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	<title>Articoli &#8211; Paolo Fabbri</title>
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	<description>Semiotica online</description>
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	<title>Articoli &#8211; Paolo Fabbri</title>
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		<title>Il valore delle passioni</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/il-valore-delle-passioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mangiapane]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Sep 2023 08:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: Carte Semiotiche n. 8, 1991. Scarica l&#8217;articolo. [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/il-valore-delle-passioni/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Il valore delle passioni</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p>Da: <span style="text-decoration: underline;">Carte Semiotiche n. 8</span>, 1991.</p>
<hr />
<p>Scarica l&#8217;<a href="https://www.paolofabbri.it/wp-content/uploads/2023/09/la-passione-dei-valori.pdf">articolo</a>.</p>
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		<title>100 anni di Fellini: costruttore-inventore di una memoria futura</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/100-anni-di-fellini-costruttore-inventore-di-una-memoria-futura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Fabbri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 09:51:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: Corriere Romagna, 19 gennaio 2020. RIMINI. Federico Fellini è nato un secolo fa. Nelle turbolenze del Biennio Rosso (1919-20) quando le agitazioni operaie e contadine – scioperi, picchetti e scontri – portarono all’occupazione delle fabbriche. L’ avremmo dimenticato se non fosse per l’anniversario che si celebra oggi in Italia e nel mondo, e in [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/100-anni-di-fellini-costruttore-inventore-di-una-memoria-futura/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from 100 anni di Fellini: costruttore-inventore di una memoria futura</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p>Da: <span style="text-decoration: underline;">Corriere Romagna</span>, 19 gennaio 2020.</p>
<hr />
<p>RIMINI. Federico Fellini è nato un secolo fa. Nelle turbolenze del Biennio Rosso (1919-20) quando le agitazioni operaie e contadine – scioperi, picchetti e scontri – portarono all’occupazione delle fabbriche. L’ avremmo dimenticato se non fosse per l’anniversario che si celebra oggi in Italia e nel mondo, e in particolare a Rimini, nella città dove Fellini è nato e dove riposa con Giulietta Masina, la donna e l’attrice della sua vita, intima e professionale.</p>
<p>Gli anniversari della nascita e i centenari in particolare sono un’invenzione recente. I ritornelli anglosassoni che canticchiamo datano della fine dell’800 e le parole del 1921! La cultura cattolica ricordava piuttosto la data della morte che era il passaggio a miglior vita, mentre oggi festeggiamo anche il giorno in cui la vita era una promessa iniziale e non solo un giudizio finale.<br />
La ricorrenza secolare richiede però che il festeggiato sia un classico, cioè per dirla con Calvino, che non finisca mai di dirci quello che ha da dire. Ed è il caso di Federico Fellini che resta paradossalmente una delle celebrità più sconosciute della cultura internazionale.</p>
<p>Universalmente noto, associato a maestri come Kafka e Beckett, Joyce e Stravinskij , conoscitore di artisti (Picasso), scrittori (Simenon e Buzzati), poeti (Zanzotto), il sommo regista è conosciuto e frequentato per pochi dei suoi film: il pubblico è equamente diviso tra il filone “Vitelloni”-“Amarcord” e quello de “La strada” e “La dolce vita”. Capolavori come “Satyricon”, “8½” e “Casanova”, per non parlare di “Giulietta degli spiriti”, “Roma” e “Cabiria” ecc. sono ancora sommersi da un’aneddotica mediatica, pettegola e banalmente erotica.<br />
Quindi, anche se a Fellini non piacevano le ricorrenze e i premi – aveva sognato a Londra, il 23 agosto del 1970, di ricevere non l’Oscar ma un Fiasco d’oro! – la commemorazione è un’opportunità imperdibile: far conoscere Fellini a chi è convinto di sapere fin troppo del molto poco che davvero conosce.</p>
<p>Come fare? In primo luogo attivando la frequentazione diretta delle opere, per assaporarne anche la vena comica – il “comico della sessualità” diceva Milan Kundera – oltre all’impiego del colore e della luce, le fisionomie sorprendenti degli attori e il montaggio delle attrazioni rumoristiche e musicali. E poi? Come orientare la lettura e la comprensione d’un autore che amava il simbolo e il mistero: il cinema come linguaggio del sogno?<br />
Gli artisti come Fellini hanno prodotto delle opere-mondo, in cui si può entrare da diversi accessi e orientarsi in molte direzioni. La scelta di Rimini è stata quella di dedicargli un museo “immaginario” – un dizionario delle sue immagini – nel luogo che egli aveva raffigurato come prigione nel suo film “I clowns”: il Castel Sismondo. Un museo che non deve essere la traccia di quel che è morto, ma la presenza di quel che è vivo. E poiché la composizione museale la fanno gli storici, ma la selezione la fanno gli artisti, la scelta di Studio Azzurro per l’installazione e la raccolta ci lascia ben sperare. La memoria che l’opera di Fellini non ha mai smesso di ricostruire e inventare è una memoria futura: merita l’ammirazione internazionale e di nutrire le nostre ricerche.</p>
<p>Ancora: il Comune di Rimini ha ricevuto dall’Associazione Fondazione Fellini un’opera unica e ancora poco esplorata: il “Libro dei sogni” in cui egli disegnava e scriveva le esperienze oniriche che riportava poi nel mondo diurno. Un testo che fa luce sulla notte dei sogni del regista riminese, ma che serviva come brogliaccio creativo del suo inimitabile cinema. Chi lo leggerà insieme alla visione dei suoi film e dei suoi disegni, avrà il piacere di incontrarlo, Federico, di scoprirne i gusti e i timori, le ansie e le illuminazioni, i dubbi e i fantasmi; scoprirà i luoghi ispiratori della sua infanzia, da via Aponia alle colonie Marine, dal porto canale al cinema Fulgor e il caffè Commercio, insieme a personaggi del cinema (Pasolini, Rossellini e Visconti) e della letteratura (Collodi, Bergman, e Borges), della politica (Kennedy) e della religione (Paolo VI). Alla fine di quest’anno centenario felliniano si vedrà chi ha saputo meglio conoscerne e riconoscerne il senso e il valore.</p>
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		<title>Gli esperti: Legittimità, Estensione, Comunicazione</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/gli-esperti-legittimita-estensione-comunicazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Fabbri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jan 2019 16:43:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: &#8220;Idee&#8221;, Il Sole 24 Ore, 6 settembre 2018. I problemi sono quesiti da trasformare in proposte. Umberto Eco ci ha lasciato con un quesito spinoso: perché nel rizoma dei newmedia tutti si comportano come esperti di tutto &#8211; &#8220;come fossero premi Nobel&#8221;? Un proposito che ha suscitato reazioni contrastanti, &#8211; accuse &#8220;populiste&#8221; di elitismo, [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/gli-esperti-legittimita-estensione-comunicazione/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Gli esperti: Legittimità, Estensione, Comunicazione</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p>Da: &#8220;Idee&#8221;, <em>Il Sole 24 Ore</em>, 6 settembre 2018.</p>
<hr />
<p>I problemi sono quesiti da trasformare in proposte. Umberto Eco ci ha lasciato con un quesito spinoso: perché nel rizoma dei newmedia tutti si comportano come esperti di tutto &#8211; &#8220;come fossero premi Nobel&#8221;? Un proposito che ha suscitato reazioni contrastanti, &#8211; accuse &#8220;populiste&#8221; di elitismo, valori scientifici oltraggiati, ecc. &#8211; e le cui implicazioni vanno oltre l&#8217;allarme mediatico. Segnalano la fine della priorità degli intellettuali e degli accademici nella definizione della cultura e l&#8217;avvento degli Esperti, figure tecno-scientifiche con decisive competenze economiche e politiche. Un&#8217;elite che incide sulla formazione del consenso nelle democrazie liberali, creando ineguaglianze nelle regole di cittadinanza e alterando la neutralità dello stato, che dipende dallo status privilegiato degli scienziati ed esperti e li finanzia. Una condizione profondamente mutata dagli anni Sessanta per gli effetti indesiderati e talora devastanti delle attività tecnoscientifiche e la perdita di fiducia nella loro Legittimità, quando operano non nei rarefatti mondi cosmici o subatomici, ma in quelli complicati delle collettività viventi, umane e non umane (v. il cancro e il tabacco). Queste rivendicano il diritto alle proprie competenze esperte &#8211; come ad es. i degenti di malattie croniche &#8211; e di lanciare allarmi e denunce. Fino al subbuglio (v. i vaccini, i modelli econometrici, gli OGM, ecc.) provocato dai conflitti tra gli esperti e dai fake, dalla mutazione delle tecnologie (v. sistemi Esperti ) e dall&#8217;accesso generalizzato a conoscenze prima secretate (v. Climagate). Per rispondere propositivamente ad Eco, dopo la mutazione di Legittimità si impone un cambiamento di Estensione e di riclassificazione dell&#8217;Expertise: generalizzata e specifica; esplicita e tacita; interattiva e innovativa. Oltre alla meta-expertise &#8211; la competenza di scegliere i competenti &#8211; e al ruolo essenziale del linguaggio. La distinzione tra le argomentazioni interne al paradigma esperto (controversie) e quelle rivolte alla comunità (campagne) è decisiva per le modalità della comunicazione delle tecnoscienze (stampa, TV) e sui limiti che la forma di vita scientifica pone all&#8217;accesso dei &#8220;Nobel- fai-da-Sé&#8221;.</p>
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		<title>Per Paolo Rosa, artista plurale</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/paolo_rosa/</link>
					<comments>https://www.paolofabbri.it/articoli/paolo_rosa/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Fabbri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2017 11:15:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: La Voce di Romagna, Rimini, 22 agosto 2013. Paolo Rosa, artista plurale. Il primo modo che viene a mente per mettere insieme un nome e una definizione che gli stava e mi sta a cuore. Un artista e più precisamente un regista che, in collaborazione del suo Studio Azzurro, ha esplorato, dall&#8217;inizio degli anni [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/paolo_rosa/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Per Paolo Rosa, artista plurale</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>Da: <span style="text-decoration: underline;">La Voce di Romagna</span>, Rimini, 22 agosto 2013.</p>
<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>Paolo Rosa, artista plurale. Il primo modo che viene a mente per mettere insieme un nome e una definizione che gli stava e mi sta a cuore. Un artista e più precisamente un regista che, in collaborazione del suo Studio Azzurro, ha esplorato, dall&#8217;inizio degli anni 80, tutti i linguaggi nuovi della creazione e della comunicazione. &#8220;Bottega d&#8217;arte&#8221;, laboratorio singolare di sperimentazioni e di esperienze, fondato &#8211; con Fabio Cirifino e Leonardo Sangiorgi come Collettivo militante di controinformazione &#8211; Studio Azzurro è un luogo riflessivo e performativo del fare e del pensare, documentato nel libro e DVD, <em>Videoambienti e ambienti sensibili</em>, Feltrinelli 2009. Come regista penso a realizzazioni che mi sono care: al teatro (<em>Il nuotatore</em>, nel 1984, Venezia; <em>Vedute. Quel tale non sta mai fermo</em>, 1985; <em>La camera astratta</em>, da <em>Documenta 8</em> di Kassel) e soprattutto al cinema &#8220;espanso&#8221; &#8211; per sua definizione &#8211; non nella direzione del videogioco ma della videoarte (<em>Il giardino delle cose</em>, 1992). E alle installazioni nei musei e sui musei, veri affreschi digitali e interattivi, tra creazione artistica e ricerca antropologica, didattica e ricezione estetica (<em>Tavoli. Perché queste mani mi toccano?</em>,1995). Opere costitutivamente aperte che hanno preso la misura immersiva delle nuove tecnologie. Opere che indicano ed invitano ad una inversione dell&#8217;arte e della cultura contemporanea: passare dalla forma e la rappresentazione alla relazione e la partecipazione.<br />
Una attività d&#8217;esplorazione e di continua ricerca che Paolo Rosa (con Andrea Balzola) ha articolato teoricamente nel suo ultimo libro <em>L&#8217;arte fuori di sé. Un manifesto per l&#8217;età pos-tecnologica</em>, Feltrinelli, 2011. Un manifesto &#8211; formato discorsivo delle avanguardie &#8211; di analisi e di proposta che parte da una constatazione radicale: la Rete è un connettore semantico, una forma simbolica che ha il valore che ebbe ai suoi tempi l&#8217;invenzione della prospettiva. Per Rosa, artista e docente, essere connessi non è essere in rapporto; la sola tecnica non è condizione sufficiente alla generazione di legami collettivi, estetici e culturali. Estetici in primo luogo: l&#8217;interattività permette la produzione di opere &#8220;impermanenti&#8221; che hanno un carattere di evento e provocano (diamogli la parola) &#8220;<em>responsabilizzazione etica ed estetica dello spettatore e [&#8230;] comportamenti fruitivi imprevedibili che [&#8230;] producono a loro volta delle possibili trasformazione dell&#8217;opera</em>&#8220;. E legami culturali: come dimostra il lavoro sui &#8220;Musei narrativi&#8221; (<em>Percorsi narrativi e affreschi multimediali</em>, Silvana ed., Milano, 2011) sulla didattica e la memoria, la cui realizzazione promette un inatteso rinnovo della funzione e del senso dei musei, tramutandoli in luoghi interagenti di conoscenza e in cliniche per gli sguardi. Un&#8217;attività internazionale (USA, Cina, Giappone, ecc.) e nazionale, come il ruolo recente di progettista e direttore artistico della mostra <em>Fare gli Italiani &#8211; 150 anni di storia italiana</em>, per le celebrazioni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, Contro il consumismo e la mercificazione, così Rosa pensava al progetto d&#8217;un museo Felliniano a Rimini, di cui chiedeva la realizzazione nella sua risposta alla consegna, da parte della sua e mia città, del Sigismondo d&#8217;oro.<br />
Rosa sapeva che non solo le connessioni, ma neppure le relazioni bastano. Ci vogliono <em>attachments</em>, cioè capacità di attaccamento, di prossimità sensibile ed affettiva. Qualità singolare che l&#8217;amico Paolo, aperto e generoso, possedeva in sommo grado, nonostante gli impegni di insegnamento &#8211; al Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate dell&#8217;Accademia di Belle Arti di Brera &#8211; e di gestione e le delusioni politiche.<br />
Ma è&#8217; venuto per me il momento lasciare l&#8217;imperfetto che non avrei voluto usare &#8211; per ricordare a futura memoria il suo progetto di Stazioni Creative. Moltiplicare il collettivo felice di Studio Azzurro? Comunicare e realizzare una pratica teorica delle arti? Non c&#8217;è bisogno di sperare per crederci. Toccherà al futuro &#8211; per quel che resta oggi della tensione verso quel tempo &#8211; dirci se sarà soltanto un&#8217;utopia.</p>
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		<item>
		<title>Omar Calabrese, passioni diverse nel segno della coerenza</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/calabrese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Fabbri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2017 11:13:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: Il Manifesto, Martedì 3 Aprile 2012. &#160; Si è occupato di comunicazione, di media, di arte. Ha pubblicato libri, creato corsi di studio, costruito mostre. Un solo metodo per oggetti differenti: la semiotica La notizia della morte di Omar Calabrese mi è giunta da molte voci e in molte lingue. Avevo letto da poco [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/calabrese/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Omar Calabrese, passioni diverse nel segno della coerenza</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>Da: <span style="text-decoration: underline;">Il Manifesto</span>, Martedì 3 Aprile 2012.</p>
<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Si è occupato di comunicazione, di media, di arte. Ha pubblicato libri, creato corsi di studio, costruito mostre. Un solo metodo per oggetti differenti: la semiotica</em></p>
<p>La notizia della morte di Omar Calabrese mi è giunta da molte voci e in molte lingue. Avevo letto da poco la sua introduzione a una mostra del comune amico Valerio Adami, pubblicata da Casa Usher, dove riprendeva acutamente il contributo di Hubert Damish e il mio sul suo tema prediletto: «gli oggetti-teorici-arte».<br />
Ho accolto le parole accorate di un amico con lo smarrimento temporale che mi suscita la scomparsa di qualcuno molto più giovane e un primo effetto di silenzio. Come se parlarne facesse perdere il senso dell&#8217;amicizia che mi ha legato a Omar per anni e interrompesse il dono reciproco e irreversibile di riflessioni e di letture che ha segnato la nostra vita e la carriera di insegnamento e di ricerca. (Per anni abbiamo insegnato insieme all&#8217;Università di Bologna). Ora cerco le parole &#8211; non quelle giuste, giusto le parole &#8211; per esprimere il senso di fraternità con un uomo che ho sempre tenuto a portata di pensiero, di scrittura e di voce. Per prima cosa devo respingere la tentazione, forte nella circostanza, di dire : «amici, non ci sono più amici».</p>
<p>La parola amico, per e con Omar, è sempre stata declinabile al plurale, come dimostra la sua disponibilità di ricercatore e di professore, i suoi legami politici, intellettuali ed accademici. Come mostrano gli «scritti seriosi e schizzi scherzosi per Omar Calabrese» che i suoi allievi ed amici avevano raccolto, col titolo <em>Testure</em>, in omaggio al suo sessantesimo compleanno (Protagon 2009). Una raccolta di testi, disegni, immagini, fotografie, caricature, che testimoniano l&#8217;ampiezza delle sue curiosità, dei suoi interessi e delle suoi gusti: dalla teoria della comunicazione a quella dell&#8217;arte, dallo studio dei media a quello dei segni. Rileggere le sezioni &#8211; «Dar senso alle immagini», «Attraversare frontiere», «Progettare il senso», «Tessere frammenti: cultura e Comunicazione», «Pensieri in immagini» &#8211; dà il senso del suo riconosciuto talento e della sua vasta reputazione.</p>
<p>E poiché siamo definiti da noi stessi ma anche dallo sguardo degli altri, la lista dei quarantaquattro contributi è un campione eloquente: storici dell&#8217;arte come Stoikita, Puppi e Damish, scienziati sociali come Abruzzese, Livolsi, Buttitta, Bagnara, e soprattutto semiologi italiani come Eco, Manetti, Pezzini, Marrone, e stranieri come Parret, Petitot, Bertrand, Landowski, Lozano, Zunzunegui. Senza contare, anzi contando tutti i suoi molti collaboratori nel mondo editoriale e professionale, i colleghi e i numerosi allievi.<br />
Nell&#8217;introduzione a <em>Testure</em>, Calabrese scriveva: «Scelta di vita: abito in campagna, voglio una diversa qualità di esistenza. (&#8230;) Mi piace ballare, cantare, giocare a carte (bridge e tresette), giocare a scacchi, giocare a ping-pong e calcio balilla. Ciononostante, alcuni dicono che sono una persona seria: sarà un&#8217;offesa o un complimento?».</p>
<p>Siamo nei tempi dell&#8217;en-click-opedia: è facile reperire l&#8217;attivismo versatile con cui Omar Calabrese ha pubblicato libri e articoli &#8211; sulla stampa nazionale e specialistica -, creato e condotto dottorati di ricerca, collaborato a progetti editoriali, e a riviste &#8211; da Alfabeta1 e 2, fino a «Carte semiotiche» &#8211; dato innumerevoli conferenze, organizzato colloqui in Italia e in Europa. (Iniziative che ho spesso condiviso, come la rubrica Profezie («Panorama», 1989-91), abbandonata quando il settimanale passò in mani che non avremmo voluto stringere). Una carriera internazionale simbolicamente coronata a Parigi il 17 novembre 2010, dal<em> Prix Bernier</em> dell&#8217;<em>Académie des Beaux Arts-Institut de France</em>, per il volume <em>L&#8217;art du trompe l&#8217;oeil</em> (Citadelles et Mazenod, 2010, oggi Jaca Book, 2011).</p>
<p>A rischio di moltiplicare le iperboli, dirò che gli impegni e le passioni di Omar Calabrese &#8211; Omar per l&#8217;origine tunisina della famiglia paterna &#8211; erano diverse e rizomatiche, comprendevano interessi professionali e politici &#8211; ha costruito mostre (in occasione del Giubileo, una, memorabile sulle molte Sindoni!), dato un nome a modelli di auto della Fiat e ha contribuito a disegnare il logo dell&#8217;Ulivo. All&#8217;accusa, spesso implicita, di eclettismo o di tuttologia, Omar ha risposto con la coerenza euristica. Non ha mai praticato gli opportunismi parametrici di chi applica di volta in volta strumenti diversi allo stesso oggetto. Ha usato un solo metodo per oggetti differenti: la semiotica, di cui è stato creatore di concetti, sostenitore coerente e docente costante.</p>
<p>Di formazione linguistica, allievo fiorentino di Nencioni, Calabrese era &#8211; mi rincresce questo imperfetto! &#8211; prossimo alla variante semantica della semiotica più che a quella logica e inferenziale. Per intenderci, ha seguito la linea di ricerca di Greimas e di Louis Marin, più che la lezione epistemologica di C. S. Peirce e di Umberto Eco, a cui è sempre stato vicino e con il cui grande talento non ha mai smesso di confrontarsi.<br />
Insieme, per un periodo non breve, a cavallo dei turbolenti anni Settanta, abbiamo fatto del Dams di Bologna un centro di qualità internazionale nella difficile ricerca di dire qualche cosa di sensato sul senso. Una posizione che abbiamo difeso, a fronte del movimento teorico «a passo di gambero» &#8211; per dirla con Eco &#8211; in una intervista al <em>Circulo de Bellas Artes</em> di Madrid (Minerva, n. 14, 2010).</p>
<p>Assai prima della cosiddetta svolta visiva, Calabrese aveva intrapreso una riflessione sull&#8217;immagine in generale e sulle arti visive in particolare. Nella vena di Gombrich e delle sue influenze «sematologiche» (Buhler), Calabrese non si voleva <em>connoisseur</em> e non faceva attribuzioni. Ha studiato i problemi e le soluzioni più che i temi e gli autori della pittura, i meccanismi di significazione più che le scuole e le monografie. Il più noto, se non il più significativo dei suoi esiti è la pregnante lettura «neobarocca» di alcuni filoni della testualità visuale contemporanea. Da vero ricercatore, Calabrese ha evitato di farsene, come molti altri critici, un marchio di fabbrica. Ha proseguito i suoi studi sugli oggetti teorici dell&#8217;arte, quelli che contengono &#8211; come il trompe-l&#8217;oeil &#8211; le proprie istruzioni metalinguistiche di impiego e ha dedicato riflessioni originali alla modalità dell&#8217;enunciazione visiva, ai dispositivi di soggettività e di intersoggettività nei dipinti. In questo campo semiotico Calabrese si è creato e in qualche modo giustificato i suoi precedenti. Testi pubblicati o ancora inediti che definiscono ma non ne esauriscono le multiformi competenze culturali e disponibilità analitiche.</p>
<p>La storia collettiva o individuale è pudica e le sue date significative sono segrete. Tuttavia Calabrese mi è sempre sembrato un ghibellino, non un guelfo. Conosco, senza pregiudicarle, le sue passioni, spesso deluse, per la politica della sinistra italiana, un mondo di assoluta ostilità che non gli si addiceva. Non so se avesse un penchant per la metafisica, ma se così fosse è stato salvato dalla felicità: dalle sue radici mediterranee, dalla sua moglie siciliana, Francesca. Rari e preziosi sono coloro che alle difficoltà congenite della salute hanno risposto con una sfida così intensa e dinamica, maneggiando una scrittura limpida (che bella calligrafia aveva questo specialista di media digitali!) e un&#8217;affilata lingua toscana.</p>
<p>Siamo fatti di tempo e sono inutili le sue confutazioni. Non credo alle disperazioni apparenti e alle consolazioni segrete. Un uso felice dell&#8217;eternità dove avremo tutti gli istanti delle nostre vite e potremo ricombinarli a piacimento. Credo invece fermamente e laicamente che ci sia nella ricerca coerente di Calabrese, unita al suo talento per l&#8217;amicizia, un&#8217;indicazione a proseguire e un esempio, un campione, di comunità, riconoscibile nel suo insegnamento e che va oltre i rapporti accademici. Per questo penso alla sua scomparsa come all&#8217;interruzione di un progetto che tocca ad altri rendere provvisoria. Allora «la morte non avrà signoria».</p>
<p>Quanto a me, so cosa devo fare. In un libro del 1999, <em>Eloquio del senso</em>, Costa &amp; Nolan, a cura di Pierluigi Basso e Lucia Corrain (entrambi allievi di Calabrese), Omar mi dedicò un saggio: <em>La memoria geroglifica. Riflessioni semiotiche sul frontespizio dei “Principi di Scienza nuova” di G. B. Vico</em>; avanzava una ricerca che non avevo portato a termine. C&#8217;è nell&#8217;amicizia una sproporzione per cui facciamo fiducia agli altri più che a noi stessi. So quindi cosa devo fare. Ad altri ricordo: «Amici, ci sono ancora amici!».</p>
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		<title>Le emozioni estetiche della grande sorella</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/le-emozioni-estetiche-della-grande-sorella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mangiapane]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 08:55:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: la Repubblica, 18 maggio 2007. In questo articolo, Fabbri si sofferma sul cambiamento del ruolo che la televisione contemporanea assume per gli spettatori. Data per assodata la discontinuità fra l&#8217;approccio informativo e gerarchico della veterotelevisione rispetto a quello della neotelevisione, Fabbri vuole descrivere i movimenti ulteriori che possono essere rintracciati all&#8217;interno della neotelevisione, in [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/le-emozioni-estetiche-della-grande-sorella/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Le emozioni estetiche della grande sorella</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr />
<p>Da: <span style="text-decoration: underline;">la Repubblica</span>, 18 maggio 2007.</p>
<hr />
<p>In questo articolo, Fabbri si sofferma sul cambiamento del ruolo che la televisione contemporanea assume per gli spettatori. Data per assodata la discontinuità fra l&#8217;approccio informativo e gerarchico della veterotelevisione rispetto a quello della neotelevisione,  Fabbri vuole descrivere i movimenti ulteriori che possono essere rintracciati all&#8217;interno della neotelevisione, in cui si assesta, mentre scrive, un approccio per &#8220;format&#8221;, orientato a mettere in scena il dramma dell&#8217;identità e il saper vivere insieme dello spettatore.</p>
<p>Leggi l&#8217;articolo: <a href="https://www.paolofabbri.it/wp-content/uploads/2023/03/2007.pdf">Le emozioni estetiche della grande signora – Paolo Fabbri 18 Maggio 2007</a>.</p>
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		<title>Jean Baudrillard. Nel linguaggio la seduzione della sfida</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/baudrillard/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Fabbri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2017 11:13:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: Il Manifesto, 7 Marzo 2007. Nel punto singolare in cui una vecchia conoscenza si trasforma in ricordo, mi chiedo cosa ha saldato la mia lunga amicizia con Jean Baudrillard. Il comune insegnamento nella California del sud a San Diego, quando scriveva America; gli anni del Centro di Semiotica e Linguistica di Urbino, quando parlava [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/baudrillard/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Jean Baudrillard. Nel linguaggio la seduzione della sfida</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>Da: <span style="text-decoration: underline;">Il Manifesto</span>, 7 Marzo 2007.</p>
<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>Nel punto singolare in cui una vecchia conoscenza si trasforma in ricordo, mi chiedo cosa ha saldato la mia lunga amicizia con Jean Baudrillard. Il comune insegnamento nella California del sud a San Diego, quando scriveva <em>America</em>; gli anni del Centro di Semiotica e Linguistica di Urbino, quando parlava di seduzione e di simulacri; la collaborazione nel comitato di «Traverses», la rivista del Centro Pompidou dove si rifletteva &#8211; con Louis Marin e Michel De Certeau &#8211; sui temi dell&#8217;alterità e dell&#8217;esotismo, dei media e del male, degli animali e dell&#8217;epidemia.<br />
E ho trovato una risposta plausibile. La passione condivisa per le parole, ovvia per chi si considerava un allievo trascurato del Roland Barthes delle <em>Mythologiques</em> (<em>America</em> era la risposta all&#8217;<em>Impero dei Segni</em>). Per chi non mira a un sistema concettuale, a un pensiero definitivo, costruttivo e edificante, il fascino del linguaggio sta nella capacità dei suoi termini di funzionare come <em>embrayeurs</em> del pensiero. Ma più ancora come operatori di seduzione e di magia che evolvono in forma di spirale mutandosi l&#8217;uno nell&#8217;altro. Passando da una parola all&#8217;altra, si creano le condizioni indecidibili e sperimentali di quell&#8217;emergenza impredicibile che ha un pensare autentico e sentito.<br />
Baudrillard aveva annotato di recente il suo lessico di predilezione: entrate o termini come Oggetto, Valore, Scambio simbolico, Seduzione, Osceno, Trasparenza del male, Virtuale, Aleatorio, Caos, (la) Fine, Crimine perfetto, Destino, Scambio impossibile, Dualità. Un dizionario concettuale che egli ha disposto nell&#8217;ordine in cui è emerso dai suoi pensieri nella sua scrittura frammentaria e inclassificabile, lontana da ogni trattato e disciplina.<br />
La radicalità del suo attivismo teorico e del suo impegno di pubblicista ha radici riconoscibili nel pensiero di Bataille. L&#8217;esito singolare è quello di un manicheismo senza riserve, un pensiero antitetico della sfida e della reversibilità senza sintesi e compromessi. Nell&#8217;analisi della cultura contemporanea Baudrillard ha portato un pessimismo che gli è stato rimproverato &#8211; nell&#8217;università si è fermato al ruolo di assistente! &#8211; ma ha mantenuto intatta la tensione di un principio speranza. &#8220;Il pensiero&#8221; &#8211; diceva (e mi duole questo imperfetto) &#8211; &#8220;deve giocare un ruolo catastrofico [&#8230;] e di provocazione in un mondo che intende epurare ogni cosa, sterminare la morte, la negatività. Ma deve restare umanista, attento all&#8217;umano e trovare cosi la reversibilità tra il bene ed il male, l&#8217;umano e l&#8217;inumano&#8221;.<br />
Il ricordo, diceva Nabokov, è una festa nelle tenebre dove scintillano luci che sono frammenti di specchi. Ecco: la passione di Bill &#8211; come gli amici chiamavano Jean Baudrillard &#8211; per l&#8217;Italia e il Giappone; la sua America inventata, come eterotopia rispetto alla Francia; il suo interesse per gli scrittori tedeschi di frammenti, Canetti e Lichtenberg &#8211; era <em>agregé</em> di letteratura germanica; la predilezione per la fotografia, la scrittura privata delle sue <em>Cool memories</em>, il gusto per le automobili e i deserti. E ancora, le sue preferenze artistiche, dalla <em>pop art</em> a Warhol, e la ferma persuasione che l&#8217;arte contemporanea è nullità. La sua voce&#8230; E il titolo di un capitolo nello Scambio simbolico e la morte: &#8220;Ma mort partout, ma mort qui rêve&#8221;, la mia morte dovunque, la mia morte che sogna.</p>
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		<title>Chi resta, chi fugge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Fabbri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2017 10:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Con Omar Calabrese, Panorama, 22/04/1990. A scanso di equivoci, diciamo subito che alla crisi della semiotica noi non crediamo. Crediamo invece a un suo assestamento, come sempre accade dopo l&#8217;irruzione di un nuovo paradigma scientifico nel campo del sapere. Negli anni passati, infatti, è accaduto che l&#8217;apertura di un nuovo orizzonte di ricerca abbia fatto [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/chi_resta_chi_fugge/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Chi resta, chi fugge</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>Con Omar Calabrese, <em>Panorama</em>, 22/04/1990.</p>
<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>A scanso di equivoci, diciamo subito che alla crisi della semiotica noi non crediamo. Crediamo invece a un suo assestamento, come sempre accade dopo l&#8217;irruzione di un nuovo paradigma scientifico nel campo del sapere. Negli anni passati, infatti, è accaduto che l&#8217;apertura di un nuovo orizzonte di ricerca abbia fatto imbarcare per l&#8217;avventura molta, troppa gente. Ma di solito chi affluisce a una «nuova» disciplina? O i troppo intelligenti o i troppo stupidi delle discipline vicine, e questo provoca un periodo inaugurale tumultuoso, che viene scambiato per successo. Per la semiotica è avvenuto proprio questo: ci sono stati i troppo intelligenti (Barthes, Eco, Jakobson per esempio), e anche i troppo stupidi (invitiamo a leggere le opere di molti degli attuali dirigenti dell&#8217;Associazione internazionale di studi semiotici). Così si verifica la situazione prevista in economia dalla cosiddetta «legge di Gresham»: la moneta cattiva scaccia quella buona. I troppo stupidi sono riconoscibili, i troppo intelligenti vengono presi per casi individuali, e si fa strada l&#8217;idea dell&#8217;insuccesso. Fortunatamente, giunge però poi una fase in cui si pensa a far ricerca e non a scoop epistemologici. E noi crediamo che la semiotica sia oggi in questo punto.<br />
Detto questo, va ammesso tuttavia che esistono dei rischi, che riassumeremo con l&#8217;esempio di un altro economista, Albert Hirschman. Costui dice che quando in un&#8217;azienda si fa strada l&#8217;idea che le cose vadano male, alcuni defezionano. Ma l&#8217;azienda comincia ad andare male proprio perché defezionano. I disertori infatti indeboliscono l&#8217;omogeneità dell&#8217;impresa. In semiotica, le defezioni non sono mai state molte. E però gli abbandoni di gente come Genette, Kristeva, Metz, Todorov e quasi tutti gli allievi di Barthes si fanno sentire.<br />
Esiste però un secondo virus. Quando ci sono dei defezionisti, si forma anche il partito dei lealisti. E i lealisti sono un danno, perché, nel far quadrato, diventano ciechi e dogmatici. Fra i semiologi anche questo accade: che i «lealisti» della scuola filosofica americana si richiudono nella filologia di Peirce; che quelli della scuola linguistica francese chiosano Greimas; che i cosiddetti «cultorologi» recitano il verbo di Lotman; e cosi via, fino alle più irrilevanti scuolette locali.<br />
La salvezza, insomma, sta nei protestatari: stanno lì, ma mettono tutto in discussione. Si agitano, riflettono, litigano. Ma fanno nascere spesso soluzioni nuove.</p>
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		<title>Dove ha sbagliato Sciascia</title>
		<link>https://www.paolofabbri.it/articoli/sbaglio_sciascia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Fabbri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2017 11:15:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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					<description><![CDATA[Da: L&#8217;Europeo, n. 42, 20 ottobre 1978. Lo scrittore siciliano ha preteso di decifrare le lettere di Moro con il dizionario e il suo fiuto. Ma ha dimenticato il contesto in cui sono state scritte: una terribile prigionia Ecco le critiche e le osservazioni del semiologo Paolo Fabbri, docente alla facoltà di lettere e filosofia [...]<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.paolofabbri.it/articoli/sbaglio_sciascia/">Leggi di più...<span class="screen-reader-text"> from Dove ha sbagliato Sciascia</span></a></p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p>Da: <span style="text-decoration: underline;">L&#8217;Europeo</span>, n. 42, 20 ottobre 1978.</p>
<hr noshade="noshade" size="1" width="100%" />
<p><em>Lo scrittore siciliano ha preteso di decifrare le lettere di Moro con il dizionario e il suo fiuto. Ma ha dimenticato il contesto in cui sono state scritte: una terribile prigionia</em></p>
<p><strong>Ecco le critiche e le osservazioni del semiologo Paolo Fabbri, docente alla facoltà di lettere e filosofia dell&#8217;università di Urbino, al metodo seguito da Leonardo Sciascia nell&#8217;analisi delle lettere di Aldo Moro.</strong></p>
<p>PARE che Sciascia abbia ritrovato <em>La lettera rubata</em>. Come E. A. Poe, il romanziere detective ha decifrato il senso nascosto delle lettere di Moro, le ha sottratte alle letture deformanti della falsificazione politica. Ha riconosciuto il «vero» Moro e il suo testo autentico. Contro il disconoscimento dei cattolici, Sciascia fa atto di riconoscimento (e di riconoscenza) ad un uomo senza paura, magari non un grande statista, ma certo in linea con la condizione culturale e la psicologia individuale del cattolico meridionale, del democristiano che è sempre stato. Nel nome di Bernanos, Sciascia sfida la fiducia dei lettori: «Cristianamente ho scoperto l&#8217;uomo Moro» quello «vero»; agli amici che lo rinnegano, persino ai cardinali, Sciascia replica: «Ho capito che ero più cristiano del cardinale perché dovevo scrivere un libro cristiano».<br />
Ma come ristabilire la «lezione» delle lettere? Con l&#8217;«immedesimazione»: identificandosi al prigioniero (fino a riprodurne, dicono, ossessivamente le condizioni di isolamento); con la filologia testuale, rivalutando in pieno tutte le parole di Moro. A partire dalla fedeltà al testo, dice Sciascia, posso mettermi al posto di Moro e ragionare come lui. Non ascolto analitico quindi, ma calcolo tattico razionale fondato sulla immedesimazione ai protagonisti del dramma: «Precetto assolutamente valido anche fuori di quel genere letterario denominato poliziesco, nella pratica». Illuminista nel metodo, cristiano nella passione (le possibilità dell&#8217;arte combinatoria non sono infinite, ma non di rado spaventose): ecco i termini dell&#8217;operazione Sciascia sull&#8217;«affaire» Moro. Operazione che «fa senso» per molti e a molti e merita di essere letta a sua volta.<br />
Prima di tutto nel suo doppio fondo linguistico: discorso di finzione e di pedagogia, lo scritto di Sciascia si lascia così scomporre. C&#8217;è un&#8217;operazione di filologia al servizio di un testo narrativo: col dizionario del Tommaseo e un innegabile fiuto lessicale si ricostruisce una «filosofia della composizione» delle lettere di Moro, per generare un testo che ne colmi le omissioni e i segreti, ne traduca in avvertimenti le suppliche, gli accenni in rivelazioni. Poi c&#8217;è un altro livello (proliferante di modalità apodittiche: «è vero è certo»; di filologismi dimostrativi: «si può dunque dedurre», eccetera), destinato a comunicare e a persuadere della verità del testo di finzione. Discorso pedagogico quest&#8217;ultimo che si vuole critico e politico. Le due operazioni si sostengono l&#8217;un l&#8217;altra e qui sta la loro efficacia. Almeno secondo Sciascia. Proviamo a dubitarne: ma il dubbio non è più preliminare, cartesiano; dovrà venire alla fine della riflessione e non all&#8217;inizio. Accettiamo quindi il presupposto dell&#8217;analisi: l&#8217;«affaire» Moro è davvero già scritto (compiuta opera letteraria): la realtà fa rientrare come un&#8217;allucinazione quanto era stato riflettuto nell&#8217;immaginario della scrittura. E letterario è stato il conflitto d&#8217;interpretazione che si è acceso sulle lettere, delirio esegetico di attribuzione e di misconoscimento in bilico sui vocaboli e sugli enunciati, sui presupposti e sui modi, sugli aspetti e sui tempi. La morte è la soluzione pratica dell&#8217;interpretazione di un testo, delle lettere vive di Moro, della lettera morta della legge.<br />
Allora precisiamo: l&#8217;impressione dell&#8217;affare Moro di una «consequenzialità immaginativa e fantastica indefettibile e da cui ridonda una costante tenace ambiguità» non è proprietà di tutta la letteratura, né della sola letteratura. È il criterio essenziale del «testo di guera», dell&#8217;uso dell&#8217;informazione in periodo di guerra clandestina condotta con i mezzi della falsificazione e del segreto. Questo conflitto, produttore di ambiguità, ha investito da capo a fondo la nostra vita (pubblica e privata) trasformando l&#8217;immagine che ci eravamo fatti dell&#8217;uso del linguaggio e dei segni. E costringendo a un nuovo modo di leggere che non è detto sia quello di Sciascia.<br />
Vediamo perché. Una premessa: è più che probabile che la nostra società si sia rappresentata con una immagine idillica dell&#8217;informazione. Scambi di messaggi tendenzialmente veri, cioè esatti e pregnanti (quanto all&#8217;oggetto), onesti e sinceri (quanto al soggetto); emittenti e riceventi tendenzialmente eguagliabili nella capacità e volontà di comunicare; l&#8217;osservatore e il controllore imparziali e benevoli. Il più è del Maligno: distorsioni ideologiche confessabili, cattiva volontà, ignoranza, errori di fatto e di calcolo. Una linguistica costruita sul modello della teoria dell&#8217;informazione rafforzava l&#8217;ipotesi e la giustificava. Sotto lo sguardo di quanti sognavano di lavorare «in vista» della verità, negli ultimi tempi il quadro è drasticamente cambiato.<br />
La lotta clandestina (dei clandestini e contro) sull&#8217;informazione non è più gioco di riserbo e di finte, ma guerra di alibi e di perquisizioni, di agenti doppi e di scambi coatti. Brigate e mafia «politici» e «comuni», gruppi di estrema destra e sinistra si scambiano i modi (o si accusano di scambiarli) in un enorme viticolo di reciproca dissimulazione. La semantica dei messaggi non tiene conto delle firme e le fughe riuscite (vedi la Mantovani) sono spesso l&#8217;inizio di un pedinamento di successo. Le notizie sono trappole e imboscate, le infiltrazioni e la fuga di notizie provocano eccessi di circospezione: sospettiamo di essere sospettati e così via.</p>
<p><strong>Codici e finzioni</strong></p>
<p>La riapparizione della società segreta ha alterato il regime comunicativo della nostra società civile, mentre la tecnologia capitalista avanzata (fotocopie, Xerox, eccetera) irride i segni di sicurezza e di verità (passaporti, titoli, monete). Le copie rendono gli originali appena verosimili. Diventa possibile contraffare le indicazioni (importanti e intime) e le loro connessioni; la guerra delle valutazioni che ne risulta rende indecifrabili gli indici che sembrano più cruciali, dato che sono proprio quelli che si ha più interesse a falsificare.<br />
Le lettere di Moro sono da leggere in questo contesto: come testi da decifrare in un orizzonte di falsificazioni e di segreto. E lo sono, anche se fossero state scritte nel più assoluto candore, per una proprietà fondamentale del gioco strategico: chi parla o scrive prende sempre il posto dell&#8217;altro, comunicare è sempre rispondere, anticipando la risposta supposta dell&#8217;altro. Né Moro, né le Br, né i partiti credevano gli uni agli altri. Come avrebbero potuto? Anche la sincerità è una mossa tattica: la rivelazione ostentata sta per una dissimulazione e un offuscamento. Una volta squalificata la comunicazione, il controllo si sposta sul modo con cui viene porta; il testo d&#8217;informazione comincia a trasudare espressioni: toni, minuzie e sfumature. Ogni dettaglio può diventare significativo e chi legge lo sa, così come chi scrive sa che probabilmente l&#8217;altro sa che lui lo sa. E così via, nel delirio dell&#8217;interpretazione: sulle lettere di Moro si sono fatti persino anagrammi. Chi studia i segni sa quanto il loro significato sia legato all&#8217;altezza della posta in gioco: quando si tratta di vita o di libertà il senso non è «pacifico». In tempi di pace il valido e il falso stanno a rispettosa distanza, anche se un «continuo», ma quando è in gioco la morte di un uomo o il collasso di un regime le due estremità si congiungono. Le parole, già arbitrarie rispetto alle cose, diventano nodi scorsoi. I discorsi più chiari sono quelli più probabilmente falsificati e le falsificazioni evidenti danno a pensare che non si sia falsificato niente.<br />
In questo processo irreversibile e cumulativo si squalifica l&#8217;innocenza e l&#8217;esattezza dell&#8217;informazione, come sa bene chi lavora nei «media». Questa è la forma del nodo a cui sono appese le lettere di Moro e con esse molte azioni politiche già compiute e altre a venire. L&#8217;«escalation» strategica produce una crescente impossibilità di decidere; in questa situazione la verità è solo un colpo ben aggiustato. Queste cose non sfuggono alle domande di Sciascia (e di Poe), sfuggono alla sua risposta. E c&#8217;è una ragione: la scelta del modello di immedesimazione. Non ci interessa qui perché Sciascia voglia prendere il posto di Moro, ma il fatto che per farlo finisce per ricostruirne la strategia sopra un postulato di verità psicologica. Ci vuole un Moro limitato ma vero, coerente, capace di «seminare il dubbio nei giovani brigatisti in buona fede» da opporre a un Moro «spurio», falso documentario della Democrazia cristiana. La filologia ha scopi civili: serve a Sciascia per revocare in dubbio la nuova «Donazione di Costantino», il mandato che i cattolici chiedono allo Stato attraverso la dichiarazione di lealtà che garantisce loro il disconoscimento di Moro.<br />
Ma per questo Sciascia ha bisogno di un personaggio pieno di dignità, coraggio e coerente a una fisionomia di cattolico meridionale. Col risultato, indesiderato spero, di giustificare la Democrazia cristiana di Moro contro quella attuale; e soprattutto di falsificare le lettere a forza di autenticare lo scrivente. Chiunque abbia scorso quegli scritti ha in mente quante volte Moro è costretto, secondo gli interlocutori e i momenti, a scegliere tra le parti (la famiglia, il partito), ad associarsi alle richieste delle Br mentre tenta di dare rivelazioni, a minacciare che potrebbe rivelare segreti e così via. Ritrovare all&#8217;ostaggio una identità psicologica e di ruolo al di là della strategia che gli è stata in larga parte imposta; rivendicare una comprensione più cristiana dei cristiani significa praticare l&#8217;esatto inverso del gesto di misconoscimento, restare nella stessa logica. Sotto le parole c&#8217;è un personaggio da ricomporre, da sottrarre all&#8217;adulterazione. In piena crisi della verità, Sciascia non interviene per aggravarla (ci sono altre soluzioni?) ma per praticare il gioco «rétro» della rifondazione della verità personale. Anche le Brigate rosse sono distinte in militanti in buona fede e in capi in malafede.</p>
<p><strong>Un messaggio non è solo parole</strong></p>
<p>Di queste scelte è complice il metodo. Fondata sulla ricostruzione del senso proprio (pieno e primo) della parola, la filologia ha sempre pensato la interpolazione e la falsificazione come esteriori alla lingua e da risolvere in via ortografica. Perché continua a immaginarsi il linguaggio come una sommatoria di parole che designano il mondo e non come una struttura di atti (ordinati in tattiche e strategia) per modificare gli interlocutori. La linguistica moderna si pensa invece sempre più come una scienza degli enunciati e del loro potere, non come un catalogo di forme. Il vocabolario del Tommaseo non le basta per comprendere le minacce e le promesse, le provocazioni e le seduzioni contenute nelle lettere di Moro. Per comprendere bisognerà saperne di più su cosa Moro ha detto negli «interrogatori»; quali vocabolari orali o tacite intese lo legavano ai destinatari (una parola non rinvia solo al suo senso ma ricorda le sue precedenti circostanze d&#8217;emissione: chi e a chi, come e quando è stata detta). Troppe informazioni mancano e su queste si dovrà fare luce, senza troppe illusioni.<br />
Intanto attenzione a che «il pieno rispetto delle parole di Moro non faccia un effetto boomerang». Prendiamo un esempio: l&#8217;analisi della prima lettera, quella a Cossiga. Per Sciascia, Moro intendeva dare indicazioni sul luogo della sua prigionia. Per questo scrive al ministro degli Interni. Servendosi «del solo e banalissimo codice dell&#8217;insensatezza e del non senso» lascia trapelare che pensa di trovarsi a Roma o nella città del Vaticano o in qualche ambasciata. Gli indizi si riducono a «due disperati punti interrogativi» che seguono la menzione della Santa Sede: «O anche di altri? Chi?» e di un aggettivo fuori posto. Così Moro risponderebbe alla tattica delle Br, costruita sulla «invisibilità dell&#8217;evidenza», con la stessa strategia; lasciando trasparire, nella redazione di un testo assai calmo, la emozione dell&#8217;interrogativa.</p>
<p><strong>Chi è il vero «manipolatore»</strong></p>
<p>Fa piacere che i personaggi della finzione di Sciascia ragionino con la stessa finezza dei racconti di Poe; è però lecito dubitare dell&#8217;analisi linguistica. Gli interrogativi starebbero a significare una «ansiosa ricerca di mediazione» ma esprimerebbero una indicazione di luogo; rinvierebbero, direbbe un linguista, «anaforicamente», per ripetizioni iniziali, alla Santa Sede. Ma sappiamo ormai che come un imperativo può essere un atto di suggerimento o di minaccia o di promessa condizionata (e, perché no?, un ordine), un interrogativo può funzionare come una richiesta o una intimazione o un invito a trarre un&#8217;ovvia conclusione (e, perché no? un&#8217;indicazione). Una forma interrogativa è una richiesta e per di più emozionale solo per una filologia ottocentesca. Dipenderà dal tono che ci metterà il lettore, tono che dipende da un sapere condiviso, cioè da quello che il ricevente sa di quello che l&#8217;emittente sa che lui sa.<br />
Quell&#8217;interrogativo potrebbe essere una mossa di strategia, infatti autorizza anche l&#8217;interpretazione di Sciascia: ma non l&#8217;approva. Sciascia può sostenerla col potere che gli dà il punto di vista del narratore onnisciente: per Moro «la certezza (di trovarsi ancora a Roma) è confortata da qualche segno acustico che i carcerieri non riescono a impedirgli di cogliere: il rumore del traffico, un suono di campane, un pulviscolo di voci&#8230;». L&#8217;enunciazione letteraria ha prodotto il suo modesto ma ripetuto miracolo. Ma è un colpo di forza linguistico che ci conferma: nello scambio strategico (scambio di colpi e non di parole) siamo tutti nella condizione del volo cieco o come si dice strumentale. Dipende dallo strumento: bisognerà quindi alzare il tiro linguistico oltre la filologia. Ma già la filologia ha fatto buona guerra: ha indicato quanto il «melodramma d&#8217;amore per lo Stato» inscenato da cattolici e comunisti sia una operazione di opportunismo politico ottenuto con un colpo sui testi di Moro. Solo che spera poi di fondare la propria analisi in verità. Per questo nello scritto di Sciascia il testo di immaginazione e di invenzione (la storia ricostruita di Moro prigioniero) non si limita a produrre il proprio singolare rispetto di verità, ma viene raddoppiato da un discorso didascalico e moralizzante che zavorra il primo di esattezza e di sincerità.<br />
Si rifletta a un ultimo punto. Le lettere di Moro sono state pensate nella strategia della loro produzione e circolazione (ora e allora) come un evento-messaggio. Un evento destinato ai media di massa, pensato e svolto per un «apparato di simulazione» dove l&#8217;informazione cambia ancora una volta natura. Fatti e ragioni si trasformano in spettacolo: le modalizzazioni di viltà e sincerità contano solo come marchi di genere. I segni dei media sono sempre più simulacri di secondo ordine: finzioni di finzioni strategiche che finiscono per programmare gli eventi tragici. Ma certo, nella vertigine doppia delle strategie e dei media, riesce difficile accettare il tentativo di Sciascia di ristabilire una prospettiva, un privilegio del politico fondato sulla coerenza morale di un uomo. Con tutta la possibile simpatia, cosa pensare del tentativo di reiniettare realtà e verità in questo simulacro? Dissimulare l&#8217;arresto di questa causalità fluttuante e reversibile per ritrovare un punto fermo in una politica scardinata dalla simulazione e dalla guerra segreta? Sappiamo che questa indistinzione «chi è il manipolato? Chi il manipolatore?» è la peggiore di tutte le sovversioni e che l&#8217;informazione finisce per essere il miglior mezzo di dissuasione politica.</p>
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