Semiotica online

Mitonomie: per un lessico di miti d’oggi

M

Da: Enrico Cheli e Mario Morcellini, La centralità sociale della comunicazione. Da cenerentola a principessa, Franco Angeli, Milano, 2004.


A Gilberto Tinacci Mannelli, nel ricordo comune d’uno dei primi seminari italiani di R. Barthes.
Ora in R. Barthes, Sul racconto, conversazione con Paolo Fabbri, Mariertti ed. Bologna, 2019.

Carovita
Decapitazione
Dopato
Giallo
Nicchia
Presenzialista
Professore
Punto. com
Radici
Rispetto
Ritiristi
Satanisti
Scempio
Taglia
Terzista
Tormentone
Tu


Carovita
O la borsa o la vita! Non è una vera alternativa: ci si rimette in ogni caso. È il sentimento che si prova davanti ai colpi di Carovita che c’infligge l’allegra finanza d’un governo arruffone e arraffone. E che ci induce a riflettere su questa parola composta, eredità d’una economia di guerra: le prime occorrenze sono del 41, sul modello di Caroviveri che è del 1916. Carovita non va confuso con carestia, che viene dalla carenza. È l’attributo naturale delle società inflazioniste del consumo di massa, dove il carosello dei prezzi ridistribuisce la penuria nelle comunità affluenti. Su questo modello, per le qualità combinatorie della lingua, abbiamo sostantivi come Caropane, Carifitti, Carovitto, Caro-ombra (sulla spiaggia) e Carotutto!
Se scomponiamo la parola, troviamo dapprima “Caro”, che un’antica radice dichiara ‘desiderabile’ e denota il valore particolare di qualcosa o di qualcuno. Valore d’affetto oppure, com’è il caso in Carovita, di disprezzo per chi è sprovvisto di mezzi. Rincaro non vuol dire aumentare la simpatia: i prezzi non fanno carinerie. Gli effetti di queste micro-stangate li avvertono soprattutto coloro che la nuova eufemistica dichiara sfavoriti, neo- o post- poveri. E che – pur di non parlare più di miseria e di commiserazione, parole tabù – si chiameranno presto portatori di handicap economico!
Non sofistichiamo sulle cause – governanti e carburanti, bolle finanziarie e balle speculative – e passiamo all’altra componente della parola: “Vita”. I rincari non agiscono allo stesso modo sugli stili di vita. I giovani e meno giovani che vivono in famiglia, in perpetua adultescenza, non hanno gli stessi problemi della senescenza. Loro sono Caro-viveur, che possono permettersi tutti gli stili di Carovita. Si degnano solo di Mac-job, lavori privi d’identificazione, con immediato ricavo e arredano le oasi del tempo libero con le palme dell’autorealizzazione estetica; tutt’al più possono partire come caschi blu per qualche manifestazione di piazza politicamente corretta! Sembra che non temano il Carovita neppure quei lavoratori che sono disposti, come da statistica, a lavorare di più a reddito costante. Tanto i prezzi restano relativamente bassi a causa delle importazioni da paesi sottosviluppati con manodopera sottopagata. O per i prodotti in nero nel nostro paese: si evita così di sostenere coi proventi sottratti al fisco, quei passatempo inattivi degli anziani – senior, pardon – che li spenderebbero tutti in crociere, creme antirughe e viagra!
I pensionati invece lamentano l’accresciuta speranza di Rincarovita e hanno diritto di chiedersi se la parola vita dice ancora qualcosa. Il Carovita conduce alla sopravvivenza, la quale non è affatto una vita super. Propongo allora di sostituire “vita”, senza prestiti forestieri, con un vocabolo che fa parte d’una famiglia di composti, tra cui appunto convivenza e sopravvivenza. Chiamiamolo Vivenza questo tirare a campare da rifugiati della vita, con permesso temporaneo di soggiorno. E Caro-vivenza la minaccia che l’affligge. E stili di Caro-vivenza i suoi modi stenti e grami di vivere. Vivere o sopravvivere. Ecco il problema, se è cara la vita.

Decapitazione
Ci sono parole che restano in gola: come Decapitazione, che oggi ricorre con frequenza inattesa. Non è l’innocente gioco enigmistico che stacca dall’inizio d’un vocabolo una lettera o una sillaba, per trovarvi un’altra parola: G-astronomia, O-maggio, P-ortolano; Al-bicocca, Io-dio e, appunto, De-capitare. È la denominazione d’un detestabile capitolo d’anatomia politica nelle guerre del Medio Oriente. Recente ma non proprio nuovo. La nostra specie ha una testarda propensione a mutilare l’estremità valorizzata del corpo umano, il capo (o del corpo sociale, il capo di stato!). La ghigliottina, abolita nel 1981, ha avuto, con diversi nomi, nomignoli e miglioramenti, una carriera ufficiale d’almeno cinque secoli. Tuttavia l’attrazione che gli spettacoli di Decapitazione destano sulla stampa e sui telespettatori di oggi ci interroga. Perché non resistiamo a vedere l’orrore e a farlo vedere?
Eppure, da tempo, nella società occidentale, le penalità corporali si sono spostate dal corpo all’anima, dall’esecuzione pubblica alla prigione. Il suppliziato dal vivo è diventato un giustiziato a tempo; langue in carcere buio, a discapito dello spettacolo, dello splendore teatrale delle pene. Oggi invece la Decapitazione è tornata nella piena luce catodica della televisioni arabe e occidentali e sulle reti internet, recapitando emozioni patibolari ad una platea globalizzata, spettatrice e testimone. A dispetto delle censure politicamente corrette, c’è forte domanda di Decapitazioni dal vivo o almeno in differita. Poco importa la regressione tecnologica che testimoniano questi estremi supplizi. Il boia o il carnefice, incappucciati in primo piano, usano il coltello o la mannaia, che, etimologicamente, è “manuale”. Dopo la astrazione della sedia elettrica o delle iniezioni letali, si torna insomma alla decollazione artigiana e al tagliagole. In tempi di missili terra-aria portati a spalla, rispuntano verbi polverosi come mozzare, spiccare dal busto, sgozzare – a quando scuoiare e impalare?
Anche la scenografia delle Decapitazioni lascia a desiderare. Si sa che ogni castigo pubblico ha una sua tattica politica. Oggi l’empio espia alla vecchia maniera statalista, con parate di gruppi armati e liturgia verbale di accuse, sentenze, confessioni e suppliche. Ma i mezzi della regia sono dopolavoristici e finiamo per assistere ad una caricatura di pubblica vendetta esercitata su ostaggi scelti per appartenenza nazionale.
Eppure nonostante questo e le molte false rappresentazioni, nel circuito dei media e in ambiente internet, c’è la stessa curiosità che circondava la ghigliottina. Siamo sempre delle “tricoteuses” esperte nell’arte delle sensazioni intollerabili. Sarà il cinema contemporaneo che ci ha abituato al calcolo quantitativo della sofferenza (come il rapporto tra prezzo del biglietto e calcolo delle atrocità in “Kill Bill”).
Sembrava insomma che i media avessero detto la parola fine della società dello spettacolo e della teatralità delle pene. E se anziché toglierla, ci stessero restituendo una parte di quell’aura perduta?

Dopato
Stupefacente! L’oro, quello olimpico, è Dopato. Anche la filosofia greca avrebbe potuto pensarci: la freccia di Zenone non sarebbe rimasta ferma in tutti i suoi punti; Achille avrebbe sorpassato di slancio la tartaruga; Arianna, senza apporto maschile, si sarebbe sbarazzata del Minotauro e Alessandro avrebbe sciolto senza forzature il nodo di Gordio. Attenzione però: cosi’ come il fisico, anche il pensiero può risultare positivo all’antiDoping (che sia questo il senso di “think positively”?).
Tutto dipende dal significato della parola Dopato, aggettivo e sostantivo derivato dall’inglese Doping, termine che non ha trovato un equivalente morfologico in italiano, lasciandoci con il desueto “drogaggio” e l’antiquata “drogatura” (e c’è Dopante ma manca Dopatore!).
Per il vocabolario è Dopato “l’atleta che fa uso di sostanze stupefacenti per aumentare il rendimento durante le competizioni sportive”. Ma mi sembra troppo e troppo poco. Troppo perché l’assunzione di sostanze stupefacenti non è formalmente interdetta negli sport ufficiali, ma solo limitata. L’elenco degli agenti farmacologici e dei modi proibiti della loro assunzione è tutta una fantasmagoria lessicale: dagli agenti anabolici, al mondo degli steroidi, per non dire delle anfetamine, dei diuretici, dei narcotici, degli analgesici, oppioidi e altri anoressizzanti, anfetamine, antiasmatici e simpaticomimetici. Per finire con gli ormoni peptidici- androgeni e antifemministi (il semiotico, addict alle analisi testuali, simpatizza per i test di testosterone!).
La definizione del dizionario è troppo poco perché nella postmodernità competitiva il Doping non è un problema atletico né etico, ma sociale e mondializzato. Le droghe, un tempo aromi venduti in appositi negozi, sono i principali effetti collaterali e cause efficienti della più scontata socialità. Anche se la lotta di classe non è ancora una disciplina olimpica, vivere è diventato un compito Dopante, col metabolismo in bilico tra cadute cataboliche ed erezioni anabolizzanti: come il sesso, Dopato dal Viagra e, finora, senza rilevazioni di controllo. Nel nuovo ordine conflittuale del capitalismo, per resistere allo stress ci vuole lo psicotropo. Per ovviare all’incertezza del nostro rapporto agli altri e alla responsabilità riguardo a noi stessi, non basta il body-building; per gli handicappati relazionali che siamo diventati ci vuole lo psycho-building degli stimolanti psicoattivi e antidepressivi. Al rischio di overdose e delle note inflazioni di soggettività: per il conformismo della performance dobbiamo essere sempre superlativi e iperattivi. La prova dei fatti è diventata la provetta degli strafatti e l’astinente non è “pulito”, ma soltanto giù di tono.
Esagero? Pensate alla depressione di svegliarsi ogni giorno con l’attuale governo in carica. Ci vuole il pieno di super o di iper! O almeno un placebo compiacente, un infuso di foglie d’Ulivo e petali di Margherita. Insomma: teniamo “duro”, che è la radice greca di steroide. L’anabolizzante è un simbolo e ha le sue parabole!

Giallo
Significa, chiaramente, “avvolto nel mistero”. È Giallo, il colore preferito della stampa “a sensazione”, che assegna a questo genere – thriller, detective story – la più disparata congerie di notizie. Soprattutto nei titoli, questa comunicazione è tutta intinta di profondo Giallo. La presenza di armi di distruzione di massa, il rapimento di scimmiette allo zoo, suicidi tentati o riusciti nello star system, l’apparizione o la scomparsa di cadaveri, del virus dell’afta o dell’AIDS; un’orsa femmina deceduta in Molise; esplosioni di telefonini e furti del master dell’ultimo disco degli U2; stime delle entrate tributarie da parte della Banca d’Italia e dei prezzi da parte dell’ISTAT; le vacanze di Berlusconi, la salute di Arafat e lo slittamento dei patentini dei motocicli; la sorte dei dopati e quella di Saddam e Milosevich; il Q.I. di Bush, il rilascio di ostaggi, i tesori sommersi e gli scheletri negli armadi. È sempre Giallo, febbre Gialla: di che far rizzare i capelli sulla testa, se si fosse risolto il thrilling, anzi il noir della bandana e dei trapianti.
Benissimo direte: un segnale forte che l’indagine giornalistica merita infine il suo nome. Le basterà seguire le note regole del racconto o del dramma Giallo: “detectare”, meglio, rilevare indizi, scartare quelli sbagliati, inferire rigorosamente, decriptare, decodificare, scoprire il vero e dichiarare il colpevole. Elementare Watson! Ragionando molto, come Sherlock Holmes e Agatha Christie o esplorando i contesti sociali, come Georges Simenon. Evitando in ogni caso d’ incolpare subito il più sospetto – il maggiordomo, la sinistra, gli immigrati, gli stati canaglia, così come il meno indiziato – e se McLuhan fosse il responsabile della globalizzazione?! Senza dimenticare che l’assassino non dev’essere mai il narratore.
Purtroppo non è così. Il giornalismo si limita spesso a trapassare da una assegnazione di genere – Giallo – all’altro – sempre Giallo. Le notizie inGialliscono presto – due giorni è crioconservazione! – e diventano balle per termovalorizzatori universitari: i media studies. Il giornalismo d’inchiesta, che aveva pur rotto coi vecchi generi politico-giudiziari, più che su proprie investigazioni si fonda ormai su documenti e rapporti pubblici e privati. È informazione eterologa. La stampa, addict d’agenzia, scavalcata dal fiotto del web, tenta di mantenere le distanze dalle news del giornalista “aggregato”(embedded) all’esercito, dai fattoidi straripanti e idiosincratici dei bloggers e dal rimetterci la testa, come capita ai free lance. Di conseguenza le pagine dei giornali finiscono per somigliare a quelle bianche – di senso! o appunto a quelle Gialle – parola d’origine anglo-sassone che designa il palpitante elenco dei recapiti aziendali.
Allora? Bisognerà inventare generi nuovi, come Michel Moore. E ricordare intanto che, se di Giallo si tratta, la letteratura (Kafka, Gadda) ha già detto la sua. Non ci si libera della colpevolezza scoprendo i colpevoli – come crede la scrittura d’evasione e la doxa politically correct -ma dimostrandosi capaci di assumerla, la colpevolezza. Proviamo: “È Giallo: come porre fine al terrorismo?”. Risposta: Smettendo per primi di farlo. Ancora più Giallo!

Nicchia
Il futuro è nella Nicchia, assicurano i brocker. Anche il presente, a giudicare dalla frequenza della parola, che è il contrario d’un fenomeno di Nicchia. Essa deriva da “conchiglia” e ne ha esteso il senso di deposito e riparo. Oltre all’architettura – “incavo nello spessore d’un muro, a forma di semicilindro terminante con un quarto di sfera e destinato ad una statua o altro elemento decorativo e votivo” – la Nicchia è organica alla lingua speciale dell’ecologia: designa l’ambiente o l’habitat ristretto dove le specie trovano le condizioni per sopravvivere ed evolvere. In quest’ottica la comunità vivente è una collezione di Nicchie su larga scala. La parola ha poi tracimato, irresistibilmente, nel sociale. Ci sono Nicchie di mercato e marchi di Nicchia; prodotti e articoli di Nicchia; attività, informazioni, tecnologie, canali, siti di Nicchia; ristoranti e hotel di Nicchia; Nicchie di professionalizzazione, vincenti e d’eccellenza; acquirenti e utenze di Nicchia; partiti-Nicchia, acquattati nei luoghi di potere e persino guerre di Nicchia. Ce ne sono persino che contengono altre Nicchie (cliccate in rete la Nicchia padana e quella di padre Pio: vedere per credere!).
“Un modo locale di protezione e sicurezza nel mondo globale del rischio”, dirà il benpensante, affetto da benpensiero nichilista. In tempi di de-massificazione e de-individualizzazione, la Nicchia è la misura giusta, il posticino indisturbato! Prima eravamo soli e\o ammassati, eccoci ora ranNicchiati: fioriscano quindi cento, mille Nicchie tenute insieme dalla fiducia e dalle confidenze. Viva l’egologia e la bio-diversità sociale!
Attenzione però: nel pensiero le parole si mettono sempre di traverso. Cominciamo con l’osservare che la Nicchia, monade postmoderna, eufemizza termini pronunciabili ormai con raucedine e balbuzie, come classe, ceto, élite, minoranza (o cricca: Nicchia di persone che si favoriscono a vicenda a danno di terzi). Inutile Nicchiare. Sono sfumati i sogni e i segni della solidarietà organica e hanno ceduto il posto a nuove segmentazioni del collettivo. Il termine classe è “maledettamente solo” e sopravvive per mancanza d’alternative. Le reti della società connessionista sono traforate di Nicchie, contenitori di nuovi egoismi e disuguaglianze.
Prima di difendere le Nicchie dall’invasore generalista o mondializzato, torniamo all’accezione ecologica. Mentre la Nicchia usa, verso l’esterno, un’esclusione competitiva, al suo interno presenta una bio-diversità di soggetti predatori. È un micromondo settario, soggetto a successioni di specie (Nicchie sequenziali), a dislocazioni e sovrapposizioni, squilibri, disturbi, degradazioni e inibizioni. Altro che protezione e sicurezza!
Non so voi, ma per me vale il detto: il modo migliore di buttarsi nella Nicchia è quello di venirne fuori.

Presenzialista
Ci sono parole da venirci a parole, cioè da prendere a (male) parole. Come Presenzialista, neologismo dall’alito cattivo. Perché mai? Coi tempi che corrono chi non è presente è imperfetto e non ha futuro. Ricordate le scritte ubique “dio c’è”? Ecco, quel che conta non è l’essenza ma la presenza. Bisogna esserci e, come da etimologia, sporgersi in avanti (lat. prae-sum). Il verbo Presenziare è diventato intransitivo: in locuzioni come “Presenzierà Sgarbi”, Sgarbi è soggetto e pagato con gettoni di presenza per esserlo.
È di prammatica quindi il Presenzialismo,”tendenza ad essere sempre presente ad avvenimenti di qualche importanza, ad intervenire a manifestazioni pubbliche, a incontri mondani, a partecipare ad iniziative culturali o simili per esibizionismo, snobismo o vanità” (Treccani). Con lo scopo di far parlar di sé e curare la propria immagine in condizioni d’ufficialità e di privilegio. Scavalcato l’aggettivo Presenziale, segnaliamo l’arrivo in massa dell’immancabile e invadente Presenzialista, sostantivo e aggettivo: lui assiste e partecipa sempre, incontra “grossi personaggi”, rilascia dichiarazioni dimenticabili alla luce dei flash, in un bagno di folla VIPpesca (è recente la notizia di un Presenzialista che ha chiesto di partecipare ad un applaudito funerale, con un posto “sotto il morto”). Intrufolato nell’inesistenza, il Presenzialista è pluralista e antideologico, tuttologo e nientologo. Non è tenuto ad alcuna presenza di spirito, bastano le tracce mediatizzate del suo effimero esserci. Come la nota presentatrice o il Presenzialista per antonomasia, Gabriele Paolini che impalla le inquadrature di qualunque trasmissione televisiva. Tutt’al più qualche alterco e chiassata, con l’obbiettivo d’ attrarre gli obbiettivi e giungere sulla bocca di tutti. Il Presenzialista è un instancabile collante da gossip, personalmente lubrico e socialmente lubrificante: più che un uccello impagliato mi ricorda l’inevitabile macchia di grasso da ricevimento in piedi.
Che fare? Un antiPresenzialismo è ancora possibile? Non esserci significa ormai farsi fantasma, rifiutarsi alla comparsata è diventare un desaparecido. Attenti: non si tratta più d’esibizionismo mediatico del sembrare, ma d’un nuovo modo d’essere. Presenzialista è chiamato il corpo di spedizione italiano in Iraq. E all’intellettuale organico, che firmava ogni appello, si è sostituito l’iper-Presenzialista e auto-Presenzialista telematico, che si presenta instancabile ogni volta che aprite l’e-mail.
È necessario riallacciare la rete semantica della presenza e dell’assenza. Non si parla più dell’antico arrampicatore, che si muoveva in una società stratificata: del vecchio protagonismo, che primeggiava in eventi reali; del divismo, che calcolava accuratamente le sue manifestazioni. Tutto è Presenzialistico: anche la regolare frequenza al proprio posto di lavoro: ed è assenteista chi manca ad un luogo per Presenziare in un altro! Propongo allora d’introdurre la parola Assenzialista – calcata su assistenzialista – che designa quanti sanno che il loro assenteismo sarà più notato del loro Presenzialismo.

Professore
Il linguaggio non è trasparente. Le parole sono filtri di senso che oscurano quel che non aiutano a veder meglio. Vanno spiate e colte sul fatto. Prestate quindi l’orecchio all’uso politico del vocabolo Professore, declinato al plurale. Come c’è stata una fugace televisione dei Professori, così oggi c’è una forza elettorale della sinistra identificata con questo nome.
C’era da aspettarsi il termine intellettuali che, dall’affaire Dreyfus in poi, comprendeva tutti quanti producono, diffondono, interpretano e legittimano le conoscenze. Questa parola feticcio è ormai in via di scomunica. Da parte della destra, notoriamente anti-intellettuale, che ha forgiato lessemi viperini, come intellettualistico e intellettualoide ed espressioni come servi sciocchi e utili idioti. Tuttavia anche la sinistra detta di governo non apprezza più gli intellettuali come mente direttiva d’organismi politici (l’aggettivo “organico”, il cui etimo è “strumento”, viene riservato alle piante e al cibo senza OGM). Li trova critici e individualistici, renitenti al dettato elettorale; pensa che confondono “intelligere” con “eligere”, l’intellettuale col candidato. Li preferisce Guelfi, ligi al codice dei partiti, piuttosto che Ghibellini, iscritti nei movimenti della società civile. Nel momento elettorale, chiede che sospendano il senso critico – l’intellettuale invece dovrebbe resistere anche alle proprie idee! – e che sottoscrivano a naso tappato e in ordine alfabetico i comunicati stampa ufficiali. Insomma, si occupino di principi e lascino stare i fini o faranno il gioco del nemico! Tornino poi alle loro torri d’avorio, relegati nelle regioni interstiziali d’una moralità impotente.
Ed eccoli declassati a Professori, categoria libera solo nella caduta di prestigio verso il Professorucolo o il (cattivo) maestro. Lumpen cognitivo espulso dall’intelligentjia, manager inadatto, il Professore ormai insegna quel che Internet e la Televisione sa meglio di lui. Se Professare significa pronunciare in pubblico, la politica gli preferisce gli annunciatori e i conduttori televisivi, specialisti nel rewriting e nel respeaking dei luoghi comuni. Per forza: il Professore stringe lo spazio della classe e allunga i tempi dell’insegnamento, mentre i mass media fanno il contrario: si allargano nello spazio della simultaneità. Il conduttore televisivo informa, mentre il Professore pretende di tramettere, cioè di valutare l’integrazione delle conoscenze!
Insomma, ai tempi del reportage mondializzato il suo destino è segnato: la parola Professore si pronuncia ormai a denti stretti.

Punto. com
Chi sono io? E lui chi è? L’identità e l’alterità sono Punti metafisici (diceva Leibniz delle monadi) difficili da definire, ma possibili da calcolare. L’uomo postmoderno manca di qualità ma non di quantità: se accumula abbastanza Punti diventa quel che è. La linea della vita è Punteggiata: dalla scala Apgar per valutare la vitalità dei neonati, attraverso le diete Punti, fino alla valutazione aritmetica dei rischi, del sesso (i Punti G!), dei traumi, dell’invalidità e della profondità di coma. Il problema semmai è di rinvenire lembi d’identità sotto la carta delle tabelle e delle graduatorie! Dai concorsi scolastici alle elezioni delle miss, dalle assicurazioni sulla vita ai giochi televisivi, fino alle graduatorie d’ammissione ai camposanti, partecipiamo senza soste alla meritocrazia del Punteggio.
Lemma autarchico questo, introdotto negli anni ’30 per resistere all’inglese “score” e fiorito alla rinfusa in epiteti e qualificazioni. Non si parla più di Punti deboli, morti, caldi, di forza o di fuga, ma di Punteggio aggiuntivo, complessivo, cumulabile, definitivo, doppio, finale, grezzo, iniziale, parziale, pieno, preferenziale, provvisorio, tabellare, totale; di feedback e di rilevanza. Eccetera. La scala instabile dei valori è convertita in un ordine di grandezza espresso in Punti. Le prove di forza che mirano alla superiorità classificatoria sono epurate e standardizzate in graduatorie per titoli ed esami, tabelle di determinazione dei coefficienti, risorse espresse a saldo Punti. Quanto al principio d’equità, ai fondi etici si possono sempre assegnare dei bonus! E meglio se la procedura di dar dei Punti è automatizzata e le giurie sostituite da macchine. Il desiderio irriducibile e la volontà individuale possono andarsene, compunti, in cassa integrazione.
L’ultima Puntata dell’evoluzione quantofrenica è rappresentata dalla patente automobilistica a Punti, paventata e già rimpianta, ma che, come ogni riferimento all’interazione trafficata, è il modello latente delle società di controllo (proponiamo di applicarlo alle conversazioni televisive!). Il Punteggio è count down: il conto è alla rovescia e i Punti sono una dotazione da scalare. Nel conteggio progressivo c’era ancora l’idea storica di uno sviluppo a partire da un’origine, ricco di Punti di vista, critici, di svolta e di rottura. Oggi invece scontiamo una quota di Punti virtuali fino all’esaurimento, fino al segno zero. Per ricominciare puntualmente, come un Sisifo patentato che conduce la sua esistenza tra corsi ed esami di recupero (è previsto uno “scusario”) e nuove assegnazioni (per buona condotta), seguite da inasprimenti di Punteggio. La decurtazione è calcolata col laser (autovelox), ma sono previsti contro-dispositivi informatici installati nei veicoli e assicurazioni contro un nuovo disturbo sociale, lo stress da Punti.
Che fare? Non ho soluzioni così, di Punto in bianco. In attesa del cerebroscopio e che l’ingegneria genetica risolva i problema di selezione nella società affluente, restano gli psicofarmaci, steroidi del cervello organicamente invasivi e le raccomandazioni, efficaci ma socialmente degradanti.

Radici
Ci sono parole difficili da prendere alla Radice. “Radice” è proprio una di queste. Sembra, ma non ci metterei la lingua sul fuoco, che derivi da “ramo”: come se le fronde fossero Radici aeree e avventizie e le Radici rami futuri. Perché no? I Radicali verbali sono instabili, nella sincronia e nel tempo e sono variabili nella morfologia come nella semantica. Le parole che usiamo non mettono mai Radici definitive. Anche Radical reformer – espressione politica in uso dal 1811, sul modello scientifico delle unità minime e fondamentali – ha cambiato parecchie volte di significato.
C’è però chi trova disdicevole che, nella Costituzione della nuova Europa, non figuri il sostantivo Radici, fedelmente seguito dall’epiteto “cristiane”. E ne predice sfracelli religiosi e morali. Come i fondamentalisti islamici che trovano satanici certi versetti letterari, così i Radicalisti cattolici vogliono scrivere questo vocabolo religioso in un testo politico-istituzionale. Beninteso, lottare sul significato non è pura linguisticheria. La Santa Sede è un imprenditore mondializzato di categorizzazione che investe parecchio nei segni di legittimità. Non le basta che la bandiera europea porti sul fondo blu del manto della Madonna, le dodici stelle della corona verginale! Vuole impiantare altre Radici, ancora più incisive e molari.
Siamo sicuri tuttavia che il modello religioso dell’Europa abbia forma arborescente, con tanto di Radici, tronco e chioma? Tra cattolici e ortodossi, protestanti e islamici a noi pare rizomatico, più prossimo ad un tubero babelico e autoriflessivo, cresciuto in tutte le direzioni, con radici nelle proprie radici. Come una catacomba romana, fatta d’innumerevoli cunicoli ad uso laico – stalle, pozzi, piccionaie, quanto religioso – chiese e tombe. Attraverso il culto dei santi, la Radice monoteista cattolica s’è innestata su quella politeista e pagana della classicità greco-latina – la quale meriterebbe un accenno. E su quella atea e materialista, con i suoi irriducibili teorici e martiri (non è detto che sia empio tutto ciò che non è pio!). Non mancano poi le Radici fradice, già estratte e, speriamo, devitalizzate, come le teocrazie, le infallibilità e i dogmatismi confessionali, la confusione dello stato e delle chiese e via discorrendo. E le guerre di religione!
Insomma, optiamo per le Radici scoperte e i Radicali liberi. Alle lobbies euroscettiche che esigono menzioni costituzionali delle Radici cristiane e invocano referendum abrogativi, diremmo: tolta la Radice, passato il dolore.

Rispetto
Ci sono parole vuote e parole vacue. Solo le prime possono riempirsi di nuovi significati. Ma cominciamo dall’inizio. Alleggeriti di senso, i vocaboli diventano facilmente sinonimi: come la Dignità e il Rispetto che, nell’uso attuale, sembrano intercambiabili. È la generale amnesia del lessico dei valori: deferenza, merito, onore, ossequio, osservanza, rispettabilità, ritegno? No davvero! La parola Dignità prolifera come un virus informatico: dai preamboli alle dichiarazioni dei diritti – quelli universali dell’uomo e quelli fondamentali dell’europeo – fino ai codici etici e deontologici. Qualificato dall’aggettivo “pari”, il Rispetto della Dignità è richiesto per l’uomo e la donna, l’embrione e il morente, passando dal nascituro, il bambino, il malato, l’handicappato e l’anziano; viene reclamato anche per gli animali e le lingue, le piante e i popoli, gli individui e le professioni, i transessuali e le religioni. È esteso persino ai cyber-sentimenti dei futuri transumani, minacciati, sembra, dagli eco-reazionari, nemici delle manipolazioni genetiche. Anche la richiesta di pari Dignità tra segni zodiacali sembra, etimologicamente, fondata: la parola “considerazione” – dei desideri e delle peculiarità – deriva infatti dalle stelle (sidera).
Con Rispetto parlando, invocare la Dignità universale o generale non è e non è mai stata una garanzia di reciproco Rispetto. Questo richiede “dis-inter-esse”, cioè di smetterla di stare con sé stessi e di preoccuparsi invece dell’altrui valore. Il linguaggio dei diritti però non basta. Siamo tutti a disagio col merito che, per sua radice, richiede di far la differenza tra le parti ed imbarazzati dall’assonanza tra onori ed oneri che comporta la Dignità. Onori d’accordo, ma gli oneri pesano e la Dignità del lavoro ben fatto è un argomento per cominciare le trattative sindacali non per finirle.
E che fare poi della parità, se il Rispetto, che si incute e si nutre, è il “riconoscimento devoto e affettuoso di una superiorità intellettuale, morale o sociale”? O “il tributo che non possiamo rifiutare al merito morale”? D’altronde possiamo sempre Rispettare le caratteristiche di ruolo – anche i feti, gli ammalati di Alzheimer o in coma profondo -ma che fare delle indoli e dei caratteri? Tutti i miei colleghi hanno pari Dignità, ma io ne Rispetto pochi e non mi sento per questo di discriminarli.
La Dignità si conserva, il Rispetto invece si esprime. Col fare e il non fare: con segni positivi di riconoscimento e di contatto (le cure) e quelli, negativi, della distanza e del riserbo (anche Rispetto a se stessi!). I suoi limiti sono l’indiscrezione galoppante e l’indifferenza endemica della vita privata di oggi. E l’indegna alternanza tra omaggio e oltraggio in quella pubblica, a cui ci costringe il governo attuale. Nella società multi-etnica e multi-naturale basteranno la solidarietà e i riguardi, l’etica e l’etichetta? Sospetto di no! Le regole non vanno solo Rispettate ma inventate, cioè cercate e trovate senza avere le regole per farlo.
Al rischio delle ciance morali, cedo la parola, ma ne riparleremo, anzi, non finiremo di parlarne.

Ritiristi
Impossibile elencare le parole in “-ista”: con questo produttivo suffisso ne appaiono e scompaiono di continuo. Autorista e tenorista, nobilista e sviluppista, repubblichista e impunista ebbero un loro suono di gloria, oggi sono parole al vento. Speriamo accadrà lo stesso ad altri vocaboli orecchiati nell’assordante parlatoio dei media: doppiogambista, forumista, crollista e soprattutto polista. Parole date da poco, ma già datate e sbiadite.
Tra gli ultimi, meteorici composti lessicali ecco Ritirista, che designa al generale ludibrio quanti intendono richiamare le truppe italiane dall’Iraq occupato. Paese al quale – lo dico per scrupolo – non abbiamo mai dichiarato guerra e che ricordo nella salda convinzione che i nodi gordiani non si possono tagliare tutti con la spada!
Ritirista, a pensar bene, è vocabolo a doppio senso e taglio. Rinvia al Ritiro come alla Ritirata, parole di sensi plurimi e complicate connotazioni.
Per l’attuale classe delirante (pardon, dirigente!), il termine ritiro non riguarda le forze armate, ma i ritiri calcistici e quelli spirituali, la patente a punti e le ultime partite di Baggio. Oppure il ritiro a vita pubblica di imprenditori privati che poi nella gestione dello stato, tra regressi e ripieghi, si sono ulteriormente ritirati, cioè ristretti come stoffe dozzinali (ora ri-tirano a campare, attorniati dai loro ri-tirapiedi, preoccupati da ri-tratti liftati e da ri-trattazioni filmate). Questi politici arrivisti accusano gli altri di essere Ritiristi: loro non vogliono suonare ritirate! Eppure è chiaro: sono venute meno anche le condizioni strategiche della nostra presenza militare in Iraq: mantenimento degli obbiettivi, sicurezza di manovra, mobilità, conservazione delle forze, sorpresa, riduzione della capacità offensiva del nemico. E se la ritirata fosse già tagliata? Oggi le nostre truppe sono ostaggi!
Lasciamo perdere i nostri governanti terminali: loro credono che la strategia sia riservata alle PR e alla pubblicità! Noi invece siamo davvero Ritiristi, come dicono? Vogliamo proprio le mani pulite e i piedi in casa? Evacuare e lasciare così le periferie del mondo in preda al terrorismo finanziario che gli infliggiamo e a quello armato che ci fanno subire? Ritirarsi nel fortino del nostro benessere e welfare, nei parchi tematici del nostri divertimenti non è vile quanto saltare sulla carrozza imperiale degli USA?
Io non m’accontento d’un ritiro pacioso nell’anestesia collettiva dei buoni sentimenti. Perché non ritirarsi per saltare meglio? O fare come Sun Tzu: evitare il pieno buonista per attaccare l’impressionante vuoto di cosmopolitica che ci caratterizza tutti – ad eccezione del Vaticano? Forse non abbiamo scelta. La guerra è diventata illimitata e ubiqua, senza punti ciechi e angoli morti. Tra politici in uniforme e soldati in civile, tra i sequestri e gli ostaggi dell’economia mondializzata, non si può raggiungere la pace definitiva, solo tregue provvisorie e rinnovabili.
Al Ritirista non basterà meritare suo nome fuggitivo. Nella guerra senza frontiere ci sono solo spostamenti i quali domandano un pensiero strategico globale. Insomma, non basta dire: disarmiamoci e tornate!

Satanisti
Satanasso, probabilmente. Al dire autorevole di magistrati e criminologi è a lui che sarebbero adepti dei Satanisti assassini. Non è Mefistofele né Belzebù, il signore delle mosche, accusatore e il nemico e neppure il grande Satana USA del fondamentalismo islamico. Di Lucifero, portatore di luce, ha solo quella laser dei CD, dei tubi catodici o degli effetti cinematografici poltergeist. Sembra piuttosto un’entità irragionevole ma non irrazionale, provvista di famigliola, con figli, bambini e bestie che hanno i nomi di complessi rock e una passione per droghe dure e musica heavy metal.
Mentalmente light, i nostri Satanisti hanno poco a che vedere con i loro progenitori ottocenteschi, i romantici della Satanic school, da Byron a Wilde, che volevano toccare col dito il settimo inferno e meritarono il nome di Satanisti ed il raro verbo Sataneggiare. Nessuna confusione con i razionalisti laici che chiamavano Satana la locomotiva, metafora iconica della trasgressione religiosa e del progresso scientifico.
I Satanisti d’oggi sono un’effetto ordinario del conclamato ritorno della spiritualità che rimette in gioco santi, santoni e Satanassi, zen e new age, fulminazioni mistiche, conversioni del credere e ripartenze dottrinali. Lo spiritualismo si tinge di spiritismo, l’odore di zolfo si mescola alle rose ai gigli della santità e ai gas di serra che dal riscaldamento del pianeta ci promettono un inferno. Le scienze si fanno occulte quando il sapere che ha disincantato il mondo diventa esoterico e i suoi effetti imprevedibili e minacciosi. Sembra perduto infatti il paradiso della certezza scientifica e della trasformazione prometeica della natura; la breve illusione della convergenza tra l’idea laica del progresso e quella religiosa della salvezza. Siamo pieni di rimorsi anticipati sul futuro e la paura della catastrofe è il nuovo legante sociale. Tra i segni piatti del consumo cerchiamo i simboli del valore, persino negli oroscopi; delusi dai sistema educativo – il diritto di sapere non garantisce il desiderio di conoscere – aspiriamo alle iniziazioni, magari nelle sette. Tra i Satanisti ci sono tecnologi che perseguono il senso e consumatori in cerca di anima!
Talvolta però Satanasso è più brutto di quel che si dice. Seguendo il filo nero delle sette – la parola setta deriva dal latino “sequi”, seguire – tra i baciapile e i mangiamoccoli del’esoterico, le beghine e le pinzochere dell’occulto, troviamo purtroppo gli “oltristi” dei sacrifici cruenti, con scheletri nell’armadio o sotto terra. Spiritisti maligni, sanguinari chierichetti di messe nere rock, con un gusto torbido per la profanazione, gli scongiuri e giuramenti infernali. Satanisti che mescolano nella massa nera della setta droghe, riti, prove caricaturali e culti della paranormalità. L’adepto – una parola inventata forse da Paracelso nella ricerca della pietra filosofale – è sovente un disadattato. E l’iniziato, disposto a farsi carico del male del mondo è uno che può finir male.
Che fare con questa pornografia della spiritualità? Ricordarsi che aumenta il valore della vita, il sapere che non ce ne sarà un’altra. Il più è del Maligno.

Scempio
Ci son parole che la sanno lunga: non la finiscono mai di dire quel che hanno da dire. Come la parola Scempio che, in tempo di pace, denota un “atto meritevole di sdegnata riprovazione” in quanto “deturpa cose di valore” ed è riservata al paesaggio e agli oggetti preziosi. Quando infuria la guerra, lo Scempio ritrova invece il suo senso primigenio: “violenza cruenta e spietata, perpetrata con crudele ferocia” su corpi vivi o morti. Ed ecco le lacerazioni della tortura nelle prigioni di Abu Ghraib, le atroci uccisioni in diretta televisiva e i macabri oltraggi ai cadaveri dei caduti.
Una differenza di tempo: se la tortura è sadica, cioè prolungata e iterativa (“pena indicibilmente tormentosa”), la crudeltà s’esaurisce nella violenza immediata sui vivi indifesi. Implica lo smembramento del corpo e lo strazio delle carni e tutto lascia prevedere il ritorno in auge di un’antica parola; straziatore, “tormentatore crudele e spietato”.
Lo Scempio del cadavere, dalla Somalia alla Palestina, fino all’Iraq, ci sembra oggi più inaccettabile d’un bombardamento a tappeto. Nonostante i precedenti familiari – Piazzale Loreto – lo attribuiamo ad un esotismo culturale, ad un istinto primitivo e barbarico. Per noi lo Scempio è sempre sconcio, cioè il contrario di conciare: “preparare per esibire come ornamento”. Ci sembra psicologico, morboso e spietato, perché non ne comprendiamo più il carattere di profanazione simbolica e rituale.
La legge viene scritta direttamente nelle carni. Il corpo nemico, umiliato nei suoi valori (per Achille trascinare Ettore col carro era impedirne la “bella morte”), diventa una reliquia da esibire nei propri (come il capitan Cook, fatto a pezzi dagli Hawaiani). Questo aspetto comunicativo è iscritto nell’etimologia di Scempio, il quale non deriva da “simples”, che dà la voce Scempio e Scempiaggine, nell’accezione di diminuito e scemo. La sua radice è “esempio”, il cattivo, cattivissimo esempio; un monito sanguinoso per far vibrare la carne nel brivido e arricciare i capelli nel raccapriccio.
Lo Scempio sta mutando però di senso nella società mediatizzata. Vorrebbe straziare gli orecchi e gli occhi in diretta tv, ma diventa subito un ingrediente estremo per insaporire la nostra dieta d’immagini. Lo strazio minaccioso si fa, etimologicamente, “dis-trazione” per palati forti: tirare in due direzioni infatti è squarcio e di-vertimento. Un’oscenità voyeuristica insomma e per rispondere alla crescente domanda si producono immagini di vere e false torture e di smembramenti edificanti.
Attenzione allora a ben distinguere tra i termini: l’umana pietà per cui lo Scempio è empio e la compassione mediatica. Quest’ultima è un’emozione sospetta e instabile: senza un’azione che la riprenda e la prolunghi inaridisce alla svelta e ci fa vedere per quel che siamo: magari innocenti di tanto orrore ma del tutto impotenti.
Che fare? Rimettere seriamente in gioco le nostre parole. E riaffermare con queste e con gli atti che c’è un diritto naturale delle vittime a sfuggire al dolore e al morire. La morte è un problema dei vivi.

Taglia
Dicono:il delitto non paga. Davvero? Dipende dalla Taglia dell’evento. In tempi di semi-guerre umanitarie e preventive uccidere può essere lucrativo. Non solo per i soldati – parola che proviene da “soldo” – ma per i cacciatori di teste e di Taglie. Parola, quest’ultima che si riferiva, una volta, al tributo imposto ai vinti dai vincitori o al riscatto dei prigionieri di guerra. Oggi Taglia designa invece il prezzo offerto agli informatori su qualcuno di ricercato o, se volete, il valsente dei delatori e traditori prezzolati. Aggiungerei il costo pagato da spie e inviati di guerra per ottenere informazioni riservate!
La guerra non è mai buona, ma una volta cominciata, tra le sue regole d’ingaggio c’è quella di mettere a prezzo la testa degli avversari. Fanatici capi carismatici, commissari politici che si spacciano per missionari della democrazia, trovano sia di buona guerra mettere Taglie sul capo del nemico. Gli americani ne hanno messe di enormi su Saddam e su Osama. Bin Laden, lui, ne ha messa una sul segretario dell’ONU. È la legge economica del taglione: parola forse calcata sul lat. “talis” (tale), di “tale e quale”. Pagate o no, sono segni di rappresaglia, ricatto e vendetta: dente per dente e soprattutto occhio per occhio.
Chi d’immagine ferisce, finisce infatti per perire d’immagine. Queste Taglie sono accompagnate dalle rappresentazioni visive dei ricercati sulla cui testa pendono; come istruzioni per tagliagole o come prove del loro lavoro. Non c’è da stupirsi: il manifesto con la scritta “wanted” è stata la prima ragione per adottare ufficialmente la fotografia! Le immagini truculente dei cacciatori di Taglie diventano atti di propaganda nei nostri media; sanguinosi reality show di esecuzioni e torture, trasmessi grazie alla sclerosi etica di molti professionisti dell’informazione.
Anche da parte islamica sembra finito l’atteggiamento aniconico (se non iconofobo, v. i Buddha di Bamyan) e l’allergia puritana allo spettacolo che caratterizzava i talebani. Gli occidentali, notoriamente iconofili (se non iconoduli, cioè adoratori dell’immagine), devono nutrire i loro media voraci, ma anche Al Qaeda dimostra una passione televisiva che diventerà presto dipendenza. Foto e fotogrammi spuntano come le teste dell’idra. L’immagine-Taglia è diventata dunque la mediatrice delle relazioni tra scimitarra e spada, croce e mezzaluna, nella jihad islamica e nella crociata USA. Presi nella tagliola di una guerra che pratica la legge del taglione, gli antagonisti finiscono per assomigliarsi. La Taglia data viene subito resa.
Insomma la guerra e i media ci rendono uguali? Forse, anche se ce ne mettono di tempo! Ma non dimenticate l’escalation. Ad una Taglia si può sempre rispondere con un’altra più alta: in guerra la reciprocità della violenza comunicata conduce agli estremi.

Terzista
In medium stat vitium. E proprio lì, nel mezzo, troverete il Terzista, uomo di politica e di media che gioca l’equidistanza da tutti i Poli. Chi è costui? Un neologismo: i vocabolari registravano finora Terzista come “lavoratore per conto terzi”, membro del terziario. Sinonimo di un’altra neoformazione, cerchiobottista – virtuoso nei ritmi simmetrici a destra e a manca – il Terzista non fa scelte e non prende posizione. È sempre sotto sterzo, cioè pronto a sterzare in qualunque direzione per trarne il massimo vantaggio.
Di morale tutt’altro che tersa, il Terzista occupa la posizione, geologicamente improbabile, del terzo Polo, pronto com’è a chiamarsi fuori e ad aggiungere ad ogni “se… allora” un immediato “sì… ma”. Abita gli schieramenti d’ogni grado e la stampa di (quasi) ogni colore. Aprite la televisione e troverete subito questo doppio(video)giochista intento a dibattere il cerchio e la botte. Lui non manca d’opinioni, anzi le ha tutte.
Prima di scomunicarlo mettiamoci, per poco e con ribrezzo, nei suoi panni. Certo, non ha la vita facile. Come orientarsi oggi nell’alterità delle culture ereditarie e delle nature inventate, dei nuovi oggetti tecnici e delle forme inedite di razionalità e di rischio? Come separare la mondializzazione dall’alto del capitalismo eslege e quella dal basso dei flussi immigratori clandestini? Non si parla più una lingua unica del conflitto, ma una babele di bisticci tra diritti dell’uomo, femminismo, religione, nazionalismo, sindacalismo, xenofobia. Al momento delle scelte è legittimo un accesso di febbre Terzista! Sarà per questo che il centro (meglio se commerciale) torna ad essere un attrattore tutt’altro che strano. A quando l’aggettivo Terzistico?
Che il Terzista sia un realista? Parliamone. Riconosciamo che non è né scettico ne opportunista. Lo scettico è attivo e sta alle costole della conoscenza; l’opportunista ha un sesto senso politico e comunicativo. Il Terzista invece è un parassita che pensa e vive in conto terzi. Per lui la verità è perlomeno doppia e quel che è stato fatto può sempre esser disfatto e quanto detto disdetto. Nel suo orologio la storia batte solo i tic e non c’ è mai un drammatico toc! Dante lo caccerebbe nel limbo, a correre freneticamente dietro una bandiera senza segni e colori.
Una fatale disdetta della nostra cultura? Io sogno e spero un futuro a Terzista escluso, dove Terzista “non datur”. So che la speranza è buona a colazione e pessima a cena, ma per me la responsabilità comincia dai sogni.

Tormentone
Ritorna l’estate e torna il Tormentone. Ogni stagione ha il suo – la primavera l’allergia, l’inverno il maltempo, l’autunno i rientri – ma è alla lunga vacanza che più s’addice la ridondanza. Nello sciame stagionato delle news –palazzi vuoti del potere, spiagge inquinate da mucillagini e vu’ cumprà, autostrade con veicoli stracolmi e cani abbandonati, discoteche assassine, alberghi vuoti e i viali periferici illuminati dalle lucciole – poche pungono, ma il pungiglione può restare nella carne. E diventano Tormentone, vocabolo teatrale che designa “una battuta ripetuta in maniera ossessionante” e in gergo giornalistico, “un tema continuamente riproposto in modo martellante”. Ritornello musicale – la canzone dell’estate, formula politica -pasti e rimpasti di governo, il Tormentone è l’unità testuale dei linguaggi di massa. E attraversa la comunità, intenta ai suoi esercizi turistici, come una litania incessante o un ossessivo balbettio.
Meno male, direte. Nello spazio pigiatissimo dell’info-sfera, dove le notizie si nascondono per accumulazione e svaniscono appena pronunciate, il Tormentone almeno si ripete e lascia il segno. È vero, ma solo alla condizione della massima insignificanza. A corto d’eventi notiziabili, a redattori e ascoltatori decimati, l’informazione estiva fruga nel vocabolario dei motivi più riconoscibili e meno rilevanti. Movimenta e spaccia scorie linguistiche e rifiuti visivi. Racconti pedofili: dal pastorello rapito dall’aquila fino all’infante dilaniato dal rottweiler abbandonato. Temi culturali: vecchi poeti intervistati sugli ultimi costumi delle tribù giovanili, austeri filosofi che opinano su spensierate abitudini alimentari. Eventi perturbanti: i soggiorni dei VIP e l’accoppiamento di veline e calciatori. E via dicendo.
Insomma il Tormentone conta e racconta quel non ha alcun valore; circola come un gettone che nessuna cassa semantica vuol cambiare. Siamo sommersi dal dolore mondializzato dai media – i genocidi africani, il progresso mondiale dell’AIDS, i kamikaze dell’Iraq e d’Israele – ma queste onde di notizie svaniscono senza lasciare la scia. Trionfa invece il Tormentone, messaggio pervasivo e massaggio iterativo, vacuo, orecchiabile e multiuso. Da compendiare in un nome proprio, strillabile senza nesso e senza posa (ricordate: Valerioooooo!!!). Un tic dell’immaginario collettivo, scossa minima nella scala Mercalli d’una generale, festosa anestesia. La parola ha perduto il senso originario di tortura, per mantenere quello di blanda distorsione. L’accezione climatica, la tormenta, è assorbita dalle notizie meteorologiche, drammatizzate come Tormentoni ecologici.
Perché allora continuiamo a porgere l’orecchio, l’occhio se non la tempia al Tormentone? Perché talora, dicono i teorici dell’informazione, proprio dalla ridondanza più vieta può scoccare un’emergenza dissipativa, un cambiamento di fase, una morfogenesi. Un’improvvisa svolta in quell’articolato respiro che sono le parole. Perché no? Ma l’attesa del cambiamento non va postulata, va resa possibile. Siamo intesi? Allora ripetiamolo!

Tu
“E tu, perché tu?”, si chiede il poeta (Zanzotto). E noi con lui, sommersi come siamo dal tutto-Tu dei rapporti quotidiani. Nella società cosiddetta fluida siamo esposti senza alternative al pronome di seconda persona. Tutti o quasi ci danno del Tu senza che sia richiesto e che s’abbia voglia di renderlo. Uno stile comunicativo che prevede il saluto sommario (Ciao-Ciao) e il declino dei titoli (persino il dott. e il prof., complice la riforma universitaria). Come mai questo Tu generalizzato e sbraitato ci ha preso la mano e la lingua? Bisogna abusare delle parole per scoprile e quelle corte, come i pronomi, la sanno particolarmente lunga. Ascoltiamole quindi con orecchio biforcuto.
Il dispositivo italiano dei pronomi personali allocutivi era limpido: Io vs Tu per le relazioni intersoggettive e Io-Tu vs Lei per i rapporti di persona. Il Lei è impersonale mentre Noi e Voi sono dilatazioni dell’Io e del Tu. La grammatica però non è questione di forme, ma di senso sociale e i pronomi significano il potere e la solidarietà attraverso l’uso simmetrico e asimmetrico. C’è ancora chi dà del Tu a bambini ed immigrati aspettandosi il Lei, mentre gli scambi tra internauti e l’insulto tra automobilisti esigono il Tu reciproco. C’è però una spinta all’emancipazione e alla deregulation, quindi aspettatevi, ad onta del sesso e dell’età, d’entrare nel commercio equo e solidale del pronome unico e che la commessa e la velina, il presentatore televisivo e l’idraulico, il bambino e il barbone vi diano del Tu.
Scomunicata è la terza persona, quel Lei derivato dalla spagnolesca “vostra signoria” che segnalava, nonostante l’impersonalità, una distanza patetica di rispetto o di sprezzo, di freddezza e di reverenza. Forse per la difficoltà dell’accordo logico-grammaticale (chiamereste un vigile: “senta Lei, signora guardia!?”) questa parola-particella non è stata difesa neppure dalle femministe. Con Lei, va in cassa integrazione Ella – che un tempo fu soggetto mentre Lei era complemento – e diventa esoterico Esso. Dimostrativo questo già riservato alle cose e agli animali, fuori corso e servizio nella postmodernità delle macchine intelligenti e delle bestie dotate di diritti umani. Potremmo forse riservarlo ai cyborg, mentre è certo che i cloni si daranno del Tu.
Perché lagnarsene? Non si attua col Tu reciproco il precetto dei sanculottes e dei quaccheri, la democrazia realizzata senza residui? E il sogno liberoscambista dell’interazione globalizzata, il progetto commerciale d’una perfetta integrazione e informazione, il circuito integrato dell’ equivalenza dei valori? Insomma eliminata la distanza si comincia a diffidare. Che il Tu interattivo sia un altro modo di liberarsi dell’alterità, di sommergere nella beatificazione e beotificazione la differenza tra diseredati e privilegiati? E se le gerarchie rimosse dalla lingua si riproducessero nei fenomeni settari di alienazione volontaria, dove al Tu tra gli adepti corrisponde il Lei al capo carismatico? Si respira aria di re-regulation!
Inventiamoci allora un nuovo pronome: che sia di quarta persona!

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Di Paolo Fabbri
Semiotica online
Paolo Fabbri

Paolo Fabbri è un semiologo italiano i cui studi spaziano in vari ambiti legati al linguaggio, alla comunicazione, ai segni, alle arti.

Attualmente, dirige il CiSS (Centro Internazionale di Scienze Semiotiche) dell'Università di Urbino e insegna Semiotica dell'Arte al Master of Arts presso la LUISS (Libera Università Internazionale di Studi Sociali) di Roma.

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