Strutturalismo metodologico del filosofo convalescente (1978)


Da: Quindici, n. 11, giugno, 1968.


Umberto Eco, « La Struttura Assente: Introduzione alla ricerca semiologica », Bompiani, 1968, L. 2.800

Se si farà una tipologia delle culture a partire dal loro atteggiamento verso il segno, questo libro di Umberto Eco, La Struttura Assente, sarà essenziale: soprattutto per la sua qualità intera di sintomo della rottura epistemologica che si iscrive nel discorso della nostra cultura. Rottura praticata dalla rilettura di Marx, Freud e Nietzsche, coi modelli della linguistica, della mitologia, della storia delle religioni e che richiede un’operazione di saldatura che abbia qualcosa della parola e dell’esorcismo. L’esorcizzazione della Struttura come categoria dello Spirito, che Eco pratica qui a nome proprio, vale come mandato d’una cultura malsicura come la nostra nella direzione delle scienze inesatte e ‘innaturali’ cioè umane. Il gesto esorcista di Eco ci fa segno per operare una sovversione del senso troppo sicuro dell’uomo e della sua storia, ma con un atto parallelo l’uomo e la storia, spostati alla periferia della struttura, sono poi ricondotti al centro del mondo che essi parlano. Questo luogo (insostenibile) della riflessione pone il fascino e l’ambiguità del progetto, sistema precario di equilibri espressi sull’articolazione significante d’una retorica singolare. Il discorso esorcista – variazione estrema sui princìpi della causalità strutturale – si esercita secondo i modi dell’antilogia. Eco dispone questo suo ultimo testo come un enorme ossimoro, unità d’antitesi e di contraddizioni (struttura e processo, storia e sincronia, apertura e chiusura, struttura e serie, ecc.) che catalizza tutto il materiale comunicativo di una cultura (gesti, parole, manifesti pubblicitari, segni architetturali, linguaggi animali, musica e iconologia). Fin nel titolo, così attentamente calibrato per « eccitare il lettore e calmare l’autore » l’ossimoro sutura i bordi della béance strutturale: la struttura (presenza, organizzazione, relazione ou tout se tient) e l’assenza (sospensione, vuoto, differenza senza fine).
Era necessario chiedersi: « È possibile una ricerca che veda tutti i fenomeni di cultura come fatti di comunicazione, per cui i messaggi si organizzano e diventano comprensibili in riferimento a codici? E utilizzare il modello della linguistica strutturale senza assumere come già data una Struttura, fondamento ultimo e costante dei fenomeni culturali? Una struttura « tale da piegarci ad un riconoscimento silenzioso della necessità e da bloccare ogni progetto di contestazione delle cose così come sono? ». Una struttura che istituisce una ontologia dell’Assenza, del vuoto, d’una mancanza d’essere che costituisce la Fonte d’ogni nostro atto significante? Per rispondere era necessario fondare nello stesso tempo l’analisi strutturale – operativa – e ‘passarla al limite’ portando alle estreme conseguenze – filosofiche – l’intenzione che la sostiene. All’estremità di questa operazione semantica, attenta a tutte le polisemie ed omonimie (strutturalismo generico, metodologico, ontologico, genetico e sincronico, ecc.), Eco giunge ad opporre la Struttura – Codice dei Codici, che parla l’uomo disposto ai suoi margini, matrice originaria di tutte le trasformazioni combinatorie, totalità iscritta nella mente dell’uomo – e le strutture: codici socialmente e culturalmente determinati, definiti secondo una certa prospettiva metodologica operazionale. A dimostrare come una mise en abîme coerente della Struttura conduca coloro che fanno uso di questo strumento ad un sistema di rappresentazioni che si sostiene sull’Assenza; e che quest’ultima non è più quella differenza che genera le opposizioni articolando le unità significative (assenza opposizionale), ma un’assenza Origine-Scaturigine (assenza-gioco = distruzione della presenza), Logos che istituisce e parla l’uomo attraverso la sfilata dei significanti in cui la soggettività è ‘presa’.
La complessità del libro, le sue anafore interminabili, si spiegano così per la necessità di compiere questo percorso: fondare la struttura, articolarla, metterla en abîme, riassumerla su nuove basi operative, porla in operazioni. Questo procedimento è analogo a quello della semiologia che « invece di cominciare ponendosi dei problemi e chiarificandoli via via, inizia sovrapponendo ai fenomeni un modello assai semplice, costruito sulla base delle più elementari delle comunicazioni, quella che intercorre tra due macchine. Poi i concetti di partenza vengono messi in dubbio, allargati, riproposti, negati, fatti cadere in trabocchetti sleali, portati al punto massimo di rottura », per « ritrovare alla fine il modello dell’inizio, reso più duttile e comprensivo, capace di definire la comunicazione non solo al suo livello più ovvio e lineare, ma là dove si introducono nei processi segnici – e nell’universo della cultura – lo scarto, la collisione, il rapporto interattivo tra costanti presunte e variazioni storiche, la mutazione, l’urto e la mediazione dialettica » (p. 11).
Dopo aver discusso i rapporti tra significazione e schema comunicativo (centrando l’attenzione sui meccanismi estetici e retorici) e stabilito una tipologia dei segni, Eco passa all’articolazione dei codici visivi (cinema, pittura, messaggi pubblicitari, ecc.) e architetturali. È il contributo più interessante che dà all’analisi semiotica contemporanea: sul piano teorico per la contestazione dell’ipotesi ‘translinguistica’, per cui si parte dalla linguistica per estraporne le sistematiche ad altri sistemi di segni; e per l’assunzione (appassionante) dei codici visivi come frontiere di quelle semiotiche che non si valgono dei linguaggi naturali come « sistema di modellazione primaria ».
Sul piano analitico per l’arricchimento dei modelli di lettura (i messaggi, pubblicitari, la città di Brasilia, ecc.) e l’integrazione alla ricerca semiotica della lettura di sub-universi semantici tradizionali (la ‘terza articolazione’ cinesica del cinema, la lettura prossemica di quella che potremmo chiamare ‘architestura’, architettura + urbanistica visti come gerarchie semiotiche). A questo punto, dopo una lettura serrata della ‘epistemologia dei modelli strutturali’ Eco definisce una prospettiva strutturale-operazionale di stampo piagetiano. Impossibilità di predicare una logica immanente dei fatti segnici e necessità di leggerli come modelli opportuni, ‘strumenti del pensiero logici ed inevitabili’ (e, aggiungerebbe Eco, già storicamente determinati) che ci permettono di pensare a cose non familiari in modo familiare. La predicazione strutturale non rappresenterebbe che la scelta d’un angolo da cui individuare criteri di pertinenza. Infine viene tracciata una frontiera possibile della ricerca Semiologica, intenta a ritrovare codici e comunicazioni là dove queste sono più apparentemente assentì o più tenacemente negate: zoosemiotica, paralinguistica, cinesica, codici musicali, linguaggi formalizzati, lingue scritte ed in codice, comunicazioni visive e di massa, strutture dell’intreccio ed altri codici culturali. La sola presenza bibliografica è sufficiente a scoraggiare quanti riducono la semiotica a un rapporto tra linguistica e letteratura.
Ma è il capitolo sulla « struttura assente » (che dà il titolo a tutto il libro) che richiede uno sguardo meno lieve. Inseguendo il rarefarsi delle strutture da Lévi-Strauss alla speculazione che parla a nome di Jacques Lacan, Eco segue l’irreversione progressiva della Struttura a sparire nel Logos fino a parlarci con la voce dell’Altro ‘luogo psicologico non individuale della logica che ci determina’, soufflé dell’inconscio strutturato come un linguaggio per le metafore (del sintomo) e le metonimie (del desiderio). La Struttura si svela nella sua assenza fino alla formulazione ultima di Derrida: ridotta a gioco fondato sulla differenza pura e la spaziatura ed in cui il significato è la relazione vuota e non lo spazio pieno. Questi vuoti, colti nel linguaggio, sulla catena discontinua che dispone la sfilata dei significanti (béances, refends, différences, divisions, fissioni, fratture) sono significanti d’« un manque dans l’Autre, inhérent à la function même d’être le trésor du signifiant » (Lacan). Di questo peccato originale che sposta il desiderio del soggetto rinviandolo di significante in significante, Eco mostra l’omologia all’enunciato heideggeriano organizzando rigorosamente il trilemma Heidegger, Freud, Lacan nel nucleo d’una differenza che ci scandisce: (differenza sessuale e binaria?) « Penso dove non sono e sono dove non penso »: Il soggetto è diviso in se stesso. Si istituisce qui la contraddizione degli ultimi strutturalisti, consci dell’impossibile sforzo di fondare un’ousia che esaurisca il mobile gioco delle apparizioni d’una origine senza fondo e della impossibilità d’un metalinguaggio che possa prendere in esame un linguaggio primo; e pure incapaci di rinunciare all’uso ‘positivistico’ della struttura anche (ma forse sopratutto) quando la riflessione ontologica la vanifica: come Foucault.
Questa reductio ad absurdum della struttura è reale, ed Eco le ha dato la più trasparente determinazione, con il vantaggio secondario di liberarci da un termine imprendibile ed esasperante. Ma la reductio ad Heideggerium è andata troppo oltre. Lacan non crede affatto ad una equivalenza statistica delle combinazioni dei significanti, ma salda lo scorrimento della catena dei significanti sui significati in punti di capitonnage (l’Edipo) di osservanza freudiana; organizza quindi un codice per povero e remoto che sia. E l’ipotesi del manque e della fenditura gli permette una tipologia delle suture con cui il soggetto analizzato ha serrato i bordi del désir col « punzone » del fantasma: è una topologia dell’inconscio che muove la direzione della cura. Come in Nietzsche, l’Eterno Ritorno al Même è un ritorno selettivo, cioè con l’eliminazione del negativo. L’analista, « soggetto che si suppone sappia », compie l’atto di transfert del soggetto da quello che egli crede senza essere a quello che è senza sapere.
La negazione radicale d’un codice dell’assenza, che vanificherebbe ogni possibilità di analisi strutturale è presente forse nel solo Derrida. E presenta un rischio singolare di Forclusion: eliminata sul piano simbolico la struttura riappare in modo allucinatorio sul piano del reale: è la struttura della decodifica storica? Sembra che sia quanto succede alla conclusione del libro, quando Eco utilizza l’acquisita coscienza semiologica per organizzare una ‘guerriglia della decodifica’: la riforma dell’utente della comunicazione. Curioso effetto di realtà per chi ha speso pagine lucidissime per spiegare che ci sono opere-idioletto capaci di ristrutturare i codici letterari: tanto varrebbe addestrare il pubblico a leggere Diego Fabbri come Brecht! Non è invece possibile operare un passaggio al limite della scrittura, ma entro la scrittura, una mise en abîme dei codici, trasgressione semiotica perversa e sovversiva? Bataille e Blanchot. Klossowsky e Deleuze attraverso Sade, Masoch, Lautréamont e Roussel ci fanno segno.
Ma c’è di più nel testo della struttura assente. « Ecco il segno migliore » – come diceva Zarathustra dell’uomo – « escogita feste nuove e innalza stelle a ricordi delle gioie passate. È convalescente ». Ripetiamolo dopo aver compiuto il percorso del libro. Il lungo esorcismo filosofico sospende il suo gesto, ogni traccia dell’ontologia strutturale è cancellata dalla superficie dell’epistemologia: Eco può infine affidarsi al gioco libero e inventivo dei modelli semiotici – alleggeriti d’ogni sospetto teologico – moltiplicare le cabale e i cifrari, segni diacritici e simboli formali. Convalescente filosofo (la filosofia non è che una interpretazione del corpo o un fraintendimento del corpo) che alla fine della writing cure intraprende il gaio sapere ermetico della semiologia. Organizza modelli labirintici dei processi di decodificazione del messaggio poetico e codifica le letture aberranti dei mass media, imprigiona i segni nelle maglie di tassonomie vertiginose, accumula neologismi (qualisegni, sinsegno, legisegno, icona, rema, dicisegno); vi assume abiti, segnali stradali, Monna Lisa, bastoni per ciechi, piante urbane e riprese televisive, fumetti e versi leopardiani, giochi di carte e gradi militari, segnali navali e favole. Con Panofsky e Lévi-Strauss, i cinesici americani, Propp e Hjelmslev, Lichtenstein, Jakobson e Aristotile legge i manifesti di Camay, della Volkswagen e del brodo Knorr, la persuasione pubblicitaria e quella architettonica; applica Ogden-Richards a Le Corbusier, Barthes a Wright, classifica le distanze sociali e rilegge Brasilia come un testo. Questo materiale ‘eccessivo’ si piega alla normalizzazione semiotica, diventa tutto leggibile e traducibile sull’isotopia unica della comunicazione. La semiotica, pratica scientifica simbolica e aperta, studia questo universo semantico come sistema di relazioni significative e cerca di farsi isomorfa ad esse.
Al riparo dell’autoanalisi filosofica, della grande operazione di transfert dalla struttura ontologica a quella metodologica, Eco moltiplica le combinazioni che il numero finito delle carte mentali (le condizioni materiali del pensiero) gli consentono di giocare. Svolge le articolazioni usuali-storiche e intanto inventa i modelli di ogni combinazione possibile; le ordina in castelli, per figure, colori e semi. E mentre fa questo il Grande Gioco lo riassorbe in Matrice, lo ‘gioca’, o lo guarda giocare? Poco importa. La possibilità operativa è istituita dall’ossimoro teorico. Si può fare della semiotica sul luogo silenzioso che lo spazio epistemologico le assegna. Una traccia s’iscrive: ci condurrà a scollare i Significanti dai significati che la nevrosi e l’alienazione del razionalismo borghese impone come normali e normative; a superare la sbarra repressiva che divide significante/significato, le due facce del segno. A pensare la Semiotica come lo studio del gesto significante d’una società espresso in reticoli di relazioni il cui senso si articola colla negazione delle norme. Scrittura ripetitiva d’una scrittura sovversiva?

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