Semiotica online

Zadig e il Lupo, ovvero semiotizzare le tracce

Z

Da: AA.VV., Umanimalità. Il discorso animale, a cura di Denis Bertrand e Gianfranco Marrone, Meltemi, Milnao, 2019.


1.1 Il metodo Zadig

Ogni zoosemiologo è tenuto a conosce il metodo Zadig per riconoscere le impronte degli animali. Umberto Eco lo espone teoricamente nel capitolo 4.2.2 intitolato “Zoccoli”1, nei I limiti dell’interpretazione. Nelle pagg. 239-241 Eco riporta alla lettera il terzo capitolo del libro di Voltaire, Zadig, che rielaborava la prima novella del Pellegrinaggio di tre giovani figlioli del re di Serendippo, tradotto a metà del Cinquecento a Venezia. Un testo ripreso nel 1754 da O. Walpole che coniò il termine di “serendipità” per “le scoperte impreviste, fatte grazie al caso e all’intelligenza”.
Il racconto filosofico volterriano racconta la sagacia del protagonista, Zadig, il quale decifra le tracce lasciate da una cagna e da un cavallo che non aveva mai visto prima e li descrive con minuziosa esattezza. Una competenza venatoria che aveva indotto C. Ginzburg, nel 1979, a vedervi l’origine di un paradigma indiziario ripreso poi dal romanzo poliziesco (Poe, Gaboriau, Conan Doyle) e applicato alla caccia, alla divinazione e alle impronte digitali, ma soprattutto nella storia dell’arte e nelle scienze naturali. Come Cuvier che dalla pesta d’una zampa forcuta era in grado di ricostruire l’intero animale “con più sicurezza di Zadig” e Thomas Huxley il quale, divulgando nel 1880 la teoria darwiniana, faceva appello al metodo Zadig per formulare rigorose profezie retrospettive.
Eco, che ha posto la sua ricerca sotto lo stemma dell’ornitorinco, ha accompagnato le sue tipologie semiotiche con le opere narrative di finzione come Gedankenexperiment di collaudo ed esplorazione. Il capitolo di Zadig è ripreso infatti nel primo giorno del Nome della rosa (1980) dove il cammello dell’antico racconto orientale diventa Brunello, il cavallo dell’abate del convento. È Guglielmo di Bascavilla a prendere con “grande acume” il ruolo di Zadig, il quale “aveva studiato le proprietà degli animali e delle piante e acquisito una sagacia che gli scopriva mille differenze laddove gli altri uomini vedevano solo l’uniformità” (Voltaire).
Nel riconoscimento delle tracce animali, tra le narrazioni di Voltaire e di Eco corrono significative differenze. Zadig risponde al maestro di caccia che insegue il cavallo rilevando con “profondo e sottile discernimento” le tracce e le marche nella sabbia che lo portano a conoscere le caratteristiche e la direzione dell’animale che non ha mai incontrato. Anche il detective francescano del Nome della rosa riconosce la fisiognomica del cavallo fuggito nella neve, a partire dalle tracce naturali “con cui il mondo ci parla come un grande libro”, a cui aggiunge le tracce testuali – per scoprire ad es. che il nome Brunello proviene dalla descrizione scritta dal filosofo Buridano. La versione echiana orienta semioticamente il racconto: ne diventa il cavallo di battaglia. Mentre lo Zadig volterriano vede, nota, s’accorge, riconosce, apprende, comprende e infine giudica, fra Guglielmo “deduce” a partire da quel che “i segni dicevano”, orientando il racconto verso la teoria inferenziale dell’abduzione. Per Eco e per il suo mentore d’allora, T. A. Sebeock, Zadig “interessato alla natura come a un sistema di segni codificato”, “cerca relazioni generali di significazione” in via logica, attraverso l’inferenza sineddotica e ipotetico-deduttiva applicata alle tracce lasciate dagli animali. A partire da una traccia-tipo, letta come serie di istruzioni, Zadig e Guglielmo riconoscerebbero la occorrenza (token) che è l’impronta del cavallo, interpretandola alla luce della causa fisica che l’ha generata. Per Eco, Voltare ci avrebbe esposto al caso più elementare di produzione segnica, ma anche all’“enunciazione indicale” visiva di sintomi semplici e/o complessi, cioè gli indizi della presenza passata, effettiva o possibile dell’agente “tracciante”. Si tratterebbe di abduzioni ipercodificate che, inscritte in una serie connessa, permettono “l’identificazione di un topic testuale (che) è un caso di sforzo abduttivo ipocodificato”. Lo scopo è di reperire i codici di convenzioni intertestuali generali, cioè frames che permettono d’esercitare un “istinto divinatorio” onde giungere ad esiti testualmente verosimili attraverso un giudizio teleologico. Con il fiuto di Sherlock Holmes, i due detective animalisti, Guglielmo e Zadig, indovinano, cioè ipotizzano e creano veri e propri mondi debitamente ammobiliati, tra cui scegliere i più probabili: sono alle soglie dell’abduzione creativa e della meta-abduzione per scommettere sul risultato finale, senza attendere verifiche intermedie.
I personaggi romanzeschi sono dotati di solide e apprezzate competenze abduttive; non sbagliano mai nella scoperta e nell’interpretazione delle impronte animali, ad onta del “fallibilismo” di Ch. S. Peirce per cui conoscere non è mai definivo e “nuota per così dire, in un continuum di incertezza e indeterminazione”. Non è il caso però del Nome della rosa: il sicuro esercizio del rilevatore di impronte animali – che in Zadig ha risultanze socialmente negative – è messo in causa dalla natura conflittuale della detective story, in cui il colpevole ha una propria strategia di contromosse di copertura. Compresa la continuazione del crimine, commesso assecondando una prima abduzione scorretta del francescano detective. Per l’Eco narratore, l’assassino braccato lascia tracce calcolate e fuorvianti, mentre, il cavallo dissemina soltanto impronte inintenzionali, disponibili alle procedure cognitive di scoperta e all’esercizio ermeneutico del sensore di tracce. Una postura epistemica che per l’antropologia contemporanea discendere dalla discontinuità cartesiana e illuminista tra l’uomo e l’animale.

1.2. La traccia: excursus peri-flosofico

Prima di intraprendere una riflessione sui sistemi e i processi di riconoscimento dei segni animali è opportuno ricollocare la ricerca semiotica sulle tracce nel contesto filosofico, caro a U. Eco e a qualche rappresentate della semiotica interpretativa. La filosofia del linguaggio ha un rapporto rugoso con la scienze semiotiche che risolve spesso con la liponimia, evitando sistematicamente ogni rinvio o citazione2.
Per contro, confrontandosi alla nozione di documentalità che ritiene “inemendabile”, Maurizio Ferraris ha somministrato il nome di Icnologia a una dottrina generale delle tracce, alla loro ontologia, struttura e significato. Un piano teorico che si postula come sopraordinato rispetto alla semiologia e allo schematismo, cioè alla dottrina del segno e alla tecnica per l’applicazione pratica dei concetti. Da questa teoria generale delle tracce dipenderebbe inoltre la psicologia: il funzionamento interno della mente relativamente alla funzione segnica e a quella realtà sociale in cui consisterebbe la rilevanza sociopolitica della semiologia. Per traccia il filosofo – che evita con scrupolo meticoloso ogni riferimento alle ricerche semiotiche – intende ogni “forma di modificazione di una superficie che vale come segno o come promemoria per una mente capace di apprenderla come tale”. Non ci sarebbero dunque “tracce in sé, ma solo menti (o animali) capaci di riconoscerle”; essere una traccia è la caratteristica relazionale di un’entità naturale nella funzione di rimando ad altro. Il suo attributo ontologicamente rilevante risiederebbe in un valore dativo del segno (per qualcuno) più che accusativo (qualche cosa). Una traccia naturale o artificiale, quando sia unica e insostituibile avrebbe valore di “impronta” con più autonomia ontologica, mentre sarebbe una “registrazione” più marcatamente epistemologica quando “viene appresa sotto il profilo del significato, ossia possiede un valore intenzionale per la mente che la contempla”.
L’icnologia del filosofo è leggibile dunque come una semiotica che viaggia sotto un’altra bandiera, cioè una teoria generale della semiosi in cui la definizione di segno dipende dal modello peirciano ed echiano del rinvio aliquid stat pro aliquo che riassume la classica tradizione logico-filosofica da Tommaso d’Aquino a U. Eco (Rastier)3. Le interdefinizioni interpretative proposte da Eco – il cui nome appare soltanto in alcune note sparse alla fine del libro – non sono prese in considerazione. Come accade peraltro al secolare trend saussuriano sui sistema di segni.
Per Ferraris comunque questo sommario modello gerarchico – icnologia, semiologia, impronta, registrazione – improntato al riconoscimento più che alla designazione (suppositio) costituirebbe un‘alternativa neorealista alla svolta linguistica e semiotica, tracciando anche le “società animali che non dispongono di linguaggi articolati ma sono minuziosamente dotate di rituali e di sistemi di marcatura del territorio”.

2.1. Zoematica: pistaggi e depistaggi

Pistage au large c’est lire tous les signes.
(Morizot)

Il nuovo empirismo scientifico che prevede un ritorno non alla terra ma della terra, propone un diverso contratto naturale tra bio- e semiosfera: all’eccezione umana oppone quella animale e intende naturalizzare l’uomo e socializzare la natura. Emergono quindi nuovi orientamenti epistemici e nuove pratiche per l’investigazione della semiosi animale da parte di una ricerca più interessata alla significazione che alle cause ed alle proposte internaturaliste d’un nuovo contratto (Serres) e d’un parlamento di attanti umani e non umani (Latour).
Poiché Lévi-Strauss definiva zoemi le “specie animali dotate di una funzione semantica”4, si potrebbe suggerire il neologismo Zoematica per lo studio dei meccanismi significanti di interazione comunicativa tra umani e animali. Per von Uexull infatti “non ci sono nella natura vivente degli oggetti in senso stretto ma solo soggetti portatori di significazione che stabiliscono tra loro rapporti di significazione”.
In quest’ottica, al di là dell’opposizione Natura/Cultura, gli studi di primatologia hanno ridefinito radicalmente l’oggettività adamitica di identificare e nominare le specie. Nella recente attività etologica, gli animali per essere conosciuti vanno identificati ma anche riconosciuti e compresi. Non si tratta di un universalismo frettoloso e tollerante – l’estensione agli animali superiori dei diritti dell’uomo! – e neppure di vaga teriofilia (G.Boas) ma di un’antropologia reciproca che ci fa diventare sensibili a ciò a cui sono sensibili e a pensare con loro anche se non come loro. Quindi a porre e a porsi domande a cui essi possano replicare attivamente. Se riconoscere un’intelligenza è prestare attenzione all’altro e lasciarsi influenzare da lui, persino il laboratorio non è necessariamente un luogo di purificazione e sacrificio, ma un check point di prossimità critica, uno spazio di negoziale di senso5.
In quest’ambito epistemico e cosmopolitico si colloca le riflessione semiotica sul reperimento delle tracce animali che si serve dei saperi dell’antica cultura della caccia, come una pratica ermeneutica e geopolitica distaccata dalla dimensione predatoria. Prende, se non le distanze, almeno un certo agio dalle ricerche pionieristiche di Bateson (sui delfini) e Sebeok (sul cavallo, il clever Hans) per il carattere costruito della traccia e la composizione degli attori tracciati e traccianti, cioè di chi procede lasciando segni per chi l’insegue. Per chi percorre una pista, le tracce sono delle incognite da definire differenzialmente per la loro posizione paradigmatiche e sintagmatiche. Mentre il metodo Zadig si interessa dell’inferenza a partire da impronte date per scontate, il semiologo generativo ritiene che per essere estrapolate esse vanno costituite. I segni saussuriani – inscindibile binarismo del significante e significato – si possono rilevare, identificare e conoscere solo modellizzando la loro interpretazione.
È l’attività detta di Pistare (ing. tracking, dal fr. trace) – e di de-Pistare; consiste nel In-seguire l’animale rilevandone l’essere e il fare, l’identità e i suoi svolgimenti, trasformandone l’impercettibilità in presenza, virtuale o reale. Pedinare, investigare (vestigium è traccia), appostare e braccare l’animale significa incontrarlo attraverso la mediazione di segni, come non cessano di ricordarci i molti autori che se ne sono occupati.
A partire in primo luogo dalle proprietà sostanziali che ne manifestano l’espressione. La neve ad es. nel romanzo di Eco, trattiene l’impronta del cavallo più della sabbia e la polvere di Voltaire, perché la compressione della zampa compatta la superficie calpestata e ne ritarda lo scioglimento. Successivamente da un’analisi comparativa con altri segni appartenenti allo stesso sistema o ad altri insiemi di segni. Alla fine del percorso ricognitivo è possibile un’attribuzione nominativa con arricchimento delle nostre competenze analitiche e di conoscenze volentieri reciproche.
Un’enfasi sui segni caratterizza ad es. l’originale libro di Liebenberg che dedica il cap. 8 al riconoscimento di segni e il cap. 9 ad una classificazione condotta in base alle modalità percettive (odorato, visione, tatto, ecc.)6. E quello di Morizot (2017) che inizia con un capitolo su “I segni del lupo”. A questa convocazione esclamativa e ipertrofica non corrisponde però un’informazione adeguata sulla disciplina che studia i sistemi di segni, la semiologia. Liebenberg che fa del cacciatore primitivo il primo pensatore speculativo e vede nell’esercizio euristico di braccare la preda l’origine delle scienze, si riferisce genericamente alle inferenze peirciane di Sebeok (agency abduction) mentre Morizot, prodigo in formule vistose (“ensauvagement sémantique”), sospetta soltanto in una nota che il paradigma indiziario di Ginzburg provenga delle procedure di pedinamento del cacciatore e sia all’origine della stessa semiotica7!
Un’occasione mancata per il progetto di una disciplina che si vuole un organon – non un canone! – per le scienze umane alle prese con i cicli di conversione tra natura e cultura; una lingua franca per lo studio metodologicamente attrezzato della conoscenza investigativa dei segni zoematici.

2.2. A passi di lupo e di licantropo

…dans l’ordre du mythe l’activité cynégétique constitue un excellent opérateur.
(Detienne)

La riflessione sullo status e il ruolo filosofico dell’animale si moltiplicano (Despret). Dalla vecchia talpa marxiana alla gatta indiscreta di J. Derrida fino all’ornitorinco composito di U. Eco, passando per il wittgensteiniano lupo del grano fino agli intraducibili pipistrelli di Th. Nagel. La ricerca scientifica ha privilegiato invece i cani e le oche, le scimmie e i pappagalli, gli elefanti, i delfini e le balene cantatrici. Ha riabilitato gli intrattabili corvi, scoperto nei babbuini dei sociologi in pelliccia e l’intelligenza dei montoni gregari. Per quando riguarda il pedinamento segnico invece la ricerca recente sembra focalizzata su un animale ferino e carismatico che fa parte, con altre fiere belluine – felini e orsi – del 5% della biomassa animale: il Lupo. Soltanto in Italia è stato oggetto dello svolgimento di 18 progetti cofinanziati dalla Commissione Europea.
Le ragioni pratiche sono in evidenza: il ritorno del lupo dovuto alla protezione giuridica dall’abbattimento generalizzato e la conseguente protezione del patrimonio ovino dal suo spietato surplus killing. Il ritorno del “selvaggio” pone i problemi semiotici di civiltà, di potere e di morale che risalgono ai testi di Esopo fino a quelli di Lafontaine8.
Il lupo è notoriamente tre cose: viaggiatore, uccisore e un socius, “molto sociale” (Safina). Tuttavia è il rapporto di significazione e di valore (licofilia o libofobia della “bestia”!) che lega questo “primate onorario” all’uomo con cui coabita in vetta alla predazione, che non ha cioè predatore di cui sia la preda. Il lupo appartiene inoltre ad una specie “a dispersione” che sfugge al dilemma tra santuarizzazione – non vive in riserva – e domesticazione – a differenza del cane, il lupo in cattività non segue il nostro sguardo.
Un agente, il canide, socialmente inventato come proto-nemico homo homini lupus – che fa parte della nostra storia e delle nostre storie ed ha accompagnato l’uomo, come rivale e partner nelle caccie e nella guerra fin dai tempi più remoti. In particolare per la sua notoria competenza nel marcare i propri territori, reperire le tracce delle prede e nascondere le proprie tracce al cacciatore – per es. urinare nell’acqua. La semiotica connotativa del tracking rinnova infatti il sapere classico sulla metis, l’intelligenza accorta, “machiavellica”, degli animali “sofistici” – la volpe e il polipo – della cultura classica, con la loro capacità polimorfa di rovesciare i segni della loro presenza e direzione (Detienne, Vernant)9. Come il mitico Hermes, che ruba la mandria del Sole tirando gli animali per le code – rovesciando così l’orientamento delle tracce e come il suo equivalente folklorico Pollicino, anche il lupo ha il suo eroe eponimo e negativo: Dolone.

Personaggio dell’Iliade, alleato dei Troiani contro gli Achei, si nasconde, dolosamente, sotto una pelle di lupo – come gli indiani cacciatori di bufali nelle praterie americane – ed è necessaria tutta la metis di Ulisse – cacciatore di cinghiali che lasciano il segno – e l’aiuto di Atena per scoprirlo ed ucciderlo. È sempre Ulisse, che nell’Odissea manifesta la sua natura di cacciatore esperto in camouflage, a nascondersi con successo sotto una pelle di montone da un pastore che può pistare col solo senso del tatto, l’accecato Polifemo10.
Reperire, individuare, riconoscere i segni decantati dal semiologo detective come agevole premessa al proprio fare abduttivo è tutt’altro che agevole. Per la difficoltà di rintracciare le tracce stesse, per le morfologie differenziali con specie simili, per le incertezze dell’assegnazione identitaria e soprattutto per la metis “machiavellica” del lupo. Le caratteristiche delle superfici di iscrizione, la labilità delle sostanze di manifestazione inquinano la sicurezza delle tracce.

Com’è difficile distinguere le impronte dell’orso bruno dal grizzly americano, così è arduo separare l’orma del lupo da quella del cane o di altro ibrido. I tratti distintivi trovano riscontro più che nel segno isolato nella sequenza dei tracciati: il lupo procede infatti ponendo le zampe posteriori nella pesta delle anteriori e il suo percorso è più rettilineo di quello più ondulato e irregolare del cane11. Nel riconoscimento narrativo dei percorsi, l’inseguitore deve sfocare per vedere (Liebenberg) e praticare osservazioni intermittenti; si trova inoltre nella necessità immaginativa di catalizzarne parti non manifestate a causa del terreno inidoneo a iscrivere la traccia, ma soprattutto per la tattica lupina del camouflage della proprie tracce all’intenzione di chi lo pedina12. ll lupo, a differenza della scimmia, non è specie politica, ha una postura “aristocratica” all’interno delle flessibili gerarchie di branco. Come ha notato Bateson “il suo discorso verte principalmente sulle regole e sulle contingenze del rapporto” ed è dotato di un leggendario sapere tattico nel braccare la preda e nel depistare chi lo persegue o lo apposta. È un agonista singolare o molteplice, criptico e proteico, difficile da visualizzare e riconoscere e che si lascia difficilmente cogliere come il token preconcetto d’un type fisso. Il lupo inseguito può aggirare l’inseguitore, nascondendosi dietro di lui; se ingannato non ricade mai nella stessa trappola. Il suo modo di esistenza è mutante ed evolutivo, un “blocco rizomatico di divenire” (Deleuze, Guattari). È stato R. Thom a segnalare la catastrofe percettiva per cui può accadere, nel corso del pistaggio, che il predatore, allucinato dalla pregnanza del desiderio, si mostri ed agisca, per dislocazione empatica, come fosse la preda. La macchina cinegetica, per la necessità strategica di prendere il punto di vista dell’altro, provoca il divenire animale, il suo “lupullulare”, unitamente ad una mutazione antropica. Negli eventi umani ed animali di reciproca scoperta di tracce e nella loro attribuzione di senso, si riconosce infatti una co-evoluzione non ereditaria, ma comunicativa, contagiosa e simbiotica tra eterogenei13. Un’evoluzione aparallela conseguente alla reversibilità delle istanze enunciative, ai mascheramenti versipelle e alle contromisure che vanno nel senso d’una antropomorfizzazione del lupo (come provano tra l’altro la frequenti pubbliche impiccagioni ed esposizioni di lupi uccisi) e la lupificazione dell’uomo. Homo homini lupus e lupus lupo homo. Ogni animale compreso sul modo intensivo, ha il suo anomalo: il licantropo, esito utopico dell’evoluzione di diversi etogrammi, è il semioforo d’un mutuo incontro che avviene per segno interposto. La parola mutuo viene da mutare14!
Il lettore di segni lupeschi, ivi comprese le tracce che si lasciano nascondendo le tracce, pratica quindi un animismo ben temperato e non vittimista. Per le espressioni idiomatiche e proverbiali, per i tropi e i racconti, egli sa che, ad onta della differenza fisica, è l’omologia delle interiorità che lo conduce ad agire come se il lupo condividesse gli stessi valori di soggettività, coscienza di sé, memoria, intenzionalità, conoscenza, comunicazione, mortalità (Descola). Una postura che non ha nulla di sciamanico, ma che esige dall’attore umano l’esercizio diplomatico di mediatore – traduttore e whistleblower – tra istanze contrastanti di enunciazione (Latour). Un diplomatico “mannaro” – cioè hominarius – irriduzionista rispetto all’eccezione umana e al naturalismo radicale per cui l’uomo sarebbe animale tra gli altri. Un mediatore che non crede all’età dell’oro in cui “il lupo vivrà insieme con l’agnello” (Isaia XI:6-8), ma vuol rafforzarne le differenze che si somigliano. Tra l’agnello, il lupo e l’uomo – futuri compagni di seggio nel parlamento latourriano – le relazioni saranno sempre “avvedute”. È necessario quindi trattare i limiti della coabitazione, gli incidenti diplomatici, i possibili aggiustamenti su buoni malintesi. Per muoversi in questa “rizosfera” (Deleuze, Guattari) internaturalista il diplomatico intercessore deve disporre a nostro avviso di un idioma veicolare adeguato: la lingua franca della semiotica, ovviando al silenzio animale senza imporre loro l’apprendimento dei linguaggi umani e senza ridurli ai soli segni indicali e iconici (Peirce).

3. Punto d’arrivo

E. Canetti e J. Baudrillard dopo di lui, dicevano di non pensare per concetti, ma per animali. Un invito a uscire dalla caverna platonica di un’ecologia sentimentale, su cui si proiettano le ombre domestiche di animali impagliati.
La fiera resistenza della muta dei lupi a questa tassidermia dimostra che l’intelligenza animale è questione di territorio e di reciproca metamorfosi. Ci obbliga a riflettere che la crisi ecologica e il cieco estrattivismo delle risorse naturali appartengono alla visione di un mondo di oggetti-proventi di cui ci riteniamo i soli soggetti, privando ogni vivente della sua complessità significativa e valoriale. La caccia e persino la corrida mantengono ancora una relazione simbolica e sacrificale rispetto alla dissezione sperimentale e al cieco macello degli allevamenti industriali. Non sono questi però il modello di una “fattoria” globale, sul modello macluhaniano del villaggio globale!
Dopo le ricerche sul camouflage sono le tattiche del Pistaggio epistemico ad offrire nuova linfa a una semiotica marcata rispetto alla vulgata peirciana che come, la monarchia inglese, regna teoricamente ma “non governa il senso delle forme di vita. Il semiologo, che ha rinunciato a braccare e a stanare il lupo, è il miglior bracconiere dei suoi segni. Può farci tornare a sorridere dell’animale che è in noi e dell’uomo che è in lui?
Tra i segni d’interpunzione manca, fortunatamente, il Punto d’Arrivo.


Note

  1. Meriterebbe un’abduzione l’iterata presenza degli zoccoli nell’opera narrativa e teorica di Eco. L’ardita metafora con cui significa la realtà in ultima istanza è “lo zoccolo duro”; la donna capra di cui si innamora perdutamente il protagonista di Baudolino è una bellissima chimera, Ipazia di cui l’eroe bacia devotamente gli zoccoli color avorio. torna al rimando a questa nota
  2. Per i rapporti tra semiotica e filosofia. Ferraris ha messo in discussione l’approccio semiotico prima partire dalla dimensione testuale ed ermeneutica, poi dal punto di vista d’una ontologia allargata al sociale. Azimuth riserva la sua attenzione alle tracce virtuali delle tecnologie informatiche in una società data-based. Parret sotto la nozione di traccia tratta di memoria ed estetica sub specie semioticae. Per contro Deleuze e Guattari, nella loro critica della scienza e del totemismo strutturalista, approfondiscono la nozione di “muta” animale come molteplicità connessa e intensiva. E quella di mutazione: un divenire provocato dall’attività di caccia. Il lupo si muove infatti in branco ed è raramente solitario. Deleuze e Guattari riservano una particolare attenzione alla progressiva mutazione licantropa del cacciatore in A. Dumas. Una prospettiva che ha ispirato la ricerca di V. Despret. torna al rimando a questa nota
  3. Per Rastier, Eco avrebbe fatto una lettura neotomista di un Peirce agostiniano, così come S. Tommaso avrebbe aristotelizzato S. Agostino! torna al rimando a questa nota
  4. V. Lévi-Strauss, 1964 per la critica dell’opposizione type/token in Peirce, Gardiner, Russell. E il quadrato semantico dei nomi degli animali: Uccelli Cavalli da corsa Cani bestiame. Sugli zoemi v. Lévi-Strauss, 1987. torna al rimando a questa nota
  5. L’interazione strategica, che non è meccanica o istintuale assegna al Lupo la capacità prospettica e un sapere semiotico abduttivo – che comprende quello l’errore, segno d’intelligenza. Una competenza semiotica situata che va oltre la tipologia di Ch. S. Peirce – segni indicali iconici – e i suoi rinvii inferenziali (E. Kohn, Ph. De Scola). Le ricerche antropologiche che usano concetti semiotici riducendo la traduzione saussuriana alla dimensione umana e linguistica, adottano infatti soluzioni sbrigative:“Il prospettivismo è una forma di naturalismo perché la prospettiva non è una rappresentazione (…) in quanto le rappresentazioni sono proprietà della mente mentre i punti di vista sono nel corpo” (sottolinea l’autore, Viveiro de Castro). In effetti la discussa congerie pansemiotica di Peirce non prevede le istanze dell’enunciazione. torna al rimando a questa nota
  6. Per distinguere tra un tracking sistematico e speculativo, Liebenberg elenca i segni di identità e attività dell’animale. Feci, urina, saliva, residui di cibo, sangue sono disposti secondo caratteristiche di sostanza e colore (più o meno freschi) e direzione, velocità (dalla sosta al balzo) o in quanto oggetto di percezione: odore, vocalizzi, visibilità. Sono aggiunti, senza molto criterio, segni territoriali: piste, tane, ma anche segni incidentali e circostanziali. torna al rimando a questa nota
  7. Per Morizot il pistaggio in generale e quello del lupo in particolare è simbolico e linguistico. Nel quadro di una etologia cognitiva e biosemiotica, ogni ecosistema sarebbe un circuito di rinvio di segni. Di volta in volta, nel corso degli incontri tra uomo e animale, l’autore qualifica e moltiplica le tracce come simboli evocativi, segnali onesti o tattici, indizi, impronte, ideogrammi, panorami o sistemi di segni feronomici e vocali, ecc. Il lupo per es. “escreta simboli”. In questa “arte di condividere i segni” nessuna allusione al sapere ormai secolare accumulato dalla semiotica a vocazione scientifica, da Abbot Thayer alla biosemiotica. Eppure non mancano gli studi sul proto-linguaggio dei lupi, se pur rilevato in condizioni socializzate di cattività. Il repertorio comunicativo lupesco, in particolare le interiezioni e la loro funzione patemica e socializzante sarebbe omologabile al proto-linguaggio infantile dell’uomo (M. Tønnessen, P. Thibault). torna al rimando a questa nota
  8. Vedi l’analisi semiotica di L. Marin nel suo omaggio ad A. J. Greimas che vi tratteggia una esagomo semiotico della struttura etica. Con il lupo, bestia “rabbiosa” del potere, non valgono le argomentazioni ben fondate dell’agnello. torna al rimando a questa nota
  9. Il libro di Detienne, Vernant sull’intelligenza sagace dettaglia la “politropia” degli animali nella caccia e quella degli uomini nella guerra (Ulisse). In particolare la capacità di inversione dei rapporti di forza, attraverso la manipolazione delle tracce nel volpe, nel polipo e nella lepre. V. la Cinegetica di Senofonte vol. 12, e i Trattati della pesca e della caccia di Oppiano, del II secolo d.C. Anche il mito di Atteone, cacciatore travestito – e non metamorfosato – da cervo, divorato come tale dai suoi cani è, un possibile esempio dell’insidiosa reversibilità del camouflage. È stato poi Auerbach a mostrarci il fiuto ricognitivo, l’eupsichia, del cane di un Odisseo, che è nascosto sotto una pelle di cervo, “segno iconico polivalente”(F. Frontisi-Ducrot). torna al rimando a questa nota
  10. Dolone è il protagonista licantropo d’un episodio dell’Iliade (X, 314 ss.). Alleato dei troiani, dopo essersi fatto promettere da Ettore i cavalli di Achille, va in esplorazione del campo greco, mascherato con la pelle di lupo. Viene però a sua volta cacciato e catturato da Odisseo e Diomede preavvertiti da Atena. Ed è ucciso da Diomede, benché avesse tradito i compagni e promesso un ricco riscatto. Il cacciatore di lupi non è tenuto alla promessa fatta tra guerrieri. Mentre il sagace camouflage di Odisseo, travestito stavolta non da lupo, ma da pecora, si trova nel canto IX dell’Odissea: “Ed il loro signore, pur fra gli spasimi orribili, andava palpando sul dorso tutti al passaggio i montoni, via via; né s’accorse, lo sciocco, ch’erano i miei compagni legati alle pance villose. Ultimo venne di tutta la gregge, l’ariete; ché impaccio gli era il suo vello: ché appeso io v’ero, con palpito grande”. Polifemo che è pastore, come i Lestrigoni, e non conosce la métis della caccia, si stupisce che l’ariete sia l’ultimo e non il primo del gregge, ma l’abduzione non è specialità semiotica del mostro, che ha già creduto allo pseudonimo “Nessuno”. Si rivolge incongruamente al montone-Odisseo, che poi lo irriderà riaffermando la superiorità della métis sulla bruta forza. torna al rimando a questa nota
  11. C’è molto lupo nel cane. Le loro impronte si possono però distinguere da un punto di vista statico e dinamico. Statico. È difficile è distinguere le impronte lasciate da un cane di grossa taglia da quelle di un lupo. Occorre che l’impronta sia completa, nel fango o nella neve umida e recente, con tracce ben visibili dei polpastrelli e degli artigli. Dinamico. La differenza tra cane e lupo si nota dal tipo di traccia lasciata dagli animali al trotto o in corsa. Il lupo di solito avanza con uno spostamento rettilineo, ponendo le zampe posteriori sulle orme delle zampe anteriori. La lunghezza del passo è di 70 cm o 80-100 cm al trotto. Nella corsa il lupo lascia impronte quadruple: le due zampe posteriori superano le orme di quelle anteriori seguendo una linea rettilinea Il cane invece tende ad avanzare con uno scarto laterale più o meno accentuato, soprattutto nella corsa, rispetto alla linea retta. torna al rimando a questa nota
  12. Alle controversie sulla nascita del camouflage come disciplina a vocazione scientifica parteciparono cacciatori come F. Rooswelt, presidente USA e pittori, come Abbott Thayer, che ne presentirono prontamente l’impiego nelle tattiche militari (Fabbri). torna al rimando a questa nota
  13. Sarebbe interessante approfondire le tattiche di depistaggio che i cacciatori umani usano rispetto ad altri cacciatori in competizione per la stessa preda. Come l’“aringa rossa”, (red herring) espressione che deriva dal salare e affumicare le aringhe – per conservarle. Le aringhe che diventano così rosso-brune – servivano a sviare su false piste i cani dei concorrenti. Nei paesi di cultura anglo sassone questo espediente significa la fallacia logica di confondere o distrarre intenzionalmente l’interlocutore con argomenti irrilevanti all’argomentazione di un dibattito in corso. Dibattere non è solo argomentare e raccontare ma combattere. torna al rimando a questa nota
  14. Nella nostra prospettiva riesce difficile e persino aberrante Identificare, come fa R. Eisler, il licantropo come il progenitore archetipo di ogni massacro bellico. Meglio ripensare il divenire animale dell’uomo e l’umanizzarsi del lupo e riformulare la tipologia delle guerre. D’altra parte è l’irriducibilità del lupo alla domesticazione che indicare come il trattamento di gruppi umani reali (i folli) o immaginari (gli zombie) sia incompatibile alle condizioni “pastorali” di cattività – l’“enfermement” di Foucault.“It is the wolf that sometimes sets the very conditions for being human” (O’Neilll). torna al rimando a questa nota

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Di Paolo Fabbri
Semiotica online
Paolo Fabbri

Paolo Fabbri è un semiologo italiano i cui studi spaziano in vari ambiti legati al linguaggio, alla comunicazione, ai segni, alle arti.

Attualmente, dirige il CiSS (Centro Internazionale di Scienze Semiotiche) dell'Università di Urbino e insegna Semiotica dell'Arte al Master of Arts presso la LUISS (Libera Università Internazionale di Studi Sociali) di Roma.

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