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Le comunicazioni di massa in Francia. Antropologia, sociologia, semiologia

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Da: Rassegna Italiana di Sociologia, Il Mulino, Bologna, anno VII, n. 1, gennaio-marzo 1966.


Premessa.

1. – Una rassegna di temi sociologici sulle comunicazioni di massa comporta una situazione a prima vista paradossale e quasi vertiginosa. Si tratta di parlare un linguaggio — quello della sociologia — che insiste su un altro linguaggio — quello delle comunicazioni di massa. Beninteso, questo linguaggio oggetto si distingue dalla sociologia che ne forma il metalinguaggio, per un carattere di fondo: si tratta di una « semiologia connotativa », in cui gli elementi sono appresi con un’utilizzazione sempre altra da sé; la sociologia dei mass media tenta invece di definire una « semiologia denotativa », cioè di compiere un’operazione concreta, esaustiva, semplice e non contraddittoria che renda conto del linguaggio oggetto. E mentre ne rivela i meccanismi di significazione, il metalinguaggio sociologico compie un’operazione di décriptage dei significati delle grandi comunicazioni, che espongono solo i loro significanti.
Un tipo ideale di rassegna dovrebbe adempiere a una funzione omologa: parlare i significati della sociologia delle comunicazioni di massa nel momento stesso che ne definisce il campo dei significanti. Si tratta dunque di raccogliere un certo corpus di teorie, apprezzarle nel loro valore intrinseco e di posizione rispetto alle altre, ridurne le variazioni, coglierne le invarianti; disegnarne in ultima analisi il « campo semantico ». Sarebbe poi necessario indurre una sorta di senso dell’evoluzione, nei suoi elementi causali e nella sua presumibile direzione.

2. – Da questa premessa deriva chiaramente la natura dei limiti che questa rassegna impone. Limitare alla Francia la determinazione di questo « campo semantico » di teorie sulla comunicazione di massa, nella loro triplice direzione antropologica, sociologica e semiologica, equivale a perdere ad es. gli indispensabili valori di relazione che intercorrono colla sociologia statunitense. E se alle ontologie regionali in cui la sociologia tende a ripartirsi, si aggiunge una distinzione per scuole nazionali, le conclusioni possono difficilmente risultare esaurienti.
Nello stesso tempo, il tema delle comunicazioni di massa comporta un altro tipo di ambiguità o almeno di complessità. Lo stesso fondamento di questa disciplina coinvolge sempre una implicazione scientifica e ideologica. La stessa valutazione del suo oggetto, il suo découpage scientifico, sembra coinvolgere più di ogni altro argomento sociologico, il giudizio emotivo che ogni studioso applica alla società moderna, la misura delle sue integrazioni, l’apocalissi delle sue utopie. La sociologia dei mass-media ne risulta o negata nel suo fondamento o sottoposta ad una tensione doppiamente polarizzata: dilatata fino alla sociologia della cultura tout court, o ridotta al ruolo di intermediario, tra significati che si formano e si consumano al di fuori di essa. Il suo oggetto ne è vanificato per difetto o per eccesso, esiguo fino all’inesistenza o vasto fino all’inservibilità.

3. – È sempre presente il rischio d’essere presi nel gioco di questa oscillazione. Per questo, la soluzione più ragionevole ai fini di questa rassegna, ci è sembrata quella di non definire il campo con un « a priori » metodologico, ma di realizzare una certa disposizione del materiale; in una forma « a nebulosa », che individui tra le fondamentali tendenze di studio, una dispersione orientata, una zona centrale di relazioni più dense e per questo più significative, nello spazio definito dagli estremi della variazione: riduzionismo e dilatazione.
Una scelta puramente operazionale, forse arbitraria in certe esclusioni e nella ponderazione di certe scelte, ma che nella sua conclusione — da un movimento convergente verso i temi della significazione —, potrà forse contribuire ad elucidare, se non il problema metodologico, almeno certe sue parti.
In questi termini anche la delimitazione nazionale si giustifica meglio. Si cercherà meno un filone originale di pensiero per ogni paese — intento tanto più contraddittorio in quanto esamina un oggetto per definizione « planetario » — e più certe tendenze di fondo, meno le essenze che le relazioni intrattenute tra certe tendenze, le componenti che sembrano emergere, le prevedibili destrutturazioni che l’organizzazione degli elementi indicati sembra permettere, meno una storia della riflessione sulle grandi comunicazioni in Francia, che la diversa combinatoria delle tendenze di base.
E se pure molti problemi resteranno aperti, sarà almeno possibile contribuire a spostarli: beninteso su un campo meglio definito.

La sociologia dei mezzi d’informazione (1).

1. – Nella sua Monographie de la presse parisienne (1842), Balzac sosteneva che se la stampa non fosse esistita non si sarebbe dovuto inventarla. Ma la stampa c’era e da allora la tradizione francese di studi in questo campo si è fatto molto solida.
La tendenza più larga e meno recente di questa letteratura si è prevalentemente dedicata a mettere in luce gli elementi patogeni dell’istituzione giornalistica: la soggezione della stampa al potere, la crescente concentrazione delle testate e il ruolo dei gruppi di pressione, il timore d’una non resistibile manipolazione propagandistica, l’eterodirezione delle masse che il nuovo mezzo comunicativo rendeva temibile, e nello stesso tempo, la sua importanza possibile per la diffusione d’una informazione politica democraticamente efficace2.
Nonostante la facilità moralistica e una certa indulgenza all’uso allarmistico della spiegazione scientifica, l’interesse di questo filone è senza dubbio notevole, anche se il marcato orientamento valutativo vien meno a quelle esigenze non evitabili di descrizione scientifica, che si sono fatte luce recentemente.
Lo stesso si deve dire delle tradizionali analisi storiche, compiute spesso con metodi originali3, e delle ricerche condotte con una angolazione di scienza politica: la stampa come espressione dello spirito pubblico, la definizione d’importanti avvenimenti politici trasmessi dalla stampa e carattere della sua efficacia4.
Si tratta d’un corpus imponente di lavori, ma le sue attuali possibilità d’applicazione nell’ambito d’una sociologia delle comunicazioni di massa non sono notevoli: sul tronco di questa tendenza era però ragionevole pensare che dovesse inserirsi un nuovo approccio, più specificamente sociologico, alla problematica dei mezzi d’informazione.

2. – In questo senso appunto sembra diretto il rinnovamento della ricerca che l’esempio statunitense ha provocato. Le nuove caratteristiche di studio del fenomeno giornalistico sono orientate verso un maggior rilievo dato al rilevamento empirico, all’analisi quantitativa, coll’impiego d’un tipo di lavoro in équipe, a volte interdisciplinare, con più alti mezzi finanziari, un maggior sforzo di concettualizzazione e di direzione e infine una netta propensione per le indagini sul pubblico. Lo sforzo più ragguardevole è stato compiuto appunto nella direzione di studio sulle opinioni e gli atteggiamenti, che a una mole di lavori empirici accoppia una messa a punto teorica generale per merito di J. Stoetzel: la sua definizione di opinione pubblica, più che un a priori metodologico, è vista come un problema da verificare con l’osservazione e la sperimentazione, ma è definita quanto basta a non consentire la dispersione e la irrelazione dei dati5.
In questa direzione si sono mosse, sia pure a diverso livello di qualità scientifica, le indagini sulla lettura dei quotidiani (accertamento dei rapporti con le preferenze ideologiche dei lettori, con le diverse variabili socioculturali, con le zone di diffusione, esame dei temi di lettura in rapporto alla struttura dei consumi, del rilievo reciproco tra più mezzi d’informazione o tra rubriche all’interno dei singoli giornali)6, e sulla pubblicità (vi sono considerate l’evoluzione temporale della notorietà dei prodotti, la penetrazione delle campagne, la fissazione e la modificazione delle immagini « reclamizzate »)7.
Nel corpo di queste ricerche — certo le più importanti condotte in Francia su di un settore limitato delle comunicazioni di massa —, non sono mancate le frammentarietà, una certa moltiplicazione incoerente dei dati, dovute in parte alle esigenze immediate dei committenti e a una prima eccitazione « quantofrenica » d’origine americana. Anche se un rischio del genere è connaturato alla stessa vastità superficiale e volumetrica del mezzo considerato, va però notato che l’esigenza sintetica non è stata mai tralasciata. Non mancano opere di sintesi che nel sovrapporsi geologico delle risultanze empiriche, al di sopra del variopinto impiego di tavole, grafici, scale, statistiche, hanno tracciato le linee di forza, con idee chiare e ipotesi direttrici8. Accanto ad opere generali dedicate in prevalenza agli aspetti giuridici e istituzionali del fenomeno giornalistico (Terrou)9, altre cominciano a mettere in maggiore evidenza la funzione sociale del giornale, nel suo rapporto col contesto sociologico e nella interrelazione con gli altri mass-media; anche se limitate all’informazione e spesso dimentiche dell’analisi dei contenuti della stampa a profitto delle sue esclusive funzioni di politica sociale, l’abbandono del vecchio causalismo, la comprensione della « informazione visuale », fanno delle opere recenti di R. Clausse10 e di B. Voyenne11, i primi manuali francesi sulle comunicazioni di massa.
Nonostante le sopravvivenze di certe tendenze « normative », la parte più ricca della sociologia francese delle comunicazioni di massa per i mezzi d’informazione, tende a una sociologia dell’evoluzione più che a una sociologia dell’azione (Lazarsfeld), pensa più in termini di leggi o di effetti a lunga scadenza, che di regole o di effetti a breve termine, attenta in ultima analisi, anche nelle poche eccezioni, — pensiamo alla sociologia « évenementielle » proposta da R. Clausse — a legare lo studio dell’informazione ai diversi aspetti della vita sodale.
Senza perdere di vista le prospettive di fondo, è forse la sola parte della sociologia dei mass-media che abbia resistito a un gusto diffuso per l’estrapolazione brillante, l’esempio estremo e inconsueto, il frequente rinvio metafisico al « mutamento massmediatico dell’uomo », all’insofferenza per la raccolta certosina dei dati, che è moneta corrente anche in Francia. Nella ricerca sulla natura dei consumi delle comunicazioni di massa, sull’azione giornalistica nello spazio sodale e ideologico, nella misura delle variazioni diacroniche dell’opinione pubblica, nel tentativo di definire il modo con cui i nuovi mezzi ricostituiscono, all’interno della massa, una relazione densa e differenziata di tipo primario, meno come immagini delle istituzioni, che nella loro funzione di organizzazione e di integrazione sociale, sta il tentativo di questa disciplina di collocarsi fra la duplice tentazione della profezia e della banalità, della retorica e del terrorismo (Paulhan) che la stringono da presso.

3. – Non spingeremo oltre il discorso, che potrebbe essere ben altrimenti complesso, sulla sociologia dei mezzi d’informazione. Per l’esigenza di brevità dell’esposizione e per un’avvertenza metodologica.
Per lungo tempo la stampa è stata il medium di massa dominante, se non proprio esclusivo; ora la radio in primo luogo, poi il cinema, infine la televisione, aprono prospettive ben altrimenti complesse. La società di massa trapassa — si è detto — a una fase post-scritturale (G. Friedmann). Un superamento che non vuol essere connotato come un abbandono: post-scritturale non significa a-scritturale, al contrario. L’apparizione di linguaggi caratterizzati da modalità profondamente nuove — codici iconologici e auditivi che si articolano con quello grammatologico in forme complesse — impone alla stampa un nuovo rapporto di parte al tutto nei cui termini va riconsiderata. La ri-fondazione metodologica impone di riprendere i risultati della sociologia dei mezzi d’informazione a un livello in cui, alla perdita di valore assoluto, corrisponderà probabilmente un acquisto di profondità e generalità.
In questa massmediologia allargata e assouplie, su cui porteremo ora la nostra attenzione, verranno ricomprese dunque le tendenze recenti di studio.

Ricerche filmologiche e antropologiche.

1. – Il settore in cui la riflessione francese sulle comunicazioni di massa ha trovato una prima, specifica originalità, comprende l’insieme di teorie e di sperimentazioni coperte dalla etichetta Filmologia.
Nei termini definiti in primo luogo dal suo fondatore G. Cohen Séat12, si tratta d’uno studio scientifico, condotto sul cinema prima, su tutto il campo dell’informazione visuale poi, da psicologi, psichiatri, pedagogisti, biologi, sociologi. L’analisi è portata dall’esterno, partendo cioè non dalla fabbricazione del film, ma dal suo consumo in quanto spettacolo, distinguendo — sia a partire dallo spettatore che sotto il profilo dell’essenza e del contenuto delle immagini — tra fatto filmico, che esprime la vita con un certo sistema di combinazioni di immagini e fatto cinematografico, cioè la messa in circolazione tra i gruppi umani, d’un fondo di materiali offerti dalia vita e « mis en forme par le film à sa manière »13. L’articolazione di questi due elementi definirebbe il cinema come istituzione universale, mezzo espressivo d’intelligibilità generale, impiegato su scala planetaria con le stesse caratteristiche linguistiche, economiche, psicologiche e sociologiche. Il cinema e la televisione (questa colle sue fondamentali caratteristiche di prodotto quotidiano di consumo domestico, di annullamento dello spazio sociale, di creazione d’una nuova promiscuità mentale e affettiva) sono studiati: a) nell’ottica psicologica del ruolo svolto dalla nuova percezione del mondo che essi propongono, b) nella misura in cui l’inconscio sociale ne viene nutrito. Con un’attenzione particolare alla psicologia infantile, la filmologia giunge ad ipotizzare — a livello di psicologia individuale — una sorta di modifica delle stesse regolazioni biologiche e delle leggi psichiche, indotta dalla nuova concretezza affettiva (arcaismo fisiopsicologico) e dalla crescente passività che l’eccezionale sviluppo della percezione visuale sembra imporre14. Dal punto di vista sociologico l’attenzione s’appunta sull’atmosfera e sul clima psicologico collettivo, creati dalle nuove tecniche di informazione visuale, in cui vengono formandosi i sentimenti comuni, le opinioni, i comportamenti dei gruppi sociali.
I risultati di questa indagine interdisciplinare, intesa a cogliere il cinema come fatto sociale totale e apparsa in un primo tempo molto più lusinghiera e ricca di promesse di quanto non si sia poi avverata, sono molti e di differente peso: senza troppa esitazione diremo che le cose più convincenti attengono più alla biologia e alla psicologia che alla sociologia.
L’importanza innovatrice, che è soprattutto metodologica, è altrove. Una riflessione frammentaria e discontinua trovava per la prima volta un principio di sintesi: le distinzioni fino ad allora tradizionali e letterarie di critica, storia e teoria del cinema, erano approfondite e il campo delimitato, con un criterio rigoroso di pertinenza che metteva in evidenza il cinema come sistema articolato di « faits de signification e faits de civilisation ». Nei termini d’un approccio finalmente rigoroso, riprendevano posto i temi della presenza del pubblico, dei fattori emozionali connessi alla ricezione del film, delle tecniche collettive di significazione, del « logomorfismo » del discorso filmico15.
La profondità e la tendenziale generalità della prospettiva, l’insistenza sulla non rinunciabile interdisciplinarità della ricerca, ci sembra un valido tentativo di fondare un’Antropologia delle comunicazioni di massa. Contro il rischio permanente della ricerca sociologica, che tende alla scomposizione settoriale e alla specificazione delle tecniche, il filmologo eleva l’uomo tutt’intero a principio analitico. Il rischio contrario di costituire un feticcio archetipico, dotato d’una capacità interpretativa generale e di una correlativa imprendibilità sul piano della ricerca concreta, è sempre in agguato e molte ricerche filmologiche sono là a dimostrarlo16.
Ma, nei risultati migliori, il dato analitico-filmologico è costantemente ricondotto, con un procedimento inverso alla messa tra parentesi fenomenologica, all’uomo reale della società di massa contemporanea. Ci sembra che nelle ulteriori tendenze che il campo dell’informazione visuale d propone (Morin, Bourdieu), emerga proprio un tentativo di porre la sociologia della comunicazione di massa sul fondamento d’una antropologia sociale contemporanea.

2. – Il sottotitolo della prima opera di Edgard Morin, che della sociologia dei mass-media in Francia è uno dei più noti e brillanti teorici, è esplicito: «Saggio d’antropologia genetica »17.
Non si tratta dunque d’una semplice analisi dei meccanismi di rappresentazione visuale, ma del loro significato in quanto elementi di funzionamento dello spirito umano nella sua interezza18. La visione cinematografica del mondo è studiata come mezzo di conoscere il mondo e il « commercio mentale » che l’uomo intrattiene con esso. Il cinema — secondo Morin — ci offrirebbe, di questo rapporto, la rappresentazione oggettiva e la sublimazione immaginaria, secondo le modalità d’una moderna magia: la fotogenia. L’immagine fotografica realizzerebbe una sorta d’archetipo collettivo; il doppio, radicato in una sorta di pensée sauvage intemporale, dotato d’un mana intrinseco, che ricondurrebbe lo spettatore dei moderni mass-media visuali ad una prodigiosa condensazione dell’affettività propria all’immagine mentale, su quell’insieme « d’ombra e di riflesso » che è implicito nello sdoppiamento fotografico19. Ma gli stessi archetipi possono essere vissuti a livelli sociologici diversi. La funzione sociale del cinema è sempre presente a Morin, e questo trattiene certe tendenze centrifughe della sua analisi verso improbabili iperurani verbali20. In quanto specchio antropologico … « il cinema riflette necessariamente le realtà pratiche e immaginarie, vale a dire i bisogni, le comunicazioni e i problemi delle individualità umane del suo secolo. Così i diversi complessi di magia e di affettività, di ragione, di reale e d’irreale, che costituiscono la struttura molecolare dei films, ci rimandano ai complessi sociali contemporanei e alle loro componenti, ai problemi della ragione del mondo, alla civiltà dell’anima, alla magia del XX secolo, retaggio della magia arcaica e finzione feticistica della nuova vita individuale e collettiva »21.
Nonostante le incoerenze e le ambiguità — di cui l’enfasi un po’ fumosa del passo citato testimonia —, la prospettiva antropologica e le sue implicazioni metodologiche emergono molto chiaramente. Con un indubbio progresso sulle tesi filmologiche precedenti, Morin non si limita ad eliminare le barriere tra le differenti discipline — storia, sociologia, etnologia sociale, psicologia e psicoanalisi —, ma propone un modello che, pur con le tracce d’una certa psicologia sostanzialistica, rappresenta la prima mise en forme d’una realtà magmatica secondo un punto di vista esplicito. Ne deriva un’ipotesi di lavoro, estensibile ad altri media visuali, che struttura un sistema dove ogni elemento occupa una posizione necessaria, con un valore differenziale significante e forse funzionale, rispetto a tutti gli altri elementi e integra i fattori diacronici (la cosiddetta storia del cinema), come elementi della organizzazione del modello.

3. – II passo successivo, compiuto sul filo della tendenza filmologica, ci sembra più contestabile. Nell’estensione delle ipotesi filmologiche ad una valutazione generale della società di massa, ci pare che il movimento che abbiamo accennato, verso l’uomo concreto, si arricchisca di elementi di riflessione fino ad ora non sufficientemente elaborati. In un’opera dedicata alla società di massa, fondata sulle conclusioni della ricerca sociologica fino ad allora compiuta, E. Morin crede di rintracciate nel « commercio di immaginario e realtà », la componente fondamentale della moderna cultura di massa22.
Problema « terzo » del nostro tempo, per Morin la « mass-culture » viene … « prodotta secondo le norme della fabbricazione di massa industriale, divulgata mediante tecniche di comunicazione di massa (mass-media) … rivolta ad una massa sociale, cioè a un gigantesco agglomerato di individui, colto al di qua e al di là delle strutture sociali (classi, famiglia) »23.
Non tutto è convincente nelle conclusioni di quest’analisi condotta su di « … un corpo di simboli, miti, immagini concernenti la vita pratica e immaginaria, un sistema di proiezioni e d’identificazioni specifiche … (che) … si aggiunge … alla cultura umanistica con cui entra in concorrenza»24 e a cui Morin applica con troppa disinvoltura le sue risultanze antropologiche e le sue presupposizioni psicologiche. Se l’identificazione dei temi proiettivi con quelli virili e di quelli identificativi coi femminili lascia perlomeno perplessi, non si può però negare l’esattezza d’alcuni tratti definitori della nuova cultura: tendenza individualistica e omogeneizzante, creazione di modelli imitabili (divi)25, e di miti- consolatori (v. lo « Happy end »), e la realizzazione (pur col « ritmo della attualità, con un modo di partecipazione ludico-estetico e di consumo profano »), d’una maggior partecipazione al mondo. Soprattutto meritoria è la meditata presa di coscienza che la cultura di massa risponde ad esigenze reali a cui la cultura tradizionale non è in grado di sopperire, e alle quali l’industria culturale dà sì risposte mercificate ed alienanti ma non arbitrarie.
Senza entrare sul piano inclinato delle implicazioni ideologiche, risulta però evidente la sostanziale fragilità d’un’indagine che estende alla valutazione globale della società di massa, alcune tecniche specifiche della filmologia. In primo luogo — nonostante i ripetuti accenni — si smarrisce il collegamento alla struttura economico-sociale di questo pubblico (sarebbe meglio dire « pubblici »), che la nozione di massa, cosi come viene impiegata da Morin, non è in grado di definire nelle sue complesse ripartizioni socio-culturali. Le stesse concezioni psicologiche, che omogeneizzano la massa davanti agli ipnotizzatori archetipici, sono, come vedremo, revocabili in dubbio. Ed è probabile che lo stesso metodo della totalità, che Morin impiega insieme alla comprensione simpatetica, abbia la sua parte di responsabilità. Certamente il vantaggio è di sfuggire all’« empirismo molecolare » della sociologia, ma l’allargamento dell’oggetto d’indagine mostra chiaramente che la carenza di studi empirici obbliga spesso l’autore a ricorrere agli artifici scintillanti d’una retorica tutta verbale. Il rapporto di subordinazione che Morin traccia tra ragione dialettica antropologica e ragione analitica sociologica, ci sembra vada rovesciato. Sarà la prima a dover rendere conto della seconda e a permetterne poi le tensioni esplicative. Sarà necessario molto lavoro sociologico « burocratico ed astratto » nei differenti settori della comunicazione di massa, prima di trarre le conclusioni che stabiliscano un loro motivato legame all’esprit du temps. Solo allora l’approccio antropologico cesserà di colorare di finalismi umanistici elementi irrilevanti della realtà e potrà raggiungere una ponderazione scientifica; contro il décalage tra la teoria e una prassi mal conosciuta o insignificante, si troverà solo allora la definizione d’un oggetto intermedio su cui esercitare la prassi d’una sociologia « allargata » delle comunicazioni di massa.

4. – Un’esigenza preliminare per l’approfondimento sociologico che deve integrare questa problematica colmandone le aporie, è il chiarimento della nozione di massa e della correlativa specificità dell’oggetto d’una sociologia dei mass-media. Bisogna premettere che le conclusioni scientifiche sul tema sono in rapporto di proporzione inversa alla quantità di studi che vi sono dedicati. Ma un certo uso indiscriminato e autogiustificatorio, il gioco a rimpiattino tra le pieghe e le risonanze semantiche che il termine massa ha trovato nella massmediologia, ha provocato reazioni vivaci26.
In effetti se il mass-medium è tale perché comunica massivement alle masse la cultura di massa (intesa come qualità intrinseca), il cerchio logico del rinvio interno tra massa, mass-medium e massificazione si morde la coda come il mitico « oroburus ». In realtà l’obiezione porta prevalentemente sulla presupposizione implicita con cui i massmediologi collocano ad esempio nel prodotto culturale la qualità di massa senza dedurlo né dalla sua produzione, né dal fatto della diffusione o del contatto con le masse (che sono d’altronde caratteristiche di altri media sociali; v. la scuola). Ora non vogliamo negare che l’antropologia dei mass-media fa un uso poco controllato delle figure retoriche e che certamente alcune sue presupposizioni hanno un sapore misterico, né che l’esigenza « d’aller en sociologue non più dai mezzi di comunicazione di massa alle loro audiences, ma dai gruppi sociali ai sistemi di consumo culturale che li caratterizzano »27, sia perfettamente legittima. Soltanto non ci sembra necessario per questo negare il valore euristico del metodo e passare subito ad esorcizzare il Deus ex machina, l’automaton spirituale che ne strutturerebbe la metafisica28. Senza evacuare ogni soggetto storico dalla storia29, si tratta anche, per il sociologo delle grandi comunicazioni, di costituire in una « serie » autonoma, dotata cioè d’una propria logica interna, i sistemi di significazione che i mass-media contribuiscono a costituire e a destrutturare, ma secondo le regole che questa organizzazione consente. Questa pertinenza d’analisi — non sempre avvertita s’intende e in questi casi la critica coglie nel segno —, porta sui « linguaggi massmediatici » e nei suoi termini, come vedremo, il discorso semiologico sta trovando i suoi contorni. Va sottolineato ad ogni modo che essa è compatibile, saremmo tentati di dire preliminare, alla preoccupazione d’individuare una « … significazione che non esiste come tale nelle cose, ma ha … la modalità della coscienza intenzionale che la costituisce »30. Una volta individuato il codice (l’organizzazione generale e inconscia dei sistemi di significazione massmediatici, non così privi di senso e pronti ad assumere tutte le interpretazioni come altri pretenderebbe), sarà possibile coglierne esattamente l’uso sociale, le apprensioni collettive (norme) e individuali (pratiche)31.

5. – Proprio nel fuoco della duplice problematica che abbiamo posto: la dimensione « linguistica » (semiologica) dei mass-media e la rifondazione analitica della prospettiva antropologica, si collocano due contributi recenti assai distanti tra loro.
In modo più o meno esplicito, si tratta di due critiche alla nozione moriniana di fotogenia, che portano su media diversi — rispettivamente il cinema e la fotografia — ma che sembrano consentire l’estensione di certi loro criteri al complesso della comunicazione visuale di massa.

6. – Nell’opera più ricca che l’attuale riflessione sul cinema ci offre, J. Mitry tenta una verifica critica delle nozioni psicologiche della filmologia32. Per noi è soprattutto notevole il passaggio in cui chiarisce come non sia tanto il fatto della duplicazione a rendere conto della fotogenia (Morin), ma l’insieme delle operazioni che rendono possibile la duplicazione. Mentre il reale resta neutrale, aperto a tutti i significati, non fotogenico, l’immagine che ce ne rende il cinema si lascia organizzare in discorso: è qui che acquista una presenza affascinante. Fascino che d’altra parte non consiste in una forma d’ipnosi, d’imposizione astringente, capace di modificare in ultima analisi gli stessi meccanismi psichici dell’uomo (Cohen Séat), ma trova la sua radice nella facilità con cui l’immagine filmica consente il meccanismo autonomo d’una associazione proiettiva. Qualunque ne sia l’effetto, la fotogenia resta però legata alla duplicazione come conseguenza: il doppio è sempre parola e si struttura in un linguaggio senza che l’oggetto scompaia dietro alla sua rappresentazione. « La magia essenziale del cinema è questa … il dato reale diventa l’elemento stesso della sua fabulazione »33.
Sarà nei termini di questa lingua che dovremo dunque cercare gli effetti della suggestione filmica: ogni effetto suggestivo rinvierà dunque a questa forma linguistica »34.

7. – Anche nella fotografia, il piano profondo dei fantasmi intimi che Morin aveva creduto di individuare sembra debba essere spostato. Per la verità, nella prospettiva più concretamente sociologica dell’uso collettivo, che fa della fotografia il supporto di funzioni socialmente riconosciute, è difficile spiegare la fotografia sia come semplice copia del leale che come proiezione del fantasmi del profondo. Sembra più plausibile ipotizzare un simbolismo intermedio tra il ritualismo opaco della vita mentale e il simbolismo oggettivo della vita sociale, il che farebbe della fotografia « un art moyen » che, organizzando un rapporto specifico verso lo spazio, la temporalità e gli altri, fornisce un modo d’espressione a una serie di pratiche situate a livello delle realizzazioni preconscie35. Per giungere a questa conclusione il problema del significato della fotografia e della sua pratica è stato posto e risolto a partire dagli usi effettivi che essa ricopre. Per una comprensione totale delle regolarità oggettive delle condotte sociali e della loro apprensione nell’esperienza vissuta, si è proceduto alla ricostruzione della pratica fotografica (funzione dell’integrazione familiare e di solennizzazione dei « tempi forti » della vita in comune), delle regole sodali che ne definiscono l’obbiettività, delle caratteristiche del mestiere di fotografo. Da questo insieme coordinato emergono conclusioni originali sulla funzione della fotografia giornalistica (la sua retorica in rapporto alla diversa temporalità del medium) e pubblicitaria (nel suo valore allegorico) che sono mezzi di comunicazione di massa di rilievo36.
Quest’ultimo tentativo ci sembra interessante a doppio titolo:
a) in primo luogo testimonia che la sociologia tradizionale riconosce la responsabilità dell’abbandono del « progetto antropologico », operando, nell’influenza dell’azione sociale e politica, l’immensa rinuncia — corrispettivo di quell’ambizione — agli elementi significanti non scopertamente storici della condotta umana, e di cui la cosiddetta sfera privata dei mass-media occupa una parte sempre più rilevante.
b) Ma soprattutto perché, senza ricorrere a un facile verbalismo delle essenze (amore e morte, dolore e erotismo), caratteristico della letteratura precedente, mira a « un’antropologia totale … (che) … deve compiersi nell’analisi del processo secondo cui l’oggettività si radica in e attraverso l’esperienza soggettiva: cioè deve inglobare il momento dell’oggettivismo e fondarlo in una teoria dell’esteriorizzazione della interiorità e dell’interiorizzazione dell’esteriorità »37.
Mi pare che qui l’approfondimento della ricerca antropologica, raggiunga, almeno sul piano metodologico — le ricerche sono per ora esigue — un punto di riflessione assai avanzato. Non resta che auspicare l’estensione di questa metodologia originale a campi più vasti delle comunicazioni di massa: il cammino sembra assicurato, quindi rassicurante.

Le analisi sociologiche.

1. – Prima di tracciare brevemente le approssimazioni e i risultati delle tendenze più specificamente sociologiche nelle comunicazioni di massa in Francia, conviene approfondire il legame dialettico che essa intrattiene con la sociologia americana.
Naturalmente sono considerate acquisite alcune fondamentali nozioni (personal influence, two steps flow, ecc.) a partire da analisi già « classiche »: Allport, Merton, Berelson, Lasswell, Lazarsfeld, Riesman, ma si tratta d’un dialogo incostante, frammisto d’ammirazione e di rifiuto, in cui il desiderio d’impiego di certe ipotesi più suggestive è combattuto dal timore per il modo settoriale e sostanzialmente miope con cui i dati sono spesso raccolti e accatastati, senza attenzione al loro senso qualitativo e qualche volta senza ipotesi direttive e sguardo d’assieme.
È però un esame dell’atteggiamento verso le più recenti tendenze statunitensi che può illuminare meglio, per implicazione e complementarità, le tendenze francesi. Oltre ad un parallelo incremento d’interesse per i media non cinematografici, viene sottolineata positivamente la critica e l’allargamento della formula del Lasswell, l’indirizzo « fenomenistico » e l’analisi funzionalista (Klapper), i progressi della « content analysis » (Gerbner e Sola Pool), i metodi d’indagine psicoanalitica sui simboli sociali (Warner), il passaggio sul piano degli effetti, dagli « one to one effects models » agli « uses and gratification studies » (Glik, Levy, Steiner, Schramm, Himmelweit, Halloran), l’allargamento prospettico che inserisce la comunicazione di massa in una sociologia della civiltà tecnica, l’uso di tecniche perfezionate (differential meaning, tipologia del gioco a due), ecc.38
Si tratta d’una eredità meditata: una volta riconosciuta la necessità di superare l’impasse di cui Berelson testimoniava39, si impone di fare il punto sulla tendenza generale, per dedurne le linee maestre dal reticolo aggrovigliato, limitare le eccessive aspettative, restringere l’abuso matematizzante da una parte, allargare dall’altra la visione degli effetti, visti non più nel loro rapporto « verticale » ai mass-media, ma nel complesso delle variabili socioculturali. In questa direzione, la sociologia francese incontra il meditato ottimismo delle conclusioni americane di Klapper e di Whithe ad esempio40 e vi inserisce una autonoma propensione per la problematica epistemologica e la concettualizzazione a largo respiro. Effettivamente le migliori ricerche empiriche francesi (v. poi Dumazedier ad esempio) non apportano sostanziali novità rispetto alla impostazione americana ed è anche vero che nelle tendenze più generali si sono accumulate ipotesi brillanti ma insufficientemente elaborate e poco rispondenti alle esigenze dell’attendibilità e della verificabilità.
Non credo tuttavia si debba dolersene troppo: questo atteggiamento, che corrisponde del resto a un naturale movimento della sociologia europea — che va, in termini mertoniani, dalla sociologia della conoscenza a quella delle comunicazioni di massa — ha l’indubbio merito di quel mutamento epistemologico che ha portato — come vedremo — dalla problematica tipicamente americana degli effetti, ai temi d’una semantica intesa come tecnica della significazione, che ci sembra la più profonda e fertile intuizione della sociologia francese.

2. – Questo movimento della sociologia francese, che nella sua riflessione procede dalla presa di coscienza della mutata condizione umana nell’età tecnologica, all’esame dei più potenti meccanismi di creazione dei valori, per giungere arricchita da questa esperienza ai problemi fondamentali del senso, si rispecchia nel pensiero di Georges Friedmann.
L’attenzione che Friedmann rivolge alla direzione e al senso del lavoro umano, alla condizione dell’uomo in una società tecnologica caratterizzata dall’automazione crescente e dalla parcellazione, comprende un continuo movimento di interrelazione dal visibile delle pratiche lavorative all’invisibile del tempo libero41. Ora, una volta respinta l’indefinita e indefinibile utopia della liberazione dell’uomo attraverso l’automazione totale, il tempo libero diventava per Friedmann un fondamentale elemento di riflessione: qui « l’uomo dopo il lavoro è l’uomo contro il lavoro » parcellare, incapace di dar senso alle condotte individuali, fonte inesauribile d’impoverimento e di squilibrio42. Se il lavoro non è più un modo primario di realizzazione (« se la storia è vuota di senso »), il loisir diventa il rifugio della significanza (« il gioco può diventare l’essenza stessa dell’uomo », K. Axelos). Il loisir e le comunicazioni di massa che ne costituiscono oggi il fattore principale d’impiego (meglio di spesa), entrano dunque in un campo predefinito della sociologia del mondo contemporaneo; prima di mettere a punto i metodi e formulare le ipotesi, trovano tracciata la mappa del loro problemi. Anche l’orientamento, almeno per negazione: la relazione ai metodi già affermati della sociologia del lavoro, contribuisce a collocare gli studi tra Scilla e Cariddi, all’intersezione dell’ascissa (apocalissi-integrazione) e dell’ordinata (retorica-terrorismo). Tutto il resto era da fare: accertare il grado di reciproca compensazione tra lavoro e loisir, l’interrelazione dei fattori o il ruolo determinante che vi è giocato dalle comunicazioni di massa. Non insisteremo su alcune presupposizioni implicite in Friedmann (per noi il loisir sembra meno determinato passivamente e residualmente dal lavoro che uno stile di vita in grado di contribuire in egual misura a definire l’uomo e la sua integrazione sociale)43, tutte le ricerche sull’argomento gli sono in qualche modo debitrici. È l’atteggiamento verso i mass-media che ci sembra notevole: contro la pourriture du loisir, Friedmann vede le comunicazioni di massa nella loro possibilità attiva di realizzazione della personalità e di umanizzazione della civiltà tecnica. Non più strumenti per ammazzare il tempo, ma destinati a cogliere i problemi d’un moderno umanesimo e — come la psicanalisi — ad agire come elementi attivi della valorizzazione di questo.
Nel 1956, l’autore notava l’apporto già positivo dei mass-media. « La loro ambivalenza sfugge a molti critici della civiltà tecnica, che ne scorgono lucidamente i pericoli, ma non distinguono l’azione benefica e gli apporti culturali, fino ad oggi della radio e della televisione … Il rinnovo degli studi umanistici, uscendo dal quadro invecchiato in cui volevano mantenerli troppi maldestri difensori, i fermenti della cultura popolare, l’apporto delle comunicazioni di massa che non può che accrescersi, … diretti al miglioramento e al compimento degli individui, ecco i segni che mostrano che il destino dell’uomo nella civiltà tecnica può ancora essere grandioso »44.
Da questa premessa prenderà corpo una sociologia delle comunicazioni di massa dotata d’una prospettiva sociologica generale, di metodi e di strumenti che, se sono da allora evoluti e modificati, non hanno mai perso di vista i temi fondamentali dell’educazione45, dei rapporti generali tra cultura di massa e cultura superiore, tra le diverse branche distinte e correlate della sociologia del Loisir46.

3. – Queste sono in effetti le tendenze che la sociologia francese (in modo particolare il CECMASS, centro di studi sulle comunicazioni di massa)47 porta avanti, sia pure con un movimento di progressivo distacco dalle ipotesi iniziali. È necessario premettere che si tratta in larga misura di tendenze, meglio di spunti che attendono ancora una sistemazione definitiva, ma sarà forse possibile mostrare il percorso d’una tendenza rinnovatrice della riflessione tradizionale, che dall’analisi degli effetti conduce ad una marcata presa in considerazione del messaggio.
Il problema che fa sempre sentire la sua presenza è quello del rapporto tra cultura superiore e cultura di massa48. L’opposizione è stata valutata sia nei suoi tratti teorici che in qualche studio sulla sua apprensione da parte soprattutto di gruppi intellettuali49. Oltre a distinguere gli atteggiamenti in scientifici, umanisti e militanti, sembra possibile una percezione d’ordine antropologico che assimila il fenomeno ai temi dell’acculturazione. Le diverse prospettive: storico-pedagogica, psicologica, semiologica e sociologica che si sono incontrate al recente convegno di Royaumont, raccolgono un bilancio notevole degli interessi dei diversi studiosi e le ricerche che Friedmann accenna nella sua conclusione, possono dare un’idea del probabile sviluppo di questi interessi: a) variazioni funzionali nella ricezione delle opere di cultura superiore o di massa, b) relatività del livello di percezione, c) gradi e modi della penetrazione della cultura di massa, d) influenza sulla coscienza di classe, e) grado d’adattamento dei consumatori di diversi gruppi sociali alle variazioni qualitative dei programmi, f) ruolo delle riviste di volgarizzazione scientifica50.
In conclusione, non si può dire che esista un accordo generale sul rapporto tra le due culture e forse il diverso orientamento di studio ha il suo peso nel definire certe discordanze: pensiamo all’esistenza o meno d’un continuum tra le due culture, affermato da un antropologo (Morin) e rifiutato da un semiologo (Barthes).

4. – Nel quadro di questa opposizione si colloca la particolare attenzione dedicata al rapporto tra comunicazioni di massa e insegnamento51. Oltre al reciso rifiuto di considerare le comunicazioni di massa al livello del puro divertimento e all’affermazione del loro intrinseco valore pedagogico, gli studi compiuti e quelli in corso pongono l’accento sulle possibilità positive di colmare, coll’impiego razionale dell’organizzazione massmediatica, il vuoto tra due culture che sembrano oggi contribuire, con le loro tendenze nettamente contraddittorie e impenetrabili, a una Schizoïdie généralisé de l’éspace humaine. Col fine d’una nuova « democrazia pedagogica », la prospettiva sociologica dovrebbe adottare un atteggiamento descrittivo senza pregiudiziali. Analisi empiriche dovrebbero accertare il grado di intensità nello « choc » tra strutture scolastiche tradizionali e generazioni audiovisuali (definendo una tipologia dello scolaro, verificando le funzioni del sistema scolastico e i contenuti trasmessi), distinguendo il sistema audiovisuale e quello scolastico nelle loro finalità e contribuendo a risolvere i conflitti in atto (tra processi di massificazione e di individualizzazione, tra pensiero verbalizzante — eidetico — e iconico — analogico —). È proposta una vera « profilassi delle comunicazioni di massa » con l’elaborazione di nuovi metodi di insegnamento fondati sulla apprensione dei sistemi espressivi dei diversi mass-media52. È il caso di Tardy e del collegamento operato tra la trasmissione televisiva in « diretta » e i ritmi dell’attenzione e memorizzazione infantili, della proposta di Dieuzeide per un insegnamento delle comunicazioni di massa ai fini della formazione pratica del consumatore.

5. – Un esame anche approssimativo della letteratura sociologica, permette poi un’altra conclusione d’ordine generale: gli studi francesi trascurano l’analisi del pubblico e degli effetti così cara alla letteratura anglo-sassone.
Questo atteggiamento, che parrebbe implicito nel nostro rilievo sul carattere prevalentemente teorico della dottrina francese, dipende anche dalle conclusioni sugli effetti che lo sviluppo della sociologia statunitense ha permesso di derivare. Il diffuso pessimismo sulle possibilità esplicative d’una sociologia degli effetti dei mass-media (v. Klapper) è in fondo il punto d’arrivo che la sociologia più avvertita ha tratto dalla massa imponente di studi a breve termine, su effetti di laboratorio, che avevano tentato di isolare le pretese influenze « chimicamente pure » dei mass-media sui loro fruitori.
L’orientamento generale è ora rivolto in prevalenza a individuare effetti a lungo termine, inquadrati nel contesto di tutte le altre influenze socioculturali, sottolineando soprattutto gli effetti funzionali e normali. E in questa prospettiva ci sembra giusta la diffidenza verso molte opere che pur affermando — come ha messo in luce Friedmann53 — che la comprensione dei mass-media dipende da un complesso di fattori interagenti, di fatto privilegia l’analisi dei singoli effetti54. Lo stesso ci sembra debba dirsi per certi tentativi di elaborare una sociologia évenementielle, capace di isolare ad esempio gli effetti prodotti da una notizia, al momento del suo primo impact, prima cioè di essere integrata a livello conjoncturel (v. Clausse)55.
In questo caso, come per la sociologia del presente o del fatto d’attualità, proposta dal Morin56, ci sembra che, nonostante le pretese di specificità — il « tempo corto » consentirebbe il reperimento di alcuni materiali che le pressioni della congiuntura sociale non hanno ancora represso nell’inconscio —, le difficoltà teoriche prospettate ne vengano più accentuate che risolte.
Vanno però sottolineati alcuni tentativi interessanti di analisi degli effetti e del pubblico condotte sulla stampa57, sulla televisione58, sul cinema59 e sulla pubblicità60 e i risultati di indagini settoriali che interessano solo parzialmente i mass-media61. Non possiamo però impedirci di pensare che in molti casi, qualora la realtà condizionante fosse colta in modo complessivo, le conclusioni tratte rivelerebbero la loro parzialità e fragilità.

6. – Una posizione di particolare rilievo nel settore degli effetti occupa invece, nella misura in cui tocca il campo dei mass-media, la vasta attività di analisi empirica che Joffre Dumazedier ha dedicato alla sociologia del Loisir62.
Quello che più ci interessa qui è il suo impianto teorico che, se pure investe un materiale molto svariato (dalle vacanze al teatro, dallo sport al museo, al giardinaggio, al cinema, ecc.), e non del tutto riassumibile nella nostra prospettiva, presenta un certo interesse.
Secondo Dumazedier l’attuale sociologia delle comunicazioni di massa non avrebbe uno sguardo abbastanza largo e chiaro: essa equivocherebbe sui diversi piani di creazione, diffusione e partecipazione dei valori di quella cultura di massa che sostanzia il loisir. Scambiando i piani di diffusione con quelli di partecipazione, questa sociologia, incapace di avvedersi che « non tutto quello che è diffuso dalle comunicazioni di massa è cultura di massa e che non tutto ciò che sostanzia la cultura delle masse è presente in quest’ultima », dimostrerebbe la sua insufficienza a risolvere gli essenziali problemi che l’esistenza d’una società di massa pone alla riflessione contemporanea.
Certo Dumazedier non ha torto quando avverte che « il più delle volte la cultura di massa definita in rapporto ai mezzi di diffusione riguarda solo un pubblico potenziale e problematico »63. Ma se esiste una tendenza reale — documentabile nella letteratura sociologica, specie nella peggiore —, a confondere la cultura di massa coi contenuti trasmessi dai mass-media, ci sembra però contestabile il rovesciamento che Dumazedier ritiene se ne debba derivare. Una volta definita la cultura di massa come la cultura della maggioranza della popolazione, l’autore procede infatti all’affermazione che i problemi di creazione e di diffusione sarebbero meno importanti del consumo e della percezione che ne deriva64. Tutta l’opera di Dumazedier sui tele-clubs, la diffusione del libro, le analisi sull’impiego del tempo libero in intere città, isolate (Annecy) o raffrontate65, illustra la portata delle sue obiezioni. Ponendosi risolutamente nella giusta direzione — non è tanto quello che i mass-media fanno al pubblico che può interessarci, quanto quello che questo pubblico ne fa —, Dumazedier ritiene che un’azione di miglioramento culturale, inteso in senso umanistico, della cultura delle masse, comporti uno sforzo di comprensione sociologica volto a definire, al di là dei contenuti omogeneizzati dei. mass-media, la struttura differenziale della loro ricezione, in rapporto ai tratti culturali che definiscono le diverse subculture collegate a certe strutture sociali.
La critica di Dumazedier non manca di pertinenza; d’altra parte non nega alla sociologia delle comunicazioni di massa un oggetto proprio, si limita se mai a subordinarlo ad altri aspetti. Il principio di questa svalorizzazione è però discutibile: il riferimento al piano economico nel caso dei contenuti della comunicazione di massa è una semplificazione nel cui vuoto si vanifica la sociologia della cultura. Anche se inserito nel meccanismo dell’industria di massa, il bene culturale è assai diverso da quello semplicemente economico. La riduzione al solo piano di consumo-partecipazione finisce poi per dissolvere questa qualità di massa che (discussa e discutibile) costituisce tuttavia un carattere stabile. Qui si cela in fondo una rinuncia implicita; la qualificazione essenziale, la caratteristica strutturale che informa l’azione particolare dei mass-media nel mondo contemporaneo, va smarrita nella definizione di massa come maggioranza della popolazione. E d’altra parte la prospettiva di Dumazedier acquista forse meno in ampiezza di quanto non perda in profondità; allargata a tutto il loisir, finisce per impiegare strumenti così larghi e categorie così onnicomprensive da diventare scientificamente inservibile quanto più logicamente sembra fondata.

7. – È probabile che la mancanza d’una teoria generale della società di massa stia alla base dell’equivoco; né vediamo per ora come sarebbe possibile ovviarvi, se non con la raccomandazione d’una prudente operazionalità. Ma i suggerimenti della sociologia americana, nel senso d’un’analisi funzionalista, fino ad ora mai seriamente applicata in questo settore e certe tendenze teoriche più recenti, pensiamo all’azionalismo tourainiano66, fanno ritenere possibile un motivato ritorno ai fatti e al senso evolutivo della società di massa.
D’altra parte la riduzione della cultura di massa alla cultura delle masse – un movimento di quell’oscillazione dilatatoria cui è sottoposta continuamente la sociologia che la prende in carica – è un richiamo di complementarità indiretta a quello che chiameremmo « l’effetto di forma » operato dai mass-media. La tematica consueta sugli effetti, condotta finora secondo la semplificazione « tale contenuto, tale effetto », va probabilmente rivista; per esercitare l’effetto, il motivo d’influenza opera attraverso il suo valore di posizione in un universo totale di significati che è nel suo complesso il vero agente dell’effetto. La esortazione alla violenza, ad esempio in un film « western », rinvia in primo luogo all’universo immaginario del «·western », strutturato secondo precise leggi di valore: l’effetto si avrà, se si avrà, nei termini di questa struttura. L’analisi sugli effetti rinvia dunque ai meccanismi di significazione, ai messaggi di massa e ai loro linguaggi di massa, passibili d’un esame strutturale, secondo metodi lessicologici e semiologici la cui opportunità è stata riconosciuta dallo stesso Dumazedier67.

8. – Il settore di studi più nutrito ci sembra proprio quello che centra la sua attenzione sui messaggi trasmessi dalle comunicazioni di massa. Sia le tendenze antropologiche, col loro rifiuto di isolare epistemologicamente i diversi livelli del fatto massmediatico, sia certe influenze della sociologia statunitense (Gerbner)68, confluiscono a porre in primo piano il messaggio, considerato come un evento culturale specializzato, fortemente codificato, simbolico e rappresentazionale, che consente delle·inferenze sugli stati, i rapporti, i processi che non possono essere osservati in modo diretto.
Sono individuabili due filoni di ricerca, ispirati a due ordini dell’organizzazione strutturale del messaggio: a) le analisi dei contenuti, ossia gli inventari dei temi trasmessi dai mass-media, condotti in modo da individuare gli items e forse le tendenze profonde che articolano una « storia del presente », b) gli studi che prendono in esame come questa realtà venga mise en forme secondo le esigenze proprie dei diversi media.
Nella prima direzione, alle ormai classiche analisi sulla stampa (particolarmente pregevoli quelle di E. Sullerot sulla stampa femminile e quelle quantitative di J. Kayser)69, altre se ne sono aggiunte, sul libro popolare e tascabile, sul fumetto, sugli eroi filmici70 e sui correlati fenomeni divistici. Nella stampa i problemi sono stati presi in esame sotto nuove angolazioni (fotoromanzi71, copertine e fotografie72, ecc.), con la messa a punto di nuovi metodi di misurazione e di quantizzazione73.
Sempre dalla stampa ci viene il primo interessante tentativo di studio integrale del contenuto del giornale. In questo settore, ci sembra che J. Kayser74, avvertendo l’unità strutturale del quotidiano, in cui ogni elemento (scrittura, fotografia, elementi grafici, ecc.) prende un valore di posizione rispetto agli altri e non può essere mutato senza alterare l’insieme, abbia compiuto un progresso notevole. Per complessa e discutibile che sia la serie degli indici cifrati che definiscono la mise en valeur degli elementi, la nozione di totalità ha tutto il suo valore. È certo che, una volta definito questo ordine oggettivo di percezione, sarà più semplice procedere alla costruzione di indici di leggibilità e di significazione, di lessici e idioletti, in correlazione all’appartenenza socio-culturale dei lettori.

9. – Lo stesso moltiplicarsi delle ricerche sul contenuto dei messaggi e l’affinarsi progressivo delle tecniche di rilevazione e di misurazione, pone sempre più seriamente il problema del reperimento di unità dotate di senso e del riesame dei metodi tradizionali elaborati dall’analisi di contenuto (content analysis).
La fondamentale debolezza di questa metodologia è dovuta al suo modo di trattare la comunicazione come una serie relativamente indifferenziata di valori analoghi, distinguibili in unità equivalenti ed equiprobabili, a cui viene poi applicata l’analisi quantitativa. Senza porre ancora il problema del livello connotativo che l’approccio berelsoniano trascura esplicitamente, sembra chiaro che — anche se il medium non conta più del messaggio, come pretenderebbe Mc Luhan75 —, la struttura imposta al messaggio dal suo medium, le regole del suo particolare linguaggio, definiscono secondo leggi ancora da elucidare, la dimensione, la presenza e la ripetizione delle unità significative del messaggio. Perciò le analisi di contenuto sono state integrate da una serie, non troppo ricca per la verità, di studi che portano sulla forma e sul suo valore operativo nelle comunicazioni di massa: vedi le ricerche di Mitry sul linguaggio cinematografico76, « la morfologia della ripresa indiretta » con cui Tardy accenna un principio di classificazione delle forme televisive essenziali77, i punti di vista di Bourdieu78 o di Roland Barthes sulla fotografia79.
Analisi del contenuto e delle forme sembrano concorrere alla definizione d’una caratteristica strutturale propria dell’opera di massa. Non si vuol dimenticare con questo la sua particolare natura e la differente qualità rispetto alle opere « classiche »: perdita dell’« aura » (Benjamin), desacralizzazione, consumabilità, mancanza di mediazione etica. È noto d’altra parte che proprio i grandi modelli collettivi che essa mette in opera consigliano come privilegiata la lettura tematica. Ma non è possibile negare la necessità, forse l’urgenza, d’una ricerca — ancora tutta da fare — sulla sua « pertinenza », ossia sulla logica di cui testimonia e che ne lega le regole agli imperativi del consumo.

La prospettiva semiologica.

1. – La ricerca ci pone a questo punto di fronte a un vero rovesciamento qualitativo. Davanti a un messaggio, strutturato nella doppia articolazione di forma e di contenuto, come un sistema di segni, il problema del senso si pone immediatamente. E una volta posto il problema del senso è necessario affrontare la tecnica della significazione cioè una semantica. Ecco dunque come lo spostamento dalla prospettiva degli effetti ai messaggi delle comunicazioni di massa, rinvia ad un altro passaggio, questa volta d’ordine epistemologico. Se è possibile — come dice Barthes — pensare i problemi sociali in termini di causalità, è anche possibile farlo in termini di significazione. Se pure la quantità di ricerche in questo settore sia più rarefatta, ci sembra di cogliere qui la zona concettualmente più densa nel campo di dispersione della ricerca massmediologica in Francia.
Il suo oggetto è la significanza, isolata dal contesto materiale, segno e non cosa, al grado zero del suo valore sociale. Il suo metodo d’indagine è quello semiologico, dedotto da quella disciplina pilota delle scienze umane che è la linguistica strutturale, nella misura della sua applicabilità a sistemi di segni diversi da linguaggio, ma di cui questo costituisce la parte più importante.
A partire dalla considerazione che una società dei consumi di massa struttura prevalentemente col linguaggio ciò che altre società parlano (miti, favole), fabbricano (strumenti), agiscono (riti e consumi), si è fatta luce la tendenza a portare in primo piano la semiologia: scienza dei segni in seno alla vita sociale (de Saussure), appresa come una linguistica generalizzata (R. Jacobson), che esprime le più fondamentali attività umane, concepite nei termini d’una teoria generale della comunicazione (C. Lévi Strauss).
Qui si verifica l’incontro con le tendenze recenti delle più « moderne » scienze dell’uomo: teoria dell’informazione e cibernetica, logica formale e linguistica, psicoanalisi e antropologia strutturale.

2. – In questa direzione d’altra parte convergono i diversi filoni della sociologia delle comunicazioni di massa in Francia: la sociologia del Loisir80, certe tendenze antropologiche, la constatata insufficienza dell’analisi degli effetti non preceduta da una adeguata soluzione degli « effetti di forma », l’irriducibile soggettivismo delle analisi tematiche e le difficoltà nel rilievo del senso nella content analysis.
Nella nuova prospettiva, le comunicazioni di massa eserciterebbero nel mondo moderno una sorta di spettacolare « sollecitazione semiologica » e i loro linguaggi possono essere considerati come elementi privilegiati per tentare di cogliere la struttura dei sistemi segnici con cui la società dei consumi di massa, « coestensiva in questo all’oggetto semiologico », « parla » il mondo dei suoi prodotti.
Una disciplina che tenti di ricostruire la logica di questi sistemi di segni (ad. esempio; moda, cucina, abbigliamento, fino alla propaganda politica e al sistema pubblicitario), impone un radicale mutamento di prospettiva. Questa socio-logica segnica non si riconosce in una scelta ideologica di cui una certa verità sia la sanzione e spera meno di trovare delle verità segrete che di aggiustare, nel modo più completo possibile, il proprio linguaggio alle costrizioni logiche dei diversi sistemi di segni. L’effetto di frizione tra il linguaggio oggetto dei segni e il metalinguaggio sociologico dovrebbe permettere la ricostruzione delle tecniche con cui l’homo significans compie il processo veramente umano di dare senso alle cose. Dall’analisi dei messaggi si trapassa così alla ricostituzione dei loro codici, intesi come i sistemi di cui va individuato il funzionamento: come il linguista anche il massmediologo dovrà, prima di decifrare il senso, stabilire la struttura (il simulacro della cosa), che permetta al senso d’essere trasmesso. È una sorta di intelligibilità generale della società di massa, in quanto façonnée par les mass-media, che una disciplina così intesa contribuirebbe a costituire.
In un testo recente81, Roland Barthes propone una « translinguistica » che comprenderebbe le tecniche di significazione situate al di fuori del linguaggio (disegni, immagini, racconti, ecc.). Si delinea a partire dal principio che « non c’è senso che nel nominato, il mondo dei significati non è altro che quello del linguaggio »82, un tentativo di ricostruzione d’un « linguaggio secondo », di una retorica intesa come faccia significante dell’ideologia, codice che organizza i connotatori, cioè le soprasignificazioni che l’uomo sovrappone alla realtà « denotata », con quell’attività significante (« manteia ») il cui fremito costituirebbe la storia della cultura83.
Di questo linguaggio obliquo che trova oggi la sua voce nelle comunicazioni di massa, naturalizzatrici d’un senso non preferito, l’estensione della metodologia linguistico-strutturale permetterebbe la ricostruzione della transumptio: del viaggio del senso. Si opererebbe così anche una radicale demitizzazione: mostrando come l’uomo fa significare cose già dotate d’un loro senso primo, confiscandone le proprietà naturali a profitto d’un significato secondo (le surcroit d’usage di cui parla Barthes) e ponendo a nudo la relazione causale che rende innocente quest’ultimo, una sociologia passa dai fatti ai valori. Dai vari messaggi sarà possibile dedurre i codici che appartengono, diciamo, a una comune « denotazione » antropologica e distinguerne le « semiologie in mala fede » che operano la manipolazione senza proferire il loro nome. Ne verrà forse chiarito quel meccanismo di « desiderio triangolare » (René Girard) che a noi sembra il modello di funzionamento delle comunicazioni di massa contemporanea: quella interposizione alienante tra l’uomo e la realtà, che è la necessità d’un modello estraneo eterodirettivo per la realizzazione di sé.

3. – La ricerca che, se pure promettentissima è ora ai primi passi, dovrebbe articolarsi in due direzioni: una d’ordine sintagmatico, sulla struttura dei messaggi narrativi, che mostra subito le enormi possibilità nel campo dei mass-media (fumetti, romanzo « giallo », cinema western o mitologico, articoli di stampa, canzonette; ecc.); l’altra d’ordine paradigmatico sulla classificazione delle unità di connotazione. « Il messaggio (opera o oggetto) è sempre all’incrocio di questi grandi assi »84.
Gran parte dei temi tradizionali delle comunicazioni di massa attendono d’essere esaminati e ridefiniti in questa prospettiva. In modo particolarmente urgente ci sembra sia da rivedere la problematica della content analysis. Qui il modello linguistico sembra costituire un progresso decisivo sul piano del rigore tecnico (introduzione del principio di commutazione, definizione del corpus, ecc.), soprattutto per risolvere il problema delle unità significative e l’approfondimento del piano connotativo.
Le ricerche di C. Lévi Strauss sui miti85, le intuizioni di V. Propp86, nelle correzioni di C. Lévi Strauss87, di C. Bremond88, di J. Greimas89 sul racconto popolare, di E. Souriau sul teatro (situazioni drammatiche)90, i tentativi di formulare una semiologia empirica di J. C. Gardin91, il riesame delle analisi semantiche tradizionali e l’utilizzazione delle più recenti92, anche se non hanno ancora raggiunto una completa unità di prospettiva, suggeriscono l’estensione al campo dei mass-media, che potrebbe rivelarsi feconda d’analisi concrete. Proprio sulle comunicazioni di massa — d’altronde si stanno compiendo i primi tentativi d’individuare una « langue » (in senso saussuriano) del racconto, di attuare mediante l’estensione del modello linguistico una « transfrastica generalizzata » indipendente dalla diversa sostanza dei mezzi che le servono di supporto (orali, scritti, iconici). La relativa semplicità dei temi, la struttura poco articolata (se confrontati ad esempio alle grandi opere letterarie), e la forte ridondanza, fanno sì che il racconto di massa si presti a queste analisi nella stessa misura in cui lo studio della cristallografia precede la mineralogia tutt’intera. D’altra parte sembra che anche in messaggi complessi, dove cioè il codice linguistico, musicale, iconico, s’intrecciano, le unità del racconto — individuabili ai diversi livelli fonctionel, actantiel, narratif — consentano l’accertamento di regolarità non riscontrabili al solo esame dei singoli mezzi espressivi93. Il problema è visibile nel caso dell’immagine, che è dotata, a dispetto della sua pretesa analogia, d’una larga polisemia94: v. certe conclusioni che caratterizzano il·cinema come un linguaggio o discours privo di langue e perciò distinguibile in unità sintagmatiche e non paradigmatiche95.

4. – Due dei tentativi più interessanti per una definizione semiologica sono dedicati appunto alle comunicazioni di massa; cinema e messaggio pubblicitario (Mitry96, Barthes97).
Si tratta di descrizioni semiologiche a livello diverso, che permettono alla fine di spiegare meglio la circolazione del senso tra immagine e immagine (cinema) e tra immagine e scrittura (foto pubblicitaria), consentendo possibilità più fondate all’induzione semantica. Certe conclusioni sul rapporto tra rappresentante e rappresentato al cinema e l’affermata logica d’implicazione del linguaggio cinematografico, spiegano nella fotografia e nel cinema un diverso rapporto verso la denotazione: nella foto solo la connotazione è costruita (coll’impiego linguistico), nel cinema anche la denotazione è costruita con la combinazione delle immagini, quindi dotata d’un codice98.
La stampa, nonostante il carattere evidentemente specifico del suo linguaggio, manca ancora d’indagine semiologica e lo stesso deve dirsi della televisione e degli altri mass-media. Delle ricerche sono però in corso.
Altri codici più ridotti e specifici hanno già avuto un principio di descrizione strutturale: la cucina99, la moda100, i faits divers101, e consentono di prospettare l’allargamento del metodo ad altri codici, ad esempio musicali102 o a temi fino ad ora spiegati in termini di sola psicologia: ad esempio il divismo (percepibile come l’espressione d’una logica imagée delle qualità soprattutto emotive dell’uomo massmediatico? e leggibili nella forma della mitologia funzionale comparata di un Dumézil?), ecc.
R. Barthes ha tracciato di recente103, le possibili ricerche semiologiche che definirebbero l’opposizione strutturale tra cultura di massa e cultura superiore, appresa come una dicotomia antropologica — del tipo maggioranza/minoranza — presente nel linguaggio sociale della coscienza collettiva come condizione di intelligibilità d’ogni cultura.

5. – Il « fatto » è stato a lungo il referente ideale della sociologia delle comunicazioni di massa (e non di questa soltanto); è ora probabile che il senso diventi sempre di più l’unità di riflessione della sociologia massmediatica francese. Questa socio-logica, colle sue implicazioni metodologiche complesse (v. ad esempio il passaggio dalle matematiche quantitative, « statistiche » a quelle qualitative: topologia, insiemi, ecc.) è a pena fondata. Pensare d’integrarla in futuro a una scienza generale dei messaggi sociali non la farà progredire di molto; c’è tutto il lavoro empirico di rilevazione che attende d’essere compiuto, un’esigenza che non ci sembra evitabile104. Ma un risultato è certo: la materia tumultuosa e volatile che i mass-media ci trasmettono (immagini pubblicitarie, vestiti, articoli politici, giochi e « vedettes », informazioni, canzoni e lezioni di catechismo politico e religioso), si viene disponendo secondo un principio d’ordine, nei termini d’una assiomatizzazione che permetterà d’individuare, sotto dell’apparente casualità, un senso più necessario, passibile d’un rigoroso intervento scientifico105.


Note

  1. Per questo rapido scorcio ci siamo valsi del succoso raccourci di Alain Girard, Sociologie de l’information en France, in « Revue Intern. de Science Sociales », XIV (1962), pp. 269-283. torna al rimando a questa nota
  2. In questo senso si muovono, ci sembra, libri apparentemente diversi quali G. Tarde, L’opinion et la foule, Paris, 1901; V. Clakhotine, Le viole des foules (par la propagande politique), Paris, I ed. 1939, II ed. 1952; J. Kayser, Mort d’une liberté, Paris, 1955; J. Ellul, La technique ou l’enjeu du siècle, Paris, 1954 e Propagandes, Paris, 1962; J. Driencourt, La propagande, nouvelle force politique, Paris, 1950; J. M. Domenach, La propagande politique, Paris, 1950; A. Sauvy, Le pouvoir de l’opinion, 1949, L’opinion publique, 1955, La nature sociale, 1957. torna al rimando a questa nota
  3. Dal classico George Weil, Le journal, origine, evolution et rôle de la presse periodique, 1934 a R. Manevy, Histoire de la presse 1914-39, 1945, P. L. Bret, Information e democratie, 1954, C. Ledré, Histoire de la presse, 1958, H. Calvet, La presse contemporaine, 1959, P. Frédérix, Un siècle de chasse aux notivelles, 1959, R. Chapuis, L’information, 1959, B. Hourdin, La presse catholique, 1957, molte opere della collana Kiosque edite da A. Colin, Paris, tra cui ad es., notevole J. Kayser, Der Krondstat à Kroutschef. Voyage franco-russes 1891-1960, 1962 per l’apparato quantitativo di rilevazione e molti studi sulla rivista « Etudes de Presse » pubblicata dall’Institut Français de la Presse. torna al rimando a questa nota
  4. Sono numerose le pubblicazioni della Fondation Nationale des Sciences Politiques (v. ad es. B. Labrousse, Le paysan et la politique, e B. Blin, Elections du 1956); un taglio sincronico interessante ha operato J. Kayser, La presse française sous la III République, Unesco, 1953, e sempre nella collezione Kiosque, studi sulla presa del potere da parte di De Gaulle, sul fronte popolare (Bodin-Touchard, 1961), sulla stampa sotto l’occupazione tedesca (Bellanger, 1961), sull’affermazione hitleriana (Grosser, 1959), ecc. torna al rimando a questa nota
  5. V. J. Stoetzel, Tbéorie des opinions (1943), ma più recentemente nella direzione accennata L’opinion publique et l’information collective, in « Sondages », XXIV, 1962, pp. 4-20 e qualche cenno in La Psycbologie sociale, Paris, 1963, pp. 256-273. Di grande rilievo è il lavoro statistico condotto dalla rivista « Sondages » che dipende da l’Institut Franç. de l’Opinion Publique fondato da J. Stoetzel. torna al rimando a questa nota
  6. Si veda il numero unico di « Sondages », 1955, n. 3 dedicato a La presse, le publique et l’opinion che raccoglie, oltre a molti dati della rivista « Etudes de presse », studi compiuti da diversi centri di studi statistici (INSEE ad es.) e analisi compiute a scopi pubblicitari e spesso pubblicate confidenzialmente. Per la metodologia di un rilevante tentativo recente (1959) v. J. Desabie in « Journal de la Société de Statistique de Paris », 1960, n. 7. Le Semaines Sodales de France si sono spesso interessate al problema: opere collettive sono Techniques de diffusion dans la civilisation contemporaine (1955), L’opinion publique (1957). Molto attivo è l’Unesco (pubblicazioni di bibliografie e statìstiche) e il suo Centro internazionale per l’insegnamento superiore del giornalismo presso l’Università di Strasburgo. Vedi inoltre: Le développement des moyens d’expressions, in « Perspectives », IX, aprile 1962, e Analyse qualitative sur 14 pèriodiques, CESP, Paris, 1961. torna al rimando a questa nota
  7. Questi dati sono in grandissima parte confidenziali, ma vedi qualche accenno interessante in un’opera collettiva a cura di P. Reynaud, La Psychologie économìque, 1954. torna al rimando a questa nota
  8. In questo senso si è espresso molto acutamente B. Voyenne, Objectives et méthodes de recherche dans lcs sciences de l’information, in « Etudes de Presse », XII, 1960, n. 22/3. torna al rimando a questa nota
  9. Ferdinand Terrou, L’information, Paris, 1962. torna al rimando a questa nota
  10. Roger Clausse, Les nouvelles, Synthèse critique, Bruxelles, 1963. Notevole il lavoro del suo Centre National d’Etude des Diffusions Collettives e della rivista « Etudes et recherches ». torna al rimando a questa nota
  11. Bernard Voyenne, La presse dans la société contemporaine, Paris, 1962. torna al rimando a questa nota
  12. Gilbert Cohen Séat, Essai sur les principes d’une Philosophie du cinéma, Paris, 1946, II ed. 1958 e i successivi contributi su la « Revue internationale de filmologie » (poi « Ikon »). torna al rimando a questa nota
  13. G. Cohen Séat, op. cit., pag. 54 segg. torna al rimando a questa nota
  14. V. anche Problèmes du cinéma et de l’information visuelle, di G. Cohen Séat, Paris, 1961. torna al rimando a questa nota
  15. Oltre a svariati contributi apparsi sulla « Revue internationale de filmologie » (oggi « IKON » e pubblicata in Italia), vedi l’equilibrato bilancio di Étienne Souriau, La structure de l’univers filmique et le vocabulaire de la filmologie, in « Revue intern. de filmol. » n. 7-8 pagg. 231-40. torna al rimando a questa nota
  16. Pensiamo per esempio a G. Cohen Séat e P. Fougeyrollas, L’action sur l’homme: cinéma et télévision, Paris, 1961, dove l’affermazione degli autori che « la psicologia di massa e l’antropologia contemporanea ci preparano ad accettare l’idea d’un mutamento della natura dell’uomo, sotto l’influenza d’un mutamento delle sue condizioni d’informazione » assume toni fantascientifici. torna al rimando a questa nota
  17. Edgard Morin, Le cinéma ou l’homme imaginaire, Paris, 1956 (trad. it. Il cinema o dell’immaginario, Milano, 1962, cui si riferiscono le citazioni). torna al rimando a questa nota
  18. « Il cinema ci offre il riflesso non più soltanto del mondo, ma dello spirito umano » (pag. 267) una sorta di macchina cibernetica omologa nel suo funzionamento all’intelligenza di cui è « mimo e fratello rivale » (Cohen Séat). torna al rimando a questa nota
  19. I caratteri costitutivi del cinema: la fotogenia e il montaggio definirebbero dunque un « sistema comune determinato dal doppio, la metamorfosi e l’ambiguità, la fluidità universale, l’analogia reciproca del microcosmo e del macrocosmo: l’antropocosmorfismo » (pag. 99). torna al rimando a questa nota
  20. « L’irrealtà di questo mito fondato nella realtà, ci rivela la realtà del bisogno che non può attuarsi » … « questa contraddizione dell’essere reale e del suo bisogno reale ha come unità l’uomo concreto … » (pag. 276). torna al rimando a questa nota
  21. E. Morin, op. cit., pag. 281. torna al rimando a questa nota
  22. Edgard Morin, L’esprit du temps, Paris, 1962 (trad. ital. L’industria culturale, Bologna, 1963, da cui le citazioni). torna al rimando a questa nota
  23. E. Morin, op. cit., pag. 6. Ma ciò nonostante Morin trova la definizione « troppo ristretta »! torna al rimando a questa nota
  24. E. Morin, op, cit., pag. 8. torna al rimando a questa nota
  25. Sull’argomento ci spiace di non poter esaminare piu da presso E. Morin, Les Stars, Paris, 1957. Sullo stesso argomento, che ha molto interessato ma che ci pare francamente esaurito, v. anche Violette Morin, Les Qlimpiens, in « Communications » n. 2 pagg. 105-120. torna al rimando a questa nota
  26. Pierre Bourdieu-Jean Claude Passeron, Sociologues des mythologies et Mythologies de Sociologues, in « Temps Modernes », XIX (1963), n. 211, pagg. 998-1021. torna al rimando a questa nota
  27. Bourdieu-Passeron, art. cit., pag. 1007. torna al rimando a questa nota
  28. Bourdieu-Passeron, art. cit. Per i nostri autori la antropologia filmologica non è « né sociologia perché conserva la nostalgia di dedurre a priori quando bisogna solo consultare l’esperienza, né teoria pura perché lascia che il fatto bruto si installi là dove dovrebbe dedurre, … la massmediologia è una metafisica – in senso kantiano – ma che funziona male » (pag. 1007). torna al rimando a questa nota
  29. « (La massmediologia) … insinua … una filosofia della manipolazione senza che vi sia bisogno di nominare i manipolatori, il che farebbe risorgere l’immagine ricusata della massa manipolata perché manipolabile » (Ibidem, pag. 1021). torna al rimando a questa nota
  30. Ibidem, pag. 1009. torna al rimando a questa nota
  31. Ricalchiamo la distinzione tra codice e uso (norme e pratiche) a L. Hjelmslev, Essais linguistiques, Copenhague, 1959, pag. 69 segg. torna al rimando a questa nota
  32. Jean Mitry, Esthétique et psychologie du cinéma, Paris, I vol. Les Structures, 1963, II vol. Les Formes, 1965. torna al rimando a questa nota
  33. J. Mitry, op. cit., vol. I, p. 131. torna al rimando a questa nota
  34. Per la prosecuzione del discorso di J. Mitry in una prospettiva semiologica v. la terza parte di questa rassegna. torna al rimando a questa nota
  35. Pierre Bourdieu e al., Un art moyen; Essai sur les usages sociaux de la photographie, Paris, 1965, in cui vedi Rober Castel, Images et phantasmes, pagg. 290-331. torna al rimando a questa nota
  36. Cfr. P. Bourdieu, op. cit., per la fotografia giornalistica a pagg. 173-198, per la foto pubblicitaria a pagg. 189-217. torna al rimando a questa nota
  37. Cfr. l’introduzione di P. Bourdieu. torna al rimando a questa nota
  38. Per la posizione della sociologia francese verso la corrente statunitense v. gli articoli e le recensioni di testi americani apparsi su « Communications »: per le indicazioni bibliografiche sulla sociologia americana v. integrazione al testo di Janowitz-Schultze pubblicato in questo stesso fascicolo della « Rassegna ». torna al rimando a questa nota
  39. Bernard Berelson, The State of Communication Research, in «Public Opinion Quarterly », Spring, 1959, pagg. 1-17. torna al rimando a questa nota
  40. Klapper J., The Effects of Mass Communication, Free Press of Glencoe, 1960. D. M. Whithe, Mass Communications Research: a View in Perspective in People, Society and Mass Communications, Dexter L. A., White D. M. (eds), Free Press of Glencoe, 1964, pp. 521-546. torna al rimando a questa nota
  41. Questa problematica era riscontrabile in G. Friedmann dall’introduzione a Problèmes actuelles du machinisme industriel, Paris, 1946, poi in Travail en miettes, Paris, 1956, e Introduction aux aspects sociologiques de la radio-télévision, in « Cahiers d’étude de Radio Télévision », 1955, n. 5 e Psychanalyse et sociologie: esquisse d’une introduction à quelques problèmes actuels, in « Diogène », n. 14, avril 1956. Vedi anche la sua recente La sociologie des communications de masse, in « Revue de l’enseignement superieur », 1965, n. 1-2. torna al rimando a questa nota
  42. « La realizzazione di sé e la soddisfazione possono solo essere cercate nell’attività di loisir e più precisamente nel tempo libero progressivamente accresciuto dalla diminuzione della settimana lavorativa È il tempo fuori dal lavoro come avevano già visto Marx e Hegel che deve costituire per l’uomo il vero dominio della libertà » (Travail en miettes, pag. 270). torna al rimando a questa nota
  43. Vedi in tal senso lo stimolante bilancio di Henry Raymond, La sociologie su Loisir en France. Resultats et perspectives, in « Informations des Sciences sociales », III, 1964, n. 1, pagg. 7-20. torna al rimando a questa nota
  44. Travail en miettes, cit., pag. 267. torna al rimando a questa nota
  45. Vedi G. Friedmann, Enseignement et culture de masse, in « Communications », 1962, n. 1, pagg. 3-15 e L’école et la culture de masse: opinions, documents, debats, in « Communications », 1963, n. 2, pagg. 122-34. torna al rimando a questa nota
  46. Vedi G. Friedmann, Le loisir et la civilisation technicienne, in « Revue internationale des Sciences sociales », 1960, n. 4. Le branche connesse alla sociologia del loisir sono rappresentate ad esempio dalla riflessione di H. Lefebvre sulla critica della vita quotidiana. torna al rimando a questa nota
  47. Il Centro di studi sulle comunicazioni di massa (Cecmass) è stato costituito nel gennaio del 1960 nel quadro della Scuola pratica di alti Studi (EPHE) su iniziativa di G. Friedmann (v. presentazione nella rivista che ne pubblica i lavori, « Communications », 1962, n. 1). torna al rimando a questa nota
  48. Culture superieure et culture de masse, numero unico della rivista « Communications », n. 5, 1965, riporta il colloquio di Royaumont 11-12 maggio 1963. Sul tema « Gli intellettuali e la cultura di massa » interventi — a seguito d’una relazione di P. Lazatsfeld — di R. Mandrou, E. Morin, M. Tardy, H. Dieuzedie, J. Dumazedier, R. Barthes, M. Philippot. Riflessioni finali di G. Friedmann. torna al rimando a questa nota
  49. Vedi Enquêtes auprès des enseignants presentata da C. Bremond, Y. Baticle, J. Maho, « Communications », n. 5, pagg. 52-98. torna al rimando a questa nota
  50. G. Friedmann, Riflessioni finali in « Communications », 1965, n. 5, pag. 51. torna al rimando a questa nota
  51. Molto importante l’attività del Centre Audio-visuel de ENS de Saint Cloud fondato nel 1947 che pubblica i risultati della ricerca su Bulletin de CAV. torna al rimando a questa nota
  52. Tra i lavori di maggior rilievo v. Michel Tardy La télévision directe et ses implications pédagogiques, Thèse III cycle de l’ENS de S. Cloud, 1963 e H. Dieuzeide, Les techniques audio-visuelles dans l’enseignement, Paris, 1965. torna al rimando a questa nota
  53. Vedi le acute conclusioni di G. Friedmann, La télévision vécue in « Communications », n. 3, 1964, pagg. 48-63. torna al rimando a questa nota
  54. Si pensi ai bilanci che J. Cazeneuve Sociologie de la Radio Télévision, Paris, 1963 e di Cazeneuve e J. Oulif La grande chance de la Télévision, Paris, 1963, hanno tracciato sui temi della radio e della televisione. torna al rimando a questa nota
  55. Vedi R. Clausse, Les nouvelles, cit. torna al rimando a questa nota
  56. Vedi in proposito i numerosi brevi articoli in « Communications ». torna al rimando a questa nota
  57. Vedi tra l’altro nella collezione Kiosque, A. Chatelain, Le Monde et ses lecteurs, Paris, 1962, E. Sullerot, La presse féminine, Paris, 1963 e J. Kayser, Le quotidien français, con un interesse che tocca il libro dalle analisi classiche di R. Escarpit, Sociologie de la litterature, Paris, 1958, e le proposte di J. Dumazedier, Eléments pour une sociologie comparée de la production, et de l’utilisation du livre, Paris (Bibliographie de France, 1952) fino ai più recenti, R. Escarpit, La révolution du livre, Paris, 1965. torna al rimando a questa nota
  58. Vedi il bilancio in J. Cazeneuve, Sociologie de la radio télévision, cit., e La télévision, Bruxelles, 1961, e J. Weber, Bibliographie générale sur la radio-télévision, in « Cahiers d’Etude de Radio·télévision », n. 22, pagg. 222-225; n. 23, pagg. 319-334; n. 24, pagg. 418-433. Un’attenzione particolare è stata dedicata al rapporto televisione e pubblico infantile per cui v. oltre a H. Dieuzeide, Télévision et education; une bibliographie sommaire, Paris, 1958 supplem. 1959 i due numeri di « Etudes et document d’information », Unesco, n. 39 e n. 43 (1965), L’influence de la Télévision sur les enfants et sur les adolescents. torna al rimando a questa nota
  59. Vedi ad es. Cinéma fait social, Bruxelles, 1962 e il numero unico di « Eprit » Situation du cinéma Français, 1960, n. 6, pagg. 929-1183 (con interventi di Morin, Durand, ecc.); per le analisi sul pubblico v. il recente numero speciale del « Bulletin du Centre national de la Cinémathographie », febbraio 1965, e l’opera di J. Durand, Le cinéma et son public, Paris, 1958, e L’influence du cinéma sur les enfants et sur les adolescents, bibliografia annotata, Paris, 1961. torna al rimando a questa nota
  60. Vedi J. Marcus Steiff, Les études de motivation, Paris, 1961, e le analisi su « Cahiers de la publicité ». torna al rimando a questa nota
  61. Vedili citati in G. Friedmann, Le travail en miettes, cit., pag. 194 (Crozier, H. Colas, H. Raymond ecc.) in particolare v. René Kaes Les ouvriers francais et la culture, Strasbourg, 1962. torna al rimando a questa nota
  62. Joffre Dumazedier, Vers une civilisation du loisir?, Paris, 1962; Loisir cinématographique et culture populaire, in « in « Diogène », n. 31, 1960; Travail et loisir, in Traité de Sociologie du travail di G. Friedmann e P. Naville, Paris, 1962; Problèmes actuels d’une sociologie du loisir, in « Revue internationale des sciences sociales », XII, 1960, n. 4, pagg. 564-573; A. Ripert, Où en est avec la sociologie du Loisir et de la culture populaire?, in « Revue Française de Sociologie », IV, 1963, pagg. 41·52. torna al rimando a questa nota
  63. Vedi intervento di J. Dumazedier a Royaumont in « Communications », n. 5, 1965, pag. 27. torna al rimando a questa nota
  64. « … è in ultima analisi sul piano della partecipazione effettiva e del consumo dei diversi beni culturali offerti alla popolazione dai mass media, … che si coglierà ciò che è realmente o ciò che può diventare cultura di massa, in quanto cultura vissuta dalle masse nelle nostre società attuali » e più avanti « per noi non si tratta soltanto di descrivere i tratti più spettacolari di una cultura di massa più o meno prodotta da una certa industria commerciale, bisogna studiare le situazioni culturali realizzate, ma anche quelle realizzabili, non solo i comportamenti ma anche i bisogni » (pag. 248). torna al rimando a questa nota
  65. Molte di queste ricerche si trovano riassunte in Vers une sociologie du loisir?, cit. ma vedi anche Contenu culturel du loisir ouvrier dans six villes d’Europe, in « Revue Française de Sociologie », IV, 1963, pagg. 12·21. torna al rimando a questa nota
  66. Vedi Alain Touraine, Sociologie de l’action, ed. du Seuil, 1965, pagg. 411-452, « La culture de masse ». torna al rimando a questa nota
  67. J. Dumazedier, Structure léxicales et signification complèxes, in « Revue Française de Sociologie », V, 1964, pagg. 12-26. torna al rimando a questa nota
  68. Vedi George Gerbner, On Content Analysis and Critical Research in Mass Communications, in « People, Socìety and Mass Communication », cit., pagg. 477-500. torna al rimando a questa nota
  69. Vedi E. Sullerot, La presse feminine, cit., e J. Kayser, Voyage de Kroutchev, cit. torna al rimando a questa nota
  70. Sugli eroi filmici è attualmente in corso una ricerca internazionale che vede partecipare anche Italia e Francia. torna al rimando a questa nota
  71. E. Sullerot, Photoromans et oeuvres litteraires, in « Communications », n. 2, 1963, pagg. 77·86. torna al rimando a questa nota
  72. Vedi J. A. Keim, La photographie et sa légende, e C. Frère, Un programme chargé, in « Communications », n. 2, 1963, rispettivamente pagg. 41-55 e 68-76. torna al rimando a questa nota
  73. Vedi Violette Morin, Une analyse de presse: voyage de Kroutchev en France, in « Communications », n. 1, 1962, pagg. 81-107 poi sviluppata in tesi. torna al rimando a questa nota
  74. J. Kayser, L’étude de contenu d’un journal: analyse et mise en valeur, in « Etudes de Presse », IX, 1959, n. 20-1. torna al rimando a questa nota
  75. Vedi Marshall Mc Luhan, Unterstanding Media, The Extenslon of Man, New York, 1964. torna al rimando a questa nota
  76. Vedi J. Mitry, Esthetique et psycologie, cit. torna al rimando a questa nota
  77. Vedi R. Tardy, La télévision directe ecc., cit. torna al rimando a questa nota
  78. Vedi P. Bourdieu, Un art moyen, cit. torna al rimando a questa nota
  79. Vedi Roland Barthes, Le message photographique, in « Communications », n. l, 1962, pagg. 127-138. torna al rimando a questa nota
  80. Vedi in particolare in questo senso, le conclusioni di H. Raymond, La sociologie du loisir en France, cit. In alcune ricerche parziali Raymond ho messo in opera una metodologia che definisce « strutturale »; vedi L’utopie concrète: recherche sur un village de vacance, in « Revue Française de Sociologie », I, 1960, pagg, 322-333 e Le tourisme comme système de signes, Communications au col1oque français sur le tourisme, Juin 1963. torna al rimando a questa nota
  81. Vedi la introduzione al fascicolo unico di « Communications », n. 5, 1964, dedicato alle « Recherches sémiologiques ». Testi di Metz, Todorov, Bremond e Barthes. torna al rimando a questa nota
  82. Vedi Roland Barthes, Eléments de sémiologie, in « Communications », n. 4, cit., pagg. 91-134. Da questo testo notevole abbiamo tratto gli spunti per questa parte della nostra rassegna. torna al rimando a questa nota
  83. Vedi Roland Barthes, Mithologies, Paris, 1957. torna al rimando a questa nota
  84. Vedi introduzione cit. di R. Barthes a « Communications », n. 4, pag. 3. torna al rimando a questa nota
  85. Claude Lévi Strauss, La structure des mythes, in « Anthropologie structurale », Paris, pagg. 227-255, e Le cru et le cuit, Paris, 1965. torna al rimando a questa nota
  86. Vladimir Propp, Morphology of folktale, Indiana, 1958. torna al rimando a questa nota
  87. C. Lévi Strauss, La structure et la forme, in « Cahiers de l’Institut de science économique appliquée (ISEA) », n. 99, 1960, pagg. 3-36. torna al rimando a questa nota
  88. Claude Bremond, Le message narratif, in « Communications », n. 4, cit. torna al rimando a questa nota
  89. J. Greimas, il cui Cours de Semantique (fino ad ora reneotipato) è in corso di stampa presso Larousse. torna al rimando a questa nota
  90. Etienne Souriau, 200.000 situations dramatiques, Paris, 1950. torna al rimando a questa nota
  91. Vedi M. Allard, M. Elzière, J. C. Gardin, F. Hours, L’analyse conceptuelle du Coran sur cartes perforées, Paris, La Haye, 1963. torna al rimando a questa nota
  92. George Mounin, Les analyses sémantiques, in « Cahiers de l’ISEA », serie M, n. 13, suppl., 1-2-3 marzo 1962, pagg. 105-124. torna al rimando a questa nota
  93. Vedi l’ipotesi di C. Bremond, Le message narratif, cit., pag. 32. torna al rimando a questa nota
  94. Vedi di R. Barthes il cit. Message photographiique. torna al rimando a questa nota
  95. Vedi la conclusione di Cristian Metz, Le cinéma: langue ou langage?, in « Communications », n. 4, pagg. 52-90. torna al rimando a questa nota
  96. Vedi J. Mitry, Esthétique et psycologie du cinéma, cit., ma anche R. Barthes, Les unités traumatiques au cinéma. Principe de recherche, in « Revue internationale de filmologie », n. 4, luglio-settembre 1960 e Le problème de la signification au cinéma, in « Revue internationale de filmologie », n. 24, 1959. torna al rimando a questa nota
  97. Vedi la interessante applicazione rigorosa del metodo strutturale semiologico di R. Barthes, Réthorique de l’image, in « Communications », n. 4, pagg. 40-50. torna al rimando a questa nota
  98. Vedi in tal senso C. Metz, Le cinéma: langue ou langage?, cit. torna al rimando a questa nota
  99. R. Barthes, Pour une psycho-sociologie de l’alimentation contemporaine, in « Annales », 1961, n. 5, pagg. 977-986. torna al rimando a questa nota
  100. R. Barthes, Le bleu est à la mode cette année: note sur la recherche des unités signifiantes dans le vêtements à la mode, in « Revue Française de Sociologie », I, 1960, pagg. 147-162. torna al rimando a questa nota
  101. Roland Barthes, Structure du fait divers, in « Essais critiques », Paris, 1963, pagg. 188-197. torna al rimando a questa nota
  102. R. Francés, La perception de la musique, Paris, 1958. Su una sorta di sociologia del suono si muove attualmente anche A. Moles mentre alla canzone è dedicato l’ultimo numero di « Communications », n. 6, 1965. torna al rimando a questa nota
  103. Vedi l’intervento al colloquio di Royaumont in « Communications », n. 5, pagg. 34-36. torna al rimando a questa nota
  104. Vedi la conclusione di G. Friedmann, La télévision vécue, in « Communications . n. 3, cit., pag. 63. torna al rimando a questa nota
  105. Ringraziamo Olivier Burgelin i cui consigli e l’articolo Tendences et problèmes de la sociologie française des communications de masse, in « Informations des Sciences Sociales », settembre 1963, n. 2, pagg. 9.20, abbiamo utilizzato nella presente rassegna. torna al rimando a questa nota
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Di Paolo Fabbri
Semiotica online
Paolo Fabbri

Paolo Fabbri è un semiologo italiano i cui studi spaziano in vari ambiti legati al linguaggio, alla comunicazione, ai segni, alle arti.

Attualmente, dirige il CiSS (Centro Internazionale di Scienze Semiotiche) dell'Università di Urbino e insegna Semiotica dell'Arte al Master of Arts presso la LUISS (Libera Università Internazionale di Studi Sociali) di Roma.

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