Le parole della crisi


Intervista con Tonino Bucci, Liberazione, Giovedì 9 Ottobre 2008.


La politica inizia dalle parole che scegliamo. La stessa cultura è fatta di linguaggio perché è grazie alle parole che l’essere umano è un animale simbolico in grado di nominare le cose in loro assenza. Che gran parte dell’ideologia che governa le nostre vite e le nostre menti passi attraverso le parole con le quali il mondo viene raccontato quotidianamente è testimoniato, ad esempio, dal lessico che in questi giorni è utilizzato per descrivere la crisi finanziaria. “Catastrofe”, “panico”, “paura”, “collasso” e via scrivendo non sono termini neutri, non sono sic et simpliciter lo specchio delle cose esterne, come ingenuamente si potrebbe credere. Fanno pensare piuttosto a un processo irreversibile, a un processo naturale, all’ineluttabile svolgimento di leggi oggettive. E cosa nascondono quelle parole? Che cosa, mentre le pronunciamo, ci impediscono di nominare quelle parole? La politicità delle cose umane, si potrebbe rispondere. Opinionisti e direttori di grandi quotidiani si sbracciano per ricordarci che le crisi sono “fisiologiche”, che l’economia ha i suoi cicli ricorrenti come le stagioni dell’anno. Non una parola – è il caso di dire – sulle scelte e le ideologie che hanno ispirato negli anni le classi dirigenti: le privatizzazioni, le deregulation, l’assoluta libertà degli speculatori sui crediti a rischio… L’economia è fatta di discorsi e ogni discorso ha la sua strategia retorica, le sue leggi di significazione, i suoi effetti performativi sui comportamenti. Come può intervenire la semiotica su un campo come l’economia che è lasciato in mano agli specialisti o, all’opposto, in balia del linguaggio dei media? La domanda la rivolgiamo a Paolo Fabbri, docente di semiotica all’università di Bologna.

Quando parliamo noi compiamo un lavoro importante: trasformiamo le parole nel momento stesso in cui le utilizziamo. Non ce ne accorgiamo più?
È sintomatico che sia stato un sociologo, non un linguista, a richiamare l’attenzione sull’uso del linguaggio nel nostro tempo. Ulrich Beck, che tra l’altro ha coniato la teoria del rischio, ha detto che un tempo si lottava sui mezzi di produzione, mentre oggi lottiamo per i mezzi di definizione. Ha ragione. Oggi, definire un problema in un modo o nell’altro provoca effetti decisivi non solo sul modo di percepire la realtà, ma anche sul modo in cui la inquadriamo e la orientiamo.

La parola più usata è “crisi”. Ma è singolare che questo avvenga in un orizzonte dal quale è scomparso invece il termine critica. No?
La crisi dovrebbe insegnarci l’uso della critica. È stato abbandonato il pensiero critico. Persino in letteratura si dice che c’è stata l’eutanasia della critica. Lo dico anche riguardo all’arte. In giro non ci sono più critici. Vediamo solo persone che organizzano e allestiscono mostre. Nessuno fa più un discorso critico. Ci si limita al montaggio. Io penso invece che nei periodi di crisi il discorso della critica sia più che mai necessario. La prima cosa che la critica dovrebbe fare è definire i mezzi di definizione che utilizziamo.

L’oblio della critica ci porta a considerare la crisi come un processo naturale indipendente dalle nostre scelte. Non crede?
Ci raccontano la crisi come qualcosa che cade dal cielo. È proprio così. La scienza finisce per vedere le cose come naturali. Il vecchio Roland Barthes – lui che si definiva semiologo brechtiano -diceva che il trucco non è aggiungere ai beni un sovrappiù di valore come Marx aveva spiegato. Il trucco è che, una volta aggiunto quel valore arbitrario, lo si naturalizza. Questo trucco funziona ancora oggi. Non si tratta solo di attribuire a un bene un valore diverso da quello che funzionalmente ha – come avviene per gli oggetti del design, ad esempio, che hanno funzioni elementari e vengono rivestiti di funzioni simboliche. Questa cosa Marx l’aveva vista benissimo e l’ha chiamata il “geroglifico del valore”. Qui il trucco è che il valore viene naturalizzato e trasformato in natura. Di qui l’idea di una critica che per me resta attuale, di una semiotica che serva a denaturalizzare questa pseudo-natura simulata nel linguaggio.

Qui ci scappa un’altra citazione del vecchio Marx che nel “naturale” intravedeva un espediente per occultare il carattere storico e sociale del capitalismo. Il profitto non è mica una legge di natura, no?
Il vecchio Marx aveva ragioni da vendere. Brecht aveva un’idea di semiotica in mente quando criticava la naturalizzazione dell’economia e incitava a far uscire fuori la mano che tira il sasso.

Il caso del potere finanziario è sintomatico. È l’astratto che si configura come esperienza quotidiana e naturalizzata…
Questo è il problema. Aggravato dall’assenza di strumenti critici. Non appena qualcuno in televisione comincia a parlare di Robin tax e di tassazione sulle speculazioni finanziarie subito viene bloccato dal presentatore di turno. “Non andiamo troppo sul tecnico”. Così il discorso sulla crisi si mantiene sul sentimentalismo. Mi spiego. Quella di oggi è un’epoca revisionista sui sentimenti. Si dice che siamo tutti angosciati per la situazione. Ma si può chiamare davvero “angoscia”? Forse è “paura”? Neanche. Forse è “spavento” quello che proviamo. Le paure sono durevoli. Noi siamo nell’epoca dello spavento. Pensiamo alle reazioni immediate che abbiamo ogni volta che apriamo il giornale alla mattina. Non siamo angosciati. Noi passiamo di spavento in spavento. Se fosse davvero angosciata la gente spenderebbe meno oppure si deciderebbe a spendere di più per non far cadere la produzione. La verità è che viviamo nel presente di spavento in spavento. Siamo pieni di compassione. Vediamo la televisione, vediamo i poveretti che sbarcano a Lampedusa in condizioni pietosa, vediamo quelli che vivono sotto i ponti. Ma sono solo stati sentimentali immediati che non producono in noi scelte durature.

Abbiamo perso l’idea di futuro e la speranza di governare e controllare il corso del mondo?
Per carità, non voglio dire che sia scomparso l’impegno nella nostra società. Il nostro è ancora un paese di iniziative individuali e di gruppo, ci sono associazioni di volontariato. Resta il fatto che la storia in Italia non l’hanno mai fatta le masse. Per tornare a Beck, la gente oggi si sente in “apprensione”. È una parola più debole di “paura” e viene usata poco. La mia tesi è che questa apprensione deriva dalla percezione generalizzata del rischio. La situazione è “rischiosa”. Beck, uno dei sociologi più intelligenti dopo la scomparsa di Bordieu, ha detto una cosa interessante. Noi siamo in apprensione non per i rischi che corriamo, ma per i rischi che si corrono per rimediare ai rischi. È una frase geniale. Se oggi avessimo la fiducia nella tecnologia o nella scienza o nella politica o nella religione, l’esistenza di rischi oggettivi sarebbe meno grave nella percezione comune. L’idea che prevale, invece, è un’altra. Se si intervenisse su quei rischi si provocherebbero pasticci ancora più gravi. Nessuno si fida più di nessun altro nel modo di controllare i rischi.

È la sfiducia nella possibilità di governare il mondo?
Anche peggio. È la sfiducia che governandolo, il mondo potrebbe diventare peggiore di quanto non sia già adesso. Il principio di precauzione oggi lo interpretiamo così: non facciamo più niente, meglio non muoversi e restare fermi. È la fine di ogni iniziativa.

Pensiamo a come si usa in questi giorni la parola “catastrofe”. La intendiamo solo come un processo di peggioramento mettendo da parte l’accezione positiva che c’è nell’etimologia del termine. Catastrofe è anche “rivolgimento”, “scioglimento di un intreccio”. O no?
C’è chi parlando di catastrofe in questi giorni ha citato il matematico René Thom. Il fatto che a un certo calore una cosa fonda per Thom è una catastrofe. Ma interpretata in questo modo non è più discontinuità, è un passaggio da uno stato all’altro per processo chimico. Noi invece ci troviamo di fronte a una biforcazione, quanto meno. Anche la rivoluzione nei secoli scorsi era intesa come rivolgimento. Ma la percezione linguistica cambia. E il linguaggio non ha a che fare solo con il cognitivo, con la conoscenza. Produce anche effetti nei comportamenti. Il linguaggio non è solo rappresentazione, è anche forma. Non abbiamo più idee propulsive e viviamo nelle scorie della storia. Ma non è che torniamo indietro. È che viviamo nei frantumi.

Se l’uso del linguaggio è così importante non sarebbe il caso che anche nell’università si allargasse la semiotica e la critica letteraria al lessico dell’economia e dei media?
Sì, ma lo studio sulla comunicazione ha prodotto una vera pappa. Perniola ha scritto un saggio contro la comunicazione e mi trovo d’accordo in tutto e per tutto. Qualcosa non gira per il verso giusto. Io penso che l’università attuale non è più il luogo dove si possa elaborare cultura e riflessioni originali. Infine: si dovrebbe studiare di più la retorica degli economisti. Questo è vero. Gli economisti si presentano come profeti che enunciano la necessità ineluttabile delle “leggi di bronzo”. Ma gran parte del discorso che fanno è un discorso a vocazione efficace. È una retorica che si avvale di istogrammi, schemi, statistiche, grafici, curve. Ma è pur sempre una retorica. Poi si scopre che nessuno aveva previsto la crisi. E se qualcuno ci azzecca è per caso. Per questo avremmo bisogno davvero di una critica.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento