Tombeau della Stilografica


Da: Il Verri, n. 39, febbraio 2009.


Ci sono buone ragioni per occuparsi di penne stilografiche.
Oggi i mezzi tecnici sono diventati vettori di senso. Lo sono diventati da quando Mac Luhan ha proferito “il mezzo è il messaggio” e ha dato come esempio la scrittura e le trasformazioni provocate dalla macchina da scrivere portatile.
D’altra parte la penna è lo strumento di senso per eccellenza, anzi per antonomasia. Lo dice lo stesso nome. Penna viene dal latino pinna (pinna e ala) indica la direzione, cioè il senso. È una radice antica PETE – “tendere verso una meta” (da cui viene anche chiedere, come in petizione, e competizione). Un moto spaziale e quindi pennuto. Da non confondere con lapis che per consistenza e peso è proprio il suo contrario.

Gli esiti di ricerca sulle penna intreccerebbero molti dati. In primo luogo le connotazioni sociali, cioè i sovrappiù di senso attribuiti alla stilografica da categorie diverse per professioni, sesso ed età. Alcune delle risposte che sembrano attese, se non ovvie, sono però essenziali per la comprensione del senso comune, che non sempre è buon senso. Nel caso della penna stilografica, ad esempio; sarebbe dominante non l’aspetto strumentale, ma quello estetico: il prestigio (attributo del manager giovane, o il fatto che i giovani la reputino pezzo da collezione).
Emergono o trapelano anche altri parametri che vanno organizzati altrimenti: la strumentalità, la comunicatività e la specificità degli investimenti percettivi ed emotivi.
Meglio mettere un pò d’ordine usando lo schema comunicativo: 1. Emittente / 2. Messaggio / 3. Ricevente.

1.
Vista come Emittente la penna è uno strumento amanuense.
Si scrive per così dire “mano a mano”. È tra i più immediati dei mezzi di scrittura: tocca la mano e il supporto d’iscrizione (carta o altro); implica un tocco intimo, un circuito con corpo e mondo. Derrida, il celebre filosofo-scrittore scriveva svegliandosi, al buio, come cieco.
È molto diverso dalla macchina che implica non il tocco ma i tasti, la digitalità. La diversità del contatto della penna provoca la differenza del suo tratto. Scrivere è gesticolare e come la voce il gesto ha un suo tono.
Sempre come emittente, la penna è un mezzo d'”espressione”. I caratteri che traccia sono “prove di carattere”. Scrivere a penna trasuda informazioni su chi scrive, su quel che sente o pensa di sé, dell’occasione che porta a scrivere e dell’altro a cui si indirizza.
Sembra, più di altri mezzi, vicina al pensiero (serve a “fermare il pensiero”) ma anche al tracciato della propria intimità. Per questo è spontanea (“buttar giù a penna”) e veloce; serve per appunti rapidi e note a margine, ma anche per sgorbi e ghirigori.
Comunica quindi in primo luogo con se stessi, può essere lo strumento vivido e irregolare non solo del pensiero ma del sovrappensiero. Per diventare comunicativa la scrittura a penna presuppone un’identità singolare, una preliminare personalizzazione. Quando è il mezzo d’un Io-Tu diventa più impersonale; serve per mettere in bella e diventa calligrafia. Ma anche in questo caso è sensibile al destinatario: la calligrafia muta in funzione del suo destinatario: per es., con che carattere scrivere una lettera d’addio?
La penna stilografica è ancora molto vicina alla materia dell’espressione: alla punta e all’inchiostro. La stilografica resta uno stilo cioè un mezzo di incisione e non di solo tratteggio: il gesto ha un suo stile, varia la forza e lo strumento somiglia alla mano, cosi come il filo che lascia uscire. Calvino diceva che questo filo è lo stesso che annoda e scioglie il racconto: proponeva quindi di viaggiare sulle mappe mettendo una penna al posto del timone.
Con la stilografica siamo ancora vicino all’inchiostro, alla sua densità e al suo colore – c’è chi firma col colore dell’inchiostro! Può trasformarsi ancora in macchia, indispensabile a quel nero specchio di narciso che è il test di Rorschach. Nell’Età dell’innocenza di M. Scorsese, l’innamorato ottocentesco offre alla donna la prima stilografica; scuotendo la penna ne minaccia l’irreprensibile toilette.

2.
Il Messaggio privilegiato della penna è la forma breve, che organizza insieme il pensiero e l’emozione. Cumula dispersione e precisione, ma è sopratutto la firma, auto-certificante ed estetizzata: vero calligramma a cui tutti esercitano se stessi. Io scrivo: me e io.
In attesa delle impronte vocali standardizzate, il riconoscimento scritto resta necessario per certificarsi con svolazzi propri in punta di penna. Come fanno i governanti – il trattato è siglato a penna stilografica – e gli analfabeti di ritorno.

3.
Per quel che riguarda il Ricevente la penna stilografica è essenzialmente interpretabile. Alla scrittura – come alla voce al telefono – siamo in grado di assegnare le identità esplicita e persino i segreti. La grafia rivela e nasconde ma è sopratutto un evidenziatore emotivo, una fisionomia per la sua uniformità e irregolarità. A differenza dal tasto, il tocco ci fa tutti detective dell’emozione, ci invita a quel che Eco chiama passeggiate inferenziali. Su questo c’é, come si dice, tutta una letteratura!

Ma la penna non è solo un mezzo è anche un oggetto dotato di significato, indipendentemente dal suo uso. Come tale incorpora certi valori evidenti (prestigio, praticità, etc.) legati alla sua materia, spesso preziosa, e forma. Ma è anche una attrezzatura portatile (come il libro), ed anche uno pochi gioielli maschili, un prodotto “firmato”. Dove si portano le penne stilografiche, borse, taschini, agende? Certo non dietro l’orecchio, come la matita
Può diventare allora una firma in sé. C’è chi rifiuta di prestarla per timore (o col pretesto) del pennino diventato personale nell’uso; ma anche per manifestare un saper fare personalizzato C’è chi la lascia a casa per non metterla inavvertitamente in circolazione.
Come ogni oggetto la stilografica infatti ha i suoi circuiti di scambio: doni, perdite, furti. Varrebbe la pena intervistare persone che hanno appena perduto o a cui è stata sottratta la stilografica: un test per i problemi di attaccamento.
Non sembra invece oggetto di prestito e neppure di scambio (se si eccettuano i collezionisti). Insomma la stilografica è infungibile a differenza di altri prodotti come ad es. la biro.
La penna dunque, più che un sostantivo è un aggettivo. Varrebbe la pena di applicarle quindi i criteri che separano gli aggettivi dai sostantivi:
– l’uso del comparativo e del superlativo (più o meno penna, pennissima);
– l’avverbio in-mente (pennamente, ma anche pennissimamente);
– il ricorrere dopo il verbo essere (sarà penna): o il collegamento al sostantivo (il bambino è penna o il bambino penna).

È evidente, da quanto sopra, il confronto significativo con altri mezzi di scrittura al limite tra pittura e scrittura: la matita – compresa quella per gli occhi e per le labbra – tagliata e modificata a piacere, la macchina da scrivere, il pennarello, o il brush del computer.

Ma è sopratutto il confronto col mezzo elettronico ad incuriosire .
Confronto che sembra destinare la stilografica al magazzino delle anticaglie o nella collezione, riserva indiana delle cose nelle società a frenetica obsolescenza oggettuale.
Ne dubitiamo. In primo luogo il computer non è la morte dello scrivere, e il passaggio macluhaniano dalla visibilità all’oralità è anzi il trionfo di Gutemberg. Si potrebbe persino dire che lo scorrere verticale dello schermo riproduca l’antico rotolo che precedeva il libro rilegato.
D’altra parte il computer non si limita a sostituire colla sua chiara digitalità l’analogico del bello scrivere amanuense. Al contrario, cerca di introdurre nella sua scrittura alcuni tratti che gli sono interdetti. L’impossibilità delle marche espressive nella trama ordinata dei caratteri, spinge a inventare emoticone – icone emotive per esprimere i modi e le interiezioni, tutto l’affettivo del linguaggio.
D’altra parte la penna stilografica conserva l’idea di uno strumento al servizio di un soggetto che non sostituisce, come rischia di fare lo strumento elettronico. Si pensi ai bambini USA che rispondendo all’inchiesta sulle loro aspettative (formulata da Bill Gates e pubblicata da Times) delegavano al computer la realizzazione dei loro sogni. O a Baudrillard per cui la totale delega del pensiero alla macchina apre, ironicamente, uno spazio umano (?) di “spensierata” libertà…
Si diceva che certi pensieri erano rimasti nella penna, ma dalla risposte del questionario è invece chiaro che la penna è utensile di realizzazione della fantasia, non scatolone nero per contenerla.
(Un’analogia con le bambole. Le più informi sono le più animate; quelle più articolate sembrano le più meccaniche. Ma questo accade perché siamo noi ad animarle: più sono articolate e minore è la possibilità di investirvi la fantasia.)
In ogni caso la stilografica e il computer hanno temporalità separate.
Mentre il secondo evolve nel presente, la penna ha una profondità di tempo. Dall’inchiesta sembra che il suo uso si conservi inalterato dagli anni scolastici e che il suo futuro è nelle mani dei collezionisti e nelle reinvenzioni moderne di modelli antichi.
Perché? È la maneggiabilità o/e il fatto che nella penna non c’è concorrenza tra tempi di routine e il fuori tempo massimo della fantasia?
La generazione elettronica sovra-compensa scrivendo colla bombola spray, con grafie immaginose, un’identità fittizia di gruppo sui muri di una città sempre più indifferenziata.
In ogni caso, così come il CD-Rom non sostituirà il libro ma coesisterà con lui, penna e computer avranno a lungo reciproco gioco.

(in)conclusioni
La penna stilografica è ancora medium immediato e il meno mediato dei medium. È sua la forma breve – l’appunto gettato sul taccuini e l’estensione articolata del pensiero -, irregolare e calligrafica, generica e singolare, elegante ed emotiva, ma sempre in punta di penna
Auto-comunicazione prima di diventare comunicazione, essa conserva il gesto e il ritmo, il piacere propriocettivo e l’estetizzazione.
Il valore di saper tener la penna, sopravvive alle nostalgie?
L’oggetto stesso resterà un valore rifugio infungibile?
In ogni caso l’uomo di penna non è come si è preteso un dinosauro.
In un’epoca in cui tutto è contemporaneo ed estrema è la valorizzazione dell’atto comunicativo, non aspettiamoci superamenti definitivi ma la coesistenza polifunzionale dei mezzi.
Varrà ancora la pena di dire come A. De Vigny: ho messo sul mio cimiero di gentiluomo una penna che mi fa onore?

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