Satira


Da: Alfapiù | Alfabeta2, pubblicato online il 13 giugno 2012.


Mi faccia ridere, dicono. Lo so che sul comico si dicono cose originali e interessanti. Peccato che quelle originali non siano interessanti e quelle interessanti non sono sempre originali. Chissà? Forse sono troppe le parole per designare il (linguaggio, discorso, genere) comico e l’elenco non sarebbe divertente. Uno dei termini di più largo e mediatico impiego è Satira, che proponiamo d’iscrivere – insieme all’anima degli Animali – nella dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo. Dopo qualche chiarimento terminologico.
In primis: la Satira non ha niente a che vedere coi Satiri, divinità boscherecce che infastidivano antichi viaggiatori e insidiavano ninfe. Quindi è legittimo satireggiare chi sia affetto da Satiriasi, cioè prova un’irresistibile ingordigia sessuale. Gli esempi non mancavano e non ci mancheranno. Satira invece, come farsa, si rifà alla saturazione e l’infarcitura. In questa accezione chi ha più cose divertenti da dire, più ne dica e nei modi più diversi. Ma deve dirle grosse. Per esser Satirica la parola comica dev’essere salace, mordace, sferzante, graffiante e mordente. Metter unghie e denti, artigli e zanne alla lingua. Dove questa batte deve far dolere. La Satira scotta: caustico e sarcastico significano il bruciore. Sono semioticamente disponibili parodie e libelli, pamphlet ed epigrammi linguistici, musicali e visivi. Lo scopo è il ridicolo e la caricatura, che vuol dire metterci il carico, andarci giù pesante. Non bastano le giullarate ed è sconsigliato il genere lirico, così soggettivo che non fa male a nessuno.
La Satira inoltre non ha intenzioni di verità; non è buonista, anzi è animata da un’ingiustizia felice: vuol castigare ridendo politica e costumi. Il «vituperio» ha etimologicamente a che fare col «vizio». Tanto per citare: colpisci un politico per educare cento elettori, anche astensionisti! la Satira s’oppone e s’impone in quest’epoca di apologeti, cortigiani ed encomiasti Ma il compito è difficile: i bersagli della parola Satirica in Italia sono già largamente ridicoli e caricaturali per loro conto: un raro, imprevisto caso di auto-Satira. C’è il rischio che prendere in giro il politico – ladro anche quando piove – diventi un distensivo. L’aumento delle vignette e barzellette politiche può anche essere un segno di regime!?
Se il sintomo del comico, la sua prova provata, è il riso, la Satira non può far ridere tutti: almeno uno deve restarci male, farsi il sangue amaro. Quindi, per definizione, il Satireggiatore non può godere d’impunità e deve aspettarsi ritorsioni. Seneca chiamò «zuccone» un imperatore che lo suicidò; Voltaire per avere finto di stupirsi che «una colomba avesse fatto un bambino alla moglie di un falegname», assaggiò, dolendosene, il bastone. Fortunatamente oggi i media procurano ai professionisti del satirico dei fringe benefits, pardon dei vantaggi collaterali, a chi si attira pubblicamente la censura. Incrementando l’audience beninteso. Già, è curioso: chi subisce la censura se l’è meritata, diceva un noto Satirico, Karl Kraus. È necessario usare la lama linguistica più del bastone visivo? Ma c’è il rischio di sfuggire all’attenzione fluttuante dell’opinione pubblica, quella prodotta dai media, magari controllati dal Satireggiato.
Infine. Nella satira, arma dell’antitesi, è questione di forti sentimenti, Quelli del Ricevente: la vergogna e la rabbia del bersaglio; il riso – che è una passione del corpo e della mente – di disprezzo e commiserazione dello spettatore. O quelli dell’Emittente: l’indignazione o l’ira a senso unico del satirico-sarcastico, ben diversa dalla capacità dialogica dell’umorista, che sa giocare di tutte le emozioni. L’umorista preferisce infatti la parodia, che non richiede di schierarsi pro o contro, ma che cita parole d’altri e le problematizza.
Quanto a me, preferisco l’ironia, che, a differenza della Satira devastatrice è costruttiva e talvolta pedagogica. Preferisco il suo sorriso sottile alla risata grassa che risuona attraverso tutti i tubi catodici e le autostrade dell’informazione digitale. Perché è un genere che implica una virtù non universalmente condivisa: l’autoironia. Ah! dimenticavo: l’etimo di ironia è «interrogare». Non reitera le risposte scontate, politicamente corrette, cerca le domande giuste.

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