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Lo spazio e il movimento del personaggio Ebdòmero. Dimora e cavalcata

L

Tesina di Cristina Spizzamiglio, Corso di Letteratura artistica, Anno Accademico 2004-2005.


1. Introduzione

Paul Zumthor in un saggio sul medioevo (La misura del mondo: la rappresentazione dello spazio nel Medio Evo, Bologna, Il Mulino, 1995) inizia il discorso con un’analisi di spazio e tempo.
Il tempo non ci è dato, lo spazio sì. Il tempo è l’indiscutibile padrone dell’uomo che con lo spazio, invece, vive un rapporto inverso e diluito. Pazienti rispetto al tempo e agenti rispetto allo spazio, li viviamo e percepiamo insieme tramite il movimento che li implica entrambi.
Nonostante siano esperienze diverse, noi le viviamo come congiunte e laceranti ed è per questo che molte società umane hanno tentato di piegare spazio e tempo alle loro misure.

Gli archetipi che rinviano le nostre percezioni dello spazio discendono dalla nostra coscienza corporea. Il corpo è il nostro luogo originario e la nostra modalità spazio-temporale di esistenza.
Attorno e in relazione al corpo l’estensione si organizza in un sistema: dentro-fuori, pieno-vuoto, qui-altrove, vicino-lontano, alto-basso. E come conseguenza della geometria dell’anatomia umana risulta, fin dall’antichità, la ripartizione dell’universo secondo i quattro punti cardinali, più lo zenit e il nadir.

Questo orientamento implica un centro, che sarà il mio cuore, me stesso, la terra, e nel volume così generato lo spazio del corpo si sdoppia: da una parte l’essere fisico si oppone all’estensione esteriore, dall’altra ne occupa una parte coi suoi movimenti.
Quindi la nostra esperienza corporale implica un dinamismo che ci porta a percorrere l’estensione e una stabilità che ci permette di costruire intorno a noi zone successive fino ai limiti dell’ignoto.

A partire da queste considerazioni Zumthor divede il suo libro in due parti: dimora e cavalcata. Io vorrei usare il medesimo schema per affrontare la questione dello spazio e del movimento in Ebdòmeros.

Il dentro, la stabilità, la dimora sono per il personaggio di Ebdòmero necessità incontestabili, emblematizzate nell’amore per le stanze dai soffitti bassi.
Ma se è tanto forte il desiderio di trovare un luogo tranquillo altrettanto violenti sono i moti verso l’esterno (cavalcata). La fuga nasce di volta dalle mutate condizioni nell’animo del protagonista ma è comunque guidata dai grandi movimenti da e verso i punti cardinali che coinvolgono l’umanità intera.

2. Estratti

Ebdòmero è nell’edificio che “faceva pensare ad un consolato tedesco a Melbourne” – luogo di apparizioni strane che gli fanno pensare ai sogni della sua infanzia:

… quando sognava di salire con angoscia e in una luce indecisa larghe scale di legno verniciato, in mezzo alle quali uno spesso tappeto soffocava il rumore dei suoi passi […]. Poi era l’apparizione dell’orso, dell’orso inquietante ed ostinato, che vi segue per le scale e attraverso i corridoi […]; la fuga sperduta attraverso le camere dalle uscite complicate, il salto dalla finestra nel vuoto (suicidio nel sogno) e la discesa in volo plané, come quegli uomini-condor che Leonardo si divertiva a disegnare…Pag. 12

Il romanzo Ebdòmeros già nella seconda facciata parla di una fuga. Non una fuga reale ma il ricordo di un incubo d’infanzia, di una fuga da un orso. Un freudiano sarebbe entusiasta e potrebbe trovarci la soluzione dell’enigma dechirichiamo. Io di interpretazione dei sogni non me ne intendo, ma è sicuramente curioso che appaia così presto e in questa maniera il tema della fuga che poi si ritrova diverse volte nel corso del libro. Il fatto che sia un sogno conferisce sicuramente un valore oscuro-emblematico, ma il fatto che sia il ricordo di un sogno d’infanzia mi sembra ancora più importante: i sogni dell’infanzia che ci ricordiamo, a mio avviso, sono delle immagini indelebili, qualcosa che ci portiamo dietro e difficilmente possiamo rimuovere del tutto.
In quanto sogno (vedi pag. 77 per importanza dei sogni per Ebdòmero), e in quanto ricordo, è come se intorno a quest’immagine ci fosse una doppia cornice.

Ebdòmero è a cena nel giardino dell’albergo in mezzo a quei “due uomini dalla barba da satiri”:

Mentre ascoltava quei discorsi con orecchio distratto, Ebdòmero inseguiva un ricordo che non riusciva a precisare nella memoria. Si ricordava vagamente una camera che non aveva finestre dalla parte del mare; dall’unica apertura esposta a nord, ciò che conferiva all’ambiente una luce da pittore, si scorgeva in lontananza una parte di quella lunga montagna […] e più vicino, apparivano alcuni alberi, specialmente pini. I venti violenti che spesso venivano dal mare li avevano piegati in pose estetizzanti di danzatrici eccentriche; ciò contrastava in quel momento in modo assai curioso con la calma assoluta che regnava nell’atmosfera. […] al nord (lato diametralmente opposto al mare) l’orizzonte brillava di una purezza elvetica.Pag. 18

In questo passaggio c’è un accenno al tema dell’attrazione verso il nord. Non è palesato ma il “vago ricordo” e la “calma assoluta” fanno intendere che questa stanza era gradita a Ebdòmero, e sicuramente per questa peculiarità di presentargli alla vista soltanto il nord.

Era passata l’estate ardente, quando le cene avariate facevano torcere tutta la notte i bagnanti nelle camere d’albergo, sopra i letti con le lenzuola riscaldate dalla canicola, l’aria irrespirabile e dalla finestra aperta giungeva il rumore delle onde che crollavano da qualche parte nell’oscurità.

Ora bisognava alzarsi e uscire; quest’idea preoccupava da qualche tempo Ebdòmero. […] Ora dunque il grande problema era di uscire. Vi sono momenti in cui ciò si può fare senza difficoltà: per esempio durante un ricevimento […]; invece vi sono altri momenti ove tutto questo è assai più difficile; a ciò pensava Ebdòmero, seduto in quella sala intorno alla quale […] stavano tutte quelle prostitute quinquagenarie […]. I loro sguardi ostili convergevano su Ebdòmero come i cannoni d’una squadra sul forte della costa nemica. Ci sarebbe voluto un coraggio di cui nessun essere umano sarebbe stato capace per alzarsi e uscire da quel cerchio infernale e attento.Pag. 19

Uscire da una stanza si rivela uno sforzo insuperabile per Ebdòmero. Gli sguardi della prostitute glielo impediscono. Come più volte nel romanzo, il protagonista si trova in ambienti e situazioni che non riesce a gestire e la cui unica soluzione e la fuga, che in questo casa è impossibilitata.

e tutto ciò per ritrovarsi ora con tanti altri pazienti in quell’immensa casa di vetro, intento a seguire un ideale fuggitivo. Forse per questo Ebdòmero passava allora notti intere seduto sul letto, con la faccia tra le mani […]? Ma in simili momenti accadeva a volte che il muro in fondo alla camera si aprisse, come il sipario di un teatro, e dietro vi apparissero spettacoli ora spaventosi, ora sublimi o incantevoli: l’oceano in tempesta con gnomi schifosi sulla cresta della onde, a volte un paesaggio primaverile di tranquillità stupefacente.Pag. 21

Chiuso in una casa con altri pazienti, un ospedale, una casa di cura? Un manicomio? La fuga reale non è possibile ma è vivo l’ideale fuggitivo che apre le pareti lasciando alla vista panorami fantastici.

… questa costruzione, piuttosto bassa e ben proporzionata, aveva l’aspetto di un enorme giocattolo che dopo parecchie prove si fosse messo al suo posto definitivo. La facciata era rivolta a sud, per conseguenza verso il mare; la poppa al nord. È sulla poppa che i fanciulli viaggiatori venivano ad appoggiarsi, coi gomiti sulla balaustra delle terrazze e dei balconi, poiché il nord li attirava più degli altri punti cardinali; in seguito essi avrebbero sentito anche l’attrazione per l’ovest, ma , per il momento, non vi era altro per loro che il nord.Pag. 21

Ecco esplicitata l’attrazione per il nord. Non come prerogativa di Ebdòmero ma come propensione naturale dei fanciulli viaggiatori.

A mezzogiorno, durante le stagioni medie (l’autunno e la primavera) il cielo era blu dappertutto come un soffitto disteso sulla città.

In quei giorni di suprema ebbrezza il senso dei punti cardinali e, in genere, dell’orientamento, spariva per tutta quella giovane folla di vergini-atlete e di efebi-ginnasti […] quelli che in altri momenti sognavano il nord dimenticavano i loro sogni. Si tutti quei giovani esseri vivevano inconsciamente una delle ore più profonde della loro vita. […] era chiaro che tutta quella giovane folla viveva l’ora del suo eterno presente.Pag. 21-22

In questo passaggio viene svelato un’importante nodo dello spazio-tempo di Ebdòmeros. L’eterno presente è una sospensione temporale, l’attimo, il momento, l’ora di eternità, immortalità. Durante questo tempo di profonda felicità anche lo spazio muta: si perde il senso dei punti cardinali, si dimenticano i sogni del nord. Al non-tempo corrisponde il non-spazio.

La casa che aveva qualcosa di municipio e qualcosa di collegio con il congresso dei fantasmi. Prima la vista spaziava sui poggi ridenti ma a poco a poco, erano sorte da tutte le parti grandi costruzioni di cemento e allora i vicini non si riconoscevano più […] malgrado il ritmo di vita singolarmente accresciuto e l’indiscutibile eleganza del quartiere, Ebdòmero fuggiva verso il parco dei pini…Pag. 23-24

Ancora una fuga verso la natura, l’isolamento, lontano da una realtà che si sta urbanizzando e in cui Ebdòmero non si riconosce più.

Nel cielo puro d’autunno passavano grandi nuvole bianche ognuna con coricato sopra un genio aptero. Allora l’esploratore usciva sul balcone e guardandoli pensava ai disgraziati orsi polari aggrappati agli iceberg alla deriva. Egli evocava i suoi viaggi nei mari freddi del nord.

«Dammi i tuoi mari freddi, li riscalderò nei miei ». Gentilezza di dei! Poiché ve ne sono due, sì, due dei: il Nettuno bianco e il Nettuno nero, vale a dire il dio del Nord e quello del Sud; ed era il nero che parlava così protendendo di sopra al vasto mondo, verso il collega bianco, le sue braccia cariche di alghe. Ebdòmero deduceva da tutto ciò che la razza nera è più gentile delle altre e che ha pure il cuore più generoso e l’anima più sensibile […].Pag. 25-26

Un’altra immagine dei punti cardinali. Che non sono solo coordinate geografiche ma allegorie mitologiche e emblemi della natura umana.

E poi la pioggia; la pioggia oggi come ieri e come domani; la pioggia non molto forte, ma regolare, la pioggia senza fine […].

Ebdòmero sentì che l’umidità penetrava in lui pure; aveva freddo nel suo letto, poiché le lenzuola non erano mai asciutte; negli armadi […] trovava muffa e funghi […] tristissimi rospi si spostavano […] nel piccolo giardino dell’albergo dove era alloggiato.

Bisognava ancora fuggire, lasciare quei luoghi, Ebdòmero chiese di pagare il conto e si congedò dall’oste tutt’indaffarato a dimostrargli che la pioggia non sarebbe durata eternamente e che l’anno prima, alla stessa epoca, faceva un tempo magnifico; del resto il barometro saliva; i vecchi del paese asserivano che gli uccelli cinguettavano in un certo modo il quale significava cambiamento nella direzione del vento; sarebbe cominciato a soffiare dal nord, ciò che avrebbe spazzato il cielo: «Vedete, signor Ebdòmero» aggiungeva l’oste […] «vedete, quando il tempo è chiaro noi abbiamo di qua una vista magnifica…»: in fondo nella pianura, la città con la cattedrale, le torri del municipio, il fiume che divide la città in parti uguali. Poi il cerchio di colline coperte da ville e più lontano, a ovest, le vette che si chiamano i sette denti del drago. In alto, a nord, si scorge il mare con i porto e l’agglomerato di officine e fabbriche.

Ebdòmero lo ascoltava con benevolenza; avrebbe voluto dirgli che egli aveva in orrore i panorami e che non amava altro che le camere, la buone camere ove ci si rinchiude con le tende calate e le porte serrate; e specialmente gli angoli delle camere e i soffitti bassi; […] ma non disse nulla riguardo alle sue preferenze, temendo di non essere capito […]. Pagò quindi il conto dell’albergo […] e scese verso la pianura.Pag. 32-33

Uno dei momenti di desiderio di fuga più intensi in Ebdòmeros. Il motivo sembra evidente e razionale – la scomodità del luogo – ma di grande importanza e la dichiarazione d’amore per le stanze dai soffitti bassi. Ebdòmero cerca la sicurezza? L’isolamento? E l’odio per i panorami? Qui è palesato ma in svariate parti del romanzo Ebdòmero fa descrizioni accorate di paesaggi naturali (abbiamo gia visto lo scorcio dalla camera con la finestra a nord, e i paesaggi immaginari nella casa di vetro)…

L’albergo ove era sceso Ebdòmero si trovava abbastanza lontano dal mare; malgrado ciò un Nettuno in bronzo […] montava la guardia davanti all’entrata principale. Ebdòmero sentì l’attaccamento che lo legava a quell’albergo; sentì quanto quell’attaccamento cresceva ogni giorno; pensò all’ora della separazione e quel pensiero gli procurò una profonda tristezza; ma egli non poteva fare altrimenti; nessuna soluzione si presentava; bisognava farlo: «bisognava farlo, mia cara, è l’espiazione» come diceva il capitano […]. L’ora della separazione suonò. Un domestico dalle linee giottesche dovette trascinare Ebdòmero come uno straccio fino ad una vettura di seconda classe dell’accelerato che partiva alle quattordici. Poi fu il viaggio senza fine.

Garzoni macellai – l’orda invadente

Solo Ebdòmero si teneva fuori da questi movimenti di emigrazione.Pag. 34-35

Qui appare il tema inverso alla fuga: l’attaccamento. Un sentimento altrettanto forte, un desiderio di restare non specificato, una profonda tristezza con la consapevolezza dell’arrivo dell’ora della separazione, una partenza affaticata.
Ebdòmero ha trovato ciò che non aveva nell’albergo precedente ma deve andare, partire per un viaggio senza fine ma indipendente dai movimenti di emigrazione di un esercito nemico.

birreria – uomo a prova di bontà – annuncio “noi paghiamo denaro”

«Pagare denaro! Pagare denaro!» urlava sganasciandosi e sbuffando come un energumeno «ma, mio buon signore, e i vostri beni immobiliari?… Sì, dove sono i vostri beni immobiliari? E le vostre azioni? E le vostre obbligazioni?…». La luce si fece d’un tratto nella mente di Ebdòmero. Una vergogna immensa salì in lui come un grande brivido e gli imporporò la faccia. Fuggire, fuggire, fuggire in qualsiasi mondo, fuggire verso qualsiasi luogo, ma fuggire, lasciare quella città… sparire.
Forse sarebbe andato laggiù, in Cina: avrebbe trascorso una vita da nottambulo nelle pagode […]. Ma ecco che nell’impossibilità di rovesciare questo fatale movimento di emigrazione verso l’ovest, Ebdòmero si trovava di nuovo nella stessa città o piuttosto, aveva l’impressione che fosse la stessa poiché qualcosa era cambiato…Pag. 38

Questo è l’apice del desiderio di fuga nel romanzo, fuga spinta da un tal sentimento di vergogna da voler sparire. Una fuga il più lontano possibile, una fuga definitiva. Ebdòmero valuta la possibilità di stabilirsi in Cina ma non può farlo poiché non può opporsi all’inesorabile movimento verso ovest che lo riporta sui suoi passi.

I barbari apparvero alle porte dei salotti – il direttore generale si voltò, dormendo, dall’altra parte del muro – teneva ai piedi del letto una cintura da salvataggio che sua moglie reputava un’idea funebre

Ebdmòmero doveva fuggire. Fece in barca il giro della sua camera, respinto sempre agli angoli dalla risacca e, finalmente, sfruttando tutta la sua energia e la sua destrezza di vecchio ginnasta, aiutandosi con le cornici, abbandonò il suo fragile schifo e si issò fino alla finestra che era posta molto in alto, come la finestra di una prigione. Il suo cuore allora batté di gioia, e quale gioia! Di là abbracciava con un colpo d’occhio tutto il vasto e riconfortante panorama di quelle palestre intarsiate di rettangoli, quadrati e trapezi bianchi, ove alcuni giovani atleti lanciavano il disco…Pag. 44-45

Ebdòmero è imprigionato in una stanza, deve fuggire, si arrampica sulla finestra e il panorama di palestre gli è di conforto e sollievo. Ecco invertita la “massima” sull’amore per le stanze e l’orrore per i panorami.

in quale posizione assomiglia all’Africa la quale essa stessa assomiglia ad un cuore. Il cuore della terra; cuore vasto e riscaldato; oserei anzi dire surriscaldato; batte troppo presto, ha bisogno di regolarsi. Secondo le previsioni di un grande poeta morto alcuni anni or sono, l’Africa è il continente ove il mondo vivrà la sua ultima grande civiltà prima di raffreddarsi definitivamente e di finire come è finita la luna…Pag. 50

L’Africa come meta ultima dell’umanità. Come vedremo in seguito questa affermazione non contrasta con la “teoria” dei movimenti verso nord e ovest.

e conchiuse declamando un elogio esagerato dei caffè che hanno i divani di velluto rosso e il cui soffitto e ornato secondo la moda del 1880. «Là» diceva Ebdòmero con una voce che l’emozione rendeva un po’ sorda «tu ti senti al riparo d’ogni pericolo che venga da fuori […] una volta che tu sei in quel caffè tutto per te è indifferente»Pag. 56

Una piccola rivelazione sulla necessità di riparo? Ebdòmero cerca sicurezza, riposo?

Ebdòmero restava solo, lassù, in quella casa ove dieci anni prima aveva preso in affitto una piccola camera miserabilmente ammobiliata. Più tardi […] era riuscito a comprare tutta la casa e a cacciare gli altri inquilini.

egli temeva la malignità ed i pettegolezzi; aveva orrore di quegli ambienti altrettanto indiscreti quanti in comprensivi. Ora gli alberi che avevano invaso le camere e i corridoi della sua dimora se ne andavano lentamente verso il Sud; essi emigravano a gruppi, famiglie, tribù.Pag. 64-67

Scopriamo che Ebdòmero ha una dimora. Conquistata non senza sforzi è un luogo di isolamento e frugalità. Cose significa la migrazione di piante a sud? In senso contrario all’istinto di Ebdòmero?

il chiaro di luna era così dolce che le montagne sembravano vicinissime; le divinità della notte bisbigliavano alle frontiere della città, là ove gli ultimi marciapiedi sono come le banchine di un porto davanti al mare dei campi e dei prati; ci si potrebbe imbarcare, partire, vogare sulle onde gialle del grano maturo o su quelle verdi dell’erba tenera; coloro che rimango all’estremo caffè […] sventolano i fazzoletti e alzano la mano in segno di saluto. […] Ma dietro le onde policrome di quel mare fiorito del rosso papavero e della casta margherita, la nave sparisce lentamente come se affondasse in una mare calmissimo; le vele, gonfiate dai soffi della primavera sono ancora visibili, poi scompaiono esse pure e allora la pace scende di nuovo sulla campagna e gli uccelli […] riprendono il loro gaio cinguettio.Pag. 70

Il viaggio verso lidi lontani è vagheggiato anche in mezzo alla campagna. Un marciapiede diventa banchina, il grano che ondeggia è il mare mosso dalla brezza. È una visione di incredibile tranquillità, una partenza immaginaria su una nave da sogno la cui immagine naufragante non crea alcun turbamento.

Ove tornare? Alle miniere? Ebdòmero diffidava di quei terreni malsani nei quali la febre regnava da padrona tutto l’anno […]. Piuttosto la noia di una vita regolata agli aghi del cronometro, ma logica in fondo e non sprovvista di poesia, piena di lacrime interne; la vita sopra quella via fiancheggiata di villini dove si sgranava il lamento dei pianoforti tormentati dagli adolescenti che vi facevano ogni mattina i loro esercizi quotidiani. Tutto ciò sarebbe stato, dopo tutto, molto normale e tanto a Ebdòmero, quanto ai suoi compagni e discepoli, non sarebbe dispiaciuto di assaporare alcuni giorni di quiete in quei luoghi pieni di noia, ma riposanti, allorché un fatto insolito attirò la loro attenzione e fece loro capire che tutto ciò non accadeva nel modo normale che essi avevano dapprima pensato.

Vecchi di pietra davanti alle ville – fatti a pezzi e buttati ai fluttiPag. 72

Ebdòmero e i suoi compagni cercano dove andare. Ebdòmero rivela la sua concezione della vita: meglio la noia alla fretta? Non gli dispiacerebbero alcuni giorni di noia e di quiete in un luogo tranquillo… Peccato per la storia delle statue fatte a pezzi…

Ebdòmero e i suoi compagni, simili a naufraghi ritti sopra una zattera, guardarono verso il Sud; essi sapevano che là donde soffiava la tempesta, dietro quel mare sconvolto che rovesciava montagne di schiuma sulla riva, era l’Africa; […]; però non bisognava pensarci; Ebdòmero guardava le nubi che dal Sud fuggivano verso il Nord, là ove il cielo era ancora chiaro; presto anche questa parte della volta celeste si coprì di nubi, […]. Ebdòmero amava il Nord, lo aveva sempre amato; cionondimeno giudicò prudente di rivolgere qualche parola ai suoi fedele compagni e cominciò così: «Questo però non vuol dire, amici miei, che non dovrete mai andare verso il Sud o l’Oriente; verrà un giorno in cui non solo ci si andrà ma ci si resterà; però è girando dall’alto che bisogna andarci; sono fortezze che bisogna pigliare con l’astuzia; gli attacchi frontali non fanno capo che a disfatte e a perdite di uomini e di materiale…»Pag. 74

Ribadito l’amore per il nord ecco svelato il problema dell’Africa come meta finale. Un giorno si andrà verso il Sud e l’Oriente e per restarci ma è girando dall’alto che bisogna andarci! È un movimento d’astuzia.

Città più felicemente situata nell’universo – sulla foce di un fiume facilmente navigabile fino ad una lago / Ma di notte tutto l’incanto svanì – sagome di scogli inospitali – vulcano che comincia a fumare /Il centro del lago sparisce negli abissi della terra – voci strane circolavano (mostri dell’epoca terziaria)

Ebdòmero era più che mai deciso a lasciare quel paese che, dietro un aspetto ingannatore do tranquillità e di fertilità, celava spaventi e trappole d’ogni sorta. […] Malgrado questi segni indubbi di civiltà, non si potevano trascorrere le notti nell’angoscia di incontrare un ittiosauro o di essere svegliato in pieno sonno dall’eruzione del vulcano. Ebdòmero avrebbe sopportato piuttosto il contrario: vivere nell’inquietudine durante il giorno, ma una volta giunta la notte […] potersi riposare con sicurezza e tranquillità. Egli considerava il sonno come qualcosa di sacro e dolcissimo e non ammetteva che la sua calma venisse turbata.Pag. 76

Ebdòmero deve lasciare di nuovo un luogo che a prima vista era sembrato accogliente, ma si rivela inospitale e pericoloso.

non siamo forse tutti fratelli, compagni e amici e che so io ancora? Non siamo noi viaggiatori, voganti sulla stessa nave, lungo le sponde che si sgranano sul nostro itinerario e che cambiano, se pur lentamente, il loro aspetto arido, sassoso, inospitale, in un aspetto più dolce e più sorridente?

Senza dubbio è necessario per l’umanità traversare questa oscura galleria per raggiungere l’altro versante, là dove di sera la frescura dei giardini innaffiati sale dalle valli profonde, la luce di quell’idealismo eterno che è necessario, direi quasi indispensabile all’anima umana, come l’aria ai polmoni.Pag. 98 e 101

Il viaggio in questo finale accorato diventa metafora della condizione umana.

Tuttavia bisognava rincasare, Ebdòmero lo capì e una grande tristezza gli sommerse il cuore!

una grande onda, grassa e irresistibile, d’un’infinita tenerezza, aveva sommerso ogni cosa e in mezzo a quel novello Oceano la nave di Ebdòmero galleggiava immobile, con tutte le vele pendenti. […] Da principio ebbe paura […] Poi, d’un tratto, spazzati da un soffio irresistibile, la paura, l’angoscia, il dubbio, la nostalgia, la scontentezza, gli allarmi, le disperazioni, le stanchezze, le incertezze, le vigliaccherie, le debolezze, i disgusti, la diffidenza, l’odio, la collera, tutto, tutto sparì in un turbine formidabile, laggiù, dietro quei muriccioli di mattonelle semirovinati…

E ancora una volta fu il deserto e la notte […] Ebdòmero riconobbe gli occhi di suo padre negli occhi di quella donna e allora capì. Essa parlò d’immortalità, nella grande notte senza stelle.[…] Ebdòmero […] non pensava più, […] s’abbandonò alle onde carezzevoli della voce indimenticabile e su quell’onda partì verso ignote e strane plaghe…; partì in un tepore di sole occiduo, ridente alle cerulee solitudini…Pag. 117

Arriva la fine, un diluvio universale. Ma Ebdòmero tra le onde non ha paura, l’acqua porta via tutto, tutti i problemi e le preoccupazioni.
Poi la notte, la grande notte senza stelle. Niente stelle significa niente nord, nessun orientamento, nessun luogo; è il segnale che è arrivato l’eterno presente di Ebdòmero che insieme all’immortalità parte verso spiagge ignote.


Bibliografia

Paul Zumthor, La misura del mondo: la rappresentazione dello spazio nel Medio Evo, Bologna, Il Mulino, 1995.

Giorgio de Chirico, Hebdòmeros, Milano, Abscondita, 2003 (da cui tutte le citazioni).

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Paolo Fabbri

Paolo Fabbri è un semiologo italiano i cui studi spaziano in vari ambiti legati al linguaggio, alla comunicazione, ai segni, alle arti.

Attualmente, dirige il CiSS (Centro Internazionale di Scienze Semiotiche) dell'Università di Urbino e insegna Semiotica dell'Arte al Master of Arts presso la LUISS (Libera Università Internazionale di Studi Sociali) di Roma.

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