Arrivano i Barbareschi!


Da: Alfabeta2, aprile 2015.


Non toccherebbe ad un semiologo, figuratevi, far appello a Clio, la trascurata musa della storia. Ci sono però occasioni difficili da rifiutare, quando lo storico soffre di ambliopia – termine greco composto da “ops“, ottico, ed “amblyos” che significa “ottuso”. Insomma quando lo storico, che ha pur frequentato gli scritti decisivi di Braudel sul Mediterraneo, ha l'”occhio pigro”: un disturbo dell’acutezza visiva, comune a politici e periodisti. Anche se la storia sarebbe, c’insegnano, sempre contemporanea.
Eppure se ne sanno tante sui Barbareschi, pirati arabi del Nord Africa che praticavano colle loro imbarcazioni in Mediterraneo, la più antica industria di questo mare: la corsa di Ponente per commerciare in schiavi. Organizzazioni “criminali” con sedi nelle reggenze turche di Tripoli, Tunisi, Algeri; corsari in vivace concorrenza nel reclutamento forzato e nell’impiego di manodopera a bassissimo costo e nessun diritto. E nella richiesta di congrui riscatti. Una lucrosa attività di commercio marittimo di vite umane in condizioni di conflitto: la jihad era motivo e pretesto per la cattura e lo scambio di uomini e donne che alcuni calcolano sul milione e duecentocinquantamila persone. Operazione tollerabile quando non si trattava di europei, anzi ampiamente consentita e promossa quando si trattava di schiavi neri, ma intollerabile per l’Europa quando lo schiavo era occidentale.
La navigazione schiavista suscitò infatti un’accesa reazione che diede l’avvio – la ragione e il pretesto – alla colonizzazione dell’Africa del Nord. Dal bombardamento dei “barconi” di Algeri da parte del Re Sole – a cui spiaceva peraltro rinunciare ai suoi schiavi rematori turchi – agli sbarchi dei marines USA (1801-5), fino all’occupazione via terra di Carlo X nel 1830. Rammentiamo però che l’intervento – in cui si potrebbero riconoscere, anacronisticamente, alcuni tratti contemporanei -, fu vigorosamente sostenuto dagli ordini religiosi. I Trinitari, detti “padri redentori”, o i Mercedari – pagavano la mercede per chi era alla mercé del barbaresco – i quali mobilizzarono le popolazioni in una causa cristiana e Occidentale. La regola stabiliva che i frati della Casa della Santa Trinità dovessero riscattare i cristiani fatti schiavi dai pagani in cambio di denaro o di schiavi pagani di loro proprietà. Seguirono ai religiosi le città e gli stati, secondo logica della secolarizzazione. Si pubblicavano Memorie di forzati “migranti”, e si organizzavano processioni di ex-prigionieri catturati e forzosamente circoncisi. Le facciate delle chiese occidentali vennero decorate dei ceppi degli schiavi liberati, sotto l’occhio vigile del patrono, S. Leonardo. Mentre circolavano stampe orripilanti di torture in cui le vittime dello “scafista” barbaresco venivano variamente suppliziate, contribuendo alla solida reputazione del musulmano torturatore e sodomita: le anime si sa vengono corrotte via il corpo. Si crearono allora i luoghi comunissimi nella percezione dell’Islam? E il mito della conquista motivato dalla difesa dell’Occidente bianco e cristiano?
Inutile dire che la colonizzazione provocò poi, di ritorno, anche nei paesi occupanti quelle discriminazioni etniche che perdurano nonostante i molti anni trascorsi e i frequenti inganni. Curiosa, sbilenca coincidenza infatti che dopo la guerra d’Etiopia si ebbero le leggi razziali.
La storia non si ripete all’identico, ma ora balbetta di abbordaggi e naufragi. E non è magistra vitae, soprattutto se dimenticata. In tempi ipomnestici, una conclusione tuttavia s’impone. Eravamo persuasi che il mare che sta tra le terre – e che i turchi non chiamano Mediterraneo ma mar Bianco (ak), perché sta tra il mar Nero e il mar Rosso – fosse ormai di competenza di Calia, la musa contemporanea della Scoria. Una pattumiera industriale e una risacca turistica. E invece no o non ancora. In questo “spazio transizionale” la storia prosegue nel suo racconto pieno di rumore e furore; non ha ancora gettato l’ancora nei profondi cimiteri del Mediterraneo.
Dico a te Clio!

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