Paolo Fabbri semiotica online
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Da: Voci e Rumori: la propagazione della parola, a cura di P. Fabbri e I. Pezzini, Versus, quaderni di studi semiotici, n. 79, gennaio-aprile 1998.

La voce è la matta (1998)

'Versus, quaderni di studi semiotici', n. 79, 1998 La semiotica insegna. I titoli, anche i più allusivi o metonimici, sono sempre metasememi: provano a condensare le informazioni del testo che precedono.
Il titolo, "la voce è la matta", se esplicitato, suona così: i rumori - voci, pettegolezzi, dicerie, leggende, ecc. - ci interessano in quanto jolly comunicativi, "matte" nei giochi di sapere, di guerra, di vertigine dell'informazione.
Mentre i media di massa ordiscono grosso, i rumori tramano sottile nel tessuto informativo. Non senza qualche punto d'intersezione. Che relazione c'è infatti tra le voci-virus che si propalano in praesentia, si propagano epidemicamente ed i media che ne vengono informati e deformati? E se il rumore è "mediato" dai mass media, questi non sono forse "rumoreggiati" dalle voci?
È un tema che va ripreso oltre i metodi della storia1 e della psicologia sociale che hanno studiato le voci sopratutto nei periodi bellici o postbellici o all'occasione di conflitti commerciali2. Si tratta di un problema capitale della comunicazione - e per comunicazione intendo la costruzione, la trasmissione e la circolazione del significato - con specificità che restano da chiarire al di là delle inchieste sommarie e delle wunderkammer delle leggende metropolitane3.
Bisogna evitare che la comunicazione sia pensata nel quadro di una problematica ingegneristica - che Goffman chiamava "contatto tra cabine telefoniche vuote". E schivare le ipotesi fuzionaliste e sociobiologiche, che affidano alla chiacchera un ruolo decisivo nell'evoluzione filogenetica del linguaggio umano ("In sintesi la mia ipotesi è che il linguaggi si è evoluto per permetterci di chiacchierare", Dunbar) o una generica qualità di coesione sociale ("le chiacchiere [...] servono esclusivamente a gestire reputazioni", Emler)4.
Per noi voci rappresentano invece un curioso esperimento di pensiero per la teoria semiotica e una sociologia "clinica" del presente5. Irriducibile a (pseudo-)leggi gestaltiche - come la legge di base del rumor di Allport e Postman e altre semplificazioni comunicative - come il ciclo: produzione, diffusione, controllo di Rostow6.
Il processo sociale della chiacchiera, caratterizzato dal contatto immediato e dalla comunicazione verbale e non verbale, mette in causa il simulacro della Opinione Pubblica, ed avanza una sfida intrigante e necessaria a molte definizioni "sufficienti" del Credere e della Verità.

1. 1. La macchina intonarumori

... io mi accontenterei di fare del pettegolezzo una sorta di tassonomia, cioè di classificazione, come si è sempre fatto con le piante e gli animali.
(Primo Levi)
Una via possibile d'accesso è classificare gli Enunciati delle Voci7.
Non la lista dei loro referenti, ma quella delle narrazioni e delle connotazioni che esse comportano e trasportano. Ci interessa meno che si tratti di persone, animali od oggetti, cibi o bevande, prodotti per la cura del corpo o dischi, giocattoli o piante ornamentali, strumenti domestici o per la comunicazione. È rilevante che in questi repertori si trovino le sostanze del mondo e i loro investimenti mitici (topi e serpenti, droghe e veleni, malattie e mutazioni ecc.), iscritti in piccoli formati narrativi - storie, massime, ecc. - progressivamente trasformati e levigati nel passaggio da bocca a bocca, da orecchio ad orecchio. Una micrologia mitica. Se un mito è un modo di risolvere in modo immaginario una contraddizione reale, niente è più mitico delle voci. Ricordate quella piccola parabola sull'alterità: il turista trova un ragno velenoso nella yucca o nella poinsezia riportata dal viaggio esotico desiderato quanto temuto.
Si tratta insomma di soap opera in miniatura, che il propellente del pettegolezzo trasporta dove più importa il suo senso e la sua struttura.
Copioni Volanti non Identificati con un potere fabulatorio e una propria magia, cioè una variazione continua sul principio di causalità.
Le voci mobilitano infatti vecchi schemi folklorici, usurati motti di spirito, un sapere tacito e virtuale di luoghi comuni. C'è un fondo immemoriale che ne assicura l'esistenza virtuale e l'eterno ritorno? Si, ma queste stereofonie non sono là solo per ripetersi; vogliono dire altro, contrapporsi ad un altro dire non (ancora) iscritto nel mondo degli stereotipi. Sono contro-voci come quelle che, ad esempio, affrontano antifrasticamente un'altra parola mitica, la pubblicità, ritorcendone gli argomenti e le figure. Per questo possono essere usate artatamente come contromarketing o unselling e persino contro i proprio prodotti, quando si decida di abbandonarli a profitto di altri. Per questo ci son istituzioni di controllo e di verifica, imprenditrici di senso nel mondo dei rumori8.
La voce - che trova greggi di capri espiatori - è volentieri luddita e beghina, ma anche critica. Si pensi alla ridda delle voci sui ladri d'organi in reazione alla possibilità di trapianti chirugici9. Le contraddizioni provocate dalla tecnologia e della scienza, nella cura di sé e negli afrodisia collettivi, nella malattia, nel piacere e nella morte vengono "vociferate" tra apprensione e sarcasmo, tra tensione e distacco. L'enunciazione collettiva ha una oggettiva ironia. I rumori condividono, con molti fatti di cronaca, il principio del Colmo: tanto è più vero tanto meno ci credo e viceversa10.
Ma perché una voce abbia un senso va tenuto conto dell'Istanza di Enunciazione che la situa in un luogo e in un tempo.

1.2. Batman in Palio

Un esempio tra i troppi.
All'inizio della primavera del 1998, la città di Siena era in preda ad un rumore. Correva questa voce: nel corso di un incontro erotico, un uomo, travestito da Batman, aveva legato al letto la partner nuda; lanciatosi su di lei aveva mancato il bersaglio; ferito, aveva perso i sensi. Le grida della donna avevano permesso ad estranei di intervenire in soccorso della donna bloccata e del Batman mancato.
La storia, ripresa da stampa ed emittenti locali, si propagò fino alla stampa nazionale che tentò invano e con ogni mezzo, di identificare i protagonisti. Mentre la televisione (Rai 3 e Canale 5) gli dava spazio, il salace raccontino in terra di Siena si arricchiva e si diversificava, tra amplificazioni e dileggi, imputazioni e smentite fino ad acquistare il sapore di un "fatto sociale totale". Una "Batmania" a cui si aggiunse una ulteriore informazione. Il motivo di Batman e della Donna Nuda - reperibile su Internet (http://www.urban legends.com/sex/batman.html) - faceva parte da anni del folklore urbano americano ed era "accaduto" in America (da St. Louis, a Los Angeles a New York), ma anche a Londra e in Nuova Zelanda. Era già stato pubblicato sulla stampa (Seattle Times, Chicago Tribune, Los Angeles Times) e nella raccolta di Leggende urbane di J. H. Brunevand, fin dal 1986.
È possibile che l'apparire della storia nella cittadina toscana si spieghi con l'acquisto di una "vera" maschera di Batman da parte di un collezionista senese11. Ma qual è il senso, significato e orientamento, di questa affabulazione collettiva?
L'informazione "improvvisata" non era né autentica, né genuina, se per /autentico/ intendiamo "ciò che è attribuito in modo irrefutabile ad un autore, non imitato né falsificato" e se /genuino/ (dal greco genos) vuol dire "inalterato negli elementi originali o naturali".
L'informazione però è diventata vera attraverso le varianti figurative che l'enunciazione collettiva genera a partire dalla struttura narrativa. Non è il luogo per mettere in sistema le diverse varianti, variazioni e varietà e le catalisi dei blancks narrativi: la differenza di età tra i partner, la loro fisiognomica, l'identità dei soccorritori, l'indirizzo e gli orari dell'incontro, il mobilio, il tipo di legami e l'entità delle ammaccature, ecc. A conferma dell'ipotesi semiotica che le strutture dell'immaginario si fanno discorso attraverso l'operatore enunciativo, nel corpus delle voci sul "pipistrello e la sua bella" si assiste alla convocazione di espansioni attoriali che modificano le isotopie semantiche e figurative della leggenda metropolitana per iscriverle nell'universo senese del senso dei valori. La cooperazione narrativa dei pettegoli, cioè di attanti miopi con un informazione soltanto locale, converge in un senso condiviso.
I protagonisti dell'intrigo, l'Uomo-Pipistrello in particolare, sono identificati col personale del Monte dei Paschi di Siena, il cui irresistibile potere sulla città, quello sì, è autentico e genuino. Da pipistrello infatti è stato metaforicamente modificato il blasone del Monte de Paschi e, nottetempo, è stata metonimicamente truccata da Batman la statua dell'economista Sallustio Bandini, situata davanti alla sede centrale della Banca. Così come nella "fandonia" delle vipere volanti il più "giusto e il più rilevante degli attori è l'elicottero che le getterebbe nei luoghi più impervi"12), così la "frottola" del Batman del Monte mette la cittadinanza in reale fermento linguistico. In una agitazione e un fervore, direbbe il vocabolario, motivati da esigenze di rinnovamento, "per prospettare e promuovere nuovi valori e problematiche"? Che permette non di credere l'incredibile, ma la sospensione ironica dell'incredulità.
Anche se non è legittimato da un contratto di veridizione, il pettegolezzo non è però senza costrutto. Non è inesatto dire che misuriamo il nostro comportamento sulla base del potenziale esistente per il pettegolezzo, cioè anticipando quel che "la gente" dirà di noi in senso positivo e negativo. "Lo scambio di dettagli relativamente insignificanti sulla vita quotidiana invia un meta-messaggio di relazione e di attenzione"13. Anche nel caso estremo di propagazione di un nome proprio - come il grido di Valerioooo!!!!!!, che ha caratterizzato l'estate riminese del 1998 - il soggetto collettivo del rumore, anche se non asserisce nulla, può "predicare" qualcosa: il ruolo modale degli attori sociali, competenze, reputazioni e i caratteri (violazioni di regole o di massime, e così via). La relazione allacciata dalla voce conta allora quanto i rapporti effettivamente esistenti da cui si staccano transitivamente e a cui ritornano riflessivamente14.

2. Le armi parlanti

Pheme, la dea della Fama, abita una casa, tutta di bronzo sonoro, posta sulla cima di un monte con moltissime porte e finestre sempre aperte, affollata da un volgo sciocco tutto intento a ripetere le ciance che sente.
(Ovidio, "Metamorfosi", l., XII)
Le voci armeggiano. Costruite per rilevare o alleviare contraddizioni, trovano nella strategia una logica, meglio una logistica. Non è un caso che prendano a teatro d'operazioni i campi di battaglia: si vedano gli studi di P. Fussell in Inghilterra o di M. Bloch in Francia sui rumori durante le due Grandi Guerre e l'imponente letteratura spionistica nel corso della guerra fredda15. Recentemente vaste correnti di rumori hanno preceduto, accompagnato e seguito la Guerra del Golfo, di cui com'è noto, i media non hanno detto (quasi) nulla e le voci (quasi) tutto.
Un esempio tra gli altri. Nel 1990 si ebbe una delle maggior cadute storiche della Borsa di Tokio. "Il mercato era sconvolto dalla voci più folli. In attesa delle notizie dal Medio Oriente gli operatori non hanno smesso di farsi paura l'un l'altro, inventando i rumori più catastrofici. Mercoledì hanno creduto, senza la minima prova, che il crack estivo avesse portato al fallimento una delle più grandi aziende di Tokio. Giovedì era la morte - smentita pochissimo tempo dopo - di un soldato americano, ucciso da soldati iraniani, che ha fatto perdere il sangue freddo e calare tragicamente le quotazioni. Venerdì si è creduto che Saddam fosse scappato da Baghdad" (Le Monde, 9/9/1990).
Nate nel e per il conflitto, le voci sono utilizzate a fondo nelle guerre commerciali, ma per la stessa particolarità dei suoi funzionamenti si tratta d'armi a doppio filo. Chi di voce colpisce, di voce può perire.
È noto infatti che la prima vittima del conflitto è il vero. Ora non solo la verità della voce è indecidibile, ma è inassegnabile la sua relazione di Enunciazione, cioè la relazione pragmatica testualmente iscritta tra i suoi emittenti e riceventi. Infondata, la diceria viene dal nulla e al nulla incontrollabile ritorna.
Almeno così si dice, ma si dice anche che i rumori dicono una mezza verità o una verità e mezzo e che sono tanto più falsi che a volte sono anche veri. Certo, la voci sono non constative ma performative, corrispondono non a stati di fatto o di cose, ma a trasformazioni riuscite di valore: credenze, interessi, passioni. Sono storie intruse nei nostri regimi aletici più o meno istituzionalmente stabilizzati, come le maniere o la scienza. Si propagano nella suspension of disbelief trovando "conferma" nella loro esposizione sequenziale, nell'inclusione in altre voci a cui rimandano16.

Il che può spiegare la cattiva accoglienza che la Filosofia riserva alla chiacchiera. Per i Greci, tra feme e seme, tra rumore e significato c'era un nesso indissolubile; essi avevano eretto a Feme - rinomanza e rumore - un santuario, in cui risuonava un missaggio di parole misteriose e confuse con caratteristiche oracolari17. Vox populi, vox dei. Oggi la discendenza heideggeriana crede invece che il mondo abbia perso la propria autenticità, disciolta nei rumori. La nostalgia della fondatezza - piacere d'esser tristi - è legittima, ma non si vede bene con gli occhi velati dal rimpianto d'un mondo autentico. Riesce così particolarmente difficile esplorare l'infondatezza che si denuncia. In particolare la circolazione, frattale ed acentrica, dell'"infondato". Tra Vero e Falso non si finirà mai di visitare la frontiera segnata di pietre filosofali: il dio delle voci non è Hermes ma Proteo.
Eppure anche il filosofo intravede che il rumore può passare proprio per la sua infondatezza. Se non è vera in rapporto all'Oggetto, può essere verace nella relazione ai Soggetti. La voce fallace è creduta e ottiene adesione. Il jolly del rumore è un operatore privilegiato per la creazione e il mantenimento di quella fiducia - conoscenza e passione - che l'interazione presuppone sempre e incessantemente trasforma. Questa infondatezza che si trasmette a tutti perché s'impone ad ognuno. È la potenza del falso, vera "parola d'ordine" per dirla con Deleuze che ne caratterizza con esattezza "gli strani caratteri: una specie d'istantaneità nell'emissione, la percezione e la trasmissone delle parole d'ordine; una grande variabilità e un potere d'oblio che fa sì che ci si sente innocenti delle parole d'ordine che abbiamo prima seguito, poi abbandonato per raccoglierne altre, una capacità del tutto ideale o fantomatica nell'apprensione delle trasformazioni incorporali; una attitudine a prendere il linguaggio nella forma di un immenso discorso indiretto. Facoltà di suggeritore e di suggerito, facoltà di cantare mettendo tra le proprie arie un rapporto di ridondanza, vera facoltà medianica, di glossolalia o di xenoglossia"18. Tra la competenza linguistica e l'arte verbale.

3. Venir dal nulla ovvero Audio quia absurdum

Affinità possibile tra paranoia e distanziazione attraverso il racconto: la terza persona, l'"egli" è epico: il che significa: "egli" è malvagio; è la parola più malvagia della lingua: pronome della non persona annulla e mortifica il proprio referente; non si può applicarlo a chi si ama senza un senso di disagio; quando dico "egli" di qualcuno ho come il senso d'un crimine per via linguistica, crimine la cui scena, talora sontuosa e cerimoniale è il pettegolezzo.
(R. Barthes, "RB par RB")
Un carattere eminente della voce è la sua insituabile origine. Suo tratto distintivo è l'assenza di corroborazione. Conosciamo bene i punti di diramazione, spesso luoghi pubblici, caratterizzati da incontri occasionali e fortuiti (file, luoghi d'attese impreviste, raduni collettivi, ecc.) tra attori sociamente disparati, ma non sappiamo la fonte, il primo destinante di cui tutti sono i virtuali destinatari. Non c'è mai un primo soggetto sparlante.
Inafferrabili ed imminenti, i rumori si riferiscono ad una fonte prossima (famiglia, conoscenti, luoghi familiari, incontri fortuiti) ma che si sottrae all'indagine. Ogni ricerca sembra naufragare in vista del sapere19. Non si tratta di segreto nel senso di occultamento. In ogni caso c'è Qualcuno a cui si presta se non fede almeno orecchio, ma Questi è sempre Qualcun Altro. In effetti gli esperimenti sui rumori sembrano comprovare che questi circolino proprio perché la fonte è riconosciuta influente. Ma le ricerche sulla Influenza Personale - ipotesi a sapore di serendipità, pervenuta alla sterminata bibliografia di 3000 voci20 - conducono in questo caso ad un esito paradossale: non si è in grado di assegnare la fonte di una notizia che circola proprio sulla fiducia prestata a una fonte influente ed in un ambiente a forte coesione.
Il rinvio ad Altri è sempre aporetico. Se l'essenza del segno è il rinvio illimitato ad altro segno, le voci sono l'oggetto semiotico per eccellenza. Fanno un rizoma mobile e nel loro tragitto, mutano d'accento e di pensiero. Sembrano enunciate da una Quarta Persona del Plurale. Il rumore è sempre provato e mai smentito. Si può solo opporgli una controvoce e senza poter pregiudicare del risultato. D'altra parte il conflitto tra voci le trasforma ma non le estingue: le rinvia alla virtualità, in attesa di nuove, manifestazioni e mutazioni.
D'altra parte la voce può auto-realizzarsi, cioè creare la condizioni del proprio passaggio all'atto. Ad esempio, mentre Il Corriere della Sera denunciava come falsa la voce (un volantino in una scuola a Monza) di decalcomanie all'LSD, Liberation in Francia annunciava col titolo "Figurine all'LSD, il trip del rumore": "Più di 3000 dosi di LSD erano nascoste nelle vignette di Conan il Barbaro e sequestrate dalla dogana mobile", confermando così l'arrivo di stupefacenti nelle scuole elementari. Ma la seconda notizia non falsifica la prima voce. Può provare invece che qualcuno ha preso tanto sul serio il rumore, da realizzare le figurine all'LSD. La voce s'è avverata. Come nel caso citato e ben conosciuto della Borsa, la quale integra le voci al proprio funzionamento; è il rumore a produrre il reale.
Dal pettegolezzo locale ai rumori collettivi, le voci, piccole imprenditrici di moralità - di etica e di etichetta - esercitano un controllo sociale (e politico) attraverso un'indiretta sanzione collettiva21. Con effetti non calcolabili in bit informativi. I rumori trasportano atmosfere, insiemi di piccole sensazioni e di dettagli apparentemente insignificanti, e sopratutto emozioni. Mettono in circolazione spaventi antichi e nuovi che formano la cornice passionale (lo stimmung, direbbe Simmel) del panorama interattivo e suscitano un gioco di attrazioni e repulsioni per far credere, spesso, l'incredibile. È a partire dallo studio delle conversazioni "a rumore" che si può misurare l'impatto emozionale della tecnologia e delle scienze22. Le voci "girano" perché c'è curiosità - cioè etimologicamnte "cura" - che non è la frivola nemica della conoscenza. La voce sparge segreti che sono spesso segreti di Pulcinella - tutti sanno ma nessuno sa se l'altro lo sa e crea confidenza, cioè il piacere di far sapere a chi si cura di sapere. Al basso regime di verità corrisponde la "tenuta" di una socialità diffusa. Salvo casi particolari, chi chiede verifica delle conversazioni quotidiane?
Si pensi all'idea solo apparentemente paradossale di Zinoviev. La differenza tra stalinismo e periodo brezneviano in URSS stava tutta nel funzionamento delle voci, soprattutto in quelle delatorie. Nel periodo staliniano le delazioni sussurrate assicuravano un feed back tra potere e popolo che viene a mancare quando Breznev da buon burocrate, chiede relazioni scritte che nessuno leggerà23.

4. Il rumore dei media

Edward Kienholz, ha realizzato nel 1963, Gossip, un assemblaggio di detriti metropolitani riciclati, una specie di mostro di legno con due schermi televisivi, quattro piedi e una maschera.
L'antropologia della comunicazione ci conferma che nelle culture tradizionali il ruolo del pettegolezzo è pervasivo (gossip is regarded as permeating the culture)24.
Un tratto singolare dei rumori nell'economia comunicativa contemporanea invece è il fitto intreccio tra l'immediatezza delle conversazioni vociferate e la comunicazione mediata per la massa. È noto, ad esempio, che la notizia dell'invasione del Kuwait è giunta al 75 per cento degli americani per via immediata, bocca-orecchio, e solo il 25 per cento attraverso i diversi media elettronici.
Si è detto e provato che i media sono presi tra le voci che dovrebbero filtrare e quelle a cui danno origine25. Gli esempi sono legione: ricorderò solo l'articolo in prima pagina del primo numero della Pravda, dopo la caduta del regime sovietico: l'apparizione di un UFO!
Ma più interessante è il fatto che le voci - che sono "notizie improvvisate" - sono esperimenti conoscitivi per riconoscere alcuni tratti distintivi dei media contemporanei e di quella misteriosa entità che chiamiamo - meglio, che esiste solo in quanto chiamata - Opinione Pubblica26.
Anche i media sono produttori di eventi immaginari (si veda l'indimenticato "Cacao Meravigliao", dapprima segno in TV, poi referente in pasticceria). Anche i media come le voci si declinano al presente27 e paiono inadatti alla formazione di una memoria articolata. Anche i media generano testi la cui possibilità di verifica è largamente irrilevante: si pensi alla rapidità di circolazione della notizia, alla difficoltà della verifica, al peso risibile delle smentite.
La regola del cui prodest vale naturalmente per il verba volant delle voci come come per i giornali e le televisioni. Quel che è detto è detto: signa manent. Come persuadere che Elvis Priestley non è davvero morto o che il marchio della Proctor & Gamble non nasconde un'immagine satanica (l'innocente contrassegno è stato effettivamente abbandonato)? Non è un'affermazione nihilista. L'efficacia mediatica è lotta sui segni, dove sono in gioco passioni e interessi; gli effetti di verità sono ottenuti provvisoriamente e localmente. I rumori sono rivelatori, traduttori di logiche sociali diverse, non traditori. Ad esempio, è nel periodo di maggior intensità del discorso femminista che si vociferava di snuff films, durante le cui riprese, donne del terzo mondo venivano "veramente" mutilate e/o uccise. Alquanto falso, pare, ma quanto, esattamente?
Le voci sono frutto di un'assenza d'informazione che vorremmo proibire tacciandolo d'ignoranza. Ma l'ignoranza non è sempre oscurantismo e irrazionalità, "è forma attiva di resistenza"28. Dato che non c'è conoscenza astratta - tutti i saperi sono inquadrati da poteri e doveri - quel che si ignora, scientifico o no, serve a preservare i saperi destinati al controllo delle situazioni in cui si è socialmente iscritti.
Le calunniate fandonie provengono dalla radice latina effanda: cioè le cose che vanno dette, e testimoniate. Per questo l'antropologia sottolinea il carattere rituale per cui i pettegolezzi sarebbero come lamentazioni nelle società primitive, canti di compianto da prefiche (Tannen), ma nello stesso tempo invita a prendere quel che la gente dice assolutamente sul serio (Geerz). I rumors non sono sintopi di altri senso, ma fenomeni dotati di significato e di efficacia: ad esempio, Proctor & Gamble sono costretti a cambiare il loro marchio "satanico" e le produzioni Disney a ritirare alcuni cartoni animati dove apparirebbero "immagini erotiche subliminali".

E se l'Opinione Pubblica, questo simulacro costruito dai media, fosse solo il gioco delle voci che si propalano all'interno di comunità provvisorie, definite proprio dalle dicerie?29 Forse i programmi televisivi "a pettegolezzo", su cui ormai è vasta la bibliografia, sono i "terminali relazionali"30 dove appaiono e scompaiono le proiezioni artificiali di tante pubbliche opinioni, sanzionate dal consenso di applausi programmati.
In effetti le prime ricerche sul campo avevano privilegiato lo spargersi delle voci nella piccola città, intermedia tra villaggio e metropoli, come spazio naturale di propagazione31. Sarebbe più utile una tipologia storica delle città, come quella in cui L. Boltanski indica sommariamente il diverso funzionamento del pettegolezzo: nella Città di Corte (o città domestica) e in quella dell'Opinione, ma sopratutto nella Città Civica, e in quella Rivoluzionaria, dove il rumore, costitutivo nell'una, è visto come cospirazione nell'altra32. Ma la tipologia deduttiva si ferma alle indecidibili porte della Metropoli, che a differenza delle città acropolitane, non ha limiti fisici definiti: metropolitano infatti è tutto ciò che la sua economia, sopratutto comunicativa, coivolge. D'altra parte il percorso rizomatico del pettegolezzo non si ferma qui: si propala nel villaggio globale della comunicazione di massa informatizzata, attraverso la formazione di comunità virtuali composte da individui pseudonimi. Ci sono ragioni di stupirsi se le reti informatiche funzionano "a pettegolezzo" e generano una vertiginosa accellerazione della comunicazione rumoreggiata?33. Si pensi alla dismisura delle sciagure di Diana Spencer e di Bill Clinton, ma sopratutto al labirinto babelico delle chat lines; dove s'affollano rumori assordanti sulla pedofilia e il satanismo34. Qui ogni informazione prolifera in modo esponenziale: ci sono rumori sull'esistenza di rumori, come la diffusione virale di voci, infondata quanto efficace, sulla minaccia di virus, come il caso recente di un virus "win a holiday - se lo aprite distruggerà tutto il disco rigido!", in cui gli effetti più allarmanti sono provocati proprio dalle smentite. Dicono che è falso, ma per farci credere che è vero?
Se sono frottole, lo sono in senso etimologico: coacervo di piccole cose, da frotta (dal fr. flotter e frotter), massa di piccole unità in contatto che pungono come sciami acentrici o addentano come mute mordaci.

5. Epidemie scientifiche

Le voci sono dunque endemiche e la loro circolazione sarebbe epidemica.
Spieghiamoci con un esempio: la nota voce-storia dell'AIDS. Un uomo/una donna incontra un partner sessuale occasionale. Al mattino, dopo l'immaginabile notte, trova sullo specchio del bagno la scrittta (col rossetto/la schiuma da barba) "Benvenuto nel club dell'AIDS". La storia è acuta e riflessiva. La voce che la propaga ha anch'essa un andamento epidemico. Anche la scoperta dell'AIDS è stata accompagnata da uno sciame di rumori: incidenti di laboratorio, intenzionale utilizzazione da parte della CIA, voci che i propalatori di quest'ultimo rumore sarebbero spie, travestite da scienziati dell'Est europeo, ecc.35
Si potrebbe dire che - come il virus ha una struttura semicristallina che gli consente di mantenere una propria identità, ma anche di mutarsi in funzione dell'organismo colpito - così la voce conserva la sua struttura, ma si trasforma integrandosi ai vari co-testi e con-testi.
Prima facie, il modello biologico sembra pertinente. Bisogna però insistere che la voce non vegeta nella biosfera; vive nella semiosfera, che ha proprietà altrimenti emergenti. La metafora vitale è interessante ma generica. Nella sua versione più accreditata porta non sulla morfologia della voce ma la sua diffusione e potrebbe quindi applicarsi a ogni trasmissione di rappresentazioni pubbliche. Per Sperber36, ad esempio, che pensa all'interno di una teoria generale della cultura, rumori e tradizioni sono esempi paradigmatici di catene causali, diverse solo per rapidità o lentezza di propagazione. Nonostante l'apparato neo-darwiniano: replica, selezione, selezione, mutazione, ecc. è legittimo dubitare del valore euristico di un approccio epidemiologico fuori da ogni dimensione semantica. Per comprendere le catene (o piuttosto gli intrichi) causali dell'attrattore epidemico, si dovrebbe conoscere l'immunità specifica dell'organismo ospite. Ora, quali sono le nostre immunità alle voci? La doppia pelle - di significati, d'interessi e di passioni - della comunità gay che impedisce non la circolazione e la comprensione delle informazioni scientifiche, ma la loro accettazione?37
E, di conseguenza quali sarebbero i percorsi di trasmissione delle rappresentazioni rumoreggiate? Quali catene causali: creodi o rizomi? Se non è agevole descrivere i "codici" enciclopedici delle tradizioni culturali, com'è possibile battere il labirinto delle voci, senza cadere nelle tautologie della semiosi illimitata, notte in cui tutti i segni sono neri?
Ricorreremo al rigore scientifico, ad una prova di laboratorio, che imponga il suo verace ipse dixit alle voci fallaci? Ma la sociologia della scienza ha dimostrato l'esigenza di studiare simmetricamente le voci nel campo scientifico in cui il brusio è costitutivo38. Anche qui i cicli di credibilità e il carattere strategico del discorso pongono problemi di competenza e di reputazione con la conseguente ridda dei rumori e dello shop talk39.
D'altra parte il coinvolgimento sociale delle scienze e dei loro esiti tecnici nella vita quotidiana, accentuano le responsabilità scientifiche e le immettono nel circuito dei media. Nella sua "espressione" - divulgazione o volgarizzazione - la scienza è diventata un piano semantico esplicito dell'informazione contemporanea. In qualche caso documentato - sull'AIDS, sulla clonazione, sulla fecondazione artificiale, il buco dell'ozono, la "vacca pazza" ecc. - stampa e televisione, rumori di laboratorio e prove scientifiche tramano nello stesso tessuto testuale. Nel caso della pretesa scoperta delle fusione fredda - pubblicata per la prima volta sul Financial Times (!) e giudicata all'inizio sulla base di uno scoop televisivo - hanno giovato un ruolo moltiplicatore gli innumerevoli rumori diffusi attraverso i mezzi elettronici40.
D'altra parte le resistenze alla diffusione scientifica non sono opposizioni ad una superiore razionalità, ma contrasti d'interessi e di desideri che si servono di una impersonalità enunciativa caratteristica del rumore quanto del discorso delle scienze.
Ma se facessimo il percorso a contromano? Nel 1804 uno scienziato francese provò l'esistenza di meteoriti stabilizzando leggende e rumori che che da sempre raccontavano di pietre cadute dal cielo!41 Mentre noti casi ritenuti scientifici, sono stati rinviati al mondo delle voci. Ad esempio, la linguistica ha fatto proprio da tempo l'esempio dell'ampio lessico esquimese per significare la neve: oggi l'informazione si trova nella ricca rubrica Internet delle Leggende Urbane42, insieme ai rumori di cospirazione sulla morte della principessa Diana, la vita segreta di Elvis Priestley, Adolf Hitler e James Dean, gli abitanti di lontane comete, gli esperimenti sull'invisibilità, il sesso subliminale nei film di Walt Disney e via dicendo43.
È interessante quindi porsi la domanda: cosa apprende il rumore alla scienza e la scienza ai rumori ed entrambe al giornalismo scientifico?
Anziché attribuire la razionalità all'una o agli altri, gli studi di antropologia simmetrica44 mostrano in primo luogo che è necessario includere il denunciatore per capire come la voce o il pettegolezzo si propaghino.
Sembra ragionevole prender le mosse dal fatto che "l'accusa di rumore si manifesta solo al momento dello scontro e si foggia in base all'insieme delle traduzioni dei vari interventi". Gli studi di un piccolo mito, "Le Vipere Lanciate nelle Campagne con l'Elicottero", mostrano, ad esempio, che ci sono state reali diffusioni di vipere da parte di laboratori scientifici; che le analisi sociopsicologiche si basano su conoscenze scientifiche non analizzate e finiscono per costruire la voce, invece di spiegarla. Anche la vipera dell'erpetologo è un fatto costruito su basi di senso comune non completamente verificate: l'Atlante territoriale della presenza o assenza di vipere è lungi dall'essere definitivo. Gli argomenti degli ecologisti, accusati di diffondere le vipere e quelli dei contadini e cacciatori che non vogliono perdere il controllo delle zone di caccia si equivalgono: sono diversi progetti d'umanizzazione della natura. La virulenza del rumore è funzione della intensità dello scontro, e delle modalità di traduzione di questo contrasto. Gli interventi dell'antropologo che definisce il racconto "mito"; dello scienziato che lo taccia di chiacchiera, dell'ecologista che lo bolla come fantasma collettivo; dello stesso semiologo che cerca di decifrarne il messaggio simbolico senza prima averne costituito le condizioni testuali situate.
Ultimo viene il mass medium.

invio

... e i rumori vorranno essere interpretati
(G. Manganelli, "Rumori o Voci", 1987)
Per intendere le voci nello spazio fisico e in quello virtuale la semiotica deve interessarsi meno ai segni e più ai racconti, più alle situazioni che ai testi, meno al sapere e più al credere, più alla emozione che non alla cognizione. Per ascoltare il brusio di questo dispositivo di senso deve iniettare nel suo corpo teorico una riflessione sul valore.
È quanto fino ad ora vorremmo mettere in circolo. Diremmo di più se ci fosse dato predire l'eco delle nostre parole.

Note
  1. Per un approccio storico alle chiacchiere scandalistiche, vedi Eric de Dampierre, "Thèmes pour l'étude du scandale", Annales, 1954. Per una inchiesta storica dettagliata - 1817, nel sud della Francia - del funzionamento del "rumore", vedi M. L. Roquette, La Rumeur et le mertre: l'affaire Fualdès, PUF, Paris, 1992. Per Roquette lo studio del rumore è l'operatore privilegiato per far emergere "la logica concreta d'un sistema di pensiero collettivo e, per cosi dire, la fisiologia dell'informazione sensibile in un corpo sociale". torna al rimando a questa nota
  2. Dai classici studi sperimentali di Allport, dalle ricerche sul campo di E. Morin fino a S. Casillo, Le false voci, Liguori, Napoli 1996. In particolare F. Köenig, Rumor in the Marketplace, Aubun House, Dover, 1985.
    Per una bibliografia sul gossip, da N. Elias, a Goffman e all'Etnometodologia, A. Marcarino, Il pettegolezzo nella dinamica comunicativa dei gruppi informali, Quattroventi, Urbino 1997. Sugli aspetti antropologici e psicologici vedi J. Coates, "Gossip revisited" in The Sociolingusitic Reader, 1998, vol. II, Gender and Discourse. Sulla differenza tra rumori e pettegolezzo vedi: R. Rostow e G. Fine, Rumors and Gossip. The social psychology opf hersay, Elsevier, New York, 1977; L. Desbareau e A. Mody Desbareau, "Rumor versus Gossip", Behaviour Digest, N. 93, 1985. torna al rimando a questa nota
  3. Oltre alle accumulazioni narrative di Brunevand & Co., vedi Kapferer, Le voci che corrono, Longanesi, Milano, 1987; F. Reumaux, Toute la ville en parle, l'Harmattan, Paris, 1994; "Rumeurs et légendes contemporaines", Comunications, 52, 1999, Seuil, Paris.
    Vedi anche il ricco archivio delle leggende urbane su Internet: www.urbanlegends.com, purtroppo (dis)organizzato per temi quali Animali, Libri, Celebrità, Morte, Disney, Cibo, Linguaggio, Film, Politica, Cibo, Medicina, Prodotti, Religione, Scienza, Sesso, Canzoni e TV e Miscellanea. Propp cercasi. torna al rimando a questa nota
  4. R. I. M. Dunbar, "Why Gossip is good for you", New Scientist, 136, 1992 e Groming, Gossip and the evolution of Language, Faber & Faber, Londra, 1996 (trad. it.: Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue, Longanesi, Milano, 1998): "... tutte le stupidaggini che diciamo, tutte le nostre chiacchiere sociali hanno il solo scopo di mantenere in perfetto ordine la macchina del linguaggio, in attesa del momento imprevedibile in cui essa diventa essenziale". Sembra che il sociobiologo conosca le funzioni essenziali del parlare prima di verificarle.
    N. Emler, "A social psychology of Reputation", European Journal of Social Psychology, n. 1, 1990; "The truth about gossip", Social Psychology Newsletter, n. 27, 1992. Vedi anche R. F. Goodman e A. Ben-Zeev (a cura di), Good Gossip, University of Kansas Press, 1994.
    "In realtà il linguaggio, come dispositivo per assicurare la stabilità di grandi gruppi, potrebbe produrre i suoi effetti coesivi in modi diversi. Una possibilità è quella di permetterci di essere al corrente di ciò che fanno i nostri amici e alleati. Un'altra consiste chiaramente nello scambio di informazione sugli imbroglioni. Una terza possibilità è che il linguaggio ci fornisca uno strumento per influire su ciò che la gente pensa di noi" (Dunbar). Alla piattezza dell'ipotesi non può supplire la pseudo referenza cognitiva per cui "la mente umana conterrebbe uno speciale modulo destinato a scoprire le persone che contraggono accordi ufficiali a fini truffaldini" (Dunbar). Sic! et simpliciter. torna al rimando a questa nota
  5. La sociologia iscrive la questione del rumor nell'affollata rubrica del Panico Morale, che comprende altri comportamenti collettivi ad elevata impredicibilità: Leggende Urbane appunto, isterie di massa, disastri, persecuzioni, ecc. Comportamenti, sembra, di diminuita capacità critica in cui si sospenderebbe il livello di disbelief. Vedi E. Goode e N. Ben-Yeuda, Moral Panics, the social construction of deviance, B. Blackwell, Oxford, 1994 e T. Ann Knopf, Rumors, Race and Riots, Transaction Books, N. J., 1975.
    Per un episodio recente in India, le sommosse contro la comunità Sikh, dopo l'attentato a Indira Gandhi, vedi V. Das, "Official Narratives: rumors and the social production of hate", Social Identities, 4, 1, 1998.
    Per una rassegna bibliografica complessiva e recente, S. Coppess Pendelton, " Rumor research examined and expanded", Language and Communication, 18, 1998. torna al rimando a questa nota
  6. Vedi i classici contributi di G. Allport e W. Postman, The Psychology of Rumor, Holt, Rinehart Winston, New York, 1947 e di R. L. Rostow, "On Rumor", Journal of Communication, 1974. torna al rimando a questa nota
  7. Il regime caotico delle voci e rumori è una sfida alla tassonomia. Tra numerosi esercizi vedi Primo Levi, "Del pettegolezzo" in Opere, vol. III, Racconti e Saggi, Einaudi, 1990. Da buon chimico Levi vede il pettegolezzo come "una forza della natura umana. Chi ha obbedito alla natura trasmettendo un pettegolezzo, prova il sollievo esplosivo che accompagna il soddisfacimento di un bisogno primario". Dopo aver tentato di separare pettegolezzo da calunnia e maldicenza ("Il pettegolezzo è un liquore da versare in piccole dosi in un orecchio o magari in più d'uno, ma non in troppi altrimenti cambia di nome"), Levi procede alla divisione in capitoli di un libro che non scriverà mai: 1. Perché si spettegola; 2. Il pettegolezzo piano; 3. Il pettegolezzo vincolato; 4. L'esclusione del de quo ("il grafo di questo tipo assume una forma caratteristica: un fitto intreccio di nervature, che circondano una picciola area bianca senza penetrarvi"); 5. La fonte negata. La Conclusione avrebbe dovuto portare sul rapporto tra credibilità del messaggio e la sua diffusione; sulla vitalità delle notizie assurde. torna al rimando a questa nota
  8. Ottimi esempi in Casillo, op. cit.
    Ad esempio, alle voci sui danni che i telefoni cellulari porterebbero al sistema immunitario e a quello endocrino corrisposero notevoli cadute delle quotazioni azionarie. E ancora: i rumori sulla lebbra trasmessa dalle sigarette di contrabbando sono stati messi in circolo dagli stessi tabaccai!
    Si noti che ci sono, ad esempio negli USA, compagnie specializzate nel propagare notizie o informazioni commerciali tramite comunicazioni informali, mentre in Francia c'è una apposita polizia per la repressione di questo tipo di rumori e in USA i Rumor Control Centers, veri barometri di tensioni sociali. Vedi J. R. Pointing, "Rumor control Centers: their emergence and operation", American Behavioral Scientist, 1973. torna al rimando a questa nota
  9. Vedi Corriere della sera, 29/5/1994. torna al rimando a questa nota
  10. Vedi R. Barthes, "Structure du fait divers", in Essais Critiques, Seuil, Paris, 1971; sull'ironia oggettiva dei fenomeni di massa J. Baudrillard, Le crime parfait, Paris, Galilée, 1995. torna al rimando a questa nota
  11. Vedi Il Cittadino, 26/3/1998, Cronaca locale, pag. 7. torna al rimando a questa nota
  12. Vedi E. Rémi, "Comment saisir la rumeur?" (in questo numero). torna al rimando a questa nota
  13. Tannen D., Ma perché non mi capisci?, Frassinelli, Milano, 1992, cap. 4, Il pettegolezzo. torna al rimando a questa nota
  14. Sul carattere riflessivo dei rumori vedi E. Goode e N. Ben-Yeuda, op. cit. torna al rimando a questa nota
  15. Sulla guerra, oltre al classico saggio di M. Bloch, per esempi inglesi particolarmente sapidi, vedi P. Fussel, Tempo di Guerra, Mondadori, Milano, 1991. Nel corso della Seconda guerra mondiale una ricerca aveva raccolto almeno 1000 voci circolanti nel solo stato del Massachusetts, vedi R. H. Knapp, "A psychology of Rumor", Public Opinion Quaterly, 1944. Di recente vedi N. K. U. Nkpa, "Rumor mongering in war time", Journal of Social Psycology, 1975; P. Caputo, A Rumor of war, Holt, Rinehart, Winston, 1977; H. F. Stein, "Wars and Rumor of Wars", Journal of Psycho-history, 1980.
    Sui rumori disseminati intenzionalmente e la comunicazione "doppia" vedi P. Fabbri, "Nous sommes tous des agents doubles", Le Genre Humain, 1988, Seuil, Paris e "Segni e Rumori di guerra", Sfera, Ed. Sigma Tau, Roma, n. 28, 1992 (Guerra e Pace). torna al rimando a questa nota
  16. Secondo la teoria di Heider sulla comunicazione bilanciata, i nuovi scambi rinforzano gli effetti delle comunicazioni precedenti. torna al rimando a questa nota
  17. M. Detienne, "La rumeur, elle aussi est une déesse", in La rumeur, Le Genre Humain, n. 5, 1982, Fayard, Paris. torna al rimando a questa nota
  18. G. Deleuze e F. Guattari, 1000 plateaux, cap. "Postulats de la linguistique", Paris, Minuit, 1980. torna al rimando a questa nota
  19. Vedi, ad esempio, un'indagine recente dell'Unità (1998) sulle voci che davano per certa una eruzione imminente del Vesuvio, peraltro non esclusa dagli specialisti. Tra i tentativi di giornalisti di ricostruire un rumore e la sua elusiva little bang, vedi D. Goleman, "Anatomy of a rumor: it flies on fear", New York Times, 4/6/1991. torna al rimando a questa nota
  20. Sull'influenza personale, il flusso a doppio gradino o livello, ecc. vedi G. Weimmann, The Influentials: people who influences people, State Univ. of New York Press, Albany, New York, 1994. torna al rimando a questa nota
  21. Vedi i contributi di H. Sachs in Marcarino, op. cit., e in questo numero. torna al rimando a questa nota
  22. Per una critica del classico lavoro di T. Shibutani, Improvised news: a sociological study of Rumor, Bobbs, Merril, Indianapolis, 1986, che sottovaluta la dimensione passionale a profitto d'un approccio cognitivo, vedi E. Goode, Collective Behaviour, Harcourt Brace Jovanovic, N. Y., 1992. Sulle emozioni-sentimenti che caratterizzano la circolazione dei rumori sull'AIDS, A. J. Kimmer e R. Keefer, "Psychological correlates of the transmission and acceptance of rumors about AIDS" Journal of Applied Social Psychology, 1991, 21. Per una lista non sistematica dei fattori "rumorogenici": rilevanza soggettiva dell'interesse; incertezza o ambiguità; credulità e ansietà personale; vedi R. L. Rostow, "Rumor as communication: a contextualist approach", Journal of Communication, 1988, "Inside Rumors", American Psychologist, 1991. torna al rimando a questa nota
  23. Su Zinoviev vedi P. Fabbri, "Fragments sans futur", Traverses, 1985, n. 33-34 (ora in Tactica de los Signos. Ensayos de Semiotica, Gedisa Editorial, Barcelona, 1995). torna al rimando a questa nota
  24. K. Kernan, J. Sodergren e R. French, "Speech and social prestige in the Belzian speech community", Socio-cultural dimension of language change, B. Blount e M. Sanches (eds), Academic Press, New York, 1977. torna al rimando a questa nota
  25. Per una rassegna divertita di incidenti di redazione, vedi C. Bermani, Il bambino è servito. Leggende metropolitane in Italia, Dedalo, Milano, 1991.
    E vedi W. Shapiro, "It is right to publish rumors?", Time, 134, 53, 1989.
    Tralasciamo qui la stampa specializzata, tutte le lievi e grevi "informazioni" vengono alle e provengono dalle riviste che funzionano da pettegolezzo sui VIP, da Novella 2000 a Eva Tremila, da Scoop! a Vip, a Chi; People, Hola!, ecc. Val la pena di notare che il formato di questi periodici si è esteso, si estende e si estenderà a molta altra stampa. Per Dunbar (op. cit.) - che confronta due quotidiani inglesi, il Times di Londra, con pubblico di livello elevato, e il Sun, con audience di massa -: "Nel Sun, non meno del 78% dei 2700 cm. di colonne del testo è dedicato ad articoli di 'interesse umano', articoli il cui unico scopo sembra quello di permettere ai lettori di farsi voyers della vita intima di altri individui. Rimane solo il 22% circa di spazio per altre notizie e commenti. [...] Persino l'autorevole Times dedica solo il 57% dei suoi 5062 cm. di colonne di testo nelle sue principali sezioni dedicate alle notizie e recensioni a informazioni politiche e tecniche; il 43% dello spazio è dedicato ad articoli d'interesse umano (interviste, articoli su notizie di tipo più piccante e via dicendo). Il numero di colonne dedicate al 'pettegolezzo' è praticamente identico nei due quotidiani; rispettivamente l833 e 850". torna al rimando a questa nota
  26. Vedi E. Landowski, La societé réflechie, Seuil, Paris, 1989.
    Shibutani, op. cit., nel '66 aveva analizzato 60 occorrimenti di informazioni improvvisate dal 1839 al 1960. Un esempio classico è la diffusione dei rumori dopo la trasmissione di O. Wells, Guerra di Mondi. torna al rimando a questa nota
  27. Per la nozione di telepresenza vedi P. Virilio, Un paysage d'événements, Galilée, Paris, 1996. torna al rimando a questa nota
  28. Vedi le osservazioni di Michel Callon in E. Rémi, "Comment saisir la rumeur", Ethnologie française, XXIII, n. 4, 1993: "... la società non è quella grande scuola in cui il cittadino, se interrogato, deve ripetere a pappagallo una lezione che altri hanno scritto per lui".
    Vedi invece J. N. Kapferer e B. E. Dubois, Echec à la science, la survivance des mythes chez les français, Nouv. éd. rationalistes, Paris, 1981. torna al rimando a questa nota
  29. Vedi P. Fabbri, "Rete di ringhiera", Virtual, aprile 1996. torna al rimando a questa nota
  30. V. A. Ehrenberg, L'individu incertain, Calmann-Lévi, Paris, 1995. torna al rimando a questa nota
  31. Sul modello della ricerca classica di E. Morin su Orléans, La rumeur d'Orléans, Seuil, Paris, 1969, di C. Fischler su Amiens e vedi anche il nostro esempio di Siena. torna al rimando a questa nota
  32. Vedi L. Boltanski e Thévenot, De la Justification. Economies de la grandeur, Gallimard, Paris, 1991. torna al rimando a questa nota
  33. Secondo una stima recente sugli oltre 10 milioni di utenti che navigano in rete almeno 40 usano le chat lines per colloquiare con altri navigatori. I dodici milioni di utenti di America On Line, il maggior provider attuale, dedicano il 20 % circa del tempo alle chat lines, il 2% in più di quello dedicato alla navigazione tradizionale. Si noti che per entrare in conversazione, si può cambiare il proprio aspetto scegliendo tra centinaia di disegni e fotografie. torna al rimando a questa nota
  34. Per le ricerche sui rumori di satanismo e pedofilia vedi Richardson (ed.), The Satanism Scare, Aldine de Grujter, N. Y., 1991; E. Goode, op. cit. In Italia vedi Luther Blissett, Lasciate che i bambini. Pedofilia, un pretesto per la caccia alle streghe: pamphlet a partire da una indagine giornalistica sul processo alla setta dei Bambini di Satana, edito da Castelvecchi nel 1998 e diffuso via Internet. torna al rimando a questa nota
  35. M. D. Geremek, Histoire du sida, Payot, Paris, 1989. torna al rimando a questa nota
  36. D. Sperber, La contagion des idées, Ed. O. Jacob, Paris, 1996.
    L'epidemiologia delle credenze, Anabasi, Milano 1994. torna al rimando a questa nota
  37. Vedi M. Douglas, Come percepiamo il rischio, Feltrinelli, Milano, 1991. torna al rimando a questa nota
  38. Vedi gli studi di sociologia della scienza e della tecnica di B. Latour (tra cui E. Rémi, in questo numero), per cui "la semiotica resta l'organon della ricerca". torna al rimando a questa nota
  39. Sulle informazioni improvvisate nei laboratori scientifici vedi G. N. Gilbert e M. Mulkay, Opening the Pandora's box, 1984; sull'utilizzazione di rumori di laboratorio e della stampa "rumoreggiata" nel dibattiti scientifici, H. Collins e T. Pinch, Il Golem, Dedalo, Bari, 1996. torna al rimando a questa nota
  40. Vedi Collins e Pinch, op. cit. torna al rimando a questa nota
  41. Vedi B. Barnes, Scientific knowledge & Sociological theory, Routledge & Kegan Paul, London, 1974. torna al rimando a questa nota
  42. Grazie a S. Pinker, The Language Instinct, Penguin Book, London, 1994, che se ne serve nel quadro di una operazione di discredito dell'ipotesi "antropologica e relativistica" di Sapir - Whorf. torna al rimando a questa nota
  43. Vedi, ad esempio, L. Bannon, "Bazaar gossip: how rumor spread about subliminal sex in Disney Aladdin", The Wall Street Journal, 24/10/1995; P. Stromberg, "Elvis alive? The ideology of american consummerism", Journal of Popular culture, 1990. torna al rimando a questa nota
  44. E. Rémy, op. cit.; è a nostra conoscenza il primo studio delle voci in questo senso e direzione. torna al rimando a questa nota
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