera, "il tronchetto della felicità", Veronesi "uomo sandwich", ecc.. L'imbonitore genovese si è specializzato nella distorsione di quegli indicatori rigidi che sono, per soli logici, i nomi propri: Alemanno diventa, Aledanno; Brunetta, Brunettolo; Formigoni, Forminchioni; Fornero, Frignero; Marchionne, Marpionne; Pisapia, Pisapippa; Veronesi, Cancronesi. Ecc. E nell'uso del soprannome: Big Jim o Truffolo (Berlusconi); Baffino (D'Alema); Gargamella (Bersani); Merdoch (Murdoch), Mortadella (Prodi); Morfeo (Napolitano);Topo Gigio (Veltroni); Tutankhamoun (U. Agnelli), ecc. Meno scontate di queste denominazioni sono alcune descrizioni definite: Ebetino di Firenze (Renzi); Figlia di Fantozzi (Lupi). È tutta da esplorare la ricca messe dei tropi in generale e delle metafore che trasbordano al comparato i grevi tratti semantici del comparante: Larve ben pagate (Parlamentari); Buco senza ciambella (Vendola); Container di merda liquida (Ferrara); Montagna di merda (TAV); Ovetto Kinder senza sorpresa (Passera), Il signor Pendola (Vendola); Scoreggia nello spazio (Miglio) o Testa asfaltata, Torero Camomillo (Berlusconi), ecc.
Oltre alle categorie ruspanti negli USA - hate speech, fighting words e stalking - una tipologia sommaria distingue le contumelie in descrittive, idiomatiche, enfatiche e catartiche - ma l'eccetera è numeroso. Nel rosario degli insulti potremmo distinguere i vari atti di linguaggio: le Interpellazioni sguaiate ("At salut busòn", in bolognese, Grillo), le Constatazioni sprezzanti, ("D'Alema vorrebbe tenere me per le palle, come tiene Berlusconi per i coglioni. Ma le mie non gli stanno in mano", Bossi), gli inviti (a uccidere o a stuprare, a passare a miglior vita, ecc.), le minacce ("ti piscio in testa", Sgarbi) e gli pseudo-Consigli ("Chiamate la neurodeliri, c'è una che si crede un ministro", Grillo). Quanto ai contenuti sappiamo che gli estremisti di destra e di centro (leggi Lega!) privilegiano le Interpellazioni-Constatazioni con metafore animali - topo da fogna, pidocchi, vermi, parassiti, capponi, ecc.,- e che il Consiglio: "Vaffa" è parola d'ordine e "Fanculo" il labaro d'un nuovo movimento politico che preferisce l'affronto al confronto. Dimenticato il linguaggio del rispetto, rimossi i segni e le maniere di riconoscere il valore, la società contemporanea può quindi riflettere sul perché - e nei riguardi di chi - la dignità e il rispetto sono sistematicamente trasgrediti. Che le ingiurie rivolte alla mamma siano una forma laica di preghiera? Che le vecchie maledizioni scagliate dalle vittime siano ormai sostituite dai perdoni mediatizzati, che funzionano come scongiuri? Il maledire è diventato "maledizione"? Perché gli italiani frequentano più d'altre comunità turpiloquenti il lemma "culo", mentre i francesi infarciscono di "merde" i loro enunciati - quotidiani e talora eroici (v. Cambronne a Waterloo)? E perché i PIGS dell'Europa, nel vivo del traffico preferiscono ingiuriarsi a voce, mentre i protestanti del nord ostentano piuttosto il gestaccio? Dove stanno i luoghi di elaborazione collettiva dell'insolenza? (In Inghilterra ad es. gli insulti antiargentini sboccati durante la guerra delle Falkland si sono propalati, con dovizia di varianti, negli stadi di calcio). Vedremo. E abbiamo il tempo e il modo di farlo perché gli insulti come le parolacce, nascono e muoiono, ma nel frattempo si fanno sentire e notare. Sono ormai la metrica del dire politico e delle scritture enfatiche dei tanti siti xenofobi e razzisti in rete (Rastier).
E sono persino richieste se non proprio desiderate. Nel lessico alfabetico scientifico (sic!) che si è autodedicato, Casalegno, definito "coreografo nazi", e "distruttore dell'universo,","fallito", "peloso", "Telespalla Bob", ecc, auspica un insulto ancora mancante, con la Z. Che venga accontentato: c'è l'imbarazzo della scelta!

3. Un'arte nobile
«"Porca - vociferando - porca". Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all'Italia.»
(V. Sereni, "Saba", Gli strumenti umani)
Generalizziamo: non siamo più alla contestazione, al dibattito grammaticalizzato, rituale e ammodo; siamo nel ribollente spazio pubblico della polemica e della diatriba virulenta. A quella vis polemica che Gadda qualificava: "salivose erogazioni della inanità verbace". Non miriamo, come nei campi elisi di Habermas, alla persuasione e al consenso, ma al diverbio e al dissenso. Anche gli imparziali hanno un loro partito. Siamo oltre la satira che è sermone e la parodia che è gioco. Qui non si scherza e si non danno lezioni, si procurano lesioni. Qui è l'insulto che sbraita e vola, offensivo e difensivo, lapidario e lapidante. Soprassediamo sull'impiego parlamentare di oggetti a valenza simbolica - mortadelle, finocchi e via significando e sulle minacce: "je sputo in testa". Limitandoci al lessico solidamente documentato: Analfabeti, animali, arroganti,assassini, banditi, boia, bonga bonga, buffoni, burattini, caimani, cadaveri, carampane, carognette, checche, cialtroni, cessi, cloache, coglionazzi, corrotti, (vecchie) coscione (svergognate), culattoni, delinquenti, abituali e recidivi, ebeti(ni), falliti, farabutti, fattucchiere, fifoni, furbetti, (utili) idioti, impresentabili, incapaci, indecenti, intrallazzini, ipocriti, larve, ladri, markette, merda secca, miserabili, morti (che parlano), mostri, musulmana di merda, (vecchi) maschi rimbambiti, ominicchi, palle (di velluto), prendiculo, psico-nani, vecchia puttana, (padri) puttanieri, qualunquisti, salme, sfigati, sodomiti, streghe, supercazzolari, traditori, troie, vajasse (appena ammesso nell'ultima edizione dell'autorevole Zanichelli), vermiciattoli, vigliacchi, zombi, zozzoni, ecc. Chi l'aspetta la dice: Berlusconi autore di "culona inscopabile", una (linguisticamente) rara eiezione ha definito complessivamente U. Bossi: Ladro (di voti), ricettatore, truffatore, doppia, tripla, quadrupla personalità, pataccaro). Senza contare le rare perifrasi - spregio lesivo della dignità, "onore e decoro" di chi lo riceve, ma anche di chi lo emette. C'è poi chi l'oltraggio lo raccoglie, se ne ha a male e lo contraccambia secondo con la bronzea legge dell'escalation: risentirsi e farsi sentire ripassando il segno altrui. Come nell'antico duello, la legge non riconosce il diritto all'oblio dell'offesa e autorizza la vendetta. Non mira al ridicolo, cerca l'oltraggio degradante, quando può l'infamia o per lo meno il malaugurio. Ne saprebbe qualcosa il sarcastico Voltaire, "l'imbecille e disgustoso Voltaire, simile a uno scimmione, vecchio e piscione" (P. Claudel).
In questo tiro a segno alla reputazione e il decoro, è impossibile misurare le parole e lo scritto: si sprecano infatti i punti esclamativi e le maiuscole!!! Nulla di più spontaneo infatti: se provocati reagiamo subito con gli epiteti del nostro idioma natio. Data la difficoltà nella traduzione adeguata dell'insulto in lingue anche prossime, con risultati di eufemia o di amplificazione è preferibile offendere nella propria lingua; non escluderei contumelie in idiomi esotici, ed eventualmente in lingue morte8. Con effetti morfologicamente innovativi, come il gesto della "quenelle", polpetta oblunga di fecola che dà il nome ad un gesto della destra antisemita in Francia. Un guitto - al solito - politicizzato, Dieudonné ha eseguito una variante del gesto dell'ombrello - a braccio e a mano sinistra aperti e tesi, con appoggio alla stessa spalla del destro piegato al gomito. Lo spostamento di collocazione somatica e l'apertura della mano evitano la significazione codificata di "energica e ampia penetrazione del retto altrui" e suggeriscono il doppio senso di saluto hitleriano invertito (il braccio teso) e di devozione nazionale (la palma al petto). La postura insultante ha preso larghissimo piede, per l'allusione al gesto eufemizzato anche grazie al codice culinario a cui si ispira e figura ormai nel dizionario gestuale della Francia popolare con una vaga connotazione di provocazione trasgressiva. Un livello alquanto pedestre e inconfrontabile ai culmini espressivi del ruspante Pernacchio nostrano9.
L'insulto insomma è una performance "razionale" o per lo meno aggiustata alle diatribe nella più variegata quantità di contesti. Lo dimostra l'uso ampio e cogente nei luoghi privilegiati del traffico veicolare, e delle curve tifose10. Per questo si avvia alla dignità di genere mediatico: per la Corte di Cassazione che ha varato un suo "ingiuriometro", definito dal diritto di satira, un genere semiotico non sottoposto a criteri di verità, ma di continenza o da parametri contestuali: l'insulto pronunciato in un reality show non è offesa perché trattasi di ambiente "la cui caratteristica (è) di sollecitare il contrasto verbale tra i partecipanti"11. Questione di frame insomma - di formato discorsivo - direbbe il semiologo, che ricorda, nella classificazione dei tropi, da Cicerone e Quintiliano, la figura retorica dell'Imprecazione. Un'apostrofe ad hominem, che attacca il soggetto dell'interlocuzione quando mancano gli argomenti per controbattere gli enunciati, tatticamente utile quanto lo sono i suoi opposti, l'encomio, l'eufemismo, nell'enunciare discorsi "di circostanza"12. Un'eloquenza assassina che si può praticare anche per antifrasi e litote: come la domanda assassina: "chi?"lo scherno di un sarcastico "signore!"13 o "inintelligente", che per Calvino era più offensivo di "stronzo". Un'arma a doppio taglio però, da maneggiare con precauzione, per non rischiare l'infortunio di un presidente della repubblica francese che aveva così apostrofato (23/2/2008) un cittadino che rifiutava il suo saluto; "Casse toi, alors, pauv' con" (Allora togliti, coglionazzo); si trovò in seguito la stessa la frase, rinviata al mittente, sui cartelli delle manifestazioni contro di lui. Tattica correttissima: è buona norma, infatti nell'ingiuria, servirsi delle espressioni dell'interlocutore.
Che insultare non sia sproloquio, mera fognatura verbale ma una mossa nella nobile arte dell'epiteto e della perorazione lo avevano capito Schopenhauer che - soprattutto contro gli odiati Hegel, Fiche e Schelling- stato un teorico della graduale escalation difensiva e soprattutto del disarmante insulto à coté del soggetto, cioè fuori bersaglio, a cui è impossibile rispondere per le rime. (Come potevano replicare Hegel sommariamente tacciato di "disgustoso " o Spinoza, esecrato come "indifferente ai cani"?). Stratagemma condiviso anche dal pensiero orientale (v. marendeyishu, L. Shiqiu), per cui l'offesa è una mossa nella disciplina marziale del parlare, il cui esercizio tempestivo si fa nella palestra delle percosse verbali ("L'insulto rieccheggia il combattimento a mani nude"). L'oltraggio cinese vuol andare a segno in modo calibrato; gioca a carte coperte, è indiretto, allusivo, camuffato, obliquo; incarica l'insultato di auto-ingiuriarsi. Opera come la seppia, animale sofista per gli antichi greci, con circospetta astuzia e prudenza e mescola i peggiori biasimi alle lodi. In questi casi persino "l'illustre tradizione della metafora stercoraria sembra dare ali alla fantasia" (Calvino).
E che stare sopra le righe del dire non sia tempo perso ma teoricamente rilevante lo dimostrano saggi filosofici recenti ed ampiamente divulgati come quelli di J. Butler - dedita all'inedita ibridazione di Austin e Althusser - On Bullshit di H. Frankfurt e Ass-hole di A. James, equamente tradotti in italiano con Stronzate e Stronzi. Teoricamente garantiti, i cognitari dei blog hanno quindi preso dal fango il testimone dell'idioma proletario di camionisti, scaricatori, marinai, militari, politici e tifosi.
Carta bianca agli improperi quindi e alla loro vis espressiva se e quando siano oltraggi calibrati e non "contrabbando pertinace di argomenti necessariamente confusi"; quando richiedano "alto livello di risolutezza e profonda abilità mentale", associati a un buon-malumore, ma con un principio di precauzione. L'insulto corrente - come la bestemmia, rinvigorita dal ritorno del sacro e debitamente eufemizzata14 - è trito e ritrito. Espletivo per i linguisti o pleonasmo per i retorici, colma i vuoti del discorso e le pecche dell'immaginazione. E se dice quando non c'è niente da dire è svuotato di forze e votato alla più cerimoniale inefficacia. Sopravvive senza i dovuti "ritmo musicale e rilievo cromatico" (Calvino). Le spregiudicatezze fasulle Impediscono anche la possibilità di una replica ben calibrata: una semplice trappola per tropi. Non c'è insomma di che arricchire i lessici della maldicenza italiana, quella che per Calvino era "la grande civiltà dell'ingiuria, dell'aggressione verbale", già ricchissima in epiteti d'ogni sorta. Eppure le figure dell'insulto sono, come la poesia, possibili scarti rispetto al linguaggio comune: hanno caratteristiche poetiche: parallelismi, allitterazioni, assonanze: ricordate come il duca di San Simon rispose al Mazarino che lo tacciava di traditore (Traitre)? (Pretre) prete, gli sembrò l'ingiuria più appropriata. Una magia verbale che parte dal basso (v. pezzi di bravura come il recente nano nazi, psiconano, energumeno tascabile) ma può giungere alle vette dell'epigramma (in cui gli italiani eccellono15 e del pamphlet dove siamo indigenti. Con la memorabile eccezione di C. E. Gadda, Eros e Priapo: per Gadda l'ingiuria era la giusta forma letterario per sfuggire all'"umore tetro" e risentito del neorealismo: "...la polemica aperta, la diatriba, il grido, l'ingiuria sono preferibili ai termini pseudo-narrativi di una supposta obbiettività"...
La miglior ingiuria o il bell'insulto è certamente la più breve - "infame!", mi pare un buon candidato, mentre sono sconsigliabili enunciati colti come "ubriaco che si aggrappa alle cifre come ai lampioni"16 - ma non bisogna sproibirsi dello stile elevato. Ci può essere grandezza nella nefandezza, come vide Napoleone in Tallyrand: "una merda in una calza di seta". Ricordate le pacate osservazioni su Fiche: "un uomo a cui il fatto di insegnare non ha mai lasciato il tempo di imparare" (Schopenhauer) o sull'operato politico della Thatcher: "Quando pensa non parla e quando parla non pensa"? O l'espettorazione su M. Duras: "Apologista senile di infanticidi rurali"? Il surrealista: "Sei il metano che resta nell'intestino di una vacca morta" di S. Dalì, appunto? E il metafisico "Nobodaddy" con cui Blake pronunciava il nome da non dire invano, se non di straforo? E infine il profetico motto con cui S. Johnson additava un demonizzato politico del suo e del nostro tempo: "Morì nel suo letto senza insudiciare il patibolo"? (Borges).
Imprecatori ancora uno sforzo! Arte minore, l'insulto non è affatto facile. I sofismi e le beffe che articolano l'ingiuria devono essere. seppur brevemente, memorabili, come sosteneva L. Bloy "gioielliere in maledizioni". Rileggiamoci i neologismi di Rabelais, i soprannomi e sottonomi di Mussolini nel capolavoro di Gadda17. Detto senz'offesa: per far la voce grossa del pamphlet non è necessario usare parole povere (Fallaci)18. Impariamo a maledir bene e creiamoci un vademecum personalizzato con riserve forbite d'insulti mirati19. Una panoplia che ci tornerà utile anche nel caso di quelle finte aggressioni che sono marche di vera solidarietà.
Più inventiva nell'invettiva!

Note

  • Ringrazio per il loro contributo gli studenti del corso, La Diatriba politica, in Semiotica dei linguaggi specialistici, LUISS, Roma, anno accademico 2013-14. torna al rimando a questa nota
  1. L'impiego di una greve terminologia tende ad un riconoscimento ufficiale: "Parlamento, ecco i trombati eccellenti", 25 febbraio 2013, è un account Twitter ufficiale della Presidenza del Consiglio sui risultati delle elezioni politiche. Il link puntava a una foto-galleria con gli on. Di Pietro, Fini, Ingroia e altri "esclusi eccellenti". torna al rimando a questa nota
  2. «Alain sentì il dolore di un forte colpo alla spalla. "Fa attenzione, imbecille!". Si voltò e si vide accanto il volto d'una ragazza che lo superava sul marciapiede a passo rapido ed energico. "Mi scusi", le gridò (con voce flebile). "Stronzo!" rispose la ragazza (con voce sonora) senza girarsi.» (M. Kundera, La festa dell'insignificanza, Adelphi, Milano, 2013). In altri tempi era possibile al protagonista de ADA o ardore, di V. Nabokov, Adelphi, Milano, 2000 - una virile reprimenda: al "Puah!" di Lucette: "Ti prego di non usare quella particella espletiva".
    Un fiume di parole è trascorso dal distopico Corbaccio di G. Boccaccia, testo di occhiuta fedeltà al genere antifemminile del tempo. Fedeltà generica: "la perversa moltitudine delle donne viene qualificata gelosa, ritrosa, ambiziosa, invidiosa, imperiosa, noiosa, vezzosa, stomacosa, importuna"; l'esecrabil sesso femmineo sarebbe composto di "presuntuose e seccatrici, così fiere, così vili, così orribili, così dispettose, da essere trattate senza ambagi da maiale". E Fedeltà specifica: il bersaglio del pamphlet è una "vecchia rantolosa, vizza, malsana, già stomachevole e noiosa a riguardare", "pasto omai più da cani che da uomini". torna al rimando a questa nota
  3. È accaduto lo stesso ad una ministra francese: una rappresentante del Front National la preferirebbe tra i rami degli alberi piuttosto che al ministero. Se Sparta piange Messene non ride: anche se la Francia biasima il nostro stile politico.
    Interessante invece per il semantico la minaccia della leader del Front National, M.me Le Pen: denunciare chiunque la tacci d'"estrema destra". torna al rimando a questa nota
  4. "...li caricarono di insulti, chiamandoli villanzoni, camorra sdentati, rossacci della malora, disutili, piscialletto, barabba, lime sorde, fannulloni ghiottonacci, panzoni, fanfaroni, buonianulla, mascalzoni, sbruffoni, scrocconi, pertichini, leggere, addormentati, tangheri, ciondoloni, allocchi, deficienti, gabbamondo, balenghi, straccioni, sacchi di stronzi, pastori di merda, e altri simili epiteti diffamatori". Oltre a quelli elencati nell'iscrizione dell'abbazia di Thélème, nel Monologue des sots sono rivolti agli stolti un centinaio di epiteti offensivi e nel Nouveau monologue almeno 150. torna al rimando a questa nota
  5. Con gusto rablesiano, U. Eco ha fornito un centone portatile di 139 insulti in una "Bustina di Minerva" (Espresso)che suggeriamo ai rappresentanti della Lega Nord per migliorarne prestazioni discorsive, piuttosto entropiche. Almeno per la parte in cui invita a ritrovare l'arte della perifrasi dell'affronto e ne offre acrobatiche esemplificazioni. "Taccia, Lei, il cui viso avrebbe potuto essere definito da un noto maresciallo dell'Impero nelle ultime ore della battaglia di Waterloo!" "Ella ha una scatola cranica che più che alla speculazione sarebbe atta alla riproduzione." "La invito a recarsi là dove potrebbe opportunamente qualificarsi come partner passivo di un rapporto tra maschi adulti consenzienti!" "La smetta, o segmento fusiforme del prodotto finale di un complesso processo metabolico!" "Il tale, nel suo giorno natale, era unito da cordone ombelicale a una signora che aveva saputo condurre la poliandria a manifestazioni quasi frenetiche." "Verga sicula, che gran bella porzione di ghiandole di Bartolino e tube di Falloppio!" "Quello? Dalla paura è pronto a secernere preterintenzionalmente, e senza aver prima abbandonato i propri abiti, cellulosa, cheratina, residui biliari, muco, cellule epiteliali desquamate, leucociti e batteri assortiti!" "Gustavo è solo un cinquanta per cento di deliquio dei sensi ottenuto manualmente." "Silenzio, non imitate un luogo in cui si faccia mercimonio di grazie della seconda metà del cielo!" "Indigenza scrofa, l'ho ricevuta in vaso indebito!" "La prego, non mi deteriori quelli che l'etimologia latina vuole quali testimoni!" "Come dice Dante, usava la parte terminale dell'intestino retto come strumento per segnalazioni militari." "Ragazzi, che operazione serramentaria!". "La baronessa? Ma si dedica alla raccolta e accumulazione di gettoni che testimoniano della sua operosità e a fronte dei quali riceverà un corrispettivo in denaro allo scadere della seconda settimana di attività!" "Guardi, io di Lei e della sua opinione sottopongo a ripetute succussioni l'unica borsa in pelle fornitami da natura, con tutto ciò che essa contiene!" "Ma la smetta di adularmi! Lei è un soggetto le cui papille gustative hanno perduto ogni dimestichezza con il cibo prima che esso abbia subito tutte le trasformazioni a cui viene sottoposto dal nostro organismo onde far fronte alla curva generale dell'entropia!" "Se non la smette sono disposto a interfacciare la parte inferiore delle mie Timberland con la sua zona perineale, imprimendo all'intero suo corpo una forza propulsiva atta a farle percorrere un ampio tragitto senza che Ella debba ricorrere ai consueti mezzi di deambulazione!" "Ha tutta la mia riprovazione, o persona la cui parte posteriore inferiore del tronco necessiterebbe di un intervento plastico a fini di restauro!" "Organo esterno dell'apparato genito-urinario maschile a forma di appendice cilindrica inserita nella parte anteriore del perineo! Ho perso il portafoglio!".Eco prendeva le mosse dal libro di K. Vonnegut, Hocus pocus, Bompiani, 1991, il cui protagonista decide di astenersi dalle parolacce e limitarsi a circonlocuzioni quali: "che pezzo di escremento!", "che testa di pene!", "siamo in una bella casa di tolleranza!" torna al rimando a questa nota
  6. Secondo S. Fischer, basta cancellare il determinativo richiesto dalla costruzione delle Ingiunzioni e si passa ad esclamare insulti: specie di scemo. In italiano a partire da questa struttura N di N si va dal grido all'onomatopea, dal nome spregiativo alla struttura di tipo nominale - infine al gesto.
    I linguisti di formazione grammaticale, cioè d'incompetenza discorsiva, danno dell'insulto - rispetto all'onomatopea e all'interiezione - una definizione mitigata: l'attribuzione ad un allocutario di "un gruppo nominale isolato dal contenuto assiologico negativo", da parte di un "locutore che si fonda su una forma e uno scopo". Lo spostamento retorico (pragmatico) di un termine tabù all'insulto che ne mantiene il valore negativo, pur modificandone la referenza, è ricompreso nella categoria dei "delocutivi". torna al rimando a questa nota
  7. Goffman chiamerebbe "laminazione di frame" questa porosità dei generi discorsivi. Negli anni ‘70 un sociologo poteva ancora ritenere che i personaggi dello spettacolo fossero celebri ma politicamente non presentabili (F. Alberoni). Da allora la laminazione del frame elettorale e della sua comunicazione ha accelerato il suo corso. Ora l'impresentabilità è interna e centrale al frame. Come dimostra l'iniziativa solidale di un gruppo di giornalisti che hanno letto ad alta voce la batteria d'insulti rivolti da sim(anti-)patizzanti del Movimento 5 Stelle ad una collega, critica dei grillino. Una sfilata di moda della povertà linguistica; maggioranza rumorosa di varianti escrementizie - merdaccia, e cessi, affibbiate non per lettura documentata, ma per osservazioni "lombrosiane" sulla foto "segnaletica". Nella sputacchiera digitale s'incontrano espressioni di qualche (scarsa) originalità: allucinata, alterazione ormonale, brigatista, befana del nuovo millennio, brutta di lingua, ergastolana, esodata, galeotta, gemella albina di Kienge, martello sui denti, non signora, sguardo di trota pescata con la bomba, scolapasta scassato, stampo per fare i cessi nelle stazioni ferroviarie, ruzzola, satana (o figlia del demonio), sgorbia, vomito in fotografia, turca. Frequenti i lessemi animalieri che notoriamente caratterizzano i siti dell'estrema destra in rete: batterio fecale scaduto, bertuccia, civetta con occhiali, cozza, gufa, larva addormentata, lucertola, oca, pantegana infoiata, pappagallo ammaestrato, parassita, pidocchiosa, pipistrello, pulce, rospo, scorfano, scrofa, troia, topa, vacca, verme, zecca.
    Preoccupanti gli inviti riflessivi: muori merda, crepa, datti fuoco, fatti fottere da un somaro, impiccati, sparati merda nelle vene, vai a lavorare, a zappare e le istruzioni transitive (i) specifiche: ammazziamola, diamole fuoco, impicchiamola, sopprimiamola, tagliamola a pezzi, (ii) generiche: da eliminare, da lapidare, ai lavori forzati, al patibolo, a pulire i cessi, al rogo, alla sedia elettrica subito, un metro di corda, ospizio subito, pena di morte. torna al rimando a questa nota
  8. Un singolo esempio nel doppiaggio del film di Almodovar Tutto su mia madre: una delle protagonista (Nina) copre l'altra (Manuela) di contumelie, in forma affettiva e scherzosa d'amicizia e solidarietà. Ma la traduzione rende "cabrona" con "animale" o caprona e "bruta" in "somara"; l'interiezione "joder" diventa "accidenti" e la locuzione "por cojones" si trasforma in "per forza"; "un poco putón" viene tradotto "un po' troia"."; hacer la carrera" che significa "battere", diviene "fare carriera"! Esistono film che meritano l'Oscar della parolaccia: The wolf of Wall Street (regia di Martin Scorsese e vincitore di un Golden Globe) detiene un provvisorio e perfettibile record; ne contiene 687 nel corso di180 minuti: quasi 4 al minuto. torna al rimando a questa nota
  9. Per l'esplicita richiesta suggeriremmo il Pernacchio, un sberleffo sonoro - sfregio regolato alla faccia altrui - che permette esecuzioni dal Si bemolle al Sol sovracuto, al Fa acuto, con una frequenza che oscilla tra 61 e 1568 Hertz. Ricco in varianti che lo rendono classico, corto, lungo, secco, di petto, a curva, a singhiozzo, strozzato, di testa, a tromba, a sega, ecc., è il significante fonico di un vigoroso atto illucutorio. Lo precisava Eduardo De Filippo: "Il pernacchio è la voce della gente che non tiene voce. Il pernacchio è un calcio in culo a tutti i potenti"; "pernacchio è una rivoluzione, è la libertà". Lungi dall'esserne un sinonimo è l'alternativa semantica alla pernacchia: "Il primo può essere forte o debole, lungo o corto, massiccio o sdutto, aquilino o camuso: ma è sempre maschio, ma è costruttivo e solerte, ma insomma lavora. La seconda è molle e pigra; tumida, bianca, sdraiata, è come un'odalisca sui tappeti: femmina..." V. G. Marotta, che ne L'oro di Napoli si è addentrato nella sua complessità culturale: "sberleffo totale, di petto, squassante, che lacerava l'aria avventandosi sulla terra e sul mare; [e] altresì lo sberleffo sottile e variegato, di testa, lo sberleffo a proposito del quale si potrebbe scrivere, come per il canto dell'usignolo: 'Era un tema di tre note...' e continuare per due pagine; inoltre aveva lo sberleffo affermativo e quello negativo, lo sberleffo tragico e quello comico; aveva lo sberleffo eseguito con le sole labbra, più interiore e più lirico, remoto e denso, che liberava come un fluido la sua carica di emotività e di inespresso; aveva lo sberleffo che dichiara e lo sberleffo che allude; aveva lo sberleffo che enunzia per sommi capi e quello che minuziosamente racconta; aveva sberleffi sostantivanti e sberleffi aggettivanti, aveva lo sberleffo come si ha il genio, senza limiti di volontà e di rappresentazione". Il ricevente modello di questa performance artistica di gran lunga superiore alle male parole, è per De Filippo, 'a schifezza, d'a schifezza, d'a schifezza 'e ll'uommene! Non possiamo che dolerci della sua progressiva scomparsa e sperare in un fragoroso collettivo, meritato ritorno. torna al rimando a questa nota
  10. Nelle curve tifose, oltre ai noti mal sanzionati slogan razzisti, si canta prevalentemente di bastardi, merda, puttane e troia. Gli avversari del Mezzogiorno, sono ovviamente puzzoni, zingari, colerosi, terremotati, sporchi africani, ecc. Non mancano alcuni momenti inventivi: per il Verona "Giulietta zoccola e Romeo frocio" e alcune posizioni politicamente orientate, come previsto dal romanzo epico di N. Balestrini, I Furiosi, Bompiani, Milano, 1994, - Il Lunedì che umiliazione / andare in fabbrica a servire il tuo padrone, / oh juventino ciuccia piselli / di tutta quanta la famiglia Agnelli... / Juve merda, Juve Juve merda... Oppure - Il Lunedì che gioia vera / pulirsi il culo con la sciarpa rossonera / o Berlusconi, Gianni Rivera, / Canale 5 e la merda rossonera / e Milan merda Milan Milan merda.
    Testi collettivi che appartengono a stili di vita politicamente rilevanti: dettano le forme odierne delle manifestazioni e dei conflitti di piazza. torna al rimando a questa nota
  11. V. tra l'altro la Quinta sezione penale della Cassazione, sentenza 30956 del 2010. E indicativamente, in altre sentenze: Battona, Frocio, Faccia di cavallo, Gay, Imbecille, Italiano (o meridionale o negro) di merda, Matto, Puttana, Scioccherellino (!), Sporco negro, (Italiano di merda invece non lo è!), Stronzo, Vaffa!... La Corte conferma qui il ruolo di arbiter in ultima istanza del Galateo italiano. In particolare quando si tratta di decidere se un'offesa, in qualunque registro semiotico - scritto, vignetta, fotografia, ecc, - sia o no da ascrivere al cd. "diritto di satira. Un diritto elaborato in via giurisprudenziale e non costituzionalmente garantito, la critica e la cronaca. Il genere satirico è definito come critica impietosa del personale politico che enfatizza o deforma "simbolicamente" e retoricamente la rappresentazione dei fatti, per ottenere un effetto ironico nell'opinione pubblica. Incompatibile quindi con il parametro veritativo della cronaca, anche se nei limiti piuttosto imprecisi della continenza, cioè della accertata verità di fatti eventualmente addotti e a difesa di onore e decoro della persona. torna al rimando a questa nota
  12. "Quando ci si trovi a disputare con un avversario più abile di noi si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall'oggetto della contesa (dove si ha partita persa) al contendente, si attacchi in qualche modo la sua persona" (A. Schopenhauer). Una meditazione "etotica" direbbe il filosofo di cui hanno abusato i fratelli Goncourt con P. Verlaine: "Maledizione [...] a questo ubriacone, a questo pederasta, a questo assassino, a questo codardo attraversato di quando in quando da paure dell'inferno che lo fanno cacare nelle mutande". È una tattica retoricamente redditizia, come prova la popolarità di chi dell'insulto ha fatto un genere dei mediascape: il critico d'arte V. Sgarbi ad es. ha lasciato l'usata apostrofe maiale, per quella più lieve di capra, ma lo reitera con una ridondanza sufficiente a tacitare l'interlocutore malcapitato. torna al rimando a questa nota
  13. Borges chiude in una parentesi maligna: "(Un italiano per sbarazzarsi di Goethe emise un breve articolo in cui non si stancava di soprannominarlo "il signore Wolfang". Era quasi un'adulazione, ma equivaleva a disconoscere che non mancano gli argomenti autentici contro Goethe)". torna al rimando a questa nota
  14. È largo e antico "anti-comportamento" della cultura russa mandare a farsi fottere la Mamma (mat), un detto sconsigliato nei paesi latini. Uspensky suggerisce dottamente che il lessico osceno converga con quello sacrale: si tratterebbe di uno scongiuro rituale per evitare l'ira di Madre Terra, che alla diabolica minaccia d'incesto, si spalanca e lascia uscire i morti. Una "semantica sepolcrale" che spiegherebbe, la moda attuale degli zombi!
    Un pathosformel culturalmente trasmesso fino ai canti poco ortodossi delle Pussy Riots nella chiesa di San Salvatore a Mosca:
    "Merda, merda, merda del Signore
    Merda, merda, merda del Signore
    Il patriarca Gundyaev crede in Putin/
    Meglio, troia, se credessi in Dio?."
    Ecc.
    Un anticomportamento cerimoniale rivolta alla Madre, acquatica stavolta, lo troviamo nelle poetiche apostrofi di A. Zanzotto per il Casanova di Fellini. Questi gli aveva chiesto di "avvolgere l'intero rito [del Carnevale] di un tessuto, di una specie di ragnatela sonora, sacra e popolare"; fatta di "orazioni propiziatorie, implorazioni iterative, fonie seducenti, litanie evocatrici, ma anche irriverenze, sfide, insulti, provocazioni sberleffi, tutto un inquieto scetticismo esorcizzante il temuto fallire dell'evento". All'indirizzo della cerimonia la "dea madre" emerge dalla laguna, e gli astanti proferiscono ingiurie rimate: la "Strussia": "la xe imbriagona, la xe magnona", "mona ciavona, cula cagona", "Baba catàba, vecia spussona". Come fanno le cd. "parenti" napoletane quando sollecitano lo scioglimento del sangue di S. Gennaro con epiteti come "Faccia gialluta, guappone", assortiti da esortazioni "omm'e niente squaglia 'stu sfaccimm' 'e sanghe!" e minacce: "Nun fa o' fess' San Genna', ti vott' a copp' a bascie". Testimonia R. Saviano: "Ero un bambino e mai avrei creduto si potessero pronunciare tanti insulti in una chiesa". torna al rimando a questa nota
  15. F. Fortini: titolo "A Carlo Bo". Testo "No!". torna al rimando a questa nota
  16. Dal duello elettorale tra Prodi e Berlusconi nelle elezioni del 2006. torna al rimando a questa nota
  17. Alla sequela dei più beceri improperi Gadda si era già esercitato nel suo Giornale di guerra e di prigionia, contro sottoposti sbadati e superiori incompetenti. E nel Pasticciaccio, l'ex- duce viene già squalificato di Buce, Dictatore impestatissimo, Emiro col fez e col pennacchio, Erediluetico, Facciaferoce, Gallinaccio con la faccia fanatica, Luetico, Maledito Merdonio, Mascelluto, Natoscemo, Negro coi guanti, Rachitoide acromegalico, Rospo, Sterratore analfabeta, Testa di Morto in stiffelius, in tight, in bombetta, in pernacchi, Truce". Per il lombardo Gadda il parlare che "sgrondava dal balcone" di Mussolini era pirlare.
    Ecco però nel suo sonante pamphlet anti-mussoliniano (ma il nome non è mai scritto!) i più fielosi epiteti; Alessandrone rincoglionito, Batracemago, Batrace tricacco, Bombarda di tripla greca, Bombetta, Borioso, Cacchio, Cavalini, Cetriolo, Ciuco maramaldo, Ex-bomba, Estrovertito, Faba magna, Fabulatore, Faccia feroce, Fava, Furioso, Gran Kan, Gran Pernacchia, Gran somaro nocchiero, Gran Tamburone del Nulla, Grande imago, Genio e favante tutore della Italia, KU-Cé, Ingrognato, Maldito, Mascellone mago, Mascellone unico, Mastro Pungolo, Modelllone, Mugliante, Nullapensante, Pirgopolinice (Miles gloriosus), Poffarbacco, Priapo Giove Ottimo Massimo, Priapoimmagine, Protuberato bucchesco priapo, Pupazzo, Racimolatore, Scipioneria, Somaro, Stivaluto, Super balano, Tauro, Torsolone, Trombone e Naticone Ottimo massimo, Tuberone, Trebbiatore, Velopendo. Oltre a liste come "lui, sederone a cavallo, lui bellone, lui mascellone, lui fezzone, lui buccone, stivalone, provolone, maschio maschione cervellone, generalone di tripla greca". Nomi di qualità peraltro ampiamente purgati, quando non censurati, dalle versioni emendate per pubblicazione di Eros e Priapo. Come il Merda di cervellone Caino che diventa cervellone; sanguinolento porcello diventa brav'uomo mentre cavallerizzo tuttoculo cade, insieme a provolone imbischerito, maramaldo omicida e infine Appiccata Carogna. In particolare, nelle prime redazioni troviamo ampie e non attenuate affermazioni sui trascorsi venerei del dittatore: sifilide simbolica, morbo nelle medulle del Sozzo, o del kuce-verga, quella scarlatta peste che gli escava il balano, ex-puttaniere impestato, Priapo marcio. L'autoerotomane eredicalcolico ed ederoluetico e luetico e in proprio diventa autoerotomane affetto da violenza ereditaria. Pirgopolinice spirochetaro è sostituito da Pirgopolinice Faccia feroce, dalla stercofetente gloria, dall'eroe grasso, sifoloso sostituito da tiranno, l'impestato diventa il bombetta, il luetico sarà solo il frenetico. torna al rimando a questa nota
  18. Ne La rabbia e l'orgoglio (2003) dopo i tragico attentato alle Torri Gemelle, Oriana Fallaci ha spiegato nel classici modi del pamphlet una batteria articolata di improperi virulenti indirizzati agli "islamici e al personale politico ", ai proprio lettori italiani, aggiungendo quelli di cui pare sia stata oggetto. Nel preteso "sermone", gli islamici sono bollati di scemi e barbari, stronzi e grulli, dannati figli di Allah, fottuti, figli di puttana, da trattare a pedate nei coglioni, lardoni, clonati come pecore, cani mordaci, conigli: le loro donne sono sottomesse scimunite e minchione, come le sorelle di Obama bin laden brutte con cicciuti seni e immense natiche.
    Quanto ai politici italiani sono in generale stronzi, gelosi, biliosi, vanitosi, piccini e cretini, scemi, illusi, ma anche farabutti, imbroglioni, analfabeti, beoti, squallidi,mediocri, falliti, animali, somari; coglioni. Se il leghista è becero, i rivoluzionari francesi dell'89 cupi e isterici, gli ex-comunisti sono cretini e trogloditi, ciuchi, bischeri che inventano coglionate. Tra gli oppositori cialtroni della sinistra, sono fessi i sessantottini inetti e rivoluzionari del cazzo: le peggiori sono le Cicale che trattano l'autrice da mascalzona, forcaiola, razzista, ma sono loro invece le puttane a la page, da prendere a calci nel culo, sanguisughe livorose, galline, parassite, umiliate da maiali maschilisti, quando non avvoltoi.
    L'Italia, almeno in parte, è quelle delle piccole iene e dei voltagabbana, godereccia, furbetta, volgare, meschina, stupida, vigliacca, opportunista, doppiogiochista, imbecille, imbelle, infingarda, smidollata, edonistica. I giovani italiani d'oggi sciagurati, molluschi, inetti, parassiti a cui piace la schifezza chiamata rap e votati alle dannate squadre di calcio e ai dannatissimi stadi. Non vogliono battersi quindi sono cretini e bugiardi, codardi, sciocchi e masochisti, cani bagnati.
    Lista esaustiva che rispetta rigorosamente le regole del pamphlet: l'individualista che enuncia il vero, nel complice silenzio dei più; a nome dei valori offesi e a partire del passato insulta, ma senza speranza l'insostenibile presente. Riscontriamo inoltre, nel caso della Fallaci, l'abbondanza di metafore animali che è tratto distintivo del discorso d'estrema destra. torna al rimando a questa nota
  19. "Io ho la maggior venerazione al mondo per quel gentiluomo che [...] si mise a tavolino e con tutto l'agio compose delle formule d'insulto adatte a qualunque provocazione e [...] le tenne sempre a portata di mano sulla mensola del caminetto, pronte all'uso", L. Sterne. torna al rimando a questa nota

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