La vera grandezza di Eco? La passione per i dettagli


Da: Giacomo Mameli, La Nuova Sardegna, 25 febbraio 2016.


Un intellettuale che inseriva i fatti di cronaca in un contesto universale

Subito dopo aver partecipato ai funerali al Castello Sforzesco di Milano, Paolo Fabbri, parlando al telefono, si chiede: «Come salvare Umberto Eco dai luoghi comuni che lui detestava?».

Forse non citando solo “Il nome della rosa”?

«Il libro di Eco più conosciuto nel mondo accademico è indiscutibilmente “Opera aperta” del 1962 dove analizzava la forma e l’indeterminazione nelle poetiche contemporanee. Quel lavoro resta un riferimento per l’estetica e il modello per la fuga degli interpretanti della sua semiotica. Il suo ruolo è stato decisivo per operare veri e propri movimenti tettonici all’interno della cultura italiana e internazionale. In quelle pagine vengono modificate le gerarchie, vengono riscritti i criteri tradizionali di dominanza culturale. In quel volume emergeva la composizione fra talento e fortuna trasformandola in quella che Victor Hugo chiamava una forza che si muove. Tale era Umberto, una forza, l’italiano più conosciuto nel pianeta o se preferite l’intellettuale planetario più conosciuto in Italia. Era l’uomo che sapeva troppo, il dotto enciclopedico che ha anticipato l’avvento di Google e di Wikipedia. Una miniera di citazioni, tutte esatte fino al dettaglio, sia che riferisse una frase di Erodoto o un verso di Leopardi, sia che si trovasse in un’isola della Polinesia o a Carloforte nell’isola di San Pietro».

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Eco inizia a lavorare nella nascente industria culturale.

«Sì, nasceva una generazione molto aggressiva rispetto alla precedente, più laica, più aperta al mondo. È il gruppo di Gae Aulenti, Tullio Gregotti, Eugenio Scalfari, Edoardo Sanguineti. Sono uomini che imprimono un ruolo culturale direttivo. Ce ne rendiamo conto constatando che la generazione successiva perde il proprio turno tra utopie politiche, evasioni nella droga e altre dispersioni globalizzate. Eco usa sempre l’ironia. Scrive una “Estetica dei parenti poveri” in cui elenca l’evoluzione del tratto grafico da Flash Gordon a Dick Tracy, mette insieme l’esistenzialismo e Peanuts, il gesto e l’onomatopea del fumetto, gli schemi standard di soluzioni narrative, dà una traccia agli studenti per scrivere una tesi di laurea, si occupa di Topolino e Paperino, di San Tomaso d’Aquino e di Mike Bongiorno. È Umberto Eco – lo avevo scritto per Alfabeta – che analizza le diverse forme di comunicazione, la consacra a scienza, inventa l’influenza dell’eco magnetica nell’evoluzione della vocalità dopo i Platters, l’uso estetico del telefono fino all’estetica della partita di calcio, per arrivare a fare la risonanza magnetica ai fumetti e alla tv fino ad “Apocalittici e integrati” dove è già tracciata la disciplina semiotica come legante del rizoma enciclopedico».

Molti lo hanno giudicato poliedrico, volta per volta di multiforme ingegno.

«Ma non è così. Eco era il contrario, un oggetto geometrico che non cambia aspetto a seconda dei luoghi d’osservazione. La sua personalità creatrice la si ritrova intatta in ciascuna delle varie attività che svolgeva. Adattava la cultura, la conoscenza alla realtà quotidiana, analizzava un fatto di cronaca e lo sapeva inserire nel contesto dell’universo mondo. La sua carriera è stata feconda di – fraintesi, era impegnato nella ricerca hard – l’estetica medievale – e avrebbe pianificato una carriera accademica ma Luigi Pareyson, un mandarino dell’estetica con cui Eco intendeva collaborare, gli preferì Gianni Vattimo».

Eco diceva di se stesso di essere un contemporaneo. Che cosa intendeva un intellettuale che tutto sapeva del passato?

«La sua contemporaneità implicava un’acuta sensibilità del momento opportuno. Diceva che non bastano gli intenti, ci vuole fortuna e tempismo. Eccome se era tempista, afferrava l’attimo, acciuffava le occasioni al loro passaggio, sapeva prendere l’onda del surf al momento giusto, sapeva e insegnava che l’onda contemporanea è quella della comunicazione. Comunicava, sapeva comunicare, con una ironia e un umorismo che non lo abbandonavano mai, parlasse di Esopo o di Foucault. Mi chiedo ancora: se nessuno come lui ha saputo cogliere il vento e guidare la nave in porto, quanto ha contato il suo carico? La sentenza a noi contemporanei. È ardua ma non è il caso di farne un caso”.

In un’intervista a Radio Sardegna nel luglio 2010 Eco disse che che l’isola assegna all’uomo un modo unico di analizzare le cose.

«Eravamo insieme a Carloforte. Aveva detto che l’isola è quella di Robinson dalla quale si vuole scappare, ma è anche l’isola di Salomone che non si trova, che è l’isola di utopia che non c’è. E poi c’è l’isola di Carloforte o l’isola di Sardegna o la grande isola dell’Inghilterra. Aveva detto che proprio in Sardegna aveva sentito quanto è forte il sentimento dell’essere isolano. Si sentiva un gatto che era andato a un convegno di cani. Diceva che è bello anche sentirsi isolati e allo stesso tempo poter essere raggiunti. Sì, l’isola ha il suo fascino. Verso le dieci del mattino lo aveva chiamato sul telefonino un suo amico di Los Angeles. Umberto passeggiava sul lungomare. Aveva commentato: ma allora non sono in un’Isola. Tutto il mondo è un’isola e ogni isola è il mondo».

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