La lingua cosmopolitica di un mondo in transizione


Da: Luca Ronconi, Progetto domani, a cura di C. M. Giammarini, Ubulibri, Milano, 2007.


I pensieri volano, si dice, ma le parole vanno a piedi. Alcune di queste però seguono più da vicino i pensieri e talora li precedono. Sono i neologismi, come quelli che combinano termini risaputi con prefissi post-moderni come nano– e giga-, eco-, cyber– ed soprattutto bio-. È il caso di Bioetica, un vocabolo ibrido che ha già perso il tratto di separazione che ne segnalava la novità: collegare la Vita naturale, umana e inumana all’etica e alla morale. Alla Morale come apparato di norme e prescrizioni universali ed esigenze personali universalizzabili e all’Etica come insieme di proposizioni particolari e istruzioni dettagliate.
La lingua è arbitraria (nel riferimento), aperta (nel lessico) ed elastica (nella definizione) ed ha un modo suo di far sistema. È una rete acentrata di termini vecchi e nuovi che si richiamano e si oppongono, si definiscono e interdefiniscono. Così è il Dizionario di bioetica, scritto a più voci – una trentina – di diverso tono ed estensione, densità ed astrazione. Solo la finitezza dei problemi permette definizioni esaustive: il sapere bioetico però è nuovo quanto rilevante, rigoroso quanto rischioso. Mette in gioco i grandi assi semantici del linguaggio: la morte e la vita – i suoi inizi e la sua fine, i suoi principi e i suoi fini – l’individuo e le società, la natura e le culture. Anche se d’origine recente, la parola Bio-etica ha già spostato l’accento tra le sue componenti: nata come caratterizzazione naturalistica della morale, oggi significa l’iscrizione di assiologie e pratiche nella scienze, nella ricerca e nella costruzione dei collettivi umani e non umani (piante, animali, molecole, virus).
Bisognava quindi lasciar posto a molte incognite, scientifiche e tecniche, di senso e di valore, personali e collettive. Per questo il Dizionario si presenta come un’enciclopedia e come un manuale: come un implicito rinvio o un esplicito diverbio. Secondo i punti di vista, che vedono la Bioetica come un processo in progress o una stasi progettuale, il dizionario può sembrare una Babele prolifica (v. l’introduzione di P. Donghi) o un buco nero che assorbe verità e truismi (v. l’introduzione di G. Corbellini e A. Massarenti). In ambo i casi, come un vasto cantiere semi-abbandonato dove delimitare ambiti, tracciare percorsi, trovare parole chiave e le serrature corrispondenti.
Si potrebbe obbiettare che già esistono, oltre agli innumeri siti web – altri dizionari di bioetica, redatti da uno o pochi autori con solidi a priori, cattolici o laici. Ma poiché oggi i modi di definizione contano più dei mezzi di produzione, questo ulteriore dizionario è benvenuto. Scompaginare i termini, introdurre nuove denominazioni e connotazioni, accendere dialoghi e metaloghi non è puro gioco di significanti, ma una presa diretta su scelte e decisioni. Il consenso informato del paziente e l’eutanasia; l’allocazione di risorse sanitarie e la visione pluralista del bene e della giustizia; l’accesso alle risorse economiche e alla trascendenza: le terapie geniche e l’immortalità! La genetica è diventa parte dell’ambiente sociale con toni, talvolta fondamentalisti, da religione laica.
Il significato originario di “lemma” – termine logico approdato alla linguistica – era “premessa di azione”: all’iscrizione del significato e al riconoscimento del valore segue la performance d’un atto di forza. È questo il senso della ferma posizione del nostro Dizionario a favore d’un approccio laico ai problemi sollevati dalla tecnoscienza genetica. Ed è per questo che possiamo prenderci a parole sulla “qualità” o sulla “sacralità” della vita. Fino a ricordare, nel mito fondatore della fede cristiana, l’immacolata procreazione del dio incarnato e la sua adozione putativa e mondana.
Per dialogare bisogna essere diversi. E per creare una lingua franca della Bioetica in una società pluralista, oltre alle differenze e ai dilemmi, contano i rinvii e le somiglianze di famiglia, le critiche e gli attachement. La biologia molecolare e genetica è naturalmente semio-fisica: ha costruito interdisciplinarità inattese e ha messo in cultura le scienze. Ricomponendo imprevedibilmente caratteri alfabetici della natura, ha re-impaginato i geni e i “semi” dei testi culturali. Ha rimesso l’Uomo nella Natura – che è, etimologicamente, l’insieme delle nascite di cui l’uomo è parte – e la Natura nella costruzione responsabile dell’Uomo – cioè una seconda natura.
I laboratori della biologia non sono più “vitalisti”: eppure non agiscono solo sugli elementi inerti o fissi (fisiochimici), ma anche su quelli emergenti e contingenti (viventi) e sul passaggio tra loro (mutazione e metamorfosi). Ne é emersa un’inedita possibilità di agire, a livello fisico e mentale, sul corpo proprio, mediatore tra noi e il mondo e le varie forme umane e non umane d’inter-corporeità. Accellerando i tempi della selezione “naturale”, la natura umana diventa, riflessivamente, causa sui e di altre specie da replicare, ricostruire o inventare. Un potere cosmo-culturale ancora inesplorato, ma padrone fin da oggi dei propri mezzi, mentre i fini, cioè i valori e i progetti, restano quelli di ieri. Potere reversibile e ambivalente che solleva speranze ed utopie già affidate alla società e all’educazione, ma che incute per questo fobie e distopie. Fino d’ora il corpo umano viene visto come un prototipo, portatore eventuale di “cattivi” geni da testare e rettificare in continuazione; dai test prenatali fino alle aule dei tribunali, una “vita degna di esser vissuta” dev’essere di buona qualità morfologica e genetica!
Mentre i filosofi prospettano la stipula, con tutti i viventi, di un nuovo Contratto Naturale, alla Bioetica spetta il compito spinoso di mettere teorie rotonde dentro pratiche quadrate. Definire le relazione alla vita e alla morte degli uomini e degli animali, a cominciare dai trapianti fino alle tanato-tecniche. Esplorare i rapporti dei medici e dei pazienti, dello Stato e dell’industria alla malattia e ai suoi rimedi – dall’ingegneria genetica ai farmaci del dolore. Pronunciarsi sulle estensioni cosmetiche, neurologiche, genetiche del corpo e la sua mercificazione, fino alla definizione “dinamica” della sua natura “normale”. Le tocca anche ripensare i nuovi virus e le imprevedibili epidemie; la famiglia come entità naturale e come costrutto socioculturale: la privacy genetica e i regolamenti delle bio-banche, via via fino i diritti degli animali e delle generazione umane future. Quando l’esperimento soverchia l’esperienza, norme, regole, istruzioni diventano labirintiche. E diventa improbabile l’equità, che è la giustizia usata con la prudenza necessaria alle singole situazioni.
Davanti ai tanti rischi imprevedibili, si diffondono epidemicamente le sceneggiature di pericoli plausibili e i simulacri catastrofici, tradotti e moltiplicati dai media: in un minuscolo laboratorio, il mancato controllo della replicazione d’una comune gramigna potrebbe soffocare gli oceani; la clonazione può ingenerare mostri e superuomomini, e così via. Lo spazio dell’esperienze tecnicamente realizzabili eccede l’orizzonte virtuale delle nostre attese. In queste condizioni, il senso di responsabilità e il principio di precauzione si trasformano da saggezza del prevedere in sgomento nel fare. L’attenzione e la vigilanza si convertono in allarmi e la prudenza, che è la parte intelligente del coraggio, diviene un ripiego nei rispostigli della tradizione.
Il richiamo filosofico a una morale dell’iniziativa, cioè all’azione sensata, è necessario ma insufficiente. È certamente il fare che definisce il campo dell’essere e i dubbi sull’agire sono generati dai limiti stessi che questo fare ha prodotto. Ma i limiti, soggettivi e oggettivi, sono anche le condizioni dell’azione futura destinata a ridefinire il proprio campo. Oggi però l’iniziativa appare sempre più delegata alla evoluzione imprevedibile di dispositivi tecnici che danno, una volta introdotti nell’organizzazione collettiva, l’impressione di una necessità autonoma. Di qui, davanti al moltiplicarsi e al susseguirsi delle controversie socio-tecniche, la fondata impressione d’una “massa mancante” di moralità. Spetta allora ad un istanza etica ‘forte’ rifiutare le tecniche come mezzi accessoriati da fini propri e riconoscerle come mediazioni. Non ci sono valori da riaffermare, contro le tecniche, ma fini da esplicitare. La bioetica deve mantenere aperta l’evoluzione della propria ingegneria genica – la sua “promissione” (affordance) cioé promessa e permesso – e mostrarne la contingenza e le potenzialità alternative.
Questa morale non può fondarsi su catechismi confessionali o regolamenti professionali e neppure su exempla ficta filosofici e codici multiculturali. Per esplorare il bene comune attraverso prove e discussioni è meglio farlo senza rendere conto alla mano invisibile dei mercati o a quella, visibilissima, degli Stati e delle religioni.
L’orizzonte del bioeticista è il compito collettivo di costruire un mondo comune. Una cosmopolitica di cui parlare a reti unificate, allargando i laboratori al pubblico, che è la cavia della sperimentazione collettiva in condizioni di incertezza e ha quindi il diritto ad esercitare i propri determinismi e responsabilità. Basti pensare al ruolo delle donne nel dibattito sulla procreazione! Verificata l’impossibilità di separare valutazione esperta della scienza dalla gestione politica dei rischi è necessario riunire i due rami di un parlamento che separava le politiche e le scienze, il governo degli uomini e la conoscenza delle cose. E rendere così più democratica la democrazia, trasportando en plein air la ricerca recintata delle scienze della vita.
La bioetica è una disciplina in transizione. Per alcuni curatori ed autori del Dizionario, avrebbe smarrito, tra i dubbi e le ubbie, l’energia degli inizi senza darsi la robustezza d’una filosofia. Tuttavia il senso d’un progetto forte può apparire a qualsiasi svolta del suo senso, quando non venga delegato alla tecnoscienza, ma alla ricerca congiunta d’un nuovo mondo possibile e dello spazio pubblico per costituirlo. Il Dizionario allora non è un foro ibrido di discussione o un utensile divulgativo, ma un momento della trattativa “cosmopolitica” in corso in un parlamento di umani e non umani per scrivere un nuovo contratto naturale che non sarà affatto un’Arcadia.
Il teatro di Ronconi, che l’ha scelto come copione da rappresentare o spartito da eseguire, deciderà della fisionomia ultima del Dizionario. Intanto, se, per il pensiero delle complessità, il battito d’ali d’una farfalla può provocare qualche lontana catastrofe, può darsi che lo sfogliarsi di questi pagine contribuisca, perché no?!, a prevenirla.


Bibliografia

AA.VV., Dizionario di bioetica, a cura del cardinale D. Tettamanzi e M. Doldi, Piemme Ed., Roma, 2002.

E. Lecaldano, Dizionario di bioetica, Edizioni Laterza, Roma-Bari, 2002.

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