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Da: AA.VV., Culture e discorso, un lessico per le scienze umane, a cura di Alessandro Duranti, Meltemi Editore, Roma, 2002.

Semiotica, quando manca la voce (2002)

Il dizionario è un genere discorsivo che comprende un ordigno significante e un dispositivo semantico. L'ordine dei vocaboli dipende dall'arbitrario dell'alfabeto, mentre il piano del senso è definito dalla relazione "elastica" tra denominazione e definizione. Su questo piano appunto Duranti ha introdotto la costrizione arbitraria di mille parole, approntando un comune formato per esporre i temi e problemi attuali della ricerca antropologica americana sui segni e sul linguaggio. E poiché da tempo, gli studi linguistici sono passati dal piano lessico-grammaticale a quello dei testi e da questi ad una teoria delle formazioni discorsive, il dizionario, discorso-oggetto, si presta ad essere oggetto di discorso.
La scelta di questo genere testuale sembra particolarmente felice nello stato attuale delle discipline della significazione e della cultura. Notiamo subito che la disposizione paradigmatica e discontinua evitano una presentazione sistematica e un tono definitivo. L'ordine alfabetico, semanticamente immotivato e variabile ad ogni traduzione, neutralizza le classificazione complessive. È un filtro "contro natura", che rompe con le pretese ontologiche e accentua l'ordine empirico e non logico del sapere. Queste voci, con la loro forza frammentaria e talora aforistica, non rinunciano a gettare la rete di una totalità fragile e incoativa. Senza smarrire la coerenza, grazie ad un sistema di rinvii che possiamo sempre ampliare, il Lessico di Duranti diventa una enciclopedia ragionata, unica per la polifonia delle sue voci. Giocando sui rinvii intertestuali, per sinonimia, contrasto, implicazione, è sempre possibile convertire queste denominazioni in altre definizioni, senza le pretese d'un metalinguaggio definitivo. Affidato a studiosi diversi, mantiene la facilità d'accesso e la efficacia comunicativa senza normalizzare il tono e proprio per la diversità d'elaborazione e d'enunciazione, consente un confronto fruttuoso tra pratiche e risultati.
Ogni dizionario è artefatto culturale con un uso sociale; risponde di conoscenze concettualizzate e di orientamenti di valore che guidano le sue scelte in estensione ed in profondità. Scelte esplicitate in altre opere di Duranti e che sorreggono la struttura d'insieme1. Ma la forma dizionario è aperta e frattale ed è sempre possibile introdurre nuovi termini per redistribuire le carte e le voci. La forma testuale stessa suggerisce ai fruitori di crearsi le proprie reti e attachment di senso.
Vorrei portare un contributo alla redazione possibile d'una denominazione assente, la cui mancanza è definita in calco dalla presenza di molte altre. Questo posto vuoto o leggibile in filigrana, può creare circoli virtuosi di significazione e sopratutto di esplicitare il confronto e la convergenza con tradizioni antropologiche di riflessione e di ricerca nelle discipline della significazione2. Quel termine o come si dice nel dizionario, quell'entrata è Semiotica.

1.

Semiotica, assente come denominazione, ha un riscontro esplicito in molte definizioni del dizionario, tra quelle teoricamente più avvertite come Categoria, Crossing, Eteroglossia, Gesto, Iconicità, Ideolgia, Improvvisazione, Indessicalità, Massima, Media, Musica, Registro, Ripetizione, Sincretismo, Scrittura, Visione. Se in altri casi è del tutto implicita (Codici, Esperto, Particelle, Sogni, Spazio, Teatro), altrove la sua assenza può sorprendere, come in Identità, Oralità, Metafora, Plagio, Profezia, Stile, Turno.
Eppure Duranti sostiene esplicitamente, nella conclusione della sezione Cultura della sua Antropologia del Linguaggio, che "la comunicazione linguistica (è) parte di una rete complessa di risorse semiotiche"3 collegate a intricati meccanismi istituzionali e sociali. Per lui il fare semiotico non si ridurrebbe, come nella prima versione dello strutturalismo lévi-straussiano ad una estrapolazione di modelli linguistici a diverse forme e sostanze espressive. E neppure al riconscimento di linguaggi non fonetici, come la lingua di segni dei sordi, in grado d' esprimere la stessa complessità semantica delle lingue naturali. Piuttosto, come per C. Geerz, se l'analisi della cultura opera in vista di una scienza del significato attraverso la descrizione densa dei suoi caratteri pubblicamente manifestati, allora "il concetto di cultura che adotto (...) è essenzialmente di tipo semiotico". Si tratta di un'affermazione notevole di cui non si sono tratte tutte le conseguenze4. Essa sottrae la semiotica al freddo contatto delle discipline logiche e della filosofia del linguaggio per ricollocarla in diretto rapporto con l'antropologia culturale. Un'operazione di alta valenza teorica che ci consente delle scelte incrociate nel campo semiotico e antropologico. Il terreno comune è quello della Mediazione Simbolica. Caratteristica delle discipline della cultura, essa le colloca tra Scilla e Cariddi, cioè tra le due posture riduzioniste delle scienze della natura e dei linguaggi logico-formali per render conto dell'universo umano di senso. Rompendo su ambo i fronti con queste ontologie, la semiotica contribuisce a chiarire la specificità delle scienze della cultura, che è appunto il carattere semiotico dei loro oggetti. Contro i programmi riduzionisti, quali emergono talora nelle scienze cognitive, va riaffermato il carattere significativo dei fatti e dei soggetti umani. Non si confonda l'ominizzazione con l'umanizzazione! Spetta, ci sembra, ad un approccio antropologico e semiotico studiare non i codici e i segni, ma i sistemi ed i processi della significazione che caratterizzano le culture e ne (ri)producono i soggetti e gli oggetti, le pratiche e le passioni. Questo luogo traduttore tra etologia delle società umane e filosofia delle forme simboliche ha una tradizione prolungata che accomuna le linee tendenze dalla semiotica e dell'antropologia del linguaggio. Senza risalire a Vico o a Rousseau, è Humbolt che ha avuto un ruolo decisivo nella caratterizzazione di un mondo intermediario (Zwischenwelt) tra il piano fisico e presentazionale e quello del linguaggio e della semiosi5. Il filosofo e scienziato tedesco ha tracciato un programma critico e comparativo tra le lingue e i sistemi di segni e fondato d'una epistemologia della diversità. Egli non postula infatti una facoltà universale di ragione - ritornello illuminista dei cognitivismi ortodossi - ma riconosce nella varietà delle lingue e nella molteplicità dei sistemi di segni la propria base antropologica. Toccherà a Cassirer legittimare il mondo semiotico e la cultura come campo di positività federatore delle scienze dell'uomo, qui ci interessa invece l'eredità linguistica e comparativa di Saussure, fondatore a un tempo della linguistica e di una semiologia. Ricordiamo che per lui linguistica non era branca della filosofia ma una scienza sociale mediatrice: "Si è discusso se la linguistica appartenesse all'ordine delle scienze naturali o delle scienze storiche. Essa non appartiene a nessuna delle due, ma ad un comparto delle scienze che non esiste, ma dovrebbe esistere col nome di Semiologia"6. E nel sommario progetto di questa disciplina includeva ad esempio lo studio dei sistemi di saluti di cui Duranti ha dato esempi antropologici molto convincenti. Sarebbe agevole riscostruire un'archeologia della collaborazione linguistica e antropologica nella fondazione delle discipline della significazione: Boas e Sapir, Whorf e Malinowski, ma anche Jakobson e Lévi Strauss, Hjemslev e Lévi Bruhl, Greimas e Propp. Limitiamoci ad constatare che il filone della linguistica anglosassone qui rappresentato ha conservato la tradizione humboltiana e saussuriana e si trova naturalmente accanto a una semiotica delle culture e ad un'antropologia semiotica. Come dimenticare che, per Sapir, la logica della grammatica era come la logica dei codici artistici e che Jakobson, accanto alla traduzione interlinguistica e interdiscorsiva, prevedeva ed esemplificava la transduzione tra sistemi di segni diversi dal linguaggio? L'oggetto d'una semiotica antropologica non è quindi la pur fondamentale dimensione linguistica, ma la "semiosfera" per dirla con J. Lotman che ha costruito il termine sul modello della biosfera7. Non tratta però di rappresentazioni, di visioni del mondo, ma della costruzione comune di un mondo significante. Contro gli assunti post-strutturalisti, i testi linguistici, scritti ed orali, sono solo parte del vasto apparato sincretico di costruzione, comunicazione e interpretazione del senso dei comportamenti. Anzi l'analisi dei testi semiotici si giustifica soltanto in quanto prodotti di azioni significative e come simulacri di azioni quali sono configurate e rappresentate nei racconti (v. Azione, Racconto). Le esplorazione dell'agentivity, o della dimenzione attanziale, a partire dalla grammatica dell'ergatività fino ai testi più complessi, sembra infatti una delle prospettive convergenti e promettenti di antropologia e semiotica. Al di là dell'incerta tassonomia degli atti linguistici, si tratta però di atti semiotici, cioè espressi in sostanze diverse, per esempio visive, come nei gesti. Una tipologia dell'agire - ad esempio una tripartitizione di attività, azioni, atti è isomorfa o almeno omologabile alla triade peirciana indici, segni, simboli (Rastier)? - può servire da modello alla teoria delle pratiche sociale. O meglio alle discipline d'una ragion pratica non calcata sulle pratiche di produzione (Bourdieu), ma che vede le azioni umane come oggetti culturali. Nella filigrana del dizionario - i cui autori preferiscono sottolineare i risultati più che i conflitti teorici - è implicito il dissenso con una teoria cognitiva delle rappresentazioni legata a ontologie preconcette e con le filosofia del linguaggio caratterizzata da una definizione intenzionalista e solipsista dell'azione. C'è un'esatta convergenza tra una semiotica e l'antropologia del linguaggio e una presa di distanza concomitante dalle semiotiche enciclopediche, composte di testi decontestualizzati e rappresentative di una ontologia che è un archivio d'azioni di cui si sono omesse le attività d'oggettivazione8. È evidente che questo tipo di approccio semiotico è fuori dalla portata delle obbiezioni di Sperber e Wilson che riducono la disciplina ad una teoria dei codici e delle rappresentazioni9. Quanto alla teoria cognitiva, anche se non intesa come luogo di rappresentazioni d' una realtà esterna ed indipendente ma di attività neurali e mentali, è chiaro che per un'antropologia semiotica il suo solipsismo rende illeggibile la formazione e la circolazione delle intenzioni e dei desideri, dei saperi, dei poteri e degli obblighi. Quanto alla dimensioe del sapere infatti non a caso cogitare deriva da co-agitare. Cogitamus ergo sum: è possibile culturalizzare le scienze cognitive? Comunque sia in una semiotica delle cultura più della verità conta la sincerità e l'intenzione soggettiva si precisa come responsabilità; l'etica non è riducibile a una deontologia dei codici e delle norme ma implica la costruzione e la circolazione di valori (o la loro distruzione e censura). Come la grammatica comporta una morfologia e una sintassi, cosi per il semiologo, un'articolazione dei valori comprende un'assiologia e un'ideologia. La totalità discorsiva deve inoltre integrare una rappresentazione delle forze in gioco e non solo della loro manifestazione segnica e pone la spinosa questione della loro efficacia "simbolica". Per essere efficace l'azione deve essere in grado non solo di modificare stati di cose ma anche stati d'animo, cioè sentimenti, emozioni o passioni che hanno oltre alla componente cognitiva, una dimensione percettiva e sensibile. Nel Lessico di Duranti manca una voce dedicata all'Emozione, anche se ne troviamo traccia in Cervello, Corpo, Particella, mentre è ricorrente l'uso della categoria estesica tensivo/distensivo (v. Cura, Umorismo). La semiotica d'ispirazione fenomenologica è più attenta all'articolazione tra Sema e soma (Saussure): ha dedicato molte ricerche alla dimensione passionale e più recentemente si occupa dell'estesica come comune sentire: dissentire o consentire, ma in ogni caso della condivisione delle attività percettive e significative10.
Per il semiologo come per l'antropologo, è problematica invece la relazione con una tradizione di stampo non linguistico ma logico ed epistemologico che si rifà all'altro frammentario padre fondatore della semiotica: C S. Peirce. Nel Lessico di Duranti, il richiamo si limita all'uso euristico del trittico: simbolo, icona ed indice, senza interrogarne teoricamente i fondamenti ontologici. Ma alcuni autori del lessico, come Hanks, Cook e Levinson, riprendendo un filone di ricerca che da Buhler porta a Benveniste e Jakobson, hanno problematizzato la nozione di Indice - ma è una categoria unitaria? la contiguità che lo fonda si può definire fuori contesto? - iscrivendola nella categoria più generale dell'Indessicalità, e predisponendo un campo deittico e riflessivo della (com-)presenza. Si tratta di nozioni che la semiotica "continentale" esplora sotto la categoria generale di Enunciazione, indispensabile all'interpretazione semantica dei testi e della loro relazione contestuale e intertestuale11. È un quadro efficace per voci quali Gesto, Profezia, Sogno, Voce, Visione, ecc.; ed è qui che viene ricollocato e ripensato in semiotica discorsiva il contributo "polifonico" di Bachtin. D'altra parte nelle entrate Iconicità e Visione, esplicitamente semiotiche, gli autori estendono le nozioni di "diagrammi" al di là della relazione referenziale, trattandole come correlazioni tra insiemi semiotici che i semiologi chiamerebbero semi-simbolismo (v. anche la voce Sincretismo)12. Oppure tengono in conto i formati enunciativi che definiscono riflessivamente i punti di vista dei partecipanti ad attività comunicative espresse in sistemi diversi di segni come, ad esempio l'interazione tra lingua e visione entro una "prassi discorsiva pubblica" costruttiva della cultura. Potremmo dire lo stesso dell'atteggiamento antropologico rispetto alla nozione di Inferenza, cardine in Peirce; nelle sue varianti induttiva, deduttiva e abduttiva, essa costruisce i presupposti contestuali che dovrebbe servire a comprendere.
È il testo nel suo complesso, non il singolo segno ed enunciato che stabilisce e consente le condizioni inferenziali. La semiotica antropologica non è quindi lo studio dei segni ma dei discorsi, come emerge da voci come Eteroglossia, Individuo, Intenzione, Particelle, Potere, Relatività, Traduzione, Voci13.

2.1

Il confronto sulla testualità, entro la comune matrice della mediazione simbolica, sollecita dei problemi comuni quanto alla relazione Testo/Contesto. Una prospettiva empirica che parta da testi dati (da chi?) senza rendere conto dei criteri della loro segmentazione, è condotta inevitabilmente ad introdurre elementi extratestuali. Perché questi tratti situazionali non siano "ad hoc" è necessario che nel testo si riscontrino operatori di contestualizzazione. La relazione al contesto non è di rinvio ma di costruzione (v. Improvvisazione). Questo approccio "pragmatico" si giustifica se applicato a testi soltanto linguistici, ma se si tiene conto della natura semiotica della testualità, molti dei tratti di situazione si rivelano altri testi di comportamento (gesti, oggetti, dispsizioni spaziali, ritmi temporali, ecc.). Il problema si sposta allora dai segnali attivi di contestualizzazione down-top alla costruzione pertinente di configurazioni semiotiche situate in cui l'analisi (o la catalisi) opera top-down, e si arresta non a unità naturali, ma quando si presentano risposte interessanti a domande socialmente rilevanti. Questo requisito hjelmsleviano, la costruzione preliminare di un co-testo semiotico, a partire da un numero ridotto di segni, richiede un procedimento abduttivo, cioè ipotetico-deduttivo ed è cruciale nella ricerca semiolinguistica in comunità culturalmente differenti. Duranti ne dà un esempio significativo quando studia l'uso dettagliato di particelle grammaticali del discorso politico, rilevanti nella legittimazione e nella circolazione del potere. Di questo macro-costrutto co-testuale che è la situazione, vengono a far parte i formati di partecipazione degli attanti comunicativi e la loro trasformazione nel corso della interazione. M. Goodwin ha ragione di affermare che questo studio, tra i più fecondi d'una antropologia semiotica, sposta l'analisi "dalla struttura delle attività discorsive alle forme di organizzazione sociale che il parlare rende possibili". Ma, in una prospettiva semiotica, la differenza non è di natura (linguaggio-testo vs contesto-mondo naturale o sociale), bensì di integrazione co-testuale. Se la semiotica studia ad esempio le narrazioni e il dispostivo delle enunciazioni che vi sono enunciate cioè rappresentate, non è per renderle successivamente significative, iscrivendole poi in formati di partecipazione intuitivamente definiti (Goffman), ma per trovarvi iscritti e definiti dei simulacri sociali di partecipazione. In questo senso ci sembra che vada compresa la definizione del raccontare come configurazione d'azioni e di passioni, proposta da Greimas e di Ricoeur, peraltro assenti dal Lessico14.

2.2.

La taglia omogenea dei formati non facilita il riconoscimento dei diversi livelli di astrazione su cui si distribuiscono gli interventi. E la connessione tra il piano teorico e quello metodologico è particolarmente problematica. Quando si fa appello insieme a Wittgenstein e a Bachtin, a Grice e Derrida, a Austin e Foucault, forte è la sensazione del bricolage filosofico. Più che una sistematica estensiva, quella del Lessico sembra un spazio fibrato e poroso. Se si trattasse di prendere posizione per uno stile di pensiero, non esiterei a segnalare la mia propensione per la semiotica di Deleuze15. Ma uno sguardo più attento si avvede che è la prassi etnografica della comunicazione, non un minimo epistemologico condiviso, il vero criterio per decidere la partinenza e la portata teorica delle ipotesi, come dimostra la discussione linguistica e semiotica di Grice (v. Massime), di Kripke sui nomi propri (v. Nomi) o le precisazioni di Duranti sui giochi linguistici in Wittgenstein. Come il metodo saussuriano si trova più nella sua memoria sulla ricostruzione della "a" indoeuropea, che nelle stenografiche proposizioni sulla semiologia16, così la forza dell'antropologia del linguaggio sta nell'interfaccia tra teoria e procedure di scoperta, cioè nella sua provata metodologia. Più delle costruzioni a priori, la sua qualità consiste nella vocazione empirica e nel saper fare descrittivo accumulato in una lunga pratica linguistica. Senza nostalgie filologiche, e prendendo le distanze dall'orientamento chomskiano (v. Funzione), questo savoir faire può esser esplicitato per la ricostruzione in fieri di un Organon in senso kantiano. Cioè di indicazioni-istruzioni (Anweisung) sul modo di acquisire conoscenze certe ed allargare l'ambito di verità scientifiche riconosciute. E degli strumenti euristici per costruire programmi di ricerca, come quello di una "scienza del non detto" (Levinson) o per dir meglio del semioticamente inespresso. Indipendentemente dalle forme comunicative che prenderà la ricerca - è notevole come in antropologia si profili un'alternativa narrativa alla forma saggio -, alcuni "temata" comuni possono essere riaffermati e svolti. Penso al problema del Relativismo semiotico, riconsiderato - contro la critica cognitivista - in un'ottica discorsiva e sincretica. Come potrebbe non concordare il semiologo con i propositi di Duranti sull'ascendente dei segni sulla nostra capacità di agire, sul modo con cui che la coscienza metalinguistica è influenzata dalla grammatica, così come la poesia è influenzata dalla morfologia di una lingua? Lo stesso vale per le Ideologie dei segni, cioè i sistemi di autorappresentazione influente che le varie culture o livelli di cultura si danno della propria segnicità17.
Lo studio antropologico delle culture presuppone evidentemente una immagine dei complicati nessi sociali che le costuiscono, dimensione questa che ancora manca alla Sociosemiotica18. Comune tuttavia è il presupposto che il senso si dà collettivamente; non è trasparente agli attori, è un geroglifico sociale che va colto e rispecificato. Sembra anche condivisa un'immagine meno consensuale e più polemica dei rapporti sociali che sono effetto e causa d'una grammatica dell'informazione ma anche d'una termodinamica del potere (v. Conflitto). L 'approccio antropologico, qualitativo ed intensivo, orientato su comunità "polifoniche" che costituiscono e sono costituite dalle prassi enunciative, ci sembra esemplare. La molteplicità e la singolarità delle competenze semiotiche, strutturate in hexis (habitus), qualifica come membri sociali anche attori non umani, quali gli animali o gli strumenti tecnici: macchine e utensili. Per mezzo di continui confronti e transazioni con questi attori non antromoporfi si costituisce e si tramanda la comunità di senso e di valore. Sembrano assai promettenti la zoosemiotica, e la conoscenza delle diverse forme di debraiaggio e e d'embraiaggio delle competenze dei nostri saperi e poteri con cui le tecnologie costruiscono e decostruiscono incessantemente le nostre azioni e interazioni19.

2.3.

Nel Lessico di Duranti la maggior forza direttiva del dire sta nei risultati sui Generi discorsivi. Nelle messa a fuoco di problemi consolidati (l'analisi conversazionale) o inediti (come l'improvvisazione) a cui la nozione di Ritmo può portare un più alta definizione. Nella retorica etnografica dei formati testuali e della loro gerarchia esplicite o implicite all'interno di comunità comunicative. E nello studio del discorso politico o in voci come Preghiera, Profezia, Proverbio, ma anche Metafora, Narrativa, Stile, Traduzione, Umorismo. Più cogente ancora per la semiotica è la voce Poesia di D. Hymes - la cui eco è sensibile attraverso molta parte delle entrate -, che postula e descrive i tratti universali del discorso poetico, (parallelismi, riflessività, pluralità delle voci, ecc.) e la maniera con cui esso plasma le lingue che lo modellano. La semiotica europea che ha estrapolato queste tratti "poetici" all'analisi dei testi figurativi, unitamente all'uso dei diagrammi per render conto della "motivazione" semisimbolica del segno poetico come di quello visivo (v. Ideofono e il confronto con l'ideogramma), segue questi esiti e sviluppi con la maggior attenzione20.

2.4.

Un punto ulteriore di convergenza è l'eterogeneità semiotica delle comunità comunicative, esito a cui l'antropologia del linguaggio è pervenuta liberandosi dalla strettorie implicate nel suo assunto inziale: lingua (unica) eguale cultura (omogenea). I semiotici, che hanno sempre prospettato la comunicazione come un sincretismo tra sistemi di segni diversi nelle sostanze e nelle forme espressive, accettano felicemente la proposta dell'Eteroglossia come universale culturale. L'antropologia del linguaggio sembra sempre meno interessata a morfologie universali estrapolate dall'analisi comparativa di comunità chiuse e sempre più coinvolta negli eventi discorsivi d'un mondo poliglotta e migratorio. Questa angolazione la porta a valorizzare le molte voci che abitano un evento linguistico (v. Plagio), la delicata varietà delle posizioni di animazione enunciativa, le ricontestualizzazioni legittime, le sottili negoziazioni morfologiche e semantiche che hanno luogo nelle commutazioni di codice. La tradizione, la ritualità stessa non è stabilità di forme, ma intertestualità e processo. Persino le ripetizioni infantili prendono senso come modi d'apprendimento della competenza comunicativa di una varietà stili. Per una consapevolezza multisegnica, diventa quindi centrale il ruolo dell'attività incessante della Traduzione (v. Variazione). Impossibile, la traduzione è quello che non smettiamo mai di fare. D'altra parte la Traduzione tra lingue è solo parte, si è detto, del generale fenomeno di Transudzione tra (lingue e) sistemi semiotici, come ad esempio oralità e la scrittura. Questa attività discorsiva - la traduzione è un caso di reported speech? - introduce delle differenze nei linguaggi di partenza e in quelli di arrivo e diventa, come la poesia, un modello euristico per l' innovazione linguistica e culturale. Contribuendo, in condizioni da esplicitare, ai fenomeni di di pidginizza zione e creolizzazione nella cui evoluzione sono implicati aspetti semiotici, quali ad esempio l'iconismo nelle sue componenti diagrammatiche e figurative. Il postulato dell'eterogeneità e la pratica generalizzata della transduzione offre un'euristica alla semiotica: troviamo pidigin e creoli nella gestualità dei sordi come negli stili artistici21. Ma anche una prospettiva politica rilevante nel mobile mondo contemporaneo, dove si alternano vettori di globalizzazione e di (ri-)etnicizzazione; propettiva che, per far solo un esempio, smentisce il pathos politicamente corretto delle lingue e delle culture in pericolo.

Tra semiotica e antropologia del linguaggio non trovo divari o diverbi.
Lo spazio che è loro comune non dà luogo incidenti di frontiera; è una via a doppio senso. Qui il Lessico di Duranti è opera di riferimento. Alcune voci garantiscono risultati e certezze:: Cervello, Codice, Colore, Categoria, Iconismo, Visione, Massime, Ripetizione, ecc. Per altre si tratta solo di sposamenti di cariche semantiche e di approfondimenti, onde porre nuove pertinenze o rendere i dati più recalcitranti alla spiegazione. Il fondamento condiviso è la Mediazione Simbolica e l'indicazione di metodo sta nella realizzazione e il superamento del programma saussuriano nell'esplorazione della Semiosfera. Non ci sono salti qualitativi o rotture epistemologiche - che sono spesso discreti se non impercettibili -, ma inflessione e accentuazione. L'antropologa linguistica sembra il settore più avanzato nella costruzione di una antropologia semiotica.
Un lessico, lo abbiamo visto all'inizio, è una costruzione virtuale che tenderebbe ad esaurire tutti i possibili termini ed i realizzabili di ogni termine. Prevede quindi una lista d'attesa di voci e la trasformazione della disposizione alfabetica in ordine metodico. Suggerirei, come cenno d'intesa, d'introdurre Discorsività, Passione ed Enunciazione, di ridefinire Narrazione e Traduzione. Sono Voci da usare come portulani per costruire una carta, auspici per introdurre la definizione della denominazione assente o presente in calco: Semiotica. Disciplina antropologica a vocazione empirica che non è si occupa di segni e che studia - in vista della scientificità - discorsi e testi di comportamento, sistemi e processi di significazione.
Per fare il punto, che è punto e a capo, non bastavano mille parole.

Note
  1. Duranti A., Antropologia del linguaggio, Meltemi, Roma, 2000. torna al rimando a questa nota
  2. Sémiotique: dictionnaire raisonné de théorie du langage, par A. J. Greimas et J. Courtès, Hachette, Paris, 1983. Trad. it. a cura di P. Fabbri, Casa Usher, Firenze, 1986.
    Fabbri P., La Svolta Semiotica, Laterza, Bari, Roma, 1998 (Lezioni italiane); 2ª ed., Laterza, 2001.
    Rastier F., "Dalla significazione al senso, per una semiotica senza ontologia", in AA.VV., L'Eloquio del senso, a cura P. L. Basso e L. Corrain, Costa & Nolan, Milano 1999.
    Rastier F., "L'action et le sens: pour une sémiotique des cultures", Journal des anthropologues, Paris, n. 85/86, 2001. torna al rimando a questa nota
  3. Duranti A., op. cit., pag. 54. torna al rimando a questa nota
  4. Geerz C., Antropologia interpretativa, Bologna, Mulino, 1988.
    Ma vedi anche Sahlins M., Cultura e utilità, Bompiani, 1982. torna al rimando a questa nota
  5. Vedi Rastier, op. cit., 2001. torna al rimando a questa nota
  6. Saussure F. de, Cours de linguistique générale, Wiesbaden, 2 voll., 1968-74, a cura di R. Engler. torna al rimando a questa nota
  7. Lotman J., La cultura e l'esplosione, Feltrinelli, Milano, 1993.
    Lotman J., Uspenskij B., Tipologia della cultura, Bompiani, Milano,1975. torna al rimando a questa nota
  8. Eco U., Kant e l'ornitorinco, Bompiani, Milano, 1997. torna al rimando a questa nota
  9. Sperber D., Wilson D., La pertinenza, Anabasi, Milano, 1991. torna al rimando a questa nota
  10. Greimas A. J., Fontanille J., Sémiotique des passions, Seuil, Paris, 1991.
    Savan D., "La teoria semiotica delle passioni secondo Peirce", sta in Semiotica delle passioni, a cura di I. Pezzini, Progetto Leonardo, Esculapio, Bologna, 1991.
    Fabbri P., Marrone G., Semiotica in nuce, vol. II, "Teoria del discorso", Meltemi, Roma, 2001; parte 5ª, "Estetica ed estesia". torna al rimando a questa nota
  11. Benveniste E., "Semiologia della lingua", in Semiotica in nuce, vol. II, op. cit.; parte 1ª, "L'avvento dell'enunciazione". torna al rimando a questa nota
  12. Per la nozione di semisimbolismo vedi Sémiotique: dictionnaire raisonné de théorie du langage, op. cit. torna al rimando a questa nota
  13. Fontanille J., Sémiotique du discours, PULIM, Limoges, 1998. torna al rimando a questa nota
  14. Greimas A. J., Semantica strutturale, Meltemi, Roma, 2000.
    Fabbri P., Marrone G., Semiotica in nuce, vol. I, "I fondamenti e l'epistemologia strutturale", Meltemi, Roma, 2000; parte 2ª, "La narratività".
    Ricoeur P., Temps et récit, Paris, Seuil, 1983-5, vol. II. torna al rimando a questa nota
  15. Fabbri P., "Come Deleuze ci fa segno", in AA.VV., Il secolo Deleuziano, a cura di S. Vaccaro, Mimesi, Milano, 1998.
    Fabbri P., "L'oscuro principe spinozista: Deleuze, Hjelslev, Bacon", Discipline Filosofiche, (numero dedicatoa G. Deleuze) Bologna, n. 1, 1998. torna al rimando a questa nota
  16. Saussure F. de, Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indoeuropéennes, Lipsia, 1878. torna al rimando a questa nota
  17. Lotman J., Uspenskij B., op. cit., 1975. torna al rimando a questa nota
  18. Fanno eccezione: Landowski E., La società riflessa, Meltemi, Roma, 1999; Marrone G., Corpi sociali, Einaudi, Torino, 2001. torna al rimando a questa nota
  19. Latour B., "Piccola filosofia dell'enunciazione", sta in in AA.VV., L'Eloquio del senso, op. cit.
    Fabbri P., "Introduzione" a F. Bastide, Una notte con Saturno, saggi semiotici sul discorso scientifico, a cura di B. Latour, Meltemi, Roma, 2001. torna al rimando a questa nota
  20. Greimas A. J., "Semiotica plastica e semiotica figurativa", sta in AA.VV., Leggere l'opera d'arte, a cura di L. Corrain, Esculapio, Bologna, 1986.
    Fabbri P., Corrain L., "Introduzione" a L. Marin, Della rappresentazione, a cura di L. Corrain, Meltemi, Roma, 2001. torna al rimando a questa nota
  21. Fabbri P., Elogio di Babele, Meltemi, Roma, 2000. torna al rimando a questa nota
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