La solitudine del traduttore (2005)


Maria Antonietta Saracino, “La Lavagna del Sabato. Aggiornamento settimanale dal mondo”, n. 188.
http://www.sagarana.net/archiviolavagne/lavagne/188.htm
Articolo tratto da Il Manifesto, sabato 22 gennaio 2005.


SOTTO L’EMBLEMA DI BABELE GLORIE E FATICHE DI UN’ATTIVITÀ LETTERARIA “INVISIBILE”

DAL RINASCIMENTALE LEONARDO BRUNI AL SEMIOLOGO PAOLO FABBRI, UN SENTIERO DI LETTURA INTORNO ALLA TRADUZIONE COME SFIDA NECESSARIA E IMPOSSIBILE A TROVARE UN ALFABETO COMUNE TRA LINGUE DIVERSE
A dar forma di parola alla necessità del tradurre, alla urgenza di trovare unalfabeto comune tra culture e lingue diverse prima ancora che attorno a questotema si articolasse una riflessione, è stata forse una immagine, rivisitata piùvolte nel corso dei secoli: l’immagine della Torre di Babele, icona e simbolodi violenza, ma anche di creatività; minacciosa nella forza che promana, eppurevitale nella spinta centripeta che è anticipazione di movimento, di nuovi tragittifuturi. Come recita la Genesi: “E il Signore disse: ‘Ecco, essi sono unsolo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera eora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamodunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la linguadell’altro’. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessaronodi costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché il Signoreconfuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta laterra”. È possibile che proprio nel gesto del dio che colpisce l’arroganzadi una comunità ribelle condannandola alla pena più grande, la pena del nonpoter comunicare, si sia fatta strada negli esseri umani la convinzione chealla base di ogni trasmissione del sapere vi sia un atto di traduzione; per ciòstesso ingenerando il bisogno di accoglierlo, quell’atto, di riconoscerlo einfine codificarlo. Ma che il tradurre sia davvero l’esito di un gesto tuttoumano di ricomposizione del conflitto, o che così non sia, sta di fatto che ilmito di Babele è all’origine di numerosi saggi contemporanei su questo tema. Sen’era occupato, tra i primi, Jacques Derrida, che in un saggio intitolato perl’appunto Des tours de Babel – apparso in italiano nel 1982, con titolofrancese, sulla rivista “aut aut” – individuava nel gesto di Dio cheimpedisce l’edificazione della torre la fine del progetto di una linguauniversale, ma anche la fine di una filiazione genealogica. Spezzando la suastessa discendenza Dio avrebbe proibito e contemporaneamente imposto latraduzione, che per ciò stesso diveniva necessaria e impossibile.

Un passaggio impossibile. Ed è proprio dalla energia che sempre si genera nelloscontro/incontro di elementi antitetici tra loro, la necessità e laimpossibilità, che ha origine una disciplina di difficile definizione. Che veradisciplina non è, quanto piuttosto una competenza che si acquisisce più con lapratica che con la riflessione teorica, ma che dell’una e dell’altra non puòfare a meno.
Indispensabile e paradossale: indispensabile perché consente il assaggio,altrimenti impossibile, della comunicazione tra lingue diverse, ma paradossalein quanto competenza che sembra esprimersi al massimo grado proprio quanto piùriesce a farsi invisibile, fin quasi a scomparire. Perché la traduzionemigliore, è opinione diffusa, sarebbe una traduzione talmente ben fatta daconsentire la fruizione di un testo, in una lingua altra da quella in cui èstato scritto, come se quel testo non fosse mai stato tradotto. Un’idea,questa, fortemente avversata da uno dei massimi teorici contemporanei dellatraduzione, Lawrence Venuti, che nel saggio L’invisibilità del traduttore(uscito nel 1999 per Armando) criticava con forza l’idea secondo cui solo iltesto-sorgente sarebbe da ritenersi l’opera, intesa come voce del suo autore,di cui la traduzione potrebbe rappresentare, al meglio, solo una pallida copia.
Espressione, questa, di un’utopia di un mondo senza conflitti, di un passaggiotra codici e sistemi linguistici che si produca annullando le differenze,attraversando indenne le culture.

Intorno a questo passaggio, vero e proprio viaggio intorno alla torre biblica,si articola un volume che è una pietra miliare nel campo del rapporto fratraduzione e letteratura, ma anche fra traduzione e storia del pensiero e dellacultura (laddove per pensiero e cultura l’autore esplicitamente si riferisce aquella occidentale), Dopo Babele di George Steiner, pochi mesi fa ripubblicatoda Garzanti (pp. 613, euro 21,50). Il testo, del 1975, è infatti statocostantemente ristampato e aggiornato nella bibliografia e nelle prefazioniautoriali, che danno conto al lettore dei passi che la disciplina ha compiutonel tempo. Un volume di oltre seicento pagine, un monstrum, come lo definiscenon senza autocompiacimento il suo autore, proprio nella nuova prefazioneall’ultima edizione. La riflessione di Steiner comincia ai piedi della torre diBabele, allorquando, distrutta l’utopia della lingua unica, ogni atto comunicativopuò svolgersi unicamente passando attraverso forme di traduzione.
Presupposto di partenza è che la traduzione è implicita in ogni atto dicomunicazione: “Capire significa decifrare. La percezione dell’intenzionedi significare è una traduzione. Di conseguenza, i mezzi e i problemiessenziali dell’atto della traduzione… sono tutti presenti negli atti deldiscorso, della scrittura e della codificazione pittorica all’interno diqualsiasi lingua”.

Anche se è ovvio, prosegue Steiner, che la traduzione nel senso più usuale deltermine avvenga quando si incontrano due lingue. Luogo privilegiato sul qualeverificare la portata di tale incontro è per Steiner la letteratura. Eppure,sostiene a ragione lo studioso, nella storia e nella letteratura la traduzione nonè mai stata un argomento di primaria importanza. In altri termini la si èspesso usata come fatto di necessità, al tempo stesso sottacendone la presenza,quasi che il sottolinearne l’esistenza sminuisse l’importanza del testo stesso,portando alla luce una velata manipolazione. Ammettere di aver bisogno diservirsi di una traduzione vuol dire infatti non disporre delle necessariecompetenze per accostarsi a un testo in lingua originale, essere costretti amantenere, nei confronti del testo in questione, una sorta di distanza.
E sarà certo per via di questo senso di disagio, che del tradurre venivanospesso evidenziati i limiti, più che i pregi. Le traduzioni venivano accusatedi tradire il testo (come spesso peraltro accade), senza che a bilanciare le criticheintervenissero altrettante riflessioni propositive.

Eppure, accanto alla produzione letteraria in senso stretto, esiste da lungotempo un’area di riflessione critica, rivolta alla traduzione, un’areaimpossibile da codificare in quanto eterogenea, essendo ognuna delleriflessioni che la compongono una sorta di esperienza a sé, frutto dellacultura, della sensibilità, degli interessi del singolo saggista. E che findalle origini, di questo percorso, tra il 1420 e il 1426, si pone uninterrogativo: quale sia, e se esista, la traduzione perfetta. De interpretatione recta si intitola uno dei primi moderni trattati sulla teoria della traduzione, scritto in latino da Leonardo Bruni e di recente apparso in italiano, con testo a fronte e un ricco apparato critico, sotto il titolo Sulla perfetta traduzione (Liguori, pp. 336, euro 15,50). Siamo all’inizio del Quattrocento, e Bruni prende una precisa posizione critica nei confronti deitraduttori del suo tempo, stabilendo le regole del tradurre. Una traduzionerecta sarà quella che aderirà all’originale “verbum ad verbum”,piuttosto che “ad sensum”, o “ad sententiam”, e alla qualedovrà fare seguito una coerente capacità di esposizione da parte deltraduttore; il tutto esposto con una profusione di critiche e suggerimentitalmente dettagliata, da fare di questo testo, come scrive Paolo Viti nellasolida prefazione che accompagna il volume, un punto di riferimento importante,sul tema, nel panorama della cultura umanistica del primo Quattrocento. E se ilibri sono innanzitutto cibo spirituale, ecco Martin Lutero porsi, con grandelucidità e in prima persona, nel 1530, il problema della traduzione del testobiblico, in un tedesco che egli definisce lingua “perfettissima” insintonia con il suo tempo, dichiarando nella sua Lettera del tradurre – editoqualche tempo fa da Marsilio, con testo a fronte in una edizione criticaottimamente curata da Emilio Bonfatti – di aver conosciuto sulla sua pellequale difficile impresa sia il tradurre, quanto gli sia costato rimanere fedeleal dettato del testo sacro, ragion per cui non ammette critiche, perché, scrive”quale arte e quale fatica sia tradurre, io l’ho provato davvero; perquesto non tollero che mi si giudichi, e mi si biasimi da parte di asini, asinipapisti, o asini quadrupedi, che non vi si sono cimentati affatto. Chi nonaccetta il mio tradurre, lo lasci dov’è”. E questo a differenza di quantoavrebbe dichiarato, di lì a pochi decenni Cervantes, facendo dire a DonChisciotte che “tradurre dalle lingue facili non richiede alcun ingegno néeloquio, così come non lo richiede copiare qualcosa passandola da un foglio aun altro”; citazione, questa, con la quale il linguista BenvenutoTerracini apriva nel 1983, Il problema della traduzione, uno tra i primi illuminantisaggi teorici a comparire in Italia in tempi recenti, dando visibilità, inmaniera articolata, non solo ai molteplici aspetti del rapportoletteratura-traduzione, ma anche, tra i primi, alla figura del traduttore, cheegli definisce, affettuosamente, un “cambiavalute del linguaggio”.

Nei molteplici modi di affrontare questo tema, vale la pena di ricordare come,all’interno dell’ampio settore degli studi culturali (ma con un taglio piùmarcatamente antropologico) si collochino diversi volumi che, pur non entrandoin maniera specifica nel merito della traduzione, intesa come disciplina, aquesto strumento fanno riferimento nei termini di una consapevolezza dellaimportanza della traduzione nell’incontro tra culture, e in special modo traculture dominanti e culture colonizzate. Studi nei quali una antropologia e unaetnografia non più segnate da un marcato eurocentrismo, ma anzi da una realeapertura critica, lavorano fianco a fianco con la sociologia, la letteratura,l’economia e la demografia, avvalendosi degli apporti di studiosi indiani,africani o del sud del Pacifico, soprattutto provenienti all’ambito dellescienze umanistiche. Capofila di questa tendenza è senza dubbio James Clifford,di cui – dopo Strade. Viaggio e traduzione alla fine del secolo XX e I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, editi entrambida Bollati Boringhieri – è uscito da poco Ai margini dell’antropologia(Meltemi, pp. 215, euro 12) che raccoglie cinque interviste al grande studioso,sui temi della sua ricerca, da parte di altrettanti etnologi provenienti dadiverse aree del pianeta, che danno vita a una sorta di “pensare insiemead alta voce” sui cambiamenti di una comune disciplina. E partendo da unaprospettiva di multilinguismo e di multiculturalismo torna ora a occuparsi ditraduzione in una raccolta di scritti brevi, intitolata Segni del tempo. Un lessico politicamente scorretto (Meltemi, pp. 262, euro 20,50), il semiologo Paolo Fabbri, che già aveva affrontato questo tema in Elogio di Babele. Lanostra Babele quotidiana, scrive Fabbri, è diventata una evidenza fattuale. Maforse “siamo così soprappensiero da perdere di vista un concettosottomano: il tradurre. È evidente che la multiculturalità impone uno sforzocostante e ininterrotto di traduzione, linguistica e culturale… Questatraduzione non è parola per parola, ma discorso per discorso; non riguarda soloil linguaggio, ma tutti i sistemi di segni… Non è soltanto comunicazione, matrasformazione; il traduttore è un traditore, inevitabile eindispensabile”.

E proprio la figura – “inevitabile e indispensabile” – deltraduttore, senza la quale ogni discorso sul tema verrebbe meno, ha ispirato ungran numero di riflessioni e racconti. Filtro umano, parete di vetro,traditore, interprete, mediatore, traghettatore di parole: le definizioni e isinonimi non si contano.
Protagonista di avventure della parola, di un mestiere poco apprezzato e malpagato, solitario, spesso solo. Scrive Paul Auster: “A. siede nella suastanza a tradurre il libro di un altro, ed è come se entrasse nella solitudinedi quell’uomo facendola propria. Ma questo è irrealizzabile, perché quando siapre una falla nella solitudine, quando di una solitudine si impossessa qualcunaltro, non è più solitudine, ma una specie di compagnia. Anche se nella stanzac’è una persona sola, in realtà ce ne sono due”.

Cavalieri erranti
Della vita del traduttore parla con ironia lieve Laura Bocci nel recente Di seconda mano. Né un saggio né un racconto sul tradurre letteratura (Rizzoli, pp. 193, euro 15), ma poche narrazioni, su questo tema, possono competere perintensità ed emozione con La vita agra, un testo del 1962 di Luciano Bianciardi(ripubblicato nel 2001 da Bompiani), autobiografia di un traduttore in forma diromanzo. E di questa nobile e faticosa attività, converrà in conclusionericordare quanto hanno detto due grandi traduttori, Fruttero e Lucentini, neI ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, uscito per Einaudi qualche mese fa: “Il problema del tradurre è in realtà il problema stesso delloscrivere e il traduttore ne sta al centro, forse ancor più dell’autore. A luisi chiede di essere insieme, e a freddo, Napoleone e il suo più infimo furiere,di avere lo sguardo d’aquila dell’uno e la maniacale pignoleria dell’altro. Glisi chiede di dominare non una lingua, ma tutto ciò che sta dietro una lingua,vale a dire un’intera cultura, un intero mondo, un intero modo di vedere ilmondo… Gli si chiede infine di condurre a termine questa improba e tuttaviaappassionata operazione senza farsi notare, senza mai salire sul podio o acavallo… per questo i cinici editori l’hanno sempre retribuito male. Essisanno di avere a che fare con un asceta, un eroe essenzialmente disinteressato,pronto a dare tutto se stesso in cambio di un tozzo di pane e a scomparire nelcrepuscolo, anonimo e sublime, quando l’epica impresa è finita. Il traduttore èl’ultimo, vero, cavaliere errante della letteratura”.

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