Bisogna difendere la “babele delle lingue” contro il rischio dell’omologazione anglofona planetaria


Le reti di Dedalus, Newsletter del Sindacato nazionale scrittori, n. 5, Ottobre/Novembre 2005.


Sull’Unità del 15 settembre 2005 Lello Voce intervista Paolo Fabbri, organizzatore di un convegno a Venezia, alla Fondazione Cini, dal titolo criptico di Le architetture di Babele¸ per domandarsi se la babele contemporanea delle lingue sia una catastrofe o una risorsa. Paolo Fabbri risponde salomonicamente che, dipende, «le lingue possono costruire le alterità più radicali, e votarsi alla uccisione di altre, o convivere nella più proficua commutazione di codice». La questione è, evidentemente, politica. Fabbri, che ha l’intelligenza del punto di vista innovativo, sgombra il terreno culturale per indurci alla scelta politica del secondo corno, quello democratico, del dilemma, chiarendo che, primo, ormai ci siamo liberati «dall’idea che le lingue e le culture classiche avessero il monopolio della bellezza e della conoscenza»; secondo, la situazione materiale pare sia «che i due quinti degli uomini parlino solo una dozzina di lingue, ma tra questo e l’estinzione di massa (si favoleggia del 90%!?) ci corre», giacché pare anche che «siano ancora vivi gli ultimi locutori di metà delle 6.500 madrelingue parlate sulla madreterra»; quindi le lingue vive si difendono, alcune non muoiono (es. il basco), altre rinascono (es. l’ebraico), altre sopravvivono impoverendosi (i pidgin), altre poi nascono ex novo (le lingue creole); terzo, nella mondializzazione (termine derivato da Derrida che semplicemente «caratterizza la portata del fenomeno» e va preferito a globalizzazione che implica invece l’uniformità) figura centrale diviene la migrazione, «di uomini, d’informazioni e di oggetti: capitali, saperi, tecniche»; il che allude, palesemente, di nuovo a una questione politica; infine, quarto, l’affermazione di una lingua unica, l’inglese, sarebbe una catastrofe (dato l’impoverimento culturale che ciò introdurrebbe nella «comunità immaginaria di valori e di relazioni» di cui una lingua ha bisogno per esistere e date le sue contraddizioni: ha un registro bilingue, si differenzia al contatto con le altre lingue, si limita solo ad alcuni registri della comunicazione), mentre d’altronde è già in atto l’alternativa, cioè la visione comparatistica e traduttiva. La traduzione, secondo Paolo Fabbri, diviene il cardine della scelta politica di cui s’è detto, perché «non sopprime le lingue, le arricchisce», (quando naturalmente sia frutto di un lavoro formativo culturalmente adeguato), tanto più che la traduzione di un testo «va sempre rifatta, perché cambiano le lingue in gioco». Questo per dire quanto la cultura abbia bisogno di politica e quanto la politica abbia a che fare con la cultura.

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