Le comunicazioni di massa in Italia: sguardo semiotico e malocchio della sociologia


Da: Versus, quaderni di studi semiotici, Fabbri, Milano, n. 5, anno IV, maggio / agosto 1973.
Questo testo trascrive la relazione tenuta al Convegno dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici (Pavia, settembre 1972). Il testo apparirà successivamente nel volume degli Atti del convegno stesso, di prossima pubblicazione.


 

«Les sens, à tous les sens du mot, fabulent»
G. CANGUILHEM

0. Diacronia dell’occhio: l’Ars Interveniendi e un letto di Procuste

Nel confronto con le altre scienze dell’uomo la semiotica non può porsi come superscienza della significazione, unica “chiave di senso… per li segni bui” (Dante); e neppure può ritagliarsi un oggetto delimitato da coordinate spazio-temporali, separato da altri oggetti con complesse relazioni prossemiche di fuga e di rispetto.
La problematica semiotica non pratica un’ars inveniendi oggettuale (seppure, come la sociologia, d’oggetti interstiziali), ma un’ars interveniendi: i suoi concetti connettono e traversano psicologia e linguistica, sociologia e teoria dell’informazione, logica e tecnologia, teoria dei giochi, psicanalisi. Il suo campo problematico è ortogonale alla classificazione delle altre discipline; più che una nuova terra (Eldorado e Tule dell’ultima impossibile superscienza) è una traversata, rete di nodi comunicativi, punti di dispatching concettuale; il suo tipo di complessità è dell’ordine che Wiener preconizzava alla cibernetica, una terra occupata da molti eserciti. La semiotica articola una ibridazione che si vorrebbe feconda. D’altra parte la sua posizione, se la promette al privilegio e al servaggio dei sistemi a gradi elevatissimi di complessità (quelli culturali, anche se di massa), la dichiara coerentemente promessa ad una vocazione meta-scientifica. Luogo d’interferenza e d’interreferenza, la semiotica si presenta come una “complessione” regionale, spartita in maniera arbitraria, dove i concetti, lavorati e diventati polivalenti, sono oggetto d’una transazione incessante con altre discipline, secondo un reticolo di trasporti – esportazioni e importazioni – regolati. Non è quindi scienza di referenza perché dipende, più che da questo differenziale regionale, dall’intera enciclopedia-panoplia delle scienze umane. E proprio il riflettersi nelle altre discipline le dà il diritto di autoriflettersi. Meditazione sulla interferenza e la traslazione concettuale, la semiotica ne trae un privilegio sulle altre scienze dell’uomo, quello d’essere la scienza critica della scienza che è; rispettando, per esplicito calcolo, il senso profondo del funzionamento (non cartesiano ma leibniziano) delle scienze [Kristeva, 1969; Serres, 1972].
Tanto più difficile la scissione d’un campo subregionale (semiotica e sociologia ‘italiane’ delle comunicazioni di massa) dove riconoscere una epistemologia della pieve. Meglio presentare una problematica sistematica delle scienze umane che trattano della cultura trasmessa e organizzata dalle comunicazioni di massa e tabulare sulla sua griglia i contributi di presenza e di assenza in Italia. L’attante soggetto del mito di fondazione d’una rassegna, anche se esegue le sue performances alla condizione d’una improbabile omogeneità combinatoria e selettiva dello sviluppo scientifico, è Procuste. L’arbitrario del découpage è inevitabile: le ricerche sulle comunicazioni di massa – non ho detto le ‘buone’ ricerche – sono fitte. Il faut se tirer de l’infini des faits par un jugement de leur utilité ultérieure relative (Bachelard). Questa rassegna è disposta secondo la utilità ulteriore relativa della semiotica e non della sociologia. E sarà teorica: irrilevante dunque ed indispensabile.

1. Una crisi: cause esterne, cause interne

Il sociologo della comunicazione di massa sembra oggi vittima d’una illusione stroboscopica. Continua a vedere continuo là dove sa che esiste discontinuità. Nonostante sia d’accordo sulla crisi generale della sociologia e in particolare di quella della comunicazione di massa, la persistenza disciplinare non sembra posta in causa1. Ci sono ragionevoli probabilità che il riconoscimento della natura della crisi non sia accompagnato da un’interrogazione teorica adeguata.
Si tratta quindi, in primo luogo, di rendere ragione della situazione ‘critica’ delle comunicazioni di massa sottoposta ad una duplice causalità che ne disarticola la pertinenza:

  1. causalità esterne quali (a) i movimenti societali collettivi di contestazione politico-ideologica e la loro critica della società industriale fondata sui consumi di massa e permeata dei contenuti veicolati dai mass media, (b) una nuova strategia dell’attenzione ai tentativi d’informazione alternativa (che incide sul messaggio come forma significante, attenta cioè ai canali e ai codici) e di controinformazione (con incidenza sul piano dei significato ideologico antitetico) [Baldelli, 1972; Eco, 1971c], (c) l’invenzione tecnologica, con implicazioni importanti per la produzione e la trasmissione dei messaggi [Fulchignoni, 1972];
  2. causalità interne alla pratica teorica della sociologia in generale e a quella massmediatica in particolare. Si tratta qui di una vera e propria rifusione (refonte) teorica: un certo numero di problemi rimasti insoluti all’interno dei paradigma massmediologico, strutturato per nozioni psicosociologiche e un certo numero di conclusioni positive, si sono disposti secondo un paradigma nuovo, informazionale prima, semiotico poi. Questi modelli sono lontani dall’unificazione teorica, come si vedrà anche nel corso di questa rassegna. Riteniamo che, nella serie autonoma dello svolgimento teorico, sia il paradigma semiotico che qui interroghiamo a porre più radicalmente un nuovo principio di pertinenza. L’esame della causalità interna al discorso specifico di questa disciplina spiega un significato esemplare nel rapporto più vasto tra semiotica, come scienza della significazione e le altre scienze dell’uomo. Lo studio della cultura di massa, che è stato, non a caso, uno dei luoghi privilegiati del rientro semiotico [Barthes, 1971], continua oggi a costituire un luogo epistemologico critico.

1.1. Il paradigma tradizionale delle sociologie dei mass-media

Prima di passare a questa descrizione è necessario collocare meglio il suo contesto, cioè la pratica teorica di alcuni ampi dislocamenti nei campo totale della sociologia, là dove la sociologia della cultura di massa colloca la sua provvisoria complessione. Si tratta (i) dell’elaborazione di un modello comprendente socio-economico della società dei consumi entro un sistema politico ed economico tecnostrutturato; [Baran & Sweezy, 1969; Touraine, 1970] modello che prima mancava e che permette (mentre già, se ne annuncia l’obsolescenza) confronti pertinenti con le ideologie della società di massa, in condizioni di comparabile elaborazione formale [Alberoni, 1964, 1968]. La sua assenza pregiudicava prima le ricerche sulla cultura di massa: togliendone la base economica e liberando uno psicologismo moralistico o un antropologismo vaporoso. Va detto però che la sociologia non ci offre ancora modelli strutturati abbastanza fini della realtà che studia: ad es. quali sono i criteri rigorosi di definizione di ‘stratificazione socioculturale’ ? E questa situazione lascia il confronto mass media-società ad uno stato pre-scientifico.
(ii) Più rilevante lo spostamento non reversibile della sociologia (con altre scienze dell’uomo) da scienza dei fatti a scienza del senso, dei sistemi di significazione. Inutile ricordare qui l’impatto d’una linguistica semanticamente orientata sulla antropologia, la psicoanalisi, la teoria della letteratura, la psicologia (in via di derattizzazione dei suoi laboratori). Storicamente poi, il canale d’entrata dei senso nel campo sociologico è stato proprio la sociologia della comunicazione in generale e di massa in particolare. Potremmo formulare questa dislocazione: da (i) una sociologia correlazionale ad una (ii) interazionale [Cicourel, 1968; Goffman, 1971c; Gumperz, 1972; Habermas, 1970].
Cioè: una sociologia (i) studia le relazioni tra pratiche sociali e processi comunicativi come fattori indipendenti: il mondo esterno delle categorie sociali – da cui si traggono le informazioni da codificare in diverse sostanze espressive – è visto come una struttura regolata ‘giuridicamente’ (in termini di normalità e di scarto) e come un oggetto fisico misurabile indipendentemente dalla comunicazione che le viene commisurata après coup. Una sociologia (ii) ricusa l’opposizione: non c’è distinzione tra le categorie semiotiche e quelle sociologiche, come non c’è distinzione tra misurazione fisica e quella sociale che opera su fatti informati di significazione. Ogni informazione sulle categorie sociali è categorizzata linguisticamente (donde la necessità di conoscere le modalità specifiche di questa categorizzazione) e le categorie sociali non sono che simboli astratti da contestualizzare correttamente.
Su questa base possiamo ‘riscrivere’ l’ideologia come un sistema semiotico di rappresentazioni attraverso le quali i membri delle formazioni sociali vivono in modo immaginario i rapporti sociali reali che l’ideologia appunto ‘riproduce’ simbolicamente. La sociologia interazionale s’iscrive cioè nell’ambito d’una scienza delle formazioni semiotiche discorsive che articolano le ideologie e le scienze d’una cultura data [Althusser, 1967; Bourdieu, 1972]. Le sono indispensabili quindi la conoscenza regolata (i) dei contenuti e (ii) delle regole di produzione di senso che articolano l’universo discorsivo d’una cultura. Questo modello è il denominatore comune al sociologo ed al semiotico, sia che la direzione dello sguardo vada (i) dal linguaggio alla società o (ii) dalla società al linguaggio. Nel caso (i) il principio d’analisi può essere di interpretanza: la lingua e gli altri sistemi semiotici sono sistemi interpretanti rispetto alla società che ne viene interpretata [Benveniste, 1969]; o di proiezione connotativa per cui il senso socio-culturale è un significato i cui significanti sono espressi dai diversi sistemi semiotici e dalle loro articolazioni formali [Greimas, 1968, 1969]; questi intrattengono una relazione semiotica con l’ideologia ordinata in sistemi di connotazione. Il principio di realizzazione segue l’itinerario (ii) opposto e complementare: dalle categorie sociologiche alle loro realizzazioni semiolinguistiche, scandito da un apparato stratificazionale dove le opzioni al livello superiore (sociologico, potenziale pratico) si realizzano in una serie di opzioni al livello seguente (semantico, potenziale significativo) fino al livello della manifestazione lessico-grammaticale o iconica, ecc. (potenziale significante) [Lamb, 1966]. Su questa base alcune grandi e generali funzioni linguistiche – elaborate sui linguaggi naturali: strumentale, regolativa, personale, interattiva, euristica, immaginativa, informativa – potrebbero essere generalizzate ad altri linguaggi di manifestazione [Halliday, 1973].

1.2. Critica della vecchia definizione e proposta d’una nuova: (a) semiotica, (b) sociolinguistica

Questo modello e i suoi principi hanno disarticolato il paradigma che chiameremo per comodità lasswelliano dello studio delle comunicazioni di massa, additandone la crisi esplicativa. Ne abbiamo altrove individuato i tratti2 [Janowitz-Schultze, 1966; Fabbri, 1966; Giglioli, 1966]: diciamo ora sbrigativamente su cosa tace e cosa non vede la formula E–>M–>R (chi dice cosa, a chi e con quali effetti; dove si riconoscerà, impoverita, la grande interrogazione retorica su ogni discorso).
A parte il suo discreto silenzio sugli emittenti (E), le difficoltà teoriche più gravi portavano sulla impostazione sperimentale a corto termine, ipodermica, nello studio della ricezione (R) e sulla insignificanza della content analysis a ‘sistema chiuso’ (M). Mentre negli studi di psicologia percettiva l’interesse per la ricezione poteva avere un senso (v. le ottime ricerche italiane in questo campo)3 essa si rivelava derisoria tutte le volte che entrava in gioco il significato culturale d’un testo. Mentre il modello espungeva dallo studio degli effetti la personalità e la cultura del ricevente, o lo considerava un dato da non interrogare (il che fa lo stesso), anche l’analisi di contenuto, per ottime ragioni (carattere non conscio delle regole e dei significati, complessità strutturata dei messaggi, ecc.) non giungeva a risultati se non insignificativi e insorprendenti.All’interno del paradigma tradizionale l’insieme concettuale sugli effetti, era stato problematizzato in due direzioni: (i) passaggio dei modello stimolo-risposta ad una ipotesi sociologica funzionalistica. Non quello che il messaggio fa al pubblico ma quello che il pubblico fa dei messaggi: da one to one effects a uses and gratification models [Klapper, 1964]. Concetto iscritto pur sempre in una matrice socio-psicologica (v. gli interessanti studi sulla dissonanza cognitiva [Festinger, 1963]), anche se puntava sugli effetti a lungo termine per mostrare l’inserzione del messaggio nella cultura generale del ricevente, piuttosto che sulle incidenze psicocognitive. (ii) Passaggio dallo studio di singoli individui, scelti per rappresentatività di status, allo studio di gruppi dove si ebbe il più notevole risultato nello studio degli effetti: l’accertamento del two steps flow e della personal influence [Katz & Lazarsfeld, 1968]. Ma proprio queste ipotesi imponevano una conoscenza di sociologia della cultura nella società industriale e una riflessione sulla specifica competenza comunicativa dei fruitori. L’esigenza di rinnovo dell’analisi di contenuto era avvertita sia nel senso del miglioramento tecnico (v. introduzione dell’uso di calcolatori, ecc.), sia soprattutto per l’approfondimento del significato (v. l’introduzione dell’indagine psicoanalitica dei simboli sociali trasmessi e modellati dalla comunicazione di massa [Musatti, 1970]). L’analisi del messaggio si spostava sempre più al centro delle preoccupazioni del sociologo. Gerbner [1969] proponeva di ridurre lo studio sugli emittenti alla serie gerarchizzata delle selezioni operate sui messaggi da trasmettere.
Restava altamente problematico il grado di osservabilità del messaggio e le soluzioni tecniche più avanzate proposte (tabulazione di assenze-presenze di tratti significativi ad es.) non erano decisive, così come l’entrata psicanalitica su messaggi di cui si ignorava la organizzazione si riduceva alla ricerca di un’isotopia sessuale erratica e fantasiosa. Sappiamo che le pulsioni dell’inconscio devono passare per una grammatica.
Come sempre, la pratica normale d’un paradigma scientifico non può porre certe domande che la teoria non consente. E, come sempre, le domande e le risposte teoriche alla soluzione dei problemi posti in un certo paradigma sono venute da fuori. Dalla teoria dell’informazione, dalla teoria del senso.

1.3. La società dei consumi e una sociologia interazionale

Intanto si operava una mutazione teorica importante, in grado di fornire anche procedure di scoperta empirica e possibilità ‘forti’ di sperimentazione: la teoria dell’informazione intercalava negli studi sulla comunicazione i suoi caratteri specifici. natura sistematica dei circuiti interattivi (ridondanza, omeostasi, feedback e metacomunicazione) dei canali, dei codici e capacità differenziale di informazione e specificità d’azione.
I suoi postulati essenziali, in quanto applicabili alla comunicazione umana, sono le condizioni necessarie (anche se non sufficienti) ad ogni tipo di comunicazione: l’impossibilità di non comunicare, la punteggiatura delle sequenze d’eventi, la opposizione tra comunicazione numerica e analogica, la distinzione tra interazioni simmetriche e complementari e (in particolare) quella tra livelli comunicativi di contenuto (report) e di relazione (command). Come vedremo essi possono inaugurare una pragmatica comunicativa di cui sarebbero gli assiomi, a contatto con altre scienze umane (v. es. la psichiatria) [Watklawitz et al., 1971].
L’integrazione di questo modello a quello semiotico è ancora oggetto d’interrogazione [Eco, 1968b, 1973].
All’interno della teoria delle comunicazioni di massa, la teoria della informazione ha contribuito a provocare uno spostamento che potremmo condensare nella formula: il medio il ‘messaggio’. Questo slogan fortunato è generato dalla definizione informazionale dei meaning in quanto ‘formalmente indecidibile’, quindi esiliato dal campo di studi massmediatico. L’equivoco, anche tra i linguisti, non si è ancora dissipato.
Credo che proprio la linguistica strutturale e la semiotica abbiano contribuito a riformulare questo problema centrale e a disambiguarne il paradigma concettuale. Nel trattamento informazionale della comunicazione di massa i mezzi erano sovradeterminati rispetto ai contenuti: il modello behavioristico, che connette significanti a spese dei significati, si saldava a quello informazionale che classifica i linguaggi per canali sensoriali di trasmissione [Greimas, 1970a]. Ma un testo trasmesso dai mass-media, se è articolato in più codici d’espressione, è e funziona come un oggetto semiotico significante: cioè trasmette un contenuto di cultura (se pur di massa). Comunicazione e cultura non sono se non idealisticamente coestensivi: chi continua a sostenerlo [ad es. Lotman, 1972], in una prospettiva cibernetico-informazionale, finisce per non sapere quali siano le unità che articolano la cultura – intesa come l’insieme dei messaggi testi (infiniti) che circolano in una certa società e per ripiegare sulla tipologia delle culture a partire dalla specificità sostanziale dei segni: dai sensi e non dal senso. Proprio su questa base era costruito il concetto di comunicazione (di massa): alla sua struttura canonica (E–>M–>R), d’altra parte, mancava, nel suo sconfortante semplicismo, la conoscenza non solo del M ma anche della morfologia sociale dei soggetti collettivi di E e di R, di cui solo una valutazione dei significati “sociali” potrebbe permettere la definizione strutturale entro la comunicazione di eventi sociali complessi4. Il modello (EMR) si presta male ad es. alla definizione di un problema conoscitivo interessante per la comunicazione di massa: qual’è il grado di coscienza reale e di coscienza possibile della classe lavoratrice, articolata nel modo immaginario in cui vengono vissute le condizioni reali di esistenza in una società neocapitalistica, attraverso l’uso dei contenuti della cultura di massa? E ancora: come definire strutturalmente il termine “massa” opponendolo, con criteri semiotici (significativi), nella coppia cultura d’élite e cultura di massa? Per fare uscire il concetto dal gioco a rimpiattino: la cultura è di massa quando è trasmessa da media di massa o i media sono di massa in quanto trasmettono la cultura di massa? Il medio è messaggio o il messaggio è il medio? Bisogna decidere di uscire dal ‘bifido’. Diciamo subito che anche il secondo membro del chiasmo è revocabile in dubbio: la comunicazione non può essere identificata con la trasmissione da un soggetto ad un altro dell’identità di un oggetto significato, di un senso e di un concetto separabili in linea di principio dal processo di passaggio e dall’operazione significante. I soggetti costituiscono la loro identità e presenza nell’operazione significante e qui gli oggetti-testi sono costituiti e trasformati. Sarà necessario fornire una definizione semiotica (i) della intelligibilità specifica della cultura di massa e una definizione sociologica (ii) dello statuto ideologico dei gruppi sociali articolati per la e dalla comunicazione di questi contenuti di cultura.
Si tratta quindi dello studio, in prospettiva socio-semiotica, dell’intelligibilità specifica della moderna cultura di massa in quanto modellata dai mass-media; d’una antropologia culturale volta all’esplorazione dell’articolazione immaginaria nelle società industriali complesse. Questa disciplina, che fa parte in modo coerente del progetto sociologico generale, – una risposta ai grandi problemi socio-culturali posti dall’avvento di una società industriale – dovrebbe occupare un luogo definito tra le altre scienze della significazione e richiede per la sua articolazione quei means-end models che Jakobson [1964] ha tracciato per la linguistica.
I modelli più. appropriati ci vengono dalla semiotica intesa come scienza dei sistemi di significazione e dagli orientamenti recenti di sociolinguistica: questi dovrebbero metterci in grado di rispondere alle domande poste e non risolte dal paradigma precedente e di mettere a fuoco problemi che questo non poteva porre5.

2. Uno sguardo binoculare: studio (a) delle forme dei contenuti, (b) delle forme dell’espressione

Il concetto di cultura di massa, quale si era affermato entro la diacronia specifica degli studi sui mass-media, in una prospettiva empiristica o filmologica, non era articolatile [Morin, 1963]. Era un segnale piantato in territorio straniero anche se indicava un nuovo terreno teorico. L’apparizione di un’antropologia culturale, esplicitamente inserita nella semiotica generale, consente di precisarlo in modo più pertinente. Due compiti si prospettano quindi ad una antropologia della cultura di massa, distinti nella procedura analitica anche se unificati negli obiettivi: (i) uno studio dei contenuti significativi, che presumeremo, nonostante la conclamata uniformità planetaria, soggetti ad ampie variazioni, (ii) uno studio dei codici o linguaggi di manifestazione che esplicitano i contenuti e delle tecniche formali di produzione di senso, che supporremo metalinguistiche e metaculturali, anche se soggette a regole specifiche quanto alle strategie di comunicazione disponibili nel repertorio d’una certa comunità discorsiva. L’adozione dello schema semiotico hjelmsleviano ci preserva dall’opporre (i) e (ii) come forma e contenuto [Greimas, 1969].

2.1.1. Cultura “colta” e cultura di massa: (i) l’ipotesi informazionale

Un compito preliminare è quello di mettere a fuoco l’oggetto di questo doppio sguardo: la cultura di massa. La sua definizione è da sempre relazionale: quali sono i criteri discriminanti che l’oppongono alla cultura colta, quanto ai contenuti ed alle procedure formali di produzioni del senso? Se escludiamo i tratti esterni, la limitazione o la esclusione di certi canali, l’inverificabile congerie degli elementi economici o la tautologia quantitativa e non vogliamo ridurre l’opposizione ad una semplice tensione formale (un meccanismo che permette il funzionamento di entrambe le culture) [Barthes, 1965], una delle analisi più vicine al modello informazionale e semiotico resta quella di Moles [1971]. Questi oppone fondamentalmente la cultura colta alla cultura di massa come una cultura sistematica, in cui i concetti (i “culturemi”) si incrociano in modo reticolare (con drastica separazione tra produttori e ricettori), ad una cultura a mosaico la cui coerenza, se pur c’è, sarebbe assicurata da leggi statistiche e probabilitarie d’associazione tra gli elementi culturali minimi (i mass-media aspergerebbero imparziali la massa dei ricettori e dei creatori, anche essi ricettori della logotecnica massificata di altri produttori). L’ipotesi, che gode di molto credito presso i nostri cultori di mass media, è inverificabile se non inaccettabile: questa cultura della società industriale modellata dai mass media, non è se non per metafora un prodotto composto da ‘atomi di conoscenza’, dato che nessuno conosce, come invece accade in linguistica, le sue unità elementari di costruzione e le regole di combinazione. Inutile quindi parlare di culturemi ed opporre mosaico e sistema. In termini semiotici sarebbe più proprio parlare di cultura (i) grammaticalizzata per la cultura colta, che definisce cioè le proprie regole di produzione (a metalinguaggio esplicitato e riconosciuto da una intera comunità discorsiva) e testualizzata, per la cultura di massa, dove una grammatica, se c’è, andrebbe ricercata e ricostruita tra le logotecniche che diversi soggetti collettivi cercano di imporre [Lotman, 1969]. In effetti si può osservare, che, come nel folklore, la cultura di massa funziona meglio quando il produttore è invisibile e il testo si presenta come naturalizzato, manifestazione di un codice tanto evidente quando inesplicito [Pop, 1972]. L’ipotesi di opporre lo strutturato e lo statistico come tratto distintivo delle due culture non è che un effetto di forma del nostro insufficiente sapere semiotico: la cultura di massa sembra disparata perché incomparabile per il sociologo, e non può non esserlo se osservata al livello dei singoli testi od oggetti che produce e che la costituiscono. È probabile che una analisi dei meccanismi di significazione, volta cioè a reperire sistemi semantici soggiacenti ai testi e agli oggetti manifestati, riscontrerebbe sotto la cultura testualizzata di mazza un sistema più elementare di articolazioni che non nella cultura colta.
Altri tratti distintivi con capacità esplicativa più ricca del modello informazionale, sono stati definiti sempre su analogie linguistiche. Le due culture si opporrebbero (ii) quanto al meccanismo semantico di banalizzazione (e non di diffusione: si può benissimo diffondere la teoria della relatività o gli alfabeti genetici). Nella cultura di massa si avrebbe la perdita di articolazioni più fini del senso oppure la sovradeterminazione o la neutralizzazione degli assi semantici che costituiscono sistemi semiotici a gradi elevati di complessità. Questa funzione di desemantizzazione e di risemantizzazione orientate sono il dispositivo che guida ad es. la volgarizzazione scientifica e politica e i processi di ‘informazione’, fino a costituire le grandi rappresentazioni collettive e gli stereotipi. Per questa via si immagazzinerebbe la riserva implicita delle doxai, nozioni verisimili su cui lavorano le prove (entechnai) della persuasione retorica. La civiltà di massa è una civiltà endossale. Si rovescia così Moles: la cultura di massa è un universo semantico poveramente e rigidamente articolato. Incontrollabile, imprevedibile e disparato sarebbe ad es. il discorso scientifico della cultura colta che procede con leggi di sviluppo statistiche (Bronowski), producendo non verosimile atteso ma verità inattesa (e disattesa).
Un’ultima opposizione di questo provvisorio elenco è (iii) quella tra astratto vs figurativo, piuttosto che serio vs ludico. Non si deve dimenticare che ad es. nel discorso delle comunicazioni di massa emergono temi che la scuola (rappresentante tipica della comunicazione colta) tace: guerra, lotta di classe, conflitti razziali e religiosi, ecc. Accade invece che la cultura colta presenti, nella forma della sua comunicazione, conoscenze formulate e concettualizzate, mentre la cultura di massa fa uso prevalente di modelli figurativi mitici che producono, attraverso intense polarizzazioni semantiche, le assiologie e le ideologie. Naturalmente questo tratto non manca neppure nella cultura colta, come nei casi precedenti ma si tratta di una prevalenza formale definibile in termini riconoscibili dalla semiologia6.

2.1.2. Tratti differenziali (ii) semiotici e (iii) ‘sistematici’

Da un punto di vista informazionale, se si vuole andare oltre le generalità sul feed-back, i tratti distintivi della cultura colta e di quella di massa, viste come sistemi in interazione, vanno meglio esplicitati.
La cultura può essere descritta come un sistema di regole interattive, in cui cioè più comunicanti sono impegnati nel processo di definire la natura della loro relazione. II sistema è poi connesso ad un ambiente, cioè a tutti gli oggetti il cambiamento dei cui attributi influenza il sistema o i cui attributi cambiano il comportamento dei sistema. Potremmo ipotizzare, ma in via speculativa, che la (i) cultura di massa è un sistema più chiuso e quella colta più aperto; (ii) la prima sarebbe totalizzante, la seconda più non sommativa (cioè con maggiori qualità emergenti); (iii) la retroazione sarebbe nell’una più circolare, più limitata nell’altra. La comunicazione di massa presenterebbe caratteristiche di (iv) minore equifinalità, cioè è più collegata a cause di modificazione dell’ambiente che ai parametri e ai processi interni del sistema, com’è invece il caso della cultura colta. In questo senso la cultura di massa ha una capacità di interpretanza minore, si tratta dunque di un sistema modellizzante secondario debole, meno autonomo e astringente e si presta di meno alla modellizzazione della realtà sociale. Per questo è difficile trarne, se non a lungo termine, conclusioni da correlare in modo significativo con altri sistemi modellanti secondari (lingua, diritto, arte, religione), cosa che i sociologi non si privano mai di fare. Mentre (v) la cultura colta è un sistema ‘mobile’, quella di massa, nonostante le apparenze è a ‘stato stazionario’, cioè muta incessantemente ma secondo una sorta di rotazione dei possibili (v. ad es. la moda), con regole a lungo termine fortemente stabilizzate: il proteismo di superficie serve il massimo controllo delle fuoruscite semantiche (runaway). Diremo infine che (vi) mentre la cultura colta usa l’omeostasi come fine o stato per presentare il massimo di costanza al cambiamento sociale esterno – il che le consente di funzionare come principio semiotico di interpretanza a corto tempo -, la comunicazione di massa usa prevalentemente della omeostasi come mezzo, cioè come retroazione negativa, per minimizzare i suoi cambiamenti interni. Per questo usa una costante di calibrazione attraverso le funzioni a gradino, per provocare non mutamento ma rotazione [Encyclopedia, Watklawitz, 1971]. Queste regole sono da descrivere (v. moda) e da tradurre nei tratti semiotici che abbiamo accennato, in 2.1.1. Il loro carattere astratto richiede ricerche empiriche diversificate.

2.1.3. Le comunicazioni di massa: aspetti mitici e rituali

Per mezzo di criteri semiotici ed informazionali andrebbero definite le caratteristiche mitico-rituali largamente riconosciute alla cultura di massa. Se si accetta la definizione di mito come algoritmo di enunciati che tenta di risolvere sul piano immaginario delle contraddizioni reali o immaginarie entro o tra subuniversi semantici che articolano una cultura data, è immediatamente evidente l’immenso ruolo che giocano i mass-media in una società come quella industriale che funziona su differenze di potenziale sociale. La loro funzione mitologica generale potrebbe essere proprio quella di funzionare come un apparato a ideologia per la negazione di queste differenze legate alla divisione sociale dei lavoro e alla appropriazione privata dei mezzi di produzione. Operazione che si fa in un primo luogo al livello delle formazioni discorsive. Sappiamo che l’avvento di una società industriale, con la crisi della grammatica rigida dei linguaggi di connotazione sociale (un parlare per ogni categoria sociale) ha portato ad una stilistica della comunicazione: le differenze si fanno soltanto al livello delle performances sociostilistiche individuali. Questa omogeneizzazione è stata occultata da tutta una fioritura di discorsi, gerghi specializzati che la dissolvono con la loro escrescenza e la diversificazione, mantenendo però ferma l’illusione d’un discorso che dice tutto per tutti e trasparente a tutti. La generalizzazione massmediatica tenta mitologicamente di nascondere l’appropriazione sociale di questi gerghi e discorsi e la loro utilizzazione mercificata (v. lo sport) e insieme il ruolo dei ricettori come gruppi non soggetti ma assoggettati nell’enunciazione.
A livello dei valori la funzione mitocompensatoria della cultura di massa è nella soluzione immaginaria (ad es. attraverso l’immenso fiotto della narrazione) di contraddizioni tra ‘vecchi’ e ‘nuovi’ modelli di comportamento. L’operazione della pubblicità, per cui nuovi modelli che implicano diversi valori vengono presentati come strumenti per il soddisfacimento di vecchi valori non compatibili, ci sembra esemplare di quel progetto di ‘mostrar celando’ che ne scandisce il discorso ideologico. La descrizione di queste nuove mitologiche, capaci di produrre nuove forme e contenuti è compito di una retorica che spetta alla linguistica e alla semiologia d’esplicitare nel suo dispositivo significante e nel rinvio ideologico [Barthes, 1961].
Si potrebbe integrare a questo schema la valutazione della funzione rituale con cui la cultura di massa organizza i comportamenti e controlla la riproduzione sociale; è una delle funzioni della quantità enorme dei messaggi massmediatici [Dorfles, 1965]. La quantità non è solo interpretabile behavioristicamente come una somma aritmetica di stimoli, ma come celebrazione del significato unico che è la società dei consumi nel suo complesso. Se il rito non fa che reintrodurre continuità nel discontinuo dei grandi assi mitici (che impoveriscono, per significarli, l’infinità degli oggetti e dei testi) [Lévi-Strauss 1971], potremmo dire che la ridondanza incessante della comunicazione di massa serve proprio a questa funzione di piétinement sur place e all’instancabile celebrazione delle strutture banalizzate e figurative che articolano le sue ideologie ‘povere’ [Manoukian, 1968].

2.2. La comunicazione sociolinguistica (a) strategie interazionali, (b) linguaggi di connotazione

Porre in evidenza i problemi della cultura di massa piuttosto che quelli della comunicazione di massa significa dislocare verso il testo ed il suo senso l’attenzione delle scienze umane; spogliare sullo schema EMR, l’E (dogmatico) e il R (empirico) della qualità soggettivistica di conservatori ideali e stabili della informazione. Il messaggio-oggetto, come insieme di testi che forma una cultura, è il depositario della informazione e in questo senso un’analisi semiotica della cultura di massa è coerente alla decostruzione della episteme individualistica e razionalistica delle scienze sociali.
Ma il soggetto dell’enunciazione di questi testi? il solo posto che gli resterebbe è quello del ‘morto’? Ci sembra invece che l’ipotesi semiotica sia compatibile e complementare ad una sociologia della comunicazione se questa mira a definire la competenza comunicativa e le regole socio-semiotiche che caratterizzano i repertori delle comunità discorsive che parlano e sono parlate dalla comunicazione di massa. Questa costellazione concettuale dovrebbe assicurare ad una sociologia della cultura di massa il termine discorsivo d’applicazione tra testi e fruitori che in precedenza era ridotto ad una meccanica di ruoli psicosociali (sesso, età, status formali, ecc.) della cui pertinenza sul piano della ricezione ci veniva detto ben poco. Quale immagine del processo comunicativo fonda questa sociosemiotica? La comunicazione è regolata da convenzioni sociali stabilite: come un processo a due gradini in cui (a) il locutore prima produce, a partire da una struttura assiologica elementare o profonda, un certo numero di significati (o trasceglie come significativi certi ‘fatti’), secondo valutazioni selettive dovute al proprio background socioculturale e da quanto conosce (anche implicitamente) sugli altri e sul contesto; (b) decide poi sulle norme da applicare alla situazione specifica e queste norme a loro volta governano la selezione delle opzioni comunicative disponibili entro la sua cultura, per codificare – manifestare – la sua intenzione. Tra questi fattori selettivi la sociolinguistica studia in particolare le strategie interazionali che ogni cultura e subcultura classifica in categorie discrete [Hymes, 1972; Garfinkel, 1967].
Il locutore utilizza anche la propria immagine e quella delle sue udienze per decidere il ruolo e le strategie da scegliere. La sociolinguistica studia in termini di ‘linguaggio di connotazione sociale’ l’uso metasignificativo di certi tratti discorsivi, di certe strategie utilizzate (a livello linguistico e paralinguistico) e che costituiscono una specie di morfologia sociale implicita. I connotatori classificano infatti individui e gruppi sociali nella comunicazione con modelli prossemici (indicatori spaziali) e gerarchici (indicatori di stratificazione sociale) e sono tutt’altro che erratici: si tratta di veri linguaggi di connotazione con una sintassi socio-linguistica che sovrappongono nuovi significati ai segni delle strategie comunicative [Greimas, 1968, 1969].
È evidente che una distinzione tra cultura colta e cultura di massa si può fare concretamente proprio sulla base delle regole di produzione e di manifestazioni di eguali significazioni sociali secondo le strategie culturalmente utilizzate in una certa comunità. La cultura colta è caratterizzata non solo da certi significati ma da norme definite che regolano la selezione delle opzioni comunicative, i contesti e i ruoli di comunicazione. Si pensi alla scuola con la sua prevalenza orale e scritta, l’esclusione del visivo, le modalità dei discorso pedagogico-dimostrativo e non (o meno) narrativo, la ripartizione di ruoli tra insegnante e insegnato; e la si confronti alla fruizione televisiva. Una delle caratteristiche specifiche delle strategie comunicative di massa è certo la non conoscenza delle regole di comunicazione da parte di tutti i suoi utenti e dei contesti in cui i testi vengono recepiti. Di qui una radicale difficoltà nell’uso regolato delle norme applicabili alle diverse situazioni interattive per decidere la selezione delle opzioni comunicative disponibili. È la “premeditazione dello sconosciuto”. Questa pratica ‘a tentoni’ andrebbe interrogata dal punto di vista semiotico: accertamento delle strategie preferenziali, costrizioni dei contenuti in relazione alle costrizioni delle sostanze, generi discorsivi, segregazione dei pubblici tra diversi media, ecc.
Per quanto riguarda la sintassi sociosemiotica dei connotatori, una ricostruzione degli standings, cioè degli status immaginari che mostrano, nell’uso di certi media, la loro stratificazione, dovrebbe emergere dalla ricostruzione dei linguaggi di connotazione sociale e dal sovrappiù di senso attribuito dalla cultura di massa agli oggetti semiotici prodotti e messi in circolazione dall’industria. Anche se i soggetti dell’enunciazione pubblicitaria, ad es., non possono contare che su alcuni loci communissimi, nel loro insieme i linguaggi massmediatici producono una gerarchia immaginaria di grande complessità che costituisce una immagine implicita totale della struttura sociale. La loro ricostruzione esplicita è uno degli obiettivi d’una sociologia della cultura di massa.
Dopo queste considerazioni sull’oggetto generale e sui metodi di un’analisi sociosemiotica, si tratta di riprenderne e indicarne più precisamente le prospettive della ricerca:

  1. studio della cultura di massa, cioè della sua langue, sia dal punto di vista della (a) forma espressiva dei linguaggi di manifestazione (paragrafo 3.) che delle (b) procedure formali di produzione del senso. (paragrafo 3.1.-3.4.).
  2. regole di competenza comunicative co-testuali e contestuali e della manifestazione connotativa delle significazioni sociali (paragrafo 4.-4.2.).

Quali sono gli strumenti e le analisi che hanno contribuito o che potranno funzionare come procedure di scoperta? Non è facile rispondere: certo sarà possibile formulare ipotesi e spostare problemi. E mostrare magari che il postulato della uniformità della cultura di massa è quello che è: funzione di una ipotesi semplificante sul sistema della comunicazione significativa e di procedure d’elicitazione legate ad una metodologia empirista ed in-significante. Ipotesi che ha definito il campo orientandolo verso la replica delle uniformità mentre pare possibile chiedere alla semiolinguistica di moltiplicarcene la diversità.

3. Il caleidoscopio: linguaggi di manifestazione: (a) il numerico e l’analogico, (b) economie comunicative

Un problema fondamentale affrontato dalla semiotica, in particolare nello studio della comunicazione di massa, è quello di riconoscere in un occorrimento discorsivo il gioco di più codici espressivi, quindi la necessità di definire (a) le unità e le regole delle differenti forme dell’espressione che manifestano i contenuti culturali attraverso sistemi di segni e (b) l’economia comunicativa, cioè le modalità di combinazione dei codici. Questa conoscenza è ancora sommaria: tanto più nella comunicazione di massa che fa uso di tutta la tastiera codica e, in particolare, della sostanza iconica (foto-cinema, grafica, ecc.) che pone problemi mal decidibili7. Lascio a U. Eco8 il compito di tracciare lo sviluppo delle ricerche italiane sul campo segnalando in particolare la qualità del contributo alla semiotica cinematografica [G. Bettetini. 1968, 1971; Eco 1971b, 1972, 1973; Garroni, 1968].

a) Da un punto di vista generale va forse sottolineato che, a differenza della comunicazione linguistica, gli altri codici di manifestazione, immagine e musica ad es., sono a prevalenza analogica piuttosto che numerica. Mentre, come è noto, i moduli numerici possiedono una sintassi logica più complessa ed una semantica povera, il modulo analogico presenta la caratteristica opposta: sintassi limitata, se non carente, e semantica (troppo) ricca. Ne deriva la procedura metalinguistica di tradurre il piano analogico in termini numerici, per raggiungere l’intelligibilità introducendo una sintassi organizzata: ad es. usando il codice linguistico come macchina di interpunzione del continuum (?) iconico. Per questo la maggior parte delle ricerche su comunicazioni di massa a codice iconico porta prevalentemente sul loro rapporto ai linguaggio naturale (v. ad es. certe ricerche sui cinema [Galli & Rositi, 1967], sulla architettura [Eco, 1971b], sulla moda [Barthes, 1970a]). Gli autori non ignorano che il linguaggio naturale è sistema modellante sintattico e semantico ad un tempo ‘primario’ nei termini della semiotica URSS) e introduce nell’analisi la variabile della propria semantica; allo stato attuale dell’elaborazione della logica (sistema sintattico ‘puro’) ciò sembra inevitabile, finché non sarà abbastanza avanzata la conoscenza dei linguaggi di manifestazione ‘non linguistici’ e delle altre procedure formali di produzione dei senso. D’altronde, il modulo analogico dei codici non linguistici possiede una semantica ricca e indecidibile non solo quanto al contenuto dell’informazione ma quanto alla relazione (pragmatica) che instaura tra gli attanti del processo comunicativo. Il codice linguistico, pur dotato di una sintassi più elaborata, numerica, è pragmaticamente più povero quanto ai processi di relazione E–>R. È quindi probabile che, ad es., nello studio della pubblicità, condotto prevalentemente sul livello numerico del linguaggio naturale [Castagnotto, 1970], per accertarne la natura imperativa al livello del report (contenuto), perda la complessità della relazione di command indicativo [Baudrillard 1972a] “cioè la sua esistenza come prodotto di consumo secondario ed evidenza di una cultura”.
È indispensabile, quindi, introdurre la distinzione operativa tra messaggio che rileva d’un codice a sostanza espressiva unica e testo, che manifesta una struttura di significazione attraverso un percorso trans-duttivo tra vari codici [Metz, 1970]. La natura criptica di questo viaggio va ricostruita attraverso il funzionamento dei dispositivi significanti.

b) Quanto all’economia comunicativa, nella comunicazione di massa, più che altrove, si vede all’opera il fenomeno di ‘metacongruenza’ tra programmi verbali e non verbali eseguiti contemporaneamente [Rossi-Landi, 1972]. Sappiamo che, il più delle volte, l’aspetto verbale finisce per rappresentare, per gli individui comunicanti, l’intero programma e gli altri codici sono respinti ad un funzionamento inesplicito. Di più, il rapporto ‘iponimico’ tra singoli canali e totalità del programma comunicativo è sconosciuto ai suoi utenti: esiste quindi una sorta di ‘inconscio’ che è effetto non dei contenuti o della forma dei messaggi, ma del gioco interno di queste componenti: si potrebbe parlare di subliminalità intracodica dei messaggio
Ancora una prova per la sociologia, perduta nella trasparenza dei suoi tests e dei suoi questionari, che il linguaggio e gli altri sistemi semiotici servono, più che a manifestare pubblicamente, a ‘tradire’ il senso, in tutti i sensi del termine.
D’altronde la banalità e l’inconsistenza di molte conclusioni psicologiche e psicanalitiche sono funzioni di questo grado di inosservabilità del sistema e del privilegio accordato al codice linguistico. Troppo spesso l’infrastruttura e il feticcio della merce, l’inconscio ed il suo Edipo sono introdotti in anticipo nel processo di interpretazione: sappiamo invece che devono passare per una grammatica e non soltanto linguistica.
In questo campo la semiotica dovrà attendere ancora per proporre ad altre scienze dell’uomo certi risultati empirici; l’iscrizione teorica della problematica dovrebbe però ristrutturare il campo conoscitivo.

3.1.1. Per una grammatica del contenuti (a) codice e messaggio (b) discorso e testo

Se la conoscenza insufficiente dei codici di trasmissione rende difficile la percezione degli effetti infraconsci in gioco nello spessore culturale d’una società industriale complessa, altrettanto arduo è lo studio dei contenuti che costituisce il secondo punto focale di una antropologia della cultura di massa. Eppure è proprio qui che può incidere la pratica semiotica, in particolare sulla revisione dei metodi d’analisi e sui concetti che li fondano.
Il primo effetto di questo riorientamento è quello di articolare la nozione di cultura ad altri costrutti teorici che ne consentano il trattamento formale: codice e messaggio, testo e discorso.
La cultura può essere letta come un insieme di messaggi, insieme aperto allo studio del quale sono applicabili i metodi generali della semiotica e della linguistica [Lotman, 1969]. Cioè – a condizione di separare i contenuti dei messaggi culturali dalla struttura dei loro linguaggi e di ricostruire teoricamente i codici sociali (langue) che permettono la manifestazione di questi contenuti (parole) – l’insieme dei fatti socioculturali che formano il materiale della comunicazione di massa può essere considerato “dal punto di vista di una determinata informazione significativa e dal punto di vista del sistema di codici sociali che permettono di esprimere tale informazione con certi segni”.

(i) La cultura di massa è, in prima approssimazione, una gerarchia di codici che genera messaggi.

A questa prima definizione vanno coordinati i concetti di discorso e di testo. Essi hanno un’importanza teorica: il discorso presenta una batteria di regole intermedia tra competence e performances, regole di selezione sottratte alla causalità individuale della seconda e non alla causalità sociale come la prima; la loro tipologia gioca un ruolo di rilievo nelle pratiche sociologiche concrete. E un’importanza pratica: la possibilità di trattare i reperti della ricerca empirica sugli emittenti ed i riceventi della comunicazione di massa come testi (l’intervista è un testo impreciso) e di verificare la competenza discorsiva relativa ai vari linguaggi di massa (cinema, televisione, fumetti ecc. e, ancora, western, gialli, fantascienza, posta ai giornali femminili, ecc.). È infatti probabile, se non provato, che la specificità della cultura di massa risponde, oltre che a certi contenuti specifici, ad una forte caratterizzazione delle regole discorsive.

(ii) La definizione (i) andrebbe aggiustata: la cultura di massa è una gerarchia di codici generali che genera regole discorsive (specifiche), che a loro volta generano testi.

Sarà dunque indispensabile una conoscenza semantica generale dell’articolazione semiotica di strutture formali generali dell’immaginario, quali ad es. le modalità del narrare, dei dispositivi di coerenza testuale, ecc. E ancora: prevedere, all’interno dei repertori discorsivi di certe comunità sociolinguistiche, il rilevamento di una tipologia emic delle formazioni discorsive e degli oggetti semiotici.

3.1.2. L’analisi di contenuto: una diacronia orientata. Per una teoria del testo

«Considérée à l’état brut, toute chaîne syntagmatique doit être tenue pour privée de sens»
C. LÉVI-STRAUSS, Mythologiques, v. I, 313

Prima di esaminare le prospettive che si aprono all’analisi semiotica dei testi di massa, questa può aiutarci a riflettere in maniera differenziale ai metodi d’analisi di contenuto, quale è attualmente praticata in sociologia ed in particolare nel campo delle formazioni discorsive trasmesse dai mass-media. Mentre lo studio delle grammatiche dell’espressione è un luogo di definizione specificamente semiotico, la sociologia e molte altre scienze umane hanno da tempo elaborato tecniche avanzate di content analysis (limitate al contenuto linguistico) e le hanno sperimentate su tipi diversi di discorsi. Credo che proprio in quest’ambito, – fin dalla sua lontana delimitazione (un significativo 1930 americano) -poco frequentato dai linguisti (v. il giustificato stupore di Gerbner [1969]) e che riproduce tutti i problemi fondamentali della semantica, l’impatto strutturale potrebbe contribuire ad uno sviluppo critico [De Lillo, 1971].
Diciamo subito che la content analysis (venerabile strumento che gli stessi psicosociologi riconoscono “senza ambizioni se non senza fondamento teorico” [Moscovici, Henry, 1968] rileva d’una epistemologia pre-saussuriana: l’oggetto di descrizione non è il funzionamento testuale, ma la sua funzione extratestuale. Con esso si pretendeva di studiare alcune condizioni di produzione delle formazioni testuali – certi ‘atteggiamenti’ secondo un modello psico-sociologico – che venivano posti, per spiegarci, sul piano delle ascisse, mentre il piano delle ordinate allineava i testi linguistici di riferimento. L’impasse metodologica a cui si andava incontro (ormai denunciata da tempo [De Sola Pool, 1959]) era dovuta proprio alla assenza di strutturazione autonoma dei due piani (soprattutto quello testuale) e di conseguenza del loro rapporto reciproco. Condensati all’estremo eccone i principali tratti negativi: (a) le restrizioni arbitrarie delle condizioni di produzione – per lo più limitate ad una dubbia teoria psicologica degli atteggiamenti (intenzioni e motivazioni), (b) disorganizzazione del piano testuale: le unità significative trascelte sulla base (intuitiva) d’una corrispondenza con le regole di produzione, (c) le relazioni tra i piani erano sempre univoche e determinate una volta per tutte all’inizio della ricerca.
Nello sviluppo della riflessione non sono mancati tentativi di strutturazione dell’asse delle ascisse o testuale, in particolare sotto l’influenza della teoria dell’informazione. Si accertavano le frequenze di co-occorrimenti in un contesto dalle dimensioni fissate arbitrariamente (spesso su dizionari – molto dubbi – di frequenze d’associazione verbale) di tratti per lo più lessicali, ma anche di categorie tematiche (definite molto ingenuamente); altrimenti, si ‘preparavano’ preliminarmente i testi (ma a partire da quali criteri?) per costruire una struttura canonica delle sequenze in esame (v. la EVA, Evaluative Association Analyis, impiegata da C. Osgood per valutare la componente affettiva degli atteggiamenti [Osgood, 1956]; restava tuttavia ferma la base normativa della costruzione del piano verticale, nel caso la scala attitudine. È stato anche proposto col nome General Inquirer [Stone e al., 1966] un metodo universale di analisi del contenuto in cui il rapporto tra i due piani è pensato teoricamente: esso comporta un dizionario di parole-chiave, che rinviano a condizioni produttive determinate, collegate da un calcolatore ad unità del piano del contenuto allargate fino ai temi (definiti talora in modo interessante per l’analisi semantica [Holsti, 1969]). Anche in questo caso il rapporto tra piani verticale e orizzontale era di rigida connessione e senza possibilità di modifica nel corso del lavoro, data la strutturazione preliminare delle condizioni produttive; la verifica empirica poteva falsificare le proprie ipotesi o corroborarle; non certo rivederle, ma riprodurle. Questi sistemi potrebbero essere definiti a interpretazione chiusa: la strutturazione del piano verticale vi comanda gli elementi pertinenti da prelevare nel continuum testuale, fissa le equivalenze tra elementi all’interno delle categorie tematiche, le relazioni pertinenti tra categorie di elementi, la dimensione delle unità di contenuto. D’altra parte il legame tra i piani, se era sistematico, restava però interpretativo, dipendente cioè non da una applicazione ‘automatica’, ma dai valori del ricercatore, dalla sua competenza linguistica intuitiva nel riconoscere nel testo i tratti indici d’una variabile piuttosto che di un’altra. In molte ricerche italiane [Tiberi, 1970] vediamo che si trova (come?) nei testi quello (poco!) che vi si cerca (intuitivamente!?).
Più recente è il tentativo di uscire da questa “demografia della popolazione testuale” (a cui si riduceva il computo frequenziale con strumenti statistici di unità con senso indeterminato) e dall’apprezzamento soggettivo delle categorie tematiche (e della loro relazione alla superficie lessematizzata), con l’elaborazione di procedure di scoperta. Una maggior attenzione all’organizzazione orizzontale dei testi ha condotto alla necessità di interrogarne le proprietà, le unità e la grammatica con strumenti linguistici [Gardin, 1964] o quasi linguistici. Il metodo del Syntol utilizza ad es. un lessico organizzato ed un sistema di relazioni sintattiche; mentre il primo è relativamente fisso, le seconde sono assai elastiche e permettono la combinazione di numerose unità di contenuto. Resta comunque immutato il problema dell’arricchimento del lessico e, d’altronde, per essere realmente esplicativo, il sistema dovrebbe integrare nella sua memoria la serie completa delle regole grammaticali e retoriche del linguaggio naturale; il che è manifestamente assurdo. Ne deriva la necessità di operare non su testi naturali, ma su riassunti, con i rischi che conosciamo: come controllare le regole di trasformazione semantica tra le unità naturali e quelle metalinguistiche?
Sia nel caso dei sistemi di interpretazione chiusa che delle procedure di scoperta, le analisi di contenuto sono e restano tassonomiche: la logica che comanda la loro organizzazione è sempre fuori di loro: non sul piano testuale, ma nelle condizioni di produzione. È il caso sembra, della maggior parte delle notevoli ricerche di Galli e Rositi, sui contenuti culturali della comunicazione di massa, che pure si valgono di strumenti abbastanza raffinati, magari senza citarli [Galli & Rositi, 1967, 1970]. La specificità della variabile testo continua ad esservi negata e vista piuttosto nella prospettiva presemiotica della ‘funzione’. Anche se il progresso è notevole rispetto ad un trattamento informazionale che vede il testo come somma di unità equiprobabili da sottoporre a trattamento statistico (v. il modello attanziale applicato da Rositi [1970]), è chiaro che la content analysis non intende giungere ad una rappresentazione sistematica dei testi analizzati, ma ad una certa ‘resa’, funzionale alle ipotesi di ricerca, ad es. l’esistenza di valori stratificanti = di violenza e di valori destratificanti = edonistici nella letteratura giovanile di massa [Rositi, 1971]. C’è da chiedersi però se non si tratti di una ‘resa’ a discrezione alla sociologia spontanea: il misconoscimento della sintassi discorsiva, quale potrebbe ottenersi in via distribuzionale e trasformazionale [Harris, 1970; Chomsky, 1969, 1970] finisce per togliere pertinenza e ogni controllo alla schedatura ed ogni credibilità alle conclusioni. Ad es. tutta l’ipotesi di Rositi porta su di un errore nell’interpretazione della struttura attanziale: l’assenza di opponente nella letteratura giovanile, ad es. nelle biografie di cantanti e altri divi, è considerata come una conferma della presenza di valori edonistici e correlato all’assenza di lotta. Ma la posizione di opponente è una posizione sintattica, non semantica; in ogni caso essa può essere riempita non necessariamente da opponenti figurativi, antropomorfizzati, ma da occorrimenti diversi: ad es.: il servizio militare, la scomparsa della voce, una delusione d’amore, ecc. L’assenza di opponente figurativo può essere una regola discorsiva di genere (ma i contrasti col manager?), ma sul piano sintattico la funzione c’è ed una tipologia dei suoi investimenti semantici presenterebbe il massimo interesse.
Un’analisi di contenuto sistematica non potrà avere che una forma ‘realizzativa’: la logica della teoria sociale va realizzata sul livello delle opzioni che organizzano un potenziale semantico prima, lessicogrammaticale poi. Prospettiva autenticamente post-saussuriana che costituisce un punto di intransitività nelle ricerche sul contenuto: non perché Saussure abbia fondato una teoria del discorso – egli l’ha piuttosto radicalmente esclusa – ma perché, ripetiamo, è sul fondamento delle condizioni di funzionamento e non di funzione che ha invitato all’analisi di tutti i fenomeni linguistici e semiotici (Pêcheux, 1969].
Il progresso teorico e pratico ha come pre-requisito la ridefinizione dell’oggetto della content analysis: quest’oggetto è il testo, quale lo elabora – anche se in via altamente speculativa – la semio-linguistica strutturale o la textlinguistik generativista. Le divergenze teoriche sono di taglia (Hjelmslev o Chomsky); sembra però che entrambe le scuole convergano nell’individuare la coerenza sopra-frastica che definisce un testo, non in termini della superficie lessicogrammaticale – che è il solo criterio a cui l’analisi di contenuto potrebbe pervenire, sia pure a prezzo di radicali miglioramenti interni – madella sua struttura semantica profonda.
Naturalmente c’è una coerenza testuale misurabile sulla base di relazioni interfrastiche (o intersequenziali, per semie non linguistiche); cioè con ridondanze, anafore, disambiguazioni, ecc. fino ai temi di più vaste dimensioni; queste relazioni possono anche servire come criteri per una tipologia discorsiva [Hamon, 1972]. Ma il fattore decisivo per la comprensione ed il trattamento del testo è il riconoscimento delle sue regole testuali profonde, sorta di piano semantico che definisce la logica autonoma del testo al di sotto delle diverse realizzazioni discorsive. Questa coerenza, che organizza manifestazioni lessico-grammaticali carenti ed ellittiche (attraverso il riconoscimento di regole inerenti anche se non manifestate), fonda la possibilità di una grammatica testuale capace di enumerare formalmente (i) serie di oggetti astratti detti testi i quali organizzano la serie infinita dei discorsi e di assegnare (ii) descrizioni strutturali ai testi che genera. Questa grammatica dovrebbe esplicitare (iii) le trasformazioni testuali che collegano la struttura profonda (il generatore semantico) alla superficie lessematizzata; sarà così possibile stabilire delle equivalenze non soltanto distribuzionali tra unità linguistiche diversamente manifestate. Le regole di descrizione delle strutture di superficie, – abbastanza conosciute nel linguaggio naturale ed assai più problematiche negli altri sistemi semiotici, quali l’immagine, la musica, ecc., – richiedono una integrazione pragmatica cotestuale e contestuale (v. più oltre) [Van Dijk, 1972].
Pur riconoscendo a queste ricerche, assai inegualmente sviluppate, un carattere speculativo, non c’è dubbio che la grammatica testuale costituisce un’eseresi forse definitiva di vecchi problemi, improponibili dopo la sua enunciazione e rivitalizza l’intero campo d’analisi delle formazioni discorsive a cui assegna un luogo privilegiato nella ricerca del senso. Attualmente i risultati di maggior rilievo sono stati ottenuti nelle ricerche di grammatica narrativa: coerenti d’altronde all’attuale stile dei mass-media. Una rinnovata sociologia della cultura di massa dovrà passare di qui: dalla ricostruzione della struttura semantica profonda dei testi, prima di collegarli alle restrizioni degli apparati istituzionali in cui vengono proferiti. Ci si era forse illusi di una semplicità del testo immesso nei circuiti di massa, da verificare sul mero computo delle parole o di temi intuitivamente appresi. Non è così; l’apporto semiotico consisterà nel farvi riconoscere l’azione di regole testuali e di regole sociali entrambe a gradi elevati di complessità.

3.2.1. Tipologia dei discorsi: il ‘genere’ come unità della cultura di massa

Una volta stabilite le regole di trattamento del testo è necessario prevedere lo studio di una tipologia discorsiva che permetta di fare un passo avanti nel confronto di regolarità testuali strutturate con le ipotesi macro-sociologiche. Proprio nello studio della cultura di massa è in corso uno sforzo generale di definizione dei generi discorsivi che prende posto accanto alla più elevata elaborazione letteraria.
Questo indirizzo conoscitivo – che mutua criteri e metodi dalla rinnovata teoria letteraria9 – postula un doppio funzionamento testuale del discorso in società. Mentre, nella cultura colta, l’opera sta, almeno oggi, in contraddizione dialettica con il suo genere, nella cultura di massa la regola ‘estetica’ è quella (pre-romantica), della maggiore adeguazione al suo genere [Todorov, 1966]. Si potrebbe dire che proprio il genere è l’unità minima di contenuto della comunicazione di massa (almeno a livello di fiction, ma non soltanto) e che la domanda di mercato da parte del pubblico (e del medium) agli intellettuali produttori si fa a livello del genere. Per il ricercatore è attraverso la percezione del genere che si accede al senso latente di testi massmediatici; questo affiora nel gioco delle regole d’assieme e non in un testo-occorrimento.
Questa esperienza – che la critica ‘colta’ della cultura di massa sfugge nella sua pratica – è di struttura: le opere sono prodotti sememici di superficie rispetto alla struttura semica (paradigmatica) e sintattica (sintagmatica) del genere [Colloquio Palermo, 1970; Urbino, 1972]. Naturalmente queste strutture sono non (o poco) grammaticalizzate e richiedono un lavoro di descrizione che ne spieghi la consistenza e la coerenza.
I criteri di definizione sono numerosi e le loro combinazioni mal definibili: intuitivamente si possono riconoscere mescolate, nelle definizioni ‘selvagge’ correnti, criteri di sostanza espressiva (fumetti, fotoromanzi, ecc.) ed altri più complessi investiti in sistemi semiotici di complessità diseguale (i) testi narrativi: qui la semiotica si è limitata alla applicazione di regole di grammatica narrativa generale, introducendo poi regole sintagmatiche per lo più ad hoc10. È necessario andare oltre per giungere sia ad una migliore descrizione di sub-universi semantici specifici (v. ad es. la fantascienza) contraddistinti da una certa sostanza dei contenuti o di regole di combinazione sintagmatiche (v. ad es. il poliziesco o ‘giallo’ dove si possono riconoscere due sequenze stabili: dal mistero (come?) alla causa: l’indagine; dalla causa (come?) agli effetti: l’avventura [Todorov, 1966]. (ii) Testi non narrativi: qui i tratti di genere possono portare sulla struttura formale e/o su quella semantica. È il caso ad es. dei fatti di cronaca, meglio dei ‘detti’ di cronaca, dato che la ‘storia’ di riferimento viene linguisticamente ‘messa in forma’ con una struttura chiusa che collega due notazioni, iniziale e finale, con (a) relazioni di causalità derisoria e (b) di coincidenza o di colmo. Solo al livello della forma – e questa ci sembra una proprietà generalizzabile della cultura di massa – appare la fondamentale qualità di senso del fatto di cronaca, quindi il suo uso ideologico ‘tranquillante’ (convince dell’ordine esorcizzando umoristicamente il disordine) [Barthes, 1966].
Un altro esempio è quello della presse du coeur, lettere ai giornali femminili soprattutto, dotate di una forma stabile dove si trama un genere ‘morale’: qui la risposta del medium ha la funzione stabile di redistribuire le categorie semantiche amore + socializzazione che la domanda unisce e confonde; i termini vengono sistematicamente disgiunti e trascodificati nell’opposizione piacere vs matrimonio (od altro rapporto ‘legittimato’, figli, casa, focolare ecc.) [Chabrol, 1971]. La funzione mitologica di sorridente auto-integrazione della donna alle contraddizioni della sua condizione sociale è l’effetto di senso di questo genere e della sua forma. Sempre tra (ii) sono ancora rari gli studi linguistici (semantici) delle regole sintagmatiche che dispongono le tecniche di esposizione (relazioni, rapporti, resoconti, ecc.). Qualche indicazione ci viene dalla tagmemica: si avrebbero due schemi di base suscettibili di rendere conto del discorso espositivo: (a) tema-restrizione-illustrazione; (b) problema-soluzione; (a) e (b) sono diversamente trasformabili manipolando regole di soppressione, permutazione, addizione, combinazione, ripetizione e permutazione [Becker, 1966]. Questa analisi dovrebbe ‘aprire’ sullo studio, particolarmente urgente, del discorso di esposizione divulgativa, non sul solo piano sintagmatico, ma su quello della riduzione delle isotopie semantiche (‘banalizzazione’), della narrativizzazione delle strutture grammaticali di superficie (nel senso di Greimas, precedenti all’investimento lessemico) (‘figurativizzazione’), degli effetti segnici di verisimiglianza superficiale (v. ad es. l’uso della terminologia tecnico-scientifica come effetto di realtà, ecc.).
Altri modelli (iii) si potranno attingere alle ricerche semiotiche sul discorso della moda, della propaganda politica, sulle modalità biografiche sul discorso della stampa, ecc., ma anche da discorsi non specificamente massmediatici ma che i mass-media pure trasmettono: discorso poetico (si noti il suo costante privilegio, pietra di paragone d’ogni confronto linguistico), mitico, giuridico, pedagogico, storico ecc., che permetteranno, con le altre ricerche di teoria letteraria, un principio di inventario di tratti semiodiscorsivi differenziali. Purtroppo, come si è detto, i criteri sono variegati e sfumati: sostanze e strutture semantiche, piani d’enunciazione, presupposizione e piani d’enunciazione, forze illocuzionarie e dilatazione o restrizione di certi piani di narratività: tutti i livelli insomma di diversa combinazione dei piani qualificativi e proposizionali del testo.

3.2.2. Il discorso pubblicitario: semantica, retorica, ideologia

Tra gli studi italiani sulla cultura di massa un’attenzione particolare ha meritato il discorso pubblicitario, esaminato sotto il profilo semantico, retorico e sociologico.
Questo discorso è d’importanza cruciale nella cultura di massa: il modello della merce-messaggio non lo contiene appieno; si tratta di un sistema modellante secondario molto ‘potente’ ma anche di una potenza discorsiva dotata di grande valore. Icone compresse ad altissima densità, le raffigurazioni pubblicitarie sono strumenti di modificazione pratica e di riflessione speculativa sulle condizioni della cultura occidentale [McLuhan, 1967].
Quello della pubblicità è ad un tempo (i) un discorso sugli oggetti della società di massa e sulle relazioni connotative che ‘insinua’, attraverso l’uso ‘parlato’ degli oggetti, la loro funzione-segno, (ii) un discorso oggetto, cioè consumato come tale. Con la sua funzione modellante (i) fornisce una sintassi numerica all’infinito ‘analogico’ degli oggetti e delle funzioni che la società dei consumi non finisce di proporci – pena la sua fine. La pubblicità è cioè la grammatica di un immenso dizionario in disordine, paradigma sociotecnologico privo di regole di combinazione. A loro volta le categorie d’oggetti così grammaticalizzati categorizzano status e ruoli e stratificano secondo un vero codice dello standing; si producono sistemi di significazione seconda o parassitaria che generano serie grammaticali ed accettabili di comportamenti e di atteggiamenti. Non si vendono oggetti ma sovrasignificati di connotazione ed atteggiamenti ‘conformi’.
Inoltre la pubblicità (ii) – favola che ci divertiamo a creder vera pur sapendo la finzione (come ogni altra favola?) – è consumata come oggetto-merce; oltre a condizionare i consumi, per questa via si assicura l’assorbimento spontaneo dei valori ambientali ed una regressione individuale del consenso sociale. La ‘leggenda’ pubblicitaria, fondamentale per la conoscenza della grammatica socio-semiotica dei linguaggi di connotazione che sviluppa, possiede una semantica sociale diretta, al limite, verso un unico significato: la società globale [Baudrillard, 1972a].
A differenza di altre ricerche linguistiche, ottime ma limitate al piano morfologico [Folena, 1964], Castagnotto ha posto in evidenza, limitatamente al linguaggio naturale, l’articolazione semantica di questa ‘sintassi suadente’ delle ‘condizioni privilegiate di esistenza dell’individuo’ in una società dei consumi. Alla base del testo sta una corretta intuizione sociolinguistica dei difetti fondamentali d’un modello ‘giuridico’ della comunicazione pubblicitaria, la proposta (implicita) d’una sociologia correlazionale [Grassi, 1967] e di sviluppare il rapporto pragmatico tra segno pubblicitario e prassi degli acquisti; ma i migliori risultati stanno nella descrizione di “sfere ideologiche tematizzabili” (‘morbidezza’, ‘equilibrio’, ‘sicurezza’) che potrebbero costituire un punto di partenza per la ricostruzione di sistemi semantici di connotazione che sostengono la manifestazione, in diverse forme espressive, dei contenuti pubblicitari11 [Dorfles, 1965]. Anche al centro delle ricerche di Eco sulla pubblicità sta la problematica dei sensi connotativi e del loro rapporto con i significati ideologici di cui questi formerebbero la faccia significante (l’ideologia). Nonostante l’importanza di questa nozione, sostenuta con decisione da Barthes [1970b], nello sviluppo attuale delle scienze umane, varrebbe forse la pena di delimitarne le condizioni d’impiego: per tenerla distinta da implicazioni inconsce [Castagnotto, 1970], e per sottolineare che i connotatori non sono erratici (quindi introducibili ad hoc nell’indagine) ma fanno parte di sistemi di connotazione, cioè di linguaggi di connotazione seconda.
Eco [1968], ha poi operato una lettura semiotica completa, cioè su tutti i codici espressivi, d’un corpus limitato di messaggi pubblicitari. Analisi della forma dei contenuti e della forma dell’espressione ad un tempo, essa mostra la complessità del gioco iconico-linguistico e illustra appieno il viaggio transuntivo del testo tra i diversi codici. La lettura comprende il livello retorico dell’elocutio, cioè delle figure e dei tropi; manca un’analisi della dispositio e delle tecniche di argomentazione che Eco auspica e in parte suggerisce.
I due filoni convergono infine nella ricerca di tratti differenziali tra discorso poetico e discorso pubblicitario. Quest’ultimo si è sostituito come bersaglio all’antica retorica, poetica consolidata e motivata, luogo pieno di doxai latenti (quindi inintenzionali) e astoriche (quindi arbitrarie); mentre il discorso poetico sembra incaricato di sostenere la grave soma della verità, della soggettività e dell’adeguatezza storica [Castagnotto, 1970]. Sembra più accettabile l’ipotesi di Eco che prevede una distinzione empirica tra una retorica nutritiva ed una consolatoria: in tempi diversi, discorso poetico e pubblicitario si sono spesso divisi i due ruoli. Questa opposizione ci sembra però lungi dall’essere inutile, se situata al livello fondamentale: al di là della stessa prospettiva jakobsoniana (la pubblicità sarebbe un discorso a prevalenza conativa, imperniato sul ricevente, mentre la poeticità porta sul messaggio in sé, autotelicamente) è necessario riconoscere al discorso pubblicitario il suo spessore linguistico specifico. La pubblicità marca, come regola costitutiva, quella di modificare la situazione immediata (funzione illocutoria) o futura (funzione perlocutoria) degli interlocutori, non solo di rappresentare certe nozioni (funzione locutoria). La funzione ideativa è accessoria al discorso pubblicitario, ne rappresenta solo la ‘regola normativa’ (non costitutiva) rispetto a quelle, ad es., regolative, di controllo, ecc. Il discorso perlocutorio e illocutorio della pubblicità richiede se ne studi l’azione e l’atto, non solo il senso; meglio, lo studio della semantica pubblicitaria include la conoscenza della sua pragmatica12. Le funzioni linguistiche in gioco in questo discorso performativo sono atti caratteristici: ordini, consigli, promesse, ecc.; il loro studio è attualmente in pieno sviluppo nella linguistica e nella filosofia del linguaggio [Searle, 1969].
Secondo un dispositivo sociologico anche Alberoni [1968a] ha esaminato il ruolo della pubblicità nella società dei consumi di massa; ne mostra l’evoluzione da ‘proposta generalizzata e di valore’, in linea con l’ideologia della rivoluzione etica nella società industriale che si fa società dei consumi dopo la crisi del 1930; fino al suo funzionamento attuale, dopo il collasso interno del modello di consumo: parodia o forza dissolutrice. La tecnica di ‘parassitizzazione’, con cui il sistema dei consumi interni proponeva nuovi modelli di comportamento (imprimeva nuove connotazioni) pretendendo che questi continuassero a servire i vecchi valori, ha finito invece per svuotarli degenerando in un vuoto ideologico-culturale. La pubblicità, già creatrice di valori, non opererebbe oggi che su doxai (valori saputi), in contraddizione con gli stessi comportamenti che ha contribuito a sviluppare; non le rimarrebbero che le zone neutrali, non ancora ideologizzate, dei significati sociali, dove ancora potrebbe agire sulla tensione contraddittoria tra valori e modelli che ha contribuito a dissolvere (ad es., nella cultura italiana: la famiglia, terra di nessuno nel confronto cattolico-marxista). Proprio questo aggiramento dei valori ne fa una retorica consolatoria e non più nutritiva.
Nello studio delle specifiche regole di genere della cultura di massa, Alberoni mostra come la pubblicità categorizzi tutta una sfera semantica (pratico-politica e mitico-immaginaria). In una ricerca precedente (tra i migliori contributi alla sociologia dei media) l’a. aveva già riconosciuto le regole di genere a cui obbedisce il discorso biografico del divismo: alla ‘stella’ si chiede di disideologizzare il proprio discorso ed esporre la propria vita privata, mentre il politico sarebbe piuttosto tenuto ad iperideologizzarsi, occultando la sua vita privata [Alberoni, 1963; Tosi, 1968]. Accanto a questa opposizione, una costante ideologica dell’attuale immaginario collettivo, va ora aggiunta la verifica di un tratto differenziale dei discorsi di propaganda politica e commerciale (un ‘carattere strutturale’). Mentre il primo avrebbe una caratterizzazione persecutoria, – presenta cioè un teatro di performances istituzionalizzate dove il fare semiotico del soggetto positivo incontra sempre un soggetto negativo contrapposto [Fabbri, 1971b] – il discorso pubblicitario elimina completamente la presentazione dell’avversario e dei suoi riferimenti aggressivi. Il capitalista può, per mezzo di questa regola discorsiva di genere, presentarsi come fornitore di beni e creare un’immagine di partecipazione corporativa tra sé ed i consumatori, in luogo d’un dibattito tra prospettive opposte e generatrici di contraddizioni. Di questa regola, che esplicita l’immagine echiana della pubblicità come semantica sclerotizzata e retorica consolatoria, Alberoni vorrebbe fare il “nucleo istituzionale” inesplicito della società dei consumi; mostrando di informare, il discorso pubblicitario occulta così il conflitto tra le classi e l’omogeneizzazione dei consumatori: non vende solo modelli per essere felici, ma nasconde la disparità fondamentale e l’inattingibilità dei modelli. Eppure, nonostante questo e la moltiplicazione dei media e la segregazione dei pubblici, il discorso pubblicitario finisce, alla lunga, per aggravare le contraddizioni tra valori.
Pur accettando con beneficio d’inventario l’ipotesi della pubblicità come discorso senza opponente (come nel casa di [Rositi, 1971] l’opponente che manca al livello dell’enunciazione riappare su quello dell’enunciato; forse potremmo dire che non c’è discorso più profondamente antagonistico: la pubblicità lotta contro il dolore, la bruttezza, la vecchiaia, la noia ecc.), quello di Alberoni è il modello sociologico tra più vicini ad una riflessione semiotica sulla comunicazione di massa.

3.3. Degli oggetti semiotici

Una direzione di studio collegata alla semantica pubblicitaria potrebbe, per la semiotica, essere quella del “sistema parlato degli oggetti-merci della società industriale”. Si tratterebbe di mostrare come a partire da valori d’uso (la denotazione tecnematica), gli oggetti vengono semiotizzati; trapassano cioè a valori di comunicazione, partecipando ad un sistema di connotazioni che condividono con altri sistemi discorsivi del linguaggio naturale. L’oggetto-segno, costruito secondo regole tecniche industriali, finisce – per il gioco del sistema di personalizzazione (il ‘modello’), di differenziazione e di generalizzazione (la ‘serie’) – per costituire la sostanza espressiva di nuovi significati (v. Barthes [1966a] sull’arredamento e la cucina). Questi oggetti semiotici rivelano meglio d’ogni altro tratto (si pensi al gadget) la ideologia pseudopratica del sistema di consumo: la loro riunione potrebbe costituire una vera enciclopedia connotativa delle pratiche mitiche a cui gli oggetti sono soggetti nella società di massa. [Baudrillard, 1972a, 1972b].
In questa direzione potrebbero essere annesse al nostro campo problematico le ricerche di Maltese [1970] sulla semiologia del messaggio oggettuale e gli studi importanti di Rossi-Landi [1968] sulla omologia tra processi di circolazione della merce e dei messaggi.

3.4. Problemi teorici e procedure di scoperta

Da questi cenni si può arguire che il progresso dell’analisi semiotica dei contenuti della cultura di massa richiederà (i) la scelta e l’uso controllato d’un certo numero di nozioni teoriche e (ii) la loro utilizzazione come procedure di scoperta nella ricerca empirica.
Per quanto attiene a (i) va approfondita una teoria semantica non limitata ai linguaggi naturali; una semantica non del segno dunque, ma dei sistemi ‘figurali’ di significazione soggiacenti a tutti i sistemi di segni, indipendentemente dalla sostanza: una linea teorica che privilegia un percorso che va da Saussure a Hjelmslev piuttosto che da Peirce a Jakobson. Un concetto cruciale ci pare quello di narratività intesa come logica transdiscorsiva, indifferente ai codici di manifestazione. Molti modelli elaborati nella teoria letteraria sembrano estrapolabili alla cultura di massa. Propenderei per uno in grado di articolare una morfologia di valori e regole logiche della loro trasformazione (grammatica narrativa ‘profonda’) e di predisporre in un secondo tempo una grammatica degli operatori prima, degli attori figurativi poi [Greimas, 1970a]. Questo schema canonico sembra rispondere bene alle modalità di manipolazione delle articolazioni mitiche (assiologiche ed ideologiche) nella cultura di massa. Potrebbe fornire un principio di soluzione ai problemi massmediatici della riducibilità e della leggibilità dei testi narrativi. Sappiamo infatti che questi testi sono infinitamente trasposti (da significante a significante) e/o ridotti: quanto ai livelli di significato, alle sequenze del racconto, ai personaggi e così via. Il modello della narrazione potrebbe fornire la base di una sorta di ‘calcolo della riduzione’ in certo modo meccanico (che è tra l’altro un problema molto pratico dei mass-media). Parzialmente connessa è la questione della leggibilità, che abbiamo già marcato circa i linguaggi di diffusione: l’esplicitazione intera delle sequenze, ad es. l’uso di una distanza prevedibile tra funzioni separate (suspence), ecc. sono solo alcune delle tecniche-narrative di leggibilità ottimale.
Un campo in espansione incontrollata è quello della connotazione: tra gli altri particolarmente utile ci sembra l’ipotesi di Verón [1971] che propone il termine di ‘pragmatica’ per la conoscenza di tutti i fatti trans-denotativi (in primo luogo la connotazione). In un certo numero di analisi sulla comunicazione di massa, la connotazione descriverebbe il livello di significato che comprende tutte le alternative possibili nella costruzione di un messaggio; ossia tutte le decisioni metacomunicative, espresse in termini selettivi e combinatori, operati dall’emittente. Evidentemente questa definizione converge con le ricerche sociologiche sui gatekeepers (v. poi 4.); ma qui l’ideologia è vista come un programma, come un sistema di regole semantiche trascelto tra diverse opzioni possibili, e riguarda meno i fatti che non lo stile. I connotatori definiscono l’ideologia come una particolare stilistica sociale.
(ii) L’applicazione di questi modelli come procedure di scoperta permetterà non solo l’applicazione a popolazioni testuali molto estese ma anche a testi esigui [Fabbri, 1971a] su cui tabulare elementi articolati, assenti a livello della manifestazione, ma dotati di presenza logicamente inerente (semioticamente silenti). I testi manifestati non danno che criteri di esclusione e la sociologia, per sfrenata che sia la sua passione empirica, non potrà evitare il più semplice dei tests etologici: per Köhler l’intelligenza dell’animale comincia là dove questi compie un giro e forse un raggiro. L’intelligenza del sociologo non sarà da meno: un raggiro per le regole formali dei contenuti profondi; non si può andar dritti al senso, qualche esperienza intellettuale (Marx, Freud, Nietzsche) lo sconsiglia.
La sociologia temerà forse di perdere il suo povero tesoro: la matematizzazione. Non perderemo il tempo ad opporre matematiche quantitative e qualitative. Se non si confonde la statistica con la matematica (che la include) ricordiamo che quest’ultima è, prima di tutto, la ricerca di ‘buoni concetti’ per definire un fenomeno da cui trarre tutte le conseguenze logiche possibili della definizione. È inutile attendersi dalla matematica dei risultati, ma piuttosto la sua cultura, cioè le domande che si pongono in matematica [Régnier, 1971]. Riteniamo ragionevole applicarle ai buoni concetti che la semiotica offrirà alla sociologia della cultura di massa.

4. La macchina tachiscopica. Gli effetti in causa: riscrittura e trasformazione

La mutazione metodica imposta ai nuovi concetti definitori della cultura di massa (discorsi e testi) orienta in modo nuovo l’agglomerazione variegata delle ricerche già rubricate: studi sugli effetti. Questo spazio, delimitato da interessi industriali evidenti, si era già venuto spostando, sotto l’impulso della ricerca empirica, verso una prospettiva detta ‘funzionalista’ che ci consente di ‘rovesciare in profondità’ l’orientamento iniziale e additare la competenza culturale e comunicativa dei fruitori dei mass-media.
Il primo enunciato preposizionale sugli effetti che la sociologia delle comunicazioni di massa abbia sottoposto a controllo empirico aveva la forma (i) cosa le comunicazioni di massa fanno ai riceventi? e le ipotesi di lavoro erano colorate di catastrofi. La verifica empirica ha motivato l’introduzione di una regola di trasformazione che portava a riscriverlo in forma attenuata (ia) cos’è quel poco che le comunicazioni di massa fanno ai riceventi? La motivazione era doppia (I) la riconosciuta possibilità di ‘staccare’ il contatto con il medium, cioè di interrompere la ricezione13 o di cambiare canale, capacità inerente al ‘poliglottismo’ dei destinatari dei diversi linguaggi massmediatici; (II) l’ipotesi che le comunicazioni di massa rafforzassero piuttosto che cambiare i valori esistenti.
Per quanto riguarda (II) si tratta di un’opzione forte e certo mal accettabile in questa forma: dire che la comunicazione di massa rafforza e non falsifica i valori presuppone una coerenza (immaginaria) degli universi ideologici nelle diverse subculture dei riceventi. Per forti che siano le istanze di razionalizzazione in una società neocapitalistica dei consumi massificati, questa formulazione non è seriamente sostenibile. All’interno dei diversi subsistemi culturali possono coesistere più livelli in rapporto di scissione (Spaltung), diversamente codificati da sistemi modellanti secondari diversamente determinanti (si pensi ad es. alla contraddizione tra sistema modellante religioso ed etica dell’imprenditorialità e del consumo nella moderna cultura cattolica) collegati da connettori instabili. L’informazione massmediatica opera in particolare su questi shifters d’isotopia (ad es. i concetti di amore, di spesa, ecc.), provocando degli spostamenti nei rapporti intrasistemici di determinazione o di interdipendenza [Althusser, 1967a, b; Lotman, 1969].
D’altra parte il lavoro massmediatico è ben lontano dalla pura ridondanza senza presa sui valori. Certo, i valori di giustificazione dell’ordine esistente non sono prodotti dai mass-media, sono inerenti alla prassi sociale per il fatto che questo ordine esiste e i valori sono interiorizzati dagli agenti per il fatto stesso che sono agenti. Ma il lavoro di esplicitazione dei valori, cioè la trasformazione in pratiche ideologiche che integrano gli individui ai loro rapporti di produzione, è compiuto da quegli ‘apparati ad ideologia’ che sono le comunicazioni di massa. Questo lavoro è tutto fuorché insignificante: è una ri-codifica che rende intelligibile il piano della sostanza dei valori; ad es. la cultura dominante utilizza forme di codice della cultura dominata per far passare i propri valori14 (valorizzando in apparenza valori comunicativi e familistici, ecc.). La sociologia potrà difficilmente, senza strumenti semiotici, render conto di questa codifica.
La tesi della conferma dei valori introduce piuttosto ad uno studio dei meccanismi di difesa da parte dei riceventi che, come vedremo, spostano la proposizione enunciativa da ‘quello che le comunicazioni di massa fanno al pubblico’ a ‘quello che il pubblico fa delle comunicazioni di massa’15.
Va premessa però una tendenza intermedia, sorta di punto zero che nega la stessa pertinenza dello studio sugli effetti della comunicazione di massa. Il messaggio è res nullius: emittenti e riceventi sono sottoposti ad una identica regola di cancellazione. Essi fanno difetto a questo linguaggio mercificato che ha un senso solo ‘fuori di sé’. Il testo della comunicazione di massa, mercanzia proliferante, non direbbe nulla, e soprattutto, a nessuno; suo solo significato sarebbe il funzionamento economico, unico effetto di senso ad introdursi sotto l’illimitato scorrimento della catena significante delle formazioni discorsive. Parlando di tutto a tutti, le comunicazioni di massa direbbero una sola cosa; il sistema che le fa circolare e vendere come merci. Leggi impersonali di mercato governano dunque una interazione superficiale ed illusoria: non si tratterebbe neppure di discutere chi inganna chi, dove ancora sussiste una logica di posizioni e di scambi. Il fiotto dei messaggi, ininterrotto e reversibile, circolerebbe nella defezione essenziale dei destinanti e dei destinatari; questa relazione sarebbe altrove: nel sistema economico capitalistico, nel fondo che fa alla prima da doppio registro [Baudrillard, 1972a, b].
Ipotesi apocalittica che – per non ridursi alla coltivazione del silenzio e della rarefazione comunicativa o delle ‘impotenze’ del linguaggio massmediatico – collezione di lapsus e di interstizi testuali deve lasciare il posto all’analisi delle condizioni di produzione testuale, ma, anche alla loro economia significante. Designare il funzionamento di un testo non ne cambia la funzione, ma la delimitazione dell’insignificanza è la condizione del runaway pratico. Il necessario legame alla prospettiva politica si farà attraverso una valutazione differenziale dei dispositivi testuali al lavoro nelle formazioni discorsive quali sono riconosciuti e fruiti dai destinatari.
Per questi l’enunciato iniziale (i) va sottoposto ad una regola di trasformazione e ne risulta riscritto (ii) cosa fanno delle comunicazioni di massa i riceventi?, ipotesi ‘funzionalista’ sottoposta recentemente al controllo empirico. È notevole, ed è stata notata, la base ottimistica e liberistica di questa inversione attanziale; il ricevente si insedierebbe in un ‘posto del principe’ che la situazione di condizionamento sociale si incarica puntualmente di smentire. Proponiamo che l’enunciato (ii) sia a sua volta modificato e presentato nella forma modalizzata (iia) cosa il ricevente può fare delle comunicazioni di massa? Tra queste condizioni di possibilità prenderemo in particolare considerazione il codice sociolinguistico specifico di cui si servono classi diverse di riceventi. Qui protocolli ancora scarsi d’osservazione empirica sembrano concordare con questa proposizione modificata (iia).
Già all’interno del paradigma (i), alcuni concetti erano stati elaborati in modo da offrire gli strumenti della sua de-costruzione. Si pensi (a) alla loquace letteratura sugli effetti della violenza nei massmedia – pretesto ad ogni dispositivo censorio. Apparve presto che le rappresentazioni, i ‘sembianti’ di violenza, non avevano l’effetto atteso proprio per un effetto di forma: per il fatto cioè di essere percepiti come sequenze iscritte in un testo ‘immaginario’16. La ferita d’un eroe, ad es. in un racconto, non è che il contrassegno semiotico d’una prova qualificante, letta come tale per il suo valore di posizione in una grammatica strettamente codificata, incapace di provocare effetti one to one se non su soggetti già disturbati nella loro organizzazione simbolica {Glucksmann, 1966].
Per altro verso, sappiamo come, nei procedimenti di informazione di una notizia, il referente reale serva solo come deposito di tratti per una lettura: cioè per la definizione di classi di unità e di relazioni tra queste. Nell’apparato ideologico che produce la notizia si riconobbe subito il ruolo dei (ii) gatekeepers, veri commutatori sociosemiotici che redistribuiscono il senso nella progressiva costituzione paradigmatica e sintagmatica del testo17.
A questa progressiva coscienza formale e testuale si saldava uno dei pochi risultati dell’impostazione psicosociologica – la verifica che il flusso comunicativo non avveniva ad un solo gradino dall’emittente ad una massa indifferenziata, ma subiva il filtraggio dei leaders di opinione. In questo modo il tradizionale apparato sperimentale del sondaggio d’opinione era reso impossibile: il ruolo del leader – vero gatekeeper della ricezione, come l’altro lo era della enunciazione – non era comprensibile sulla base di selezioni statistiche, ma iscritto in una rete di relazioni personali concrete e riferito ad eventi comunicativi specificati. Non c’è un leader dato una volta per tutte, ma più leaders specializzati secondo i contesti sociali ed i reticoli di rapporti [Livolsi, 1967].
In questo caso, come negli altri, non era possibile raffinare lo strumento di indagine, occorreva ripensarlo entro un paradigma nuovo, integrando lo studio delle forme significanti all’analisi fondata sugli eventi discorsivi: cioè sulla interlocuzione effettiva, entro pratiche significative concrete. Nel caso del ‘two steps flow’, esaminando le scelte che opera l’emittente (leader) sul secondo fiotto della comunicazione e le varianti sociosemiotiche che ‘occorrono’ in relazione all’immagine di sé degli altri e del contesto [Katz, 1957].
Lo studio della pragmatica (relazioni tra testo e interlocutori) cioè de (a) i co-testi, (b) i contesti comunicativi, induce a ripensare il problema degli strumenti di indagine e, come per l’analisi di contenuto, ad orientare diversamente la sperimentazione. Bisogna riutensilizzare lo studioso del senso della comunicazione di massa18.

4.1.1. Regole di co-testo e regole di contesto: competenza comunicativa e regole sociolinguistiche

La conoscenza del testo massmediatico va completata, in primo luogo, dalla ricerca di un apparato di regole che chiameremo co-testuali. Questa ricerca, per lo più assente dalle ricerche sulla cultura di massa, impone una doppia apprensione: (i) a livello espressivo, la enumerazione delle forme significative e riconosciute come tali da una certa comunità socioculturale, che formano lo ‘stampo’ del testo (ad es. i moduli di genere del ‘western’ o della ‘gag’ comica) in cui questo si inserisce e che integra la comprensione culturale con tratti ‘inerenti’ anche se assenti19. E’ la chiave suaccennata delle tipologie discorsive, ma in quanto percepite (emicamente) dai riceventi e non determinate dagli emittenti (si pensi ad es. ai generi televisivi): anzi la presupposizione che tali regole siano identiche a quelle degli emittenti andrebbe interrogata. Io preferirei credere ad estesi fenomeni di ‘pidginizzazione discorsiva’ (semplificazioni, eliminazioni, interferenze, adattamenti e ‘rilessificazioni’). (ii) A livello della struttura semantica: il testo occorrimento, oltre ad essere percepito entro il paradigma virtuale degli altri testi del ‘genere’, viene inserito, per i suoi contenuti, all’interno del sub-universo semantico, cioè dell’articolazione assiologica che gli altri testi – stivati e dimenticati – hanno contribuito a costituire (esiste un universo ideologico e specifico del western e del romanzo poliziesco come della fantascienza) [Galli-Rositi, 1967].
Un prolungamento dell’analisi testuale dei contenuti andrebbe realizzato attraverso un numero elevato di ipotesi empiriche volte a verificare la competenza cotestuale, cioè la conoscenza per gran parte implicita delle regole (i) e (ii) in gruppi socioculturali diversi. Come studio della formazione di questi dispositivi espressivi e semantici e del loro apprendimento, è insostituibile la ricerca di L. De Rita, anche se questa prospettiva esplicita vi è assente. “La TV si fa vedere, ma se sei analfabeta non capisci la fine e non vedi” [De Rita, 1964: 225]: è l’enunciato di un contadino del Basento per la prima volta esposto alla televisione; naturalmente preferisce Carosello: per la semplicità della struttura narrativa e delle opposizioni assiologiche, ma anche per le sequenze formulari dell’inizio e della fine (presentazione dei marchi, ecc.), a dispetto della pluralità dei linguaggi di manifestazione, spesso in rapporti metaforici ed enigmatici20.
Ma il settore cruciale per la sociologia dei massmedia è quello dell’indagine empirica di regole generali culturali: regole di contesto o pragmatiche21. Le comunicazioni di massa presentano, come tratto specifico del loro funzionamento, lo scarto ed il ‘rumore semantico’; e precisamente l’ambiguità dei testi ricevuti secondo codici culturali diversi nel tempo e nello spazio, in correlazione stretta e mal determinata con la stratificazione economica e sociale22. La descrizione empirica di questi codici di cui si sono date fino ad ora ingegnose tipologie deduttive [Eco, 1968b] è una ‘figura di prua’ della antropologia di una cultura di massa. Denegarla non significa soltanto occultare o sottovalutare i fenomeni di incomprensione e di ambiguità ma, correlativamente, produrre una ideologia armata di simboli di sfondamento sociale (ad es. simboli ludicoevasivi, magari giustificati da una cattiva psicanalisi) a cui opporre una cultura serio-colta da cui le classi subalterne resterebbero escluse. Prospettiva apocalittica per cui la cultura di massa, e attraverso questa la cultura colta della classe dominante, si imporrebbe a gruppi sociali culturalmente disarticolati e sprovvisti di grammatica culturale.
Qui la ricerca di De Rita è, seppure negativamente, esemplare nella reductio ad absurdum d’un contadino lucano incapace di riconoscere il linguaggio televisivo, quindi considerato come ‘un bambino’ vittima dell’effetto ipnotico della diegesi iconica (e della più dequalificata persuasione). Di più: secondo De Rita e altri una ‘disperata condizione sociale’ non consentirebbe i mezzi linguistici per esprimere e padroneggiare il fiotto visivo che lo sommerge.
Per questa via è facile negare al soggetto dell’indagine la stessa esistenza di codici semantici di interpretazione… che non ci si cura quindi di reperire23. Siamo convinti che quest’ipotesi è il frutto di una profezia che si autodetermina e la crediamo revocabile in dubbio a partire dalla nuova definizione dell’oggetto dell’analisi empirica e dei mutamenti che ne conseguono sugli strumenti della sperimentazione.
Sappiamo che continua ad essere sostenuta l’ipotesi che comunità come quella studiata da De Rita, ad es. gruppi sottoproletarizzati (urbani e della campagna), siano caratterizzate da uno ‘sfasciume’ sociale e linguistico che le renderebbe incapaci di usare, e disposte ad essere usate, dalla cultura di massa. Non soggetti dell’enunciazione, ma assoggettati dall’enunciato. Questa posizione meccanicistica deve ancora provare il suo ‘a priori’; prima di ridurre i sottoproletari ad enfants sauvages (lupo-proletari tutto stupore e ferocia) privi ‘della stessa facoltà linguistica’ [De Mauro, 1972], c’è molto lavoro di reperimento in via descrittiva dei codici di una comunità comunicativa data; dove per comunità comunicativa intendiamo ogni membro che condivida la conoscenza minimale delle costrizioni comunicative e delle opzioni che governano un numero significativo di situazioni sociali [Gumperz, 1972]. Come sappiamo, la conoscenza della cultura di massa riveste un carattere sempre più preponderante nell’insieme di questa conoscenza; ma siamo lontani dal conoscere le regole che compongono le strategie discorsive disponibili ad una comunità e ne rendono possibile la manifestazione dei significati sociali, secondo piani alternativi e non ridondanti di comunicazione. È anche probabile che continueremo ad esserlo se la sociologia non finirà di fabulare di generalità massmediatiche planetarie o di credere che i valori serio-impegnati ‘istituzionali’, collegati al grado di istruzione, siano la sola kultura; e se la sociolinguistica italiana s’ostinerà a ritenere che, ad esempio, l’utilità della televisione sta nell’aver insegnato la lingua e la cultura italiana a soggetti privi di facoltà linguistiche [De Mauro, 1968]. È un fenomeno sociologico generalmente riconosciuto che la scomparsa delle lingue di classe (ad es. il latino, o i dialetti) non riduce il poliglottismo culturale; fa posto ai discorsi di classe all’interno della lingua dominante. Attualmente la televisione è uno dei grandi veicoli di questi discorsi di classe.
La ricerca empirica ha anche il compito urgente della costituzione di repertori semiotici accurati: con la descrizione accurata della totalità delle risorse comunicative (varianti e invarianti) secondo i diversi canali d’espressione, attualmente a disposizione dei vari gruppi socioculturali. Sul piano sintagmatico bisogna anche spiegare quali regole selettive inter- e infracodice producano certe scelte tra ed entro certi testi; vedi in tal senso i rapporti accertati tra lettura della stampa e di altri mass-media in [Capecchi & Livolsi, 1971], ma in senso qualitativamente insufficiente.
Di questi repertori fanno parte i generi (in primo luogo nella forma dell’opposizione testi colti e testi di massa: come e quanto riconosciuta dai riceventi?). Non secondo la ripartizione degli emittenti (etic), ma in quanto i membri di una comunità comunicativa li riconoscono come routines significative (emic), governate da speciali regole di selezione e di combinazione d’unità semiolinguistiche di taglia differente (ad es. certe sequenze finali o iniziali formularizzate, ecc.). Tanto più necessarie da verificare in quanto la cultura di massa rimaneggia continuamente i suoi generi o ne inventa (si pensi ad es. al ‘quiz-spettacolo’) tali che il significato e il successo derivano dalla riformulazione di nuove relazioni tra routines semiotiche (contesti) e forme di contenuto, v. ad es. la canzone ‘leggera’ [L. Del Grosso Destrieri, 1969a, b]. D’altronde la conoscenza delle nuove regole (talvolta assai complesse: si pensi all’apprendimento di certe regole di quiz-spettacolo!) è strettamente associata a valori culturali della comunità comunicativa e sono investite di un sovrappiù di senso, cioè articolate in linguaggi di connotazione. La pratica fotografica, ad es., è vissuta dalle classi medie come significante di una temporalità ‘evenemenziale’, mentre dalle classi contadine come significante dei tempi forti della vita sociale: nascite, matrimoni, ecc. [Bourdieu et al., 1972]. Senza la conoscenza di questi connotatori, prelevati a livelli diversi delle regole testuali, incomprensione ed ambiguità sono la regola. È assurdo immaginare una trasparenza denotativa delle regole di comunicazione (fondata sul mito neocapitalista e liberale dell’omogeneizzazione, oggi assunto anche da marxisti ‘provati’ e sostanzialmente legato ad una politica dirigenziale delle comunicazioni di massa [Alberoni, Seppilli, 1970, 1972]) 24, così come il fatto di non conoscere le comunità comunicative, i repertori semiotici e i codici di connotazione non deve indurci a credere che il contadino lucano è davanti alla comunicazione di massa, come un bambino ‘lupo’. Meglio dire, come suggeriscono già i sociologi, che – nell’attuale situazione politica e sociale – le classi subalterne sono caratterizzate da fenomeni di convivenza tra tradizionalismo e accettazione indiscriminata dei valori ‘di moda’. Questo non impedisce, a meno di farci di queste classi un’immagine schizofrenica (sarebbero le sole a non aver bisogno di assonanza cognitiva), di riconoscere che i linguaggi massmediatici vi saranno appresi come una seconda lingua di comunicazione, con tutti gli inevitabili fenomeni disglottici. Ma per individuare questi ultimi, bisogna padroneggiare i termini della lingua e non negarla.

4.1.2. Criptotesti e regole d’elicitazione

Così come l’introduzione del concetto di discorso e testo dovrebbe modificare la direzione delle ricerche su (la forma de) il contenuto (non più analisi a tappeto e su larga scala di contenuti percepiti ingenuamente, ma studio di microinsiemi di regole testuali da generalizzare), si tratterebbe di programmare una serie di ricerche sul terreno, molto diverse dagli esperimenti psicosociologici da laboratorio a cui la sociologia degli effetti ci aveva abituati: e cioè controllo delle differenze percettive del senso di uno o più testi da parte di soggetti scelti su campione in diversi strati socio-culturali. Bisogna riutensilizzare lo studioso della cultura di massa con strumenti sperimentali correlati alla nuova definizione di evento discorsivo, comunità comunicativa, repertori semiotici, codici di connotazione. Gli apparati sperimentali sono teoremi reificati. Questo lavoro è largamente da fare. Sarà possibile prevedere fin da ora lo studio di situazioni discorsive globali, con metodi di osservazione partecipante e interviste cliniche in profondità. Ma non è sufficiente; proprio perché è diversa la postura verso i testi da elicitare, le procedure di indagine su eventi comunicativi, stimolati e non ricostruiti, volte alla definizione della competenza comunicativa, comprenderanno interviste di gruppo, con stimoli introdotti dal ricercatore in condizioni di prevedibilità. In funzione cioè di ipotesi date e nella certezza del carattere inconscio, anche se non inaccessibile, delle regole testuali e semantiche. Che il parlante non sappia dirle non significa ineffabilità: l’ineffabilità è qualche cosa che attende di essere detto, ma non tutto quello che si sa si può dire.
A queste condizioni il gesto semiotico può dimostrare che la pretesa uniformità della cultura di massa è funzione della inadeguatezza delle procedure sociologiche di elicitazione. In primo luogo per il mancato riconoscimento dell’organizzazione strutturale del testo. Come si è accennato, la coerenza testuale va posta al livello della struttura semantica profonda e delle regole (pragmatiche) di co-testualità e di contestualità condivise. Impossibile quindi testare la comprensione di un testo di cultura di massa sulla base della quantità delle parole o delle regole grammaticali comprese o no: è chiaro che un termine non riconosciuto può essere compreso a livelli superiori di collocazione frastica, testuale, co-testuale, contestuale. Certi trattamenti [Servizio Opinioni Rai TV, 1970] di analisi sulla competenza e sull’ambiguità lessicale in diverse classi sociali con criteri d’ordine paradigmatico (riconoscimento da parte di soggetti a diverso stato socio-economico della corretta comprensione di un termine tra più significati proposti) danno indicazioni insoddisfacenti. L’inserimento sintagmatico a livelli superiori e la chiusura paradigmatica dei testi, con la costituzione di isotopie definite, selezionano i tratti semici d’un lessema e ne disambiguano la decodifica. Il che rende dubbie le conclusioni tratte sulla incomprensibilità del gergo, del criptolessico della stampa quotidiana [Eco, 1971]. Non sta qui il punto cruciale: non ci sono limiti all’acquisizione delle regole di competenza lessicale (salvo l’interesse ad apprendere) 25, mentre ce ne sono a livello delle regole testuali. Non ci sono criptolessici irriducibili, ma criptotesti sì.
Queste ipotesi sembrano avvalorate dalla ricerca sociolinguistica che mostra come, nel complesso, i membri di una comunità apprendono tutti lo stesso insieme di regole grammaticali (anche se certi sotto-insiemi con maggiore difficoltà) indipendentemente dalla stratificazione sociale. Assai più difficile si presenta invece l’acquisizione delle regole testuali per la costruzione di insiemi coerenti di frasi ed enunciati; anche se tutti i membri di una comunità linguistica vengono senza eccezione esposti a testi elementari è probabile che in certi gruppi sociali diciamo subalterni queste regole, intermedie tra competence generale e performances particolari, vengano sviluppate poco e possano restare menomate [Van Dijk, 1972]. Questa ipotesi che deve fare l’oggetto di verifiche puntuali: ad es. nel linguaggio giornalistico e pubblicitario [Dardano, 1973], ha il vantaggio di confronti con precedenti ricerche non deve condurre in ogni caso a conclusioni apocalittiche. Le macro-regole narrative, ad es. la struttura per attanti nella comunicazione di esperienze personali con comunicazioni orali, non mancano dai repertori semiotici neppure nei casi di più disgregata situazione sociale. Un deficit può aversi, probabilmente, quanto alla conoscenza delle relazioni altamente complesse della macrostruttura logico-semantica, con le diverse strutture di superficie (esprimibili in regole di trasformazione).
Queste ipotesi impongono una nuova base, con l’introduzione della variabile strutturata testo, agli strumenti di ricerca sociologica. Non è che il contadino lucano, l’operaio con istruzione inferiore o il baraccato romano non sia in grado di comprendere un testo della cultura di massa se per raccontarla al sociologo si serve di sequenze linguistiche lineari difettive nella coerenza, esprime la consecuzione logica con la successione cronologica, o al limite, non la racconta affatto (v. interviste di De Rita). Comprendere non è la stessa cosa che verbalizzare [Parisi, 1972]26 come sa il linguista e come certi sociologi sembrano ignorare. Le tecniche di rilevazione della comprensione vanno riesaminate con attenzione, in particolare le modalità dell’intervista che, impostata su ruoli comunicativi incompatibili, conduce inevitabilmente a concludere, da una interazione difettosa da parte del sociologo al deficit della comprensione dell’intervistato27.
Il semiologo preferirebbe rischiare l’impopolarità per appoggiare la sua passione democratica su basi linguisticamente e sociologicamente meno falsificabili.
La difficoltà e la mancanza di comprensione è in effetti funzione della posizione dei riceventi nella struttura sociale, ma non nei termini dei segni manifestati (ad es. dallo strato lessico-grammaticale), ma dei diversi codici sociosemantici che restringono non la competenza semiotica generale, ma l’uso dei sistemi segnici nei diversi contesti di cultura e di situazione. Questi codici si differenziano nell’orientamento relativo verso diverse funzioni linguistiche cioè verso aree diverse di potenziale significante. Gruppi sociali o subculture differenti attribuiscono valori diversi a diversi ordini di significato, ad esempio ideativo, interpersonale, testuale ecc.; per questo finiscono per essere differenti le funzioni linguistiche che tendono alla preminenza. In breve, varie sub-culture mettono l’accento su vari ordini di significato pur partecipando della stessa competenza semiotica generale. Nell’uso di codici elaborati e ristretti [Bernstein, 1971, 1972; Halliday, 1973], funzione dell’appartenenza di classe e dei grado di istruzione, si oppongono significati universalistici (slegati dal contesto enunciativo o esoforici) e particolaristici (legati a questo contesto o endoforici); per questa via si restringono la percezione sociale e l’orientamento cognitivo di certi gruppi: sviando da certi usi semiolinguistici in contesti determinati di situazione, si svia – per il principio di relazione semiotica – da certi contenuti28 che restano però esprimibili, a nome del comune codice linguistico, a condizioni date.
Torniamo alle tecniche sociologiche d’elicitazione: non è pertinente valutare il grado di comprensione delle classi subalterne, orientate verso la comunicazione di massa sulla base del proprio codice ristretto, attraverso (i) l’incomprensione di testi a funzione elaborata e (ii) strumenti di indagine (interviste ad es.) che non tengono conto di questa variabile. Altrimenti non si può non giungere a conclusioni catastrofiche sul loro ‘pensiero elementare’, il ‘linguaggio infantile’29, incapace di esprimere esperienze interiori, cioè più propriamente, di dare resoconti metalinguistica verso i quali i loro usi di codice non sono funzionalmente orientati30.
L’impressione che destano ad es. le interviste di De Rita non è quella di un comportamento comunicativo inadeguato quanto d’un comportamento difensivo ben riuscito: un rifiuto del codice ‘altro’ a nome della logica del proprio. Il discorso sociologico può così arrivare a conclusioni nella forma di profezie che si autodeterminano e autoverificano, sbagliando radicalmente la punteggiatura delle sequenze interattive. Ricusando la presenza di una cultura autonoma, anche se ‘ristretta’ nei suoi usi, il sociologo ottiene un rifiuto o una cattiva comunicazione che è una risposta adeguata ai propri strumenti di indagine. Questa impressione si potrebbe generalizzare alla maggior parte dei questionari elaborati per l’indagine sulla cultura di massa.

4.2.1. Deficit o differenze di codici?

Si potrebbe concludere – in modo certo un po’ svelto – che due sono gli atteggiamenti possibili verso i problemi politici e sociali posti dalla partecipazione e dalla comprensione dei mass-media: quello (i) del deficit e quello (ii) della differenza31.
Problemi d’altronde sostanzialmente simili a quelli che si pongono nei fenomeni di acculturazione ed in particolare della educabilità [Williams, 1970; Giglioli, 1971]. Il postulato del deficit – il ricevente manca di una cultura autonoma da fare entrare nel calcolo della decodifica – è responsabile della valorizzazione del rapporto cultura vs non cultura e partecipa di un moralismo dirigista (anche nelle sue versioni politicamente qualificate: le classi subalterne sono sprovviste di cultura autonoma perché le classi dirigenti gliene interdicono l’accesso ed il possesso). L’ipotesi della differenza intende l’opposizione cultura di massa e cultura colta non come un’antitesi di contenuti o di presenza di codici, quanto di orientamento funzionale: metalinguistico nel secondo caso più endoforico e contestualizzato nel primo. L’uso, di un codice ristretto sarebbe un effetto della struttura sociale e dell’esclusione scolastica, che restringerebbe alla comunicazione di massa (banalizzata, figurativa, non grammaticalizzata) la possibilità di investimenti emotivi e cognitivi per le classi subalterne. Si veda ad es. l’atteggiamento contraddittorio quanto alla ricezione dei mass-media: la fruizione di una cultura di massa è indice di partecipazione sociale o del suo contrario? [per la stampa v. Capecchi & Livolsi, 1971]. Se si pre-giudica un modello di (etno)centralità (Pizzorno), con la correlativa valorizzazione di contenuti elaborati e serio-impegnati, non stupirà scoprire (sic!) che la partecipazione ai media più seri (stampa, cinema, museo [Bourdieu, 1972]), è direttamente proporzionale al livello di istruzione, cioè al grado di partecipazione consentita dalla pratica di un codice elaborato: è la selezione scolastica che lavora in tal senso. E non si sfugge al disprezzo per la cultura ludico-evasiva dei fumetti e della TV…
Dal postulato del deficit si esce solo reificando l’ipotesi dell’assenza di un codice che non si sa elicitare o che si preferisce occultare: l’incomprensione dei messaggi e dei testi, prima attribuita ad una ideologia delle doti, viene oggi imputata alle deprivazioni dell’ambiente sociale. Tutto insomma pur di evitare di proferire “Quello che non va è il nostro modo di pensare la cultura colta, il suo linguaggio, le sue connotazioni di classe media”; pur di non passare ad una ipotesi differenziale che si iscrive contro il modello psicofisiologico a base etologica e fonda una antropologia culturale strutturale. Infatti le “logo-tecniche” (Barthes) dei mass-media non apprendono soltanto la lingua italiana e un codice di significati e di comportamenti, ma valorizzano soprattutto lo stile – spesso confuso e ridondante – della classe media come stereotipo connotativo e in questo modo ‘forzano’ l’identificazione ai valori della società dei consumi. Le comunicazioni di massa, nell’ipotesi del deficit, sono la via regia dell’integrazione delle classi subalterne al codice semiolinguistico dominante: insistiamo, non alla competenza, ma all’uso valorizzato di questo codice. Curiosa postura: con le migliori intenzioni, si trova un nuovo modo per occultare l’esistenza di una cultura popolare con un codice autonomo; e le deprivazioni dell’ambiente finiscono, come ogni riferimento astratto alla realtà di classe, col funzionare come un modo più sottile del teorico piccolo borghese, per farne astrazione.
L’inconsistenza del postulato del deficit sotto il profilo empirico non basterebbe da sola a deciderne: ogni discorso teorico è anche oggetto di una lotta politica e, oltre alla sua correttezza, va giudicato anche per la serie di atti di repressione e di liberazione che se ne possono trarre [Gouldner, 1972]. Ma questo è il punto: la teoria del deficit si interdice la comprensione delle caratteristiche specifiche d’uso della cultura di massa da parte della classe contadina ed operaia, che ne fruisce in modo, diciamolo, appassionato. I sociologi non hanno abbandonato, nella pratica del loro lavoro, la condanna di questa cultura; vengono loro a mancare, però, gli strumenti per verificare l’ambiguità e la decodifica aberrante, leggibili solo in una prospettiva differenziale e – di conseguenza – la presa conoscitiva sulle trasformazioni ideologiche, che non si fanno solo nei cieli puliti della cultura colta, ma nel terriccio d’un altrove dove scava la vecchia talpa della trasformazione sociale. Suolo composito, permeato di messaggi poco seri, dove s’impiglia la stessa cultura di chi li denega; d’altronde ogni denegazione ritorna come allucinazione nella pratica della cultura colta32. Ad es., se manca un orientamento politico in senso elaborato (ma non è far politica conoscere il nome del ministro della marina mercantile), anche nel campo apparentemente dequalificato delle ideologie pratiche (morale, sessualità, ecc.) si operano ristrutturazioni sotterranee delle sub-culture specifiche, con riflessi ‘politici’. L’ipotesi sociolinguistica avvalora piuttosto il modello della coscienza di classe, per cui la partecipazione ai media più ‘dequalificati’ è correlativa all’impossibile uso di codici semiotici elaborati ed anche al loro rifiuto.
Il problema di fondo è che a questo linguaggio comune degli interessi e dei desideri, espressi in forme selezionate da un codice ristretto, viene data da parte dell’industria una risposta mercificata e alienante [Eco, 1964]. Le classi subalterne vi figurano non come soggetti di enunciazione ma come “soggetti” (effetti) ad enunciati altrui; enunciati stereotipi tagliati fuori dal reale e dalla soggettività. Non si tratta qui di far l’elogio della cultura di massa di cui si sanno le caratteristiche di linguaggio mercificato e “malato”, né di utilizzare un’ipotesi liberista per cui ciascuno fa dei messaggi quello che vuole [Rositi, 1971]. Si intende però sottolineare che quello della comunicazione di massa non è un discorso peggiore di altri proferiti in altri apparati ideologici di dominazione di classe. Ricerche recenti confermano ad es. che i mass-media mostrano più violenza che non la scuola, ma perché trasmettono, a differenza della scuola, i problemi cruciali (se pur deformati e mutilati) d’una informazione politica e sociale tutt’altro che idillica [Burnet, 1971].
Più fondamentale è il dato che il postulato del deficit finisce per funzionare come una compressione verso l’alto (verso l’altro) del rapporto tra codice della classe dominante e della classe dominata; per funzionare come una macchina omogeneizzatrice etnocentrica. L’ipotesi differenziale è coordinata invece ai postulati teorici di una sociologia di classe per cui la circolazione culturale ed ideologica si fa per acculturazione (in senso etnologico) tra classi diverse. Il termine dominato, in un sistema di relazioni, non è mai nullo, anche se sottoposto, attraverso la mercificazione testuale, ad una brutale deculturazione. Questa deculturazione si fa occultando certi valori e inculcandone altri; porta non solo sul politico (l’informazione, nella sineddoche ottocentesca), ma sull’uso dello spazio (uso delle concentrazioni suburbane), sull’alimentazione, sull’educazione infantile, sulla sessualità e sulla fiction. Ma il consumo comune di una cultura imposta come legittima non annulla la diversità della cultura popolare, come provano le (poche) ricerche empiriche e la realtà dei movimenti sociali. Nonostante la disintegrazione ecologica, lo spappolamento sociale, l’isolamento famigliare a cui lo sviluppo neocapitalistico le costringe, sembra che le classi subalterne conservino certe norme fondamentali nelle pratiche quotidiane – socializzazione, regolazione e sorveglianza, per limitarci a questi contesti critici di situazione – ed in particolare la riproduzione d’un codice linguistico specifico (ristretto), che è un vero sistema modellante della esperienza [Bourdieu & Passeron, 1972; Hoggart, 1970; Oevermann, 1972]. È probabile che le modalità di questo codice modellino l’intera esperienza testuale e no (vedi le ricerche di Bernstein sull’uso dei giocattoli in classi diverse [1972]). La cultura di massa va quindi analizzata in una prospettiva strutturale-funzionale corretta: cosa i riceventi ne possono (sociolinguisticamente) fare.

4.2.2. L’ambigua decodifica: i meccanismi di difesa

La classe dominata è vista di solito dai sociologi come una consumatrice di merce-messaggio: ma lo stesso consumo ad es. domestico può – come altri fenomeni sociologici – essere portatore di sensi diversi; una funzione edonistica e domestica e non d’ascesa promozionale. E soprattutto è necessaria una prospettiva produttrice: la classe operaia si colloca anche in luoghi politici da cui parla. Non esiste soltanto la casa ma anche la fabbrica, luogo di consumo di alienazione ma anche di produzione di cultura tecnica e politica; di qui si muovono non poche critiche all’opposizione tra cultura colta e cultura di massa. La sociologia è singolarmente riservata a questo proposito, ma solo così si possono spiegare certe modalità della ricezione dei messaggi nella cultura di massa: ‘consumo disincantato’, ‘attenzione obbligua’ (o diagonale, trasversale), ‘sogno a distanza’, ‘reticenza istituzionalizzata’ sono tanti termini per qualificare la particolare partecipazione staccata ai valori dei mass-media. Valori accolti con riserva, stornati dal loro senso con meccanismi di difesa33 che possono giungere fino all’autoesclusione (‘fatevi voi il vostro sporco gioco’).
Proprio sul piano politico andrebbe meglio riflettuto il fenomeno della decodifica aberrante o del rifiuto della comunicazione.
La “regola” della lettura distorta del messaggio di massa non porta soltanto sulla forma dell’espressione e dei contenuti che strutturano il testo e di cui il semiologo è tenuto a dare tante descrizioni strutturali quante sono necessarie per risolvere l’ambiguità. Dal punto di vista pragmatico (la comunicazione è definita come “le relazioni tra due attanti impegnati a definire la natura delle loro relazioni”) avremo decodifica aberrante tutte le volte che viene modificato l’ambiente del sistema interattivo, cioè gli oggetti esterni suscettibili di modificare l’azione degli interagenti. Proprio gli atteggiamenti politici, ad es. la conoscenza da parte del ricevente della posizione politica dell’emittente, permette di accertare una tipologia di comportamenti che possano andare da (i) l’accettazione incondizionata, (ii) il rifiuto, (iii) l’instaurarsi di relazioni rigide di complementarità, quali la crisi di fiducia irreversibile verso la fonte di informazione: “più dice e meno ci credo” e (iv) l’infirmazione del rapporto, come conseguenza della mancata comprensione, ad es. delle regole discorsive: “ma che dici, che vuole?” [Watklawitz, e al., 1971].
Anche a considerare risolte le questioni di conoscenza dei linguaggi di manifestazioni e dell’inconscio intracodico (il report del messaggio), la decodifica aberrante praticherebbe (sul piano del command) una sorta di ‘difesa tachiscopica’ (McGillen), cioè un trattamento selettivo di tratti dissonanti con la propria struttura ideologica: spostando e condensando le unità discorsive, punteggiando diversamente le sequenze di testi ricevute, traducendo in modo erroneo i materiali analogici (immagini, musica, ecc.) in linguaggi digitali.
Nella fruizione delle comunicazioni di massa si disegna tutto uno spazio privilegiato di lotta politico-ideologica, anche sul piano del command. Potrebbe trovare posto qui un intervento contro-informativo che [Eco, 1968a] ha chiamato di “guerriglia semiologica”, rafforzando le difese percettive attraverso la diffusione della conoscenza esplicita delle regole retorico-ideologiche nei messaggi massmediatici e di quelle sociopolitiche degli apparati entro cui essi vengono pronunciati o insegnando una sistematica decodifica aberrante.
Non ultimo risultato, quello di “de-normalizzare” la sociologia, introducendo lo studio troppo a lungo trascurato delle torsioni comunicative e dei paradossi.

5. Coscienza focale e coscienza sussidiaria

“Se volessi provarmi a definire ciò che caratterizza lo status attuale della conoscenza sociologica potrei assai semplicemente dire: tutto è in discussione” [Leonardi, F., 1971]. Lo studio semiotico non può evidentemente risolvere tutti i quesiti posti: interrogando la cultura di massa (“come è strutturata nei suoi testi e con quali codici semantici? com’è usata e con quali codici socio-linguistici?”) e partendo dal funzionamento per arrivare alla funzione (means-end model), intende solo porre correttamente il problema. Proprio perché a controtempo sul percorso sociologizzante (dalla società al testo) questo costrutto teorico può essere accusato di formalismo. Possibile: formalismo e semiotica hanno gli stessi nemici, causalismo volgare e spontaneismo; e un obiettivo comune: i contenuti, cioè la calibratura del loro input nel modello. L’ipotesi bilinguistica della cultura di massa (collegata alla pluralità sub-culturale) postula una ‘forma’ su cui applicare ‘le motivazioni’ economico-sociali.
La successione degli interventi sociologici sulla cultura di massa addita i possibili effetti di un mutamento prospettico ed un ricentramento percettivo sui problemi del senso. Questi si faranno in due tempi (i) in un primo, a corto raggio, o congiunturale con lo spostamento di una coscienza focale ad una sussidiaria nel rapporto tra semiotica e sociologia.

5.1. Semiotica e/o sociologia

La sociologia riceve dalla semiotica i modelli per interpretare la sua ‘scatola nera’, il testo; la semiotica s’attende dalla sociologia descrizioni accurate del funzionamento degli apparati ad ideologia che trasmettono le produzioni discorsive. Qual’è ad es. il ruolo degli intellettuali nelle grandi organizzazioni burocratizzate come la televisione e la stampa, ecc. [v. Rositi, 1971]? Non bisogna cedere all’effetto di ‘sovracostanza’ prospettica del testo: la sintassi testuale “non è mai interamente libera entro i soli limiti delle sue regole. Subisce anche le costrizioni della infrastruttura […] tecnologica. Tra tutte le operazioni teoricamente possibili, se esaminate dal punto di vista formale, certe sono eliminate senza appello e questi buchi – scavati quasi al succhiello in un quadro altrimenti regolare – vi tracciano in negativo i contorni da una struttura nella struttura che va integrata all’altra per ottenere il sistema reale delle operazioni” [Lévi-Strauss, 1971].
La necessità di concettualizzare queste condizioni di produzione porta la semiotica e la linguistica fuori dal ghetto preferenziale e proposizionale: verso il pragmatico.
(ii) In un secondo tempo, a largo raggio, o strutturale, la semiotica attende dalla sociologia le ipotesi sulle grandi funzioni linguistiche e sui contesti di cultura e di situazione. Ma la sociologia della comunicazione di massa e generale attende dalla semiotica una teoria del significato. Questa può mostrare come la sociologia si distribuisca ai bordi d’una mancanza a significare che la costituisce e la regola, nel suo funzionamento e negli apporti esterni che dovrebbero colmarne la lacuna. Figura lacunare che implica e consegue la riduzione del linguaggio e degli altri sistemi segnici a semplice espressione (trasparente ed innocente) o, nel caso migliore, ad una dimensione apofantica e delocutiva; e provoca, come ritorno del rimosso, uno psicologismo banale, una retorica sostanzializzata che spinge l’analisi ad annaspare a vuoto tra categorie sociali reificate ed un testo insignificante.

5.2. In una semiotica dell’ideologia?

Non sappiamo come sarà questa sociologia ‘sensata’: la ritrosia del nuovo si spiegherà come effetto a ritroso dei suoi risultati di verità. Potremmo intanto riconoscere il luogo della sua enunciazione: una pratica teorica di quella pratica materiale che è l’ideologia [Althusser, 1967b]. Ideologia come forma del codice e ideologie, come figure retoriche reificate e fossili [Eco, 1968b].
L’importanza del funzionamento ideologico della cultura di massa è difficile da sopravvalutare: questi linguaggi, che (im)-pongono nuove forme di socializzazione e un nuovo controllo sociale, giocano un ruolo decisivo in una società caratterizzata dalle conseguenze strutturali del capitalismo monopolistico. Nella lotta contro la stagnazione, l’imposizione dei consumi, il reinvestimento del plusvalore accumulato in costi di produzione e di circolazione per le vendite costituiscono tratti non più secondari (come forse Marx ritiene) [Baran & Sweezy, 1969]. Di qui la costituzione, attraverso la cultura di massa, di una ‘civiltà endossale’ con un universo ideologico completo e articolato in modo da integrare gli individui a queste condizioni produttive. Questa totalità è articolata in istanze complesse (religiose, morali, artistiche, politiche ecc.) ciascuna delle quali va descritta secondo una propria morfologia ed un proprio numero d’operazioni. In particolare si pone il problema della sovradeterminazione dei singoli livelli rispetto ad altri (ed in diversi periodi di tempo: v. il meccanismo della moda come operatore di codifiche temporali); è altrimenti impossibile al sociologo calibrare il diverso peso delle unità testuali contestualizzate. La spiegazione in termini di sovradeterminazione economica in ultima istanza non può soddisfare il teorico dell’ideologia alle prese con pratiche significanti reali. C’è bisogno non solo di ragioni necessarie, ma anche sufficienti. Di qui l’importanza, per una sociologia del senso della comunicazione di massa, (i) della definizione del consumo come ‘attività di manipolazione sistematica dei segni’ in cui “ogni oggetto e messaggio costituito in linguaggio” finisce per “annullare il rapporto sociale che in essi si consuma” [Baudrillard, 1971a, b] e (ii) delle ricerche sulle omologie di funzionamento di produzione e di riproduzione tra linguaggio e merci [Rossi-Landi, 1972]34.
E, di converso l’utilità della semiotica della cultura di massa (i) per mostrare la continuità tra la conoscenza comune e quotidiana [Berger & Luckman, 1969] e le più complesse ideologie pratiche, (ii) per tradurre infine la grammatica materialistica dell’energia (che era alla base delle scienze naturali) in una grammatica informazionale e semantica (a fondamento delle scienze umane).


Note

  1. Sulla crisi generalizzata della sociologia generale e della sociologia della comunicazione di massa in particolare c’è un accordo diffuso tra studiosi di diversa formazione, quali Gouldner, 1972 e Touraine, 1970; Goffman, 1969 e Lazarsfeld, 1970; in Italia v. Ferrarotti, 1972; Leonardi, 1970; Rositi, 1971 e Livolsi, 1969. Con differenti motivazioni, profondità e proposte di soluzione.
    Si può pensare che, dei due fondamentali ‘movimenti’ d’ogni scienza: (i) rottura con la conoscenza fenomenica e definizione di un oggetto scientifico, (ii) definizione ed elaborazione concettuale e metodologica, molte scienze umane, la sociologia in particolare, non abbiano compiuto che il secondo. Il prerequisito (i) sembra appannaggio esclusivo della scienza delle formazioni sociali (il marxismo), di quella delle formazioni simboliche (la psicanalisi) e della linguistica. Se mai in queste fa difetto proprio la componente (ii): per questo il lavoro sociologico non ci è mai sembrato pena perduta. torna al rimando a questa nota
  2. Per la bibliografia precedente al 1966 ci permettiamo di rinviare nel complesso alle rassegne Janowitz-Schultze, 1966 (USA), Giglioli, 1966 (Italia), Fabbri, 1966 (Francia). Testi precedenti saranno ripresi solo se non prima esaminati e citati o nella misura in cui vengano di nuovo posti in discussione. torna al rimando a questa nota
  3. Per un bilancio critico di queste ricerche e per una nutrita bibliografia v. i contributi di M. Cesa Bianchi (per la psicologia) e di A. Quadrio (per la psicosociologia) e di F. Rositi (per la sociologia) riassunte poi da A. Agazzi per i “10 anni di attività dell’Istituto ‘A. Gemelli'” [Annuario, 1970]. torna al rimando a questa nota
  4. Si potrà continuare ad applicare il modello E–>M–>R, utile per sapere ‘come discorrono le muffe da melma’: interessante, certo, ma a capacità semantica ridotta. torna al rimando a questa nota
  5. Per una conoscenza generale della modellistica semiolinguistica v. soprattutto Eco, 1968 b, anche per la bibliografia. In questo convegno v. Ramat, Linguistica e semiotica in Italia: situazione e prospettive, Pavia, sett. 1972. Qualche cenno d’applicazione alla sociologia della comunicazione di massa in Progetto Perugia, 1965; Tinacci Mannelli, 1965 e per una valutazione recente v. Bechelloni, 1971. torna al rimando a questa nota
  6. Abbiamo qui rielaborato una proposta suggestiva di A. J. Greimas in Annuario, 1970 b: 203 segg. circa il possibile apporto della semiotica allo studio delle comunicazioni, meglio della cultura di massa. torna al rimando a questa nota
  7. Quanto ai media orali, problemi particolari e attualmente insoluti si pongono per la definizione dei tratti paralinguistici e in generale del campo, immenso, dei linguaggi (?) musicali. In questo convegno v. Stefani, Semiotica della musica in Italia: situazione e prospettive, Pavia, sett. 1972. torna al rimando a questa nota
  8. V. in questo convegno Semiotica delle comunicazioni visive: situazione e prospettive, Pavia, sett. 1972. torna al rimando a questa nota
  9. V. in questo convegno M. Pagnini, Semiotica della letteratura in Italia: situazione e prospettive, Pavia, sett. 1972. Sottolineiamo i contributi alle scienze dell’uomo ed a una tipologia dei fatti di cultura di Segre, 1970; Corti, 1970; Avalle, 1972. torna al rimando a questa nota
  10. A certe analisi sul discorso di propaganda politica [Fabbri, 1971 b] o sulla struttura semantica canonica soggiacente (i) alle narrazioni che diversi organi di stampa danno ad es. dell’autunno caldo [Foschi, 1971] o (ii) al numero limitato di copie di un giornale di base [Flammini, 1972] manca proprio il lavoro di reperimento di queste regole sintagmatiche di successione e di combinazione. Naturalmente è indispensabile stabilire quali siano i valori investiti nelle strutture semantiche elementari per poter poi riconoscere le operazioni di trasformazione! torna al rimando a questa nota
  11. Per questi v. in particolare Eco, 1968 b dove si tenta una tipologia generale di registri e di livelli. torna al rimando a questa nota
  12. Parliamo d’una funzione linguistica: quella pragmatica (di controllo) ed interpersonale e non dell’efficacia pratica sugli acquisti. Va d’altronde notato che tutte le ricerche empiriche su quest’ultimo problema convergono nell’indicare (in linea con gli altri risultati della sociologia degli effetti) come l’ “efficacia” della pubblicità sia piuttosto un frutto di ‘cattiva informazione’. Al sociologo, sprovvisto di strumentazione simbolica non resta infatti che notare quanto la proliferazione del discorso persuasivo sia dovuta al passaggio dell’informazione nella organizzazione distributiva delle merci. I dettaglianti riterrebbero efficace la pubblicità imputando ai consumatori una equivalenza (indimostrata) tra quantità di pubblicità e qualità del prodotto [Marcus-Steiff, 1971, in Communications, 17 Les mythes de la publicité]. torna al rimando a questa nota
  13. Contro l’ipotesi ipnotica del medium televisivo v. Fabbri e Giglioli, ’66. torna al rimando a questa nota
  14. V. quanto detto più oltre sulla pubblicità, 3.2.2. torna al rimando a questa nota
  15. V. quanto detto più oltre in 4.2.2. torna al rimando a questa nota
  16. La content analysis d’un qualunque corpus di fiabe, con criteri simili a quelli adoperati nelle comunicazioni di massa, porterebbe a curiose conclusioni sui contenuti di violenza nelle favole. Ma i denti delle favole non sono ‘così lunghi’ per mangiare meglio il bambino: sappiamo che i loro effetti sono ‘dissolti’ nello stringente codice formale del messaggio e della sua ricezione.
    Eppure è evidente che è proprio la favola che impressiona di più il bambino. Vorrei ricordare, piuttosto che tante ricerche di psicologia, la deliziosa vignetta di Feiffer. Dei bambini guardano annoiati la TV (fig. I), dove passano successivamente cariche di polizia (fig. II), scene di guerra (fig. III) e un’esplosione atomica (fig. IV). I bambini sono impassibili. Appare una strega con una vecchia scopa: i bambini strillano di paura (fig. V). Ma, ancora una volta, il vero ‘effetto’ è altrove: probabilmente nella percezione e nell’adesione alla struttura profonda delle favole che si potrebbero dividere in due generi: favole di ricostruzione dell’ordine (l’azione dell’eroe ricostruisce il contratto iniziale che organizzava il mondo naturale e/o sociale) e di mutamento dell’ordine (dove il primo contratto è ricostruito in modo nuovo, non circolare). V. più oltre le considerazioni sul genere come unità d’analisi del messaggio massmediatico. torna al rimando a questa nota
  17. Circa il concetto di Gatekeeper, molto usato nello studio della comunicazione nella tradizione disciplinare anglosassone, v. Dexter, White, 1968 e per una notevole applicazione concreta (la manifestazione londinese sul Viet Nam) [Halloran et al., 1970]. torna al rimando a questa nota
  18. Questo rinnovo metodologico è discriminante. Sappiamo che la riflessione epistemologica si origina nelle crisi di certe scienze e che queste crisi sono il risultato di metodi anteriori, sormontabili solo con l’invenzione di nuovi metodi (Piaget). Non sarà quindi possibile mantenere la vecchia strumentazione microsociologica ‘abbastanza precisa’ [ Lazarsfeld, 1970] per connetterla a nuove ipotesi macrosociologiche o facendole precedere da qualche citazione di Mao [Bechelloni, 1971]; né mantenere lo status quo metodologico confidando nel cambiamento del committente della ricerca [Rositi, 1971]. La portata politica del lavoro del ricercatore è nella critica dell’uso, degli effetti e dei risultati di una disciplina, ma più ancora nell’interrogazione sulla natura ed il valore dei procedimenti con cui le discipline si costituiscono e giungono ad una conoscenza dotata di valore obbiettivo. torna al rimando a questa nota
  19. L’esempio della gag ne vale un altro: dal punto di vista semantico (della forma dei contenuti) è necessario definirla non solo per i suoi ‘effetti’ comici, ma in termini narrativi generali come un testo chiuso, come organizzazione attoriale antagonistica e articolata in prove suddistinte in enunciati canonici, la cui particolare concatenazione è responsabile dell’effetto comico sintagmatico. L’altro tratto è il salto d’isotopia (‘enjambement’ dei contenuti) che dovrebbe rendere conto degli effetti paradigmatici della comicità. V. le ricerche in corso di M. Garriba, presso il Centro internaz. di Semiotica e Linguistica, Urbino. Per le ricerche preliminari v. Coursodon, 1964 e Du Pasquier, 1970. torna al rimando a questa nota
  20. V. le interessanti osservazioni sul modo in cui il contadino percepisce la narrazione: operazioni di trasformazione (diremmo) su elementi assiologici organizzati ed investiti [ De Rita, 1964, 172]. torna al rimando a questa nota
  21. S’intende qui per pragmatica testuale, la componente grammaticale capace di render conto (i) del sistema che determina l’appropriatezza comunicativa d’un testo (una parte della sua accettabilità, con il fatto di essere ben formato), (ii) della conoscenza ideale che il locutore ha di quest’uso appropriato [v. Van Dijk, 1972, 316]. torna al rimando a questa nota
  22. Le comunicazioni di massa, per la loro diffusione, sono il luogo dove il minimo di impredicibilità del messaggio si accompagna al massimo d’imprevisione sulla ricezione di questo. Potremmo dire che, se il loro modello è il plagio, le comunicazioni di massa hanno sempre, come effetto, la duplicità. torna al rimando a questa nota
  23. T. De Mauro suggerisce come tutta una serie di ricerche sociolinguistiche su 250 nozioni quotidiane (giochi infantili, nomi d’oggetti comuni, nomi di frutta di tutti i giorni ecc.) dimostrano [La ricerca empirica sugli effetti, 1970, 30] che “… il fatto davvero drammatico non è solo che la popolazione italiana nella grande maggioranza non conosce la parola legislatura; il fatto drammatico è che non capisce la parola albicocca… Questo significa per es. che, in una pubblicità sulle albicocche, se l’utilizzazione del codice verbale non è integrata da un’accorta utilizzazione del codice iconico, persino la parola albicocca può suscitare curiosi effetti di distorsione”. torna al rimando a questa nota
  24. La posizione inversa è quella per cui attualmente riceventi ed emittenti della cultura di massa hanno ormai in comune lo stesso codice culturale, senza distorsioni semantiche. Val forse la pena di ricordare che l’ambiguità semantica fa parte del codice, costituzionalmente e/o può essere effetto della frizione di due codici, elaborato e ristretto. Ma la falsità dell’enunciato si può apprezzare meglio mostrando i paradossi delle sue conseguenze. A partire di qui infatti qualcuno ha formulato il Paralogismo del Ricercatore al Servizio della Industria Culturale. Si ragiona più o meno così: (i) i massmedia omogeneizzano la società, quindi il codice dell’emittente e del ricevente sono ormai simili [Alberoni-Seppilli, Roma, 1970, Firenze, 1973]. L’ipotesi per cui il gioco è giocato non può dispiacere (e di fatto non spiace) ai manipolatori, ma la realtà sociale è d’altro conio.
    Ancora: (ii) il corollario per la ricerca sarebbe il seguente: il ricercatore universitario o comunque colto, che analizza i contenuti della cultura di massa, lo fa obbiettivamente, se non scientificamente, dato che i suoi codici sono generali ed omogenei a tutti gli emittenti e i riceventi.
    Se il ricercatore universitario capisce come il ricevente, quest’ultimo capisce come il ricercatore universitario. Cioè tutti i riceventi sono almeno degli universitari. Es. Tullio ha due gambe, Francesco ha due gambe, la volpe ha quattro gambe: Tullio e Francesco sono una volpe? torna al rimando a questa nota
  25. Il dibattito sull’oscurità del linguaggio politico ci sembra molto mal situato. Abbiamo a che fare con un lessico specializzato (quella politica non è forse una pratica come le altre, istanza propria, dotata di unità e regole specifiche di combinazione?) e quel che è certo è che non è compreso da tutti.
    Ma si pensi a frasi come ‘un capo sciancrato portato con coordinati’ (quasi ogni donna capirà che non si tratta di politica) oppure “il libero fluidifica quando l’ala tornante rinviene di copertura” (quasi ogni uomo capirà: l’opposto non è vero). Il fatto è che le masse possono capire il discorso dei politici (v. almeno la percezione d’una struttura attanziale soggiacente in Fabbri, 1971 b), poco meno specializzato di quello della moda e dello sport, ma non si interessano di politica. Almeno di questa politica. L’incomprensione linguistica (subordinata e non irriducibile) non è una causa ma un effetto. torna al rimando a questa nota
  26. Sulla necessità di fare chiarezza sulla coppia ‘logicità-esplicitazione’ [v. Labov, 1969, 202]. torna al rimando a questa nota
  27. V. in [ Labov, 1969, 197]. Diverse modalità internazionali mettono in gioco diversi ruoli comunicativi e sociali con diversi risultati. Un bambino negro del ghetto, apparentemente incapace di raccontare il contenuto delle trasmissioni televisive di Topolino e Nembo Kid si rivela, in mutate condizioni d’intervista, in grado di discutere le qualità differenziali (sociopolitiche) del dio dei Musulmani neri e di quello dei negri integrazionisti!
    Sfortunatamente centinaia d’interviste così vengono usate per mostrare l’incapacità di comprensione del bambino o addirittura della sua capacità di verbalizzare: 159. È evidente che anche qui il modello psicologico – a base etologica – ‘eguale stimolo, eguale risposta’ è insufficiente a render conto della comunicazione umana. Oltre al controllo e all’interpretazione dello stimolo, come fa la sociologia ‘vulgata’, si tratta di interpretare le risposte: 200. Per questo ci vuole una conoscenza semantica, o si finisce per portare fiato linguistico ai mulini del pregiudizio (razziale o di classe). torna al rimando a questa nota
  28. In certi contesti è possibile l’uso di varianti ristrette, almeno per la classe media, che è la sola – ricordiamolo – a disporre di entrambi i registri [Bernstein, 1971, Introduzione, 1972]. torna al rimando a questa nota
  29. Portare la lingua italiana alle masse ‘acodiche’ attraverso la TV, ad es. è far davvero (o pretendere di fare) della populicultura [Bourdieu e Passeron, 1972]. “Il misconoscimento di quanto la cultura legittima e la cultura dominata debbono alla struttura delle loro relazioni simboliche ispira l’intenzione ‘populicultrice’ di ‘liberare’ le classi dominate dando loro i mezzi per appropriarsi della cultura legittima così com’è, con tutto quello che ha come funzioni di distinzione e legittimazione [sottolineato da noi] (…) come pure il progetto populista di decretare la legittimità dell’arbitrario culturale delle classi dominate così com’è costituito, nel e per il fatto della sua posizione dominata, canonizzandolo come cultura popolare”.
    Quest’ultima posizione, v. ad es. il fumetto come folklore della società industriale, ecc. è stata particolarmente vivace negli USA durante gli anni ’60. L’importazione coloniale dei modelli a cui la sociologia italiana è stata devota presenta questa piccola ma fortunata eccezione. torna al rimando a questa nota
  30. Salvo a restare assai sorpresi per lo ‘strano comportamento’ del soggetto (nel senso forte del termine: ‘cattivo soggetto’ captivus e assoggettato); rifiuto di dare spiegazioni e comportamento ‘anomalo’ davanti all’intervistatore; v. la ottima descrizione di De Rita, 1964. torna al rimando a questa nota
  31. Su ‘deficit vs differenza’ v. l’appassionante dibattito sociolinguistico che ha luogo, in particolare negli USA, con una particolare valenza ideologico-politica. Un panorama delle diverse posizioni in Williams, 1970. torna al rimando a questa nota
  32. Su questa funzione delle comunicazioni di massa come ‘strumenti per massaggiare la nostra moralità’ v. Goffman, 1971 a: 299-307. Il codice morale viene ‘lavorato’ attraverso la produzione di ‘fantasie commercializzate’ con cui partecipiamo senza rischio ad un ‘mondo vicario di fatalità esemplari’. Questo massaggio/messaggio opera sia sulle forme più vaste delle opposizioni assiologiche ed ideologiche (v. la opposizione binaria tra routines integrate e giochi di azzardo pratico) che sui loro contenuti storicamente determinati, il cui complesso costituisce l’ethos specifico della società attuale. torna al rimando a questa nota
  33. Si veda ad es. l’applicazione del modello del ‘gioco a due’ all’interazione verbale ironica con cui le classi subalterne (nel caso i negri del ghetto) de-ridono i valori espliciti e soprattutto impliciti nel discorso e negli altri sistemi semiotici (vestito, gesti, ecc.) del presentatore bianco della TV. V. Blum, 1965. torna al rimando a questa nota
  34. Al momento in cui questa relazione è stata pronunciata avevamo un’idea assai incompleta del testo di Rossi Landi, 1972; alcuni articoli erano tuttavia già accessibili in riviste o pubblicazioni parziali. torna al rimando a questa nota
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Un pensiero su “Le comunicazioni di massa in Italia: sguardo semiotico e malocchio della sociologia

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