Guerra di parole, la politica è già in Iraq


Articolo di Jacopo Iacoboni, La Stampa, 8 Febbraio 2003.


Frasi che evocano “conflitti”, metafore belliche, scambi di accuse in cui l’amico è un “combattente” e il nemico un “disertore” o un “sabotatore”, fiorir di “kamikaze” non solo in Medio Oriente, accessi di “demonizzazione” dell’avversario e connessa recriminazione degli stessi (“mi demonizzano”), grida di indignazione (“vergogna!”), “colonnelli” come mediatori, il ritorno in auge con altro senso della parola “militante”, il sostantivo “pace” e derivati (“pacifista” e “paciere”) usati senza pace… Alle prese con l’Iraq e stordita da parole di guerra, la politica le esorcizza con una guerra di parole. Al posto dell’azione, la rappresentazione?
La domanda, in termini lievissimamente differenti, se l’è posta il semiologo Paolo Fabbri, amico di Umberto Eco, professore al Dams bolognese, antico glossatore tra le pieghe della politica postmoderna. Che cosa ci ha trovato, oltre al fatto che sono le pietre a esser diventate parole? Ha trovato, come da titolo del suo libro in uscita la prossima settimana da Guaraldi, un Lessico del politicamente scorretto che affonda le unghie nella politica mediatica, ne scorge il tratto teatralmente verboso, ne individua infine il carattere nel definitivo commiato dal “politicamente corretto”.
Quello era l’autoassicurazione delle classi dirigenti della politica politicante, e s’era tradotto in una lingua consegnata agli annali come “politichese”. La politica-come-happening ne parla un’altra: “Le cose e le parole – dice Fabbri – non stanno più così. Si snoda ormai per il pianeta il grande racconto della globalizzazione, racconto che viene proferito anche in Italia con parole politicamente scorrette. Chi le parla lo fa per lo più con voci prese a prestito: anche nel linguaggio si pratica lo spoils system”.
Dov’è la scorrettezza? Tutte queste parole sanno di scontri, ma solo verbosi, evocano apparati ed eserciti, però puramente scenici, scomodano tempeste d’acciaio, che restano infine nei documenti cartacei delle aule (da Montecitorio al Palazzo di vetro). Se c’è solo un modo dì essere cattivi, recitare, ecco che la politica oltre a “guerra” parlerà di “guerrafondai”, “kamikaze”, “interesse (in conflitto)”, “odio”, “terrorista”, “tolleranza zero”, “cecchino”, “estremista”, “combattimento”, e sostituirà i sentimenti coi risentimenti, “indignazione”, “demonizzazione”, “vergogna”.
Avete dubbi? Prendete la seduta alla Camera dell’altro giorno, D’Alema che dovendo attaccare il Cavaliere ovviamente lo accusa di “minare l’unità dell’Europa”; il presidente dell’assemblea, Pier Ferdinando Casini, che dovendo stigmatizzare la bellica azione pacifista di Paolo Cento sbotta, “indegna gazzarra”; il Piero Fassino che due giorni prima rinfaccia al primo ministro di provocare “la guerra civile“; e alla fine l’accusato che, per distinguersi, deve ricorrere al latinorum nella solenne aula di Palazzo Madama, “si vis pacem para bellum”. Sempre guerra recitata, cioè guerra di parole?
Fabbri non auspica la guerra guerreggiata: ma è persino possibile che l’unico modo per evitarla sia tornare a capire che “le parole sono importanti”. Ergo: riconquistarne il senso. Scorrete il dizionario, ce n’è per l’appellativo “Cavaliere”, feudale, marziale e mal compreso: semantica dice che “c’è un Cavaliere I, contraddistinto da nobiltà, lealtà e disinteresse e un Cavaliere II, quello che accudisce abitualmente un cavallo”. Ce n’è per il triplo verbo borrelliano, anche quello militaresco, resistere-resistere-resistere (“è vero, come dicono i teorici della guerra, che c’è un vantaggio della difesa, ma solo se è fatta di tanti movimenti di contrattacco. Altrimenti resistere è reattivo, se non reazionario”), per l’epiteto “riformista” (“è riformista chi vede la politica come impresa commerciale o lifting amministrativo?”), per i girotondini che a forza di girare stanno fermi e cadrann per terra…
Chissà se la politica che recita la guerra può trovare pace: forse, suggerisce Fabbri, gliela darà un neologismo. Basta con i “paciosi” (“quelli che vogliono stare in una Pace che dovrebbe regnare a ogni costo”) e i guerrafondai, la pace è “un evento da costruire” e i muratori hanno già un nome: si chiameranno “pacifondai”.

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