Semiotica online

Serie TV e feuilleton, parliamo sempre di generi

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A cura di Maria Grazia Falà, pubblicato online il 28 marzo 2019.
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Intervista a Paolo Fabbri
Un colloquio con il semiologo riminese a proposito di un testo del ’73 ripubblicato da Luca Sossella Editore

Fatto e senso come punti chiave della vexata quaestio tra sociologia e semiotica. Idea di fatto nella vecchia accezione che ritorna a causa delle nuove tecnologie (fatto come Big Data). Cultura grammaticalizzata e cultura testualizzata considerate all’interno di pubblici diversi, con una differente acculturazione. Deficit inteso come mancanza irrisolvibile, mentre è meglio parlare di differenza, come nella modalità di fruizione di qualcosa di sensato. Effetti delle comunicazioni di massa di media come la TV difficili da valutare, perché sono effetti di cultura, e quindi difficilmente quantificabili e interpretabili. Poi, cultura di massa strutturata per generi, anche se al suo interno vi sono opere d’arte, così come scrittori ottocenteschi quali Dumas e Balzac sono stati autori di feuilleton di grande valore. Infine, content analysis che non deve essere più quantofrenica, ma articolata secondo organizzazioni narrative e discorsive. Questi, in sintesi, i temi trattati in una chiacchierata con Paolo Fabbri, docente di Semiotica dell’Arte presso il Master of Arts alla LUISS di Roma, a proposito del suo Le comunicazioni di massa in Italia: sguardo semiotico e malocchio della sociologia, scritto nel 1973 e ripubblicato nel 2018 da Luca Sossella Editore.

L’aporia tra sociologia della comunicazione e semiotica agli inizi degli anni Settanta si incentrava soprattutto tra fatto e senso. Attualmente si può dire superata?

Direi proprio di no, in questo senso: quando parliamo di fatti diamo ad essi una certa significazione. È importante la pertinenza che un fatto prende quando ha un senso e un valore. Ha quindi significato non parlare di meri fatti, ma di avvenimenti dotati di valore, di senso. Naturalmente questo presuppone che più che le teorie delle cause per cui i fatti sono effetti, ecc.) ci sia una problematica della significazione (gli eventi hanno o no un senso). Questo era il punto di vista della semiotica una volta e che a dire la verità che non ha avuto esiti in sociologia. Semmai è accaduto che la sociologia sia stata in qualche modo superata. Ormai, nei loro convegni, i sociologi non impiegano più la parola società (questo sì che è un fatto nuovo), ma parlano di comunità, non parlano più di massa, ma di pubblici. La sociologia delle comunicazioni di massa è diventata lo studio certamente della comunicazione, ma con comunità e pubblici. Quindi non si è verificato tanto uno spostamento della semiotica, che continua più o meno coraggiosamente sulla dimensione del senso e del valore, ma c’è la crisi del concetto di società.

La nozione di fatto, intesa nel vecchio senso, non è scomparsa, e questo è un paradosso, a causa delle nuove tecnologie.

Fatti nel senso di big data?

Esatto. A questo punto il fatto si è travestito in dato. Ora, per non metter in causa la pertinenza degli algoritmi che sono costruiti, la questione importante è se, dall’uso di certi algoritmi che producono una grande quantità di dati – fatti, posso stabilire automaticamente, nel senso di automa della macchina, l’emergenza di sensi e di valori. Ma, se parliamo di reperimento dei dati, emergono due obiezioni che ci fanno riflettere. Una è il Corano, in cui non c’è mai la parola “cammello”, e se uno lo va a studiare con le nuove tecnologie la parola non si trova nel senso che era presupposta, in quanto era così frequente da non essere necessariamente espressa, ma data per scontata.

Un altro esempio è la parola “noia” in Madame Bovary di Flaubert, parola che non si trova quasi mai, mentre Madame Bovary si annoia moltissimo ed è la ragione per cui fa tutte quelle cose che sappiamo. Anche lì non si può trattare la superficie cosiddetta fattuale del testo, ma bisogna ricostruire la significazione generale, dopodiché si capisce che a volte non c’è bisogno della parola perché è implicita.

Lei parlava di cultura grammaticalizzata e di cultura testualizzata. Mi potrebbe, brevemente, fare la distinzione?

È una definizione che ho ripreso da Jurij Lotman, grande semiologo estone. Lui diceva che in una cultura ci sono degli aspetti formalizzati e articolati l’uno rispetto all’altro, e in questo caso essa è come una grammatica, in un sistema di dipendenze logiche e di relazioni – nel senso che se si mette un articolo al singolare non si può mettere un nome al plurale. Quanto a cultura testualizzata, lui si riferiva a un tipo di cultura che non ha queste caratteristiche di collegamento. Grammaticalizzata significa codificata, testualizzata va intesa nel senso di narrativizzata. La gente sa come raccontare, ma se gli si chiede per esempio di formalizzare un’opposizione, come ricchi – poveri, immigrati – italiani, non è detto che lo sappia esplicitare.

Lei affermava che la cultura “alta” era grammaticalizzata, mentre quella di massa era testualizzata. Si sentirebbe di fare la stessa affermazione a distanza di oltre quarant’anni?

La ricerca è andata avanti, il concetto di “massa” è stato messo in causa per moltissime ragioni. Una è certamente perché ci si è accorti dell’enorme differenza tra i tipi di pubblici dovuta alle loro diverse forme di informazione. Prendiamo due esempi, Crozza e il film Benvenuti al Sud. Si erano accorti che Crozza aveva un enorme ascolto al Nord e non al Sud. Se uno fosse un empirista dei fatti direbbe che la gente del Sud non ha lo stesso senso dell’umorismo di quelli del Nord, mentre è un problema di informazioni. Crozza si riferisce costantemente ai giornali, specialmente Repubblica, cogliendo certe informazioni politiche, che al Sud sono molte meno diffuse. Non è pertanto una questione di humour, tant’è vero che Made in Sud di De Martino e trasmissioni con quel tipo di humour hanno un enorme successo. Lo dico ancora una volta per il problema dei dati: se non diamo un’interpretazione a questi ultimi non riusciamo a dare senso al più ovvio dei comportamenti. La cosiddetta “massa” è quindi molto articolata in pubblici dotati di informazioni diverse, ed è chiaro che la differenza tra cultura grammaticalizzata e cultura testualizzata è all’interno dei diversi pubblici. È chiarissimo che, nel caso di Crozza, una acculturazione politica, cioè una grammaticalizzazione della cultura politica, è fondamentale per poterne ridere. È una cultura testualizzata quella per cui, quando lei chiede a molti italiani come si chiama il Presidente del Consiglio, non lo sanno, così come, quando dicono che tutti i politici sono corrotti, non sanno dire dei nomi.

A proposito della difficoltà di recepire un messaggio da parte delle classi cosiddette svantaggiate, lei ha preferito parlare di differenza anziché di deficit. E qui viene fuori il problema degli effetti delle comunicazioni di massa…

Il termine deficit è un termine quantitativo, cioè c’è della gente che ha delle cose e della gente che non ce l’ha come, a proposito dell’informazione, c’è chi ce l’ha e chi non ce l’ha. La nozione di deficit invita a pensare ad una mancanza irrisolvibile. Ad esempio, si è molto parlato a proposito di Internet di digital divide, cioè la differenza tra quelli che avevano Internet, sapevano usare un computer, ecc. e la maggior parte della gente che non ne era capace. Bene, si sono accorti oggi che il 95% delle persone compresi ragazzini ma anche persone di età notevole utilizzano il computer benissimo, anche se magari non tutte le sue enormi risorse. Parlare in termini di deficit non è una soluzione interessante, quello che ci interessa invece è che ci sono delle differenze nelle modalità di fruizione di un messaggio. Per esempio io sono un caso di deficit dei social media, perché ho deciso di non utilizzare Facebook: non posso passare la vita lì come molti miei colleghi che ormai hanno una esistenza digitale. Se io ho deciso di non utilizzare questo social media sono in deficit? No, ho stabilito una differenza. Per individuare una differenza credo che sia molto importante vedere anche le statistiche per sapere ciò che le persone utilizzano. Per esempio l’uso di Skype nel campo scientifico è fondamentale per parlarsi a distanza, per tenere delle conferenze, però è anche vero che Skype nel quotidiano è poco usato. Mi interessa più stabilire le differenze della significazione dell’uso di certi media, piuttosto che parlarne in termini di deficit.

Cosa ne pensa degli effetti di media come la TV?

Questo è un problema molto delicato perché difficile da individuare. Quando avevo scritto il mio saggio mi ero opposto a quella maniera un po’ semplificata che io chiamavo la teoria ipodermica, cioè quella di prendere un piccolo gruppo di persone, fare un’analisi statistica pseudo – rappresentativa e tirarci fuori delle generalizzazioni conclusive. Oggi questo metodo c’è ancora. Negli studi sul cervello ci sono dei ricercatori che prendono in una lontana università, in un laboratorio, un gruppo di ragazzi che sono spesso i loro studenti americani, ci fanno un esperimento e poi espongono i risultati generalizzandoli. Credo che sia uno sbaglio clamoroso: non si può generalizzare un esperimento fatto su un numero ristretto di persone ed esportarne i risultati fuori del laboratorio, dove pur hanno la loro controllata esattezza e verità. Quello che però sappiamo è che degli effetti ci sono, tuttavia ogni effetto si conosce rispetto a una certa serie di dati significativi. Ad esempio, noi abbiamo visto oggi quanto i media abbiano un ruolo decisivo sul voto. Se riduciamo il livello di significazione politica all’atto del voto, vediamo che degli effetti ci sono, mentre l’errore di dire qual è l’effetto prodotto dalla visione di un certo film, di una certa trasmissione, è in qualche misura un effetto macroscopico di cultura, che è molto difficile da calcolare. Penso a una canzone di San Remo che a detta dei sociologi circolerebbe come un “meme” – che io non so che sia.

La cultura di massa, a suo parere, era strutturata per generi. È della stessa opinione ancora oggi parlando di serie televisive? Ci sono serie TV come The Wire che sono state definite visual novel: appartenenti alla terza golden age (anni Duemila) delle serie televisive americane, per il loro valore artistico, sembrano smentire quanto da lei detto…

Su questo tengo forte sulla mia idea. Guardando la televisione – RAI-TV, Sky, Netflix, Amazon prime – lei teoricamente si trova di fronte a una serie di film da scegliere. Come sono raggruppati? Per generi. Cioè, continuiamo a classificare la cultura di massa attraverso dei generi. Il genere è una cornice, un frame, che definisce il contenuto di una certa informazione. Una persona dirà “ho visto questo al talk show” un altro dirà al TG, perché anche il telegiornale è un genere. Sono convinto che la massa delle informazioni, e vale anche per i big data, non può essere presa all’insieme, bensì all’interno di generi, cioè dentro l’inquadramento di un certo genere di testo. È una evidenza culturale, anche se provvisoria, che le donne oggi amano i thriller e i gialli più dei western e della fantascienza…

Anche unicum come Gomorra o The Wire?

Facciamo sempre dei confronti per uscire dall’attualità. Nell’Ottocento c’erano i feuilleton, che venivano pubblicati sui giornali qualche volta alla settimana. A scriverli c’erano Dumas, Balzac, Sue, ed altri autori notevoli. Nessuno si è mai preoccupato che alcuni di questi erano robaccia, mentre altri sono veri e propri capolavori, come Il conte di Montecristo, che è un feuilleton di A. Dumas. Quindi che fra i tanti feuilleton di oggi, cioè i serial, ce ne siano alcuni che hanno valore artistico, non mi preoccupa, perché non mi interessa la improponibile domanda “Cos’è l’arte”, ma “Quando è arte.” Siamo noi che dobbiamo decidere quando un’opera è arte e quando non lo è. Quindi dal mio punto di vista sono d’accordissimo nel dire eventualmente artistiche le serie TV appunto definite visual novel. D’altra parte Eco, che è stato un precursore in tanti campi, negli anni ’70 guardava i fumetti e diceva che ce ne sono alcuni (v. Feiffer) superiori come qualità estetica di molti romanzi di genere di cui ci siamo giustamente dimenticati. Pertanto, quando lei parla di unicum, non si tratta tanto di un unicum, perché la serie è una serie, come il feuilleton è il feuilleton, però di alcuni di questi il valore è altissimo, e ciò bisogna deciderlo.

La content analysis è stata a lungo un cavallo di battaglia della sociologia della comunicazione ma, a suo parere, era pre – saussuriana. Infatti si fermava semplicemente alla superficie del testo, senza considerare che questo ha una struttura profonda, narrativizzata. Quanto si potrebbe utilizzare ancora una content analysis rivista alla luce della sociosemiotica?

Stiamo tornando alla prima domanda, quella tra fatto e senso. Anche oggi si parla molto di contenuto, però in modo un po’ diverso da allora. Prima c’era l’idea che io scherzando definivo quantofrenica, cioè l’idea di fare la statistica di unità date, e non ci si preoccupava della dimensione sistemica della significazione. Ci sono molte ricerche su questo argomento, e credo che oggi nessuno si metterebbe a fare delle analisi approssimative senza avere studiato la mediazione articolata dello storytelling. La vecchia soluzione era fare il conto delle occorrenze lessicali. Per esempio, per vedere se un sito era di destra o di sinistra, calcolavano il numero delle volte in cui compariva il nome di Hitler e di Mussolini, e la content analysis diceva che se in un sito si usano sempre queste due parole il sito era di destra, mentre vi possono essere molti siti di sinistra che nominano i due dittatori ma in senso critico e oppositivo. Il problema della content analysis stava nel fatto che prendeva degli elementi senza la loro organizzazione sistemica, strutturale, e li contava, per cui dicevo che era quantofrenica, cioè con la frenesia della quantità. Oggi nessuno può rifare quest’operazione, invece scopro con sorpresa che i grandi istituti di statistica che si interessano dei sondaggi continuano a farla e poi danno i risultati come dei dati definitivi. Oggi bisognerebbe discutere molto seriamente su cosa fanno i sondaggisti, perché si può arrivare a prevedere le intenzioni di voto con un campo ristretto di scelte, ma se si fa un sondaggio su quante volte gli italiani hanno delle relazioni sessuali matrimoniali credo che avremmo delle risposte molto diverse tra uomini e donne. Quindi, oggi che siamo in un’epoca di sondaggismo sfrenato, dove i politici stanno attaccati tutti i giorni agli istituti di sondaggio, la questione dell’analisi del contenuto si pone in modo rilevante.

Si potrebbe utilizzare la content analysis riveduta e corretta alle serie tv e alle eventuali estensioni transmediali come i paratesti?

In fondo cos’è la semiotica? Essa vuole studiare i segni e i segni hanno un contenuto, solo che il contenuto a cui pensiamo noi è formato, che può essere più o meno grammaticalizzato, articolato narrativamente e discorsivamente, tra inferenze e figure retoriche, per esempio. Allora il problema è quello di fare un’analisi del contenuto che noi chiamiamo semantica, cioè di un contenuto articolato. Occorre sapere come questi vengono organizzati, perché altrimenti il rischio, come nei sondaggi, è di avere a volte delle risposte banali e irrilevanti oppure ambigue e contraddittorie.

Come potremmo fare concretamente?

Non ho ricette chiavi in mano, ma è una questione attuale e delicatissima. Macron, il presidente francese, ha lanciato il Grand Débat National sulla politica e la governabilità: un appello alla popolazione francese, “Portateci le vostre esigenze”. Sono arrivate istanze o cahiers de doléance per trecentomila pagine, cioè 68 milioni di parole da elaborare in due settimane. “Chi le leggerà?”, e come mettersi d’accordo sui criteri da utilizzare per un’analisi sensata e obbiettiva? L’idea è: prendiamo degli algoritmi, ma si litiga su che tipo di algoritmi prendere, in quanto il risultato dipende dal tipo di algoritmo il quale seleziona e sintetizza certi cosiddetti dati, cioè certi elementi dotati di senso e valore piuttosto che altri. La questione è molto spinosa per i francesi. Occorre stabilire che tipo di analisi di contenuto articolato, cioè di analisi semantica dobbiamo fare per capire questi big data: milioni di parole scritte da persone diverse, con formati, stili, gerghi e accezioni diversissimi. Va bene farle leggere ad una macchina, però alla macchina devi dare delle informazioni e istruzioni di trattamento perché non tutte le volte che compare la parola Hitler o Mussolini possiamo dire che un testo è di destra e che Madame Bovary non si annoia.

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Di Paolo Fabbri
Semiotica online
Paolo Fabbri

Paolo Fabbri è un semiologo italiano i cui studi spaziano in vari ambiti legati al linguaggio, alla comunicazione, ai segni, alle arti.

Attualmente, dirige il CiSS (Centro Internazionale di Scienze Semiotiche) dell'Università di Urbino e insegna Semiotica dell'Arte al Master of Arts presso la LUISS (Libera Università Internazionale di Studi Sociali) di Roma.

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