Lo scrittore Fabbri a Noicàttaro per il «Libroscopio»


A cura di Oscar Iarussi, La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 novembre 2012.
www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=571700&IDCategoria=470


Chissà se per parlare dell’homo roboticus il professor Paolo Fabbri non prenda le mosse dal Casanova di Federico Fellini (1976), il seduttore/bamboccione stregato dagli automi al punto da imitarli nell’amplesso. Il semiologo riminese e studioso di fama internazionale sarà oggi ospite del «Libroscopio» a Noicàttaro per un dibattito sulle «nuove antropologie» robotiche. Il settantenne Fabbri, tra una lezione in California e un seminario in Australia, non ha mai trascurato la ricerca sul cinema del regista conterraneo, cui ha dedicato conferenze e volumi fra cui il recente Fellinerie (Guaraldi ed., 2011). Fabbri è stato anche l’ultimo direttore della travagliata Fondazione Fellini, nata nel 1995 per volontà della sorella Maddalena e del Comune di Rimini, che – recita una malinconica epigrafe sul sito web – «è temporaneamente chiusa in attesa della costituzione della nuova Fondazione».
Dopo i bisticci e i pasticci che in Riviera come altrove si sono prodotti nel tempo delle vacche grasse, ora pascolano a stento quelle magre: persino la florida Emilia Romagna – che può vantare pingui Casse di risparmio, università di prestigio, la corazzata delle cooperative – non trova il modo e il denaro per onorare e divulgare l’opera del maestro. Tanto più dopo il terremoto di sei mesi fa. Rimini è guidata da giovani amministratori di centro-sinistra: sindaco è il quarantenne Andrea Gnassi per la cui elezione nel 2011 si mobilitarono Zavoli, Procacci, Veronesi, Nesi; assessore alla Cultura, lo storico dell’arte Massimo Pulini. Entrambi lo scorso 31 ottobre, diciannovesimo anniversario della morte di Fellini, hanno inaugurato una sala nel Museo cittadino riservata al Libro dei sogni di Federico, prologo del cosiddetto «fellinianno 2013».
L’anno prossimo infatti cadranno gli anniversari di I vitelloni (1953), 8 ½ (1963), Amarcord (1973) e E la nave va (1983), oltre naturalmente al ventennale. Nel Museo sono ora in visione i due album autografi del Libro dei sogni sui quali Fellini appuntò e disegnò memorie e illuminazioni notturne, visioni dal dormiveglia. Una cuccagna per qualsiasi strizzacervelli, ma anche per il lettore (ve n’è una edizione Rizzoli del 2007 a cura di Tullio Kezich e Vittorio Boarini). Pagine di un magnifico «diario» dal 30 novembre 1960 al luglio 1990, che spesso ispirarono i suoi capolavori, riflettendo ed elaborando le relazioni diurne. Per fare un esempio, mentre Pasolini è impegnato nei sopralluoghi di Accattone (1961), la «Federiz» di Fellini & Rizzoli rinuncia a produrre il film e si incrina l’amicizia tra Pier Paolo e Federico. Questi però continua a sognarlo: «Nella cameretta a Rimini, dove ragazzetto studiavo, (trenta anni fa) sono a letto con Pasolini. Abbiamo dormito insieme tutta la notte come due fratellini o forse come marito e moglie perché ora che lui si sta alzando in maglietta e mutandine per andare verso il bagno, mi accorgo che lo sto guardando con un sentimento di tenerissimo affetto».
Il fascino del Libro dei sogni felliniano è apparentabile – a proposito di inconscio – a quello di The Red Book di Carl Gustav Jung, diario dello psichiatra svizzero scritto tra il 1914 e il 1930 e conservato in una cartella di pelle rossa, arricchito da oltre duecento disegni e decorazioni. D’altronde, Fellini attinse agli archetipi junghiani e frequentò più di uno psicoanalista. Il Libro dei sogni va ben oltre la galleria di signore prosperose e di personaggi caricaturali che intessono un immaginario «felliniano» tanto ammanierato quanto equivocato (invero Fellini non fu mai carnascialesco, sebbene il prossimo Carnevale di Putignano abbia deciso di dedicargli tutti i suoi carri allegorici).
E se Gnassi batte giustamente sul tema della «smusealizzazione» del regista, Paolo Fabbri e un altro «storico» sodale riminese di Federico, l’editore Mario Guaraldi, intanto hanno deciso di rinverdirne il patrimonio onirico. È un Fellini «vivo» ad affiorare nell’edizione digitale integrale del Libro dei miei sogni, a cura di Fabbri e Guaraldi, articolato in tre distinti eBook 1960-64, 1965-70 e 1973-90, in italiano, inglese o spagnolo (euro 5,99 ciascuno, www.guaraldi.it/fellini/). L’iniziativa è stata lanciata da poco sulla home page di Amazon e sta riscuotendo interesse. Guaraldi, noto marchio post-sessantottino versato allora nella sociologia e nell’analisi dei mass media, è forse il primo caso europeo di un piccolo editore che riesca a soppiantare nell’edizione digitale un colosso come Rizzoli.
Rispetto alla versione cartacea in cui naturalmente balzano all’attenzione in primis i celebri disegni felliniani, qui l’approccio è più filologico e al tempo stesso più suggestivo: il testo trascritto è messo a confronto con il manoscritto, proposto in sequenza cronologica grazie alla scansione degli anni con il costante rimando ai film che nel frattempo venivano girati. Mentre l’indice dei nomi diventa un altro punto da cui partire per le possibili ricerche testuali.
Fabbri e Guaraldi non celano un certo spirito polemico quando ricordano che la scelta adottata finora di privilegiare l’aspetto visivo dei fogli, «stante il contenuto per definizione sessuale di ogni sogno, ha finito col trasformare Il libro dei sogni in una sorta di fumettone erotico, quasi a convalidare il luogo comune di un Fellini maniacalmente attratto da donnone tettute e culone». Laddove, chiosa Fabbri, la calligrafia felliniana «precisa ma piena di rabbiose cancellature» e i disegni del risveglio «quasi freudianamente regrediti sono segnacci di sogni».
Una narrazione dell’inconscio che continua a sedurre in ogni dove. Fabbri è reduce da Città del Messico dove è stato relatore in affollati incontri dedicati a Fellini, il quale annoverava Viaggio a Tulum tra i suoi leggendari film irrealizzati/irrealizzabili insieme al Mastorna. E a Los Angeles si sono concluse le riprese del film brasiliano Fellini Black and White di Henry Bromell, con Wagner Moura (uscirà nel 2013). È la storia, ambientata nella California del 1957, del primo viaggio di Federico in America per il premio Oscar a La strada (ne avrebbe vinti altri quattro), durante il quale scomparve per due giorni. Cosa accadde in quelle quarantotto ore resta un mistero, quasi quanto il perché l’Italia non ami l’italiano che riserva più occorrenze di qualsiasi altro sul web. Fellini è citato oltre 14 milioni di volte. Già, il visionario dell’Italia a venire pare condannato in patria a qualche occasionale amarcord.

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